Alcuni argomenti per confutare lo schema di Decreto Ministeriale sulla modifica di incentivi alle rinnovabili non FV.
Per rendere comprensibile il mio argomentare a chi non ha studiato nel dettaglio il percorso formativo del testo di legge, mi avvalgo del documento semplificativo, che allego (per scaricare l’allegato cliccare QUI), distribuito dal Governo in sede di presentazione alla stampa dello schema di decreto in occasione del suo invio alla Conferenza Stato Regioni.
Naturalmente gli argomenti per i quali in Italia esiste un ampio movimento anti eolico-industriale hanno fondamenti culturali ben più importanti di quelli economico-finanziari. Ma i motivi economico-finanziari sarebbero da soli in grado di giustificare una moratoria (quanto meno) degli incentivi.
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Qui compare immediatamente il punto dolente della questione: si afferma che il Governo intende superare gli obiettivi europei “20-20-20″.
Questa decisione, inserita nel contesto di un decreto ministeriale esecutivo di un decreto dello scorso anno per il raggiungimento degli obiettivi del Piano di Azione Nazionale (PAN) vincolante per il raggiungimento del primo di questi 20 (e a suo tempo negoziato dal Ministro Pecoraro Scanio presso la UE al 17%), cioè quello concernente la produzione di energia da fonti rinnovabili rispetto ai consumi annui nazionali, è, anche formalmente, gravissima. Improvvisamente, in un testo avente finalità esecutive, si decide di modificare la politica energetica italiana dell’ultimo decennio. Vedremo poi che si decide di modificarla nel senso ritenuto, anche nelle parole del Governo stesso, peggiore.
In questa pagina e nelle successive sono elencati alcuni motivi di questa scelta sbagliata, ma qui di seguito inserisco alcuni passaggi della bozza del decreto frettolosamente censurata all’ultimo momento dall’intervento (presumibile) del Ministro dell’Ambiente Clini, già nuclearista, ma convertitosi all’ultimo minuto alle virtù taumaturgiche delle rinnovabili:
Riporto tra virgolette, senza commentare, quanto scriveva in marzo lo stesso Ministero dello Sviluppo:
“L’approccio finora seguito per l’incentivazione dalle fonti rinnovabili non è stato ottimale”.
“Si è teso a privilegiare lo sviluppo di energia rinnovabile elettrica rispetto ai settori calore trasporti o all’efficienza energetica che, invece, sono modalità economicamente più efficienti per il raggiungimento degli obiettivi”.
“Il ritorno economico sulla filiera italiana è stato spesso non ottimale, a causa delle forti spinte su tecnologie dove l’Italia non ha una leadership mondiale”.
“Gli incentivi corrisposti negli ultimi anni sono stati molto generosi sia in rapporto a quanto corrisposto in altri paesi europei (in molti casi oltre il doppio) sia in termini di ritorni garantiti agli investitori”.
“Non si sono previsti adeguati meccanismi di contenimento dei volumi di installazione sulla base degli obiettivi PAN: ciò ha causato una vera e propria esplosione degli impianti realizzati”.
“Nel fissare gli incentivi non si è tenuto conto del fatto che i costi delle tecnologie rinnovabili sono in rapida diminuzione”.
“Tutto questo si è tradotto in un costo molto elevato per il Paese: ad oggi gli incentivi pesano circa 9 miliardi di euro l’anno (quasi un quarto della bolletta totale italiana) di cui quasi 6 miliardi per il fotovoltaico. Il costo cumulato complessivo è di oltre 150 miliardi di euro”. (Il 10% del PIL annuale italiano, tanto per chiarire…).
“Questo rappresenta un aggravio di 120 euro all’anno per la famiglia media ovvero un’incidenza di circa il 23% sulla bolletta annua media”. (In realtà è molto peggio: 200 euro pro capite. Ma lo vedremo poi).
“Le energie rinnovabili hanno comportato un costo nascosto addizionale e problematiche gestionali significative per le reti elettriche”.
“Occorre rilanciare lo sviluppo delle energie rinnovabili con un approccio alla crescita più virtuoso, basato sulla efficienza dei costi e sulla massimizzazione del ritorno economico e ambientale per il Paese, valutando in particolare che in molti Paesi d’Europa è in corso un ripensamento”.
“Il mix di energie rinnovabili (elettriche termiche e l’efficienza energetica) per il futuro dovrà favorire le tecnologie più vantaggiose in termini di
-Minor costo unitario;
-Maggiori ricadute sulla filiera economica del Paese (ad esempio, percentuale del costo totale generato in Italia);
-Minor impatto ambientale (tenendo conto di vari fattori: emissioni, impatto sul paesaggio, presidio del territorio ecc) e sulle reti elettriche.
Da questo punto di vista occorre rivedere l’attuale gerarchia d’uso delle risorse economiche, spostando il più possibile risorse verso il settore termico e l’efficienza energetica.”
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