L’urgenza di definire una strategia energetica seria

Pubblichiamo l’intervento dell’On. Elisabetta Zamparutti (Radicali/PD), deputato membro della Commissione Ambiente della Camera. Si tratta di una relazione sugli “incentivi all’italiana alle energie rinnovabili”: parole di verità su un tema che è vittima, oggi più che mai, di un conformismo di massa disinformato ad arte da politici, lobbysti, giornalisti e falsi-ambientalisti.

Voglio intervenire sulla questione rinnovabili e sul cosiddetto decreto Romani, anche per chiarire e rendervi partecipi di una convinzione che ho maturato e che ho espresso più volte, l’ultima con l’appello sulle rinnovabili, oltre che con atti parlamentari, quasi tutti in dissenso con le posizioni assunte dal PD e, praticamente a fotocopia, da quasi tutti gli altri gruppi parlamentari.

La politica per le rinnovabili all’italiana
Due parole sul decreto. E’ un atto dovuto, perché di recepimento di una direttiva europea che trattava di rinnovabili e che è stata occasione per una revisione del sistema di incentivazione che andava assolutamente fatta. I problemi sono sorti perché, forzando indubbiamente la mano, il decreto è intervenuto bloccando al 31 maggio 2011 incentivi al fotovoltaico decisi in agosto 2010 con il terzo conto energia, che già conteneva una riduzione degli stessi per il periodo 2011-2013, stabilendo che entro il 30 aprile 2011 sarebbero stati nuovamente rivisti gli incentivi. Incertezza degli investimenti dunque che mette in ginocchio il settore, dicono alcuni, ma chiariamoci di cosa stiamo parlando.

Stiamo parlando di un settore in cui ci sono state aziende che hanno visto crescere il loro fatturato del 400% annuo, grazie ad un sistema di incentivazione che ci fa correre il rischio di finire come la Spagna, che non va citata come esempio di positivo sviluppo del fotovoltaico come fanno gli operatori del settore, perché in Spagna il mercato si è fermato dopo la bolla speculativa del 2008. Rendite finanziarie, non solo nel fotovoltaico ma anche nell’eolico, che hanno favorito la speculazione, tant’è che già dal 2006 con la relazione annuale al Parlamento la Direzione investigativa antimafia (DIA) informava che “..le cosche hanno scoperto l’affare nello sfruttamento delle energie rinnovabili…” arrivando ad un punto tale per cui il coacervo di interessi che accomuna gruppi di interesse economico, amministratori compiacenti e malavita organizzata ha portato i magistrati a creare un coordinamento nazionale delle indagini (fine maggio 2010).

Ora, i primi incentivi per il fotovoltaico li fissa il Governo Berlusconi nel 2005 con il primo conto energia ma non sono sufficienti; poi, Bersani nel 2007 li aumenta con il secondo conto energia e fissa giustamente un tetto, infine, il 6 agosto 2010, il Governo Berlusconi li rivede con il terzo conto energia rimodulandoli e togliendo il tetto. Cosa succede però: che il 13 agosto entra in vigore il decreto “salva Alcoa”, del cui voto contrario dobbiamo andar fieri noi Radicali, unici in tutto il Parlamento, visto che non solo l’Italia è nuovamente sul banco degli imputati europei per aiuti di Stato (nella forma di tariffe preferenziali sull’elettricità) non dovuti, ma anche perché le opposizioni principalmente, e poi vi dirò guidate da chi, nel decreto “salva Alcoa” ci avevano infilato una proroga degli incentivi al fotovoltaico del secondo conto energia fino al giugno 2011, il che ha determinato una concentrazione imbarazzante di domande per nuovi impianti molte dei quali sono fantasma.

Allora: accade che a 7 giorni di distanza dalla definizione di nuovi incentivi per il triennio 2011-13 entra in vigore un provvedimento che riapre i rubinetti fino al giugno 2011 ripristinando i precedenti e più profittevoli incentivi del secondo conto energia e nessuno si è alzato a dire che c’erano problemi di repentine variazioni del diritto… No, tutti zitti, ché andava bene così (come i voti di notte che ripristinano i finanziamenti pubblici ai partiti) e poco importa se questo fatto ha comportato un’esplosione di richieste con ditte spagnole che – visto che da loro avevano chiuso i rubinetti degli incentivi – arrivavano da noi con tanto di operai al seguito per approfittare della situazione italiana.

Gli occupati nel fotovoltaico sono passati dai 5.500 circa del 2009 ai 18.000 del 2010 (dati Nomisma)? Sì, ma su questo fondamento. Vi sembra un fondamento sano? E’ qualcosa che dobbiamo difendere? E dove si facevano gli impianti fotovoltaici se non a terra perché è più facile, più veloce…Per cui, di fronte agli 8.000 MW programmati al 2020, noi ci troviamo ad averli raggiunti a giugno 2011, per non parlare di altri 30.000 MW relativi a richiesta avanzate. E’ vero che l’ambiente deve essere affrontato dal punto di vista economico ma occorre tenere conto di cos’è l’Italia e cosa significa economia in Italia.

Non è un caso che dopo la Spagna, anche la Francia e la Germania abbiano tagliato gli incentivi al fotovoltaico industriale. Perché un conto è chiedere una normativa stabile, un altro che la pacchia continui. Ed il Governo va attaccato perché non sa gestire questi dossier. Come ho già detto, prima vara il terzo conto energia che rivede al ribasso gli incentivi per il periodo 2011-2013, una settimana dopo entra in vigore il decreto “salva Alcoa” che proroga i più vantaggiosi incentivi del secondo conto energia sostanzialmente fino a metà 2011. Quindi, con il decreto Romani, fermano al 31 maggio i premi del terzo conto energia per il periodo 2011-2013 e si impegnano a rivederli entro aprile per quanto riguarda il periodo successivo.

Il Governo va attaccato per la sua incapacità a gestire dossier relativi alla politica energetica che da un lato vede il liberismo tutto italiano dei sussidi a pioggia e dall’altro il permanere dell’assenza di una seria politica industriale, diversa dal decreto salva Alcoa per intenderci, che sarebbe quello che davvero aiuterebbe per esempio gruppi importanti come la Elettronica Santerno leader negli inverter importante componentistica del settore fotovoltaico e non solo.

Ed andava bene anche alle banche che nei finanziamenti alle rinnovabili hanno trovato una lucrosa alternativa al credito tradizionale che soffriva per la crisi. Sfido che si inalberano, ma noi non dobbiamo temere che denunciare tutto questo significhi essere contro le rinnovabili o non essere ambientalista corretto. Perché, a dirla tutta, io ci vedo poco di ambientalista nelle partecipazioni azionarie di Legambiente in Sorgenia e nel fatto che dirigenti di Legambiente ricoprono ruoli dirigenziali in società che sviluppano fotovoltaico e, quindi, non mi aggrego alle manifestazioni degli ambientalisti convocate insieme agli operatori del settore, perché non ritengo credibili i primi e hanno poco da lamentarsi i secondi.

Per non parlare poi della minaccia di alcuni senatori eco-dem di provenienza Legambiente di non rinnovare l’iscrizione al PRT perché io, neanche il Partito, critico impianti di fotovoltaico fortemente impattanti che Legambiente favorisce nella duplice veste, da un lato, di associazione ambientalista che li promuove presso le amministrazioni pubbliche e la cittadinanza e, dall’altro, di società che direttamente quegli impianti realizzano; oppure del comportamento di Legambiente quando si rifiuta di rinnovare l’affiliazione a quei circoli che criticano quegli impianti che avevo criticato anch’io, come è avvenuto recentemente in Toscana. Situazione che fa il paio con il paradosso tutto italiano per cui l’Anev, l’associazione degli imprenditori eolici, è riconosciuta dal Ministero dell’Ambiente come associazione ambientalista, che associa decine di imprese tra cui Ansaldo Infrastrutture, Sorgenia, ma anche società straniere come ad esempio E-ON.
Rapporto costi/benefici
Ora, ho imparato nel Partito e sono stata aiutata principalmente dagli Amici della Terra nel continuare a farlo, a ragionare in termini di costi-benefici e confrontando l’apporto delle varie fonti ai consumi finali di energia.

Consumi finali di energia, dicevo, per cui se sul nucleare sappiamo che servono 30 miliardi di euro per coprire circa il 4,5% dei consumi finali di energia, sul fotovoltaico il conto da fare è questo: l’onere annuo per gli impianti prenotati al 2011 (per 8.000 MW) è di circa 3 miliardi di euro all’anno che vanno pagati per 20 anni per un totale di oltre 60 miliardi di euro, tre volte i fondi di dotazione dell’IRI attualizzati e almeno una volta e mezza lo scandaloso CIP6 come ha spiegato Massimo Mucchetti dalle pagine del “Corriere della Sera”.

Oltre sessanta miliardi di euro, dunque, nell’arco di venti anni, che è il costo per pagare gli incentivi relativi a questi 8.000 MW. Ma per quale beneficio? per quale contributo ai consumi finali di energia? Tra lo 0,5% e l’1%!!!

Incentivi, badate bene, che riguardando principalmente l’installazione, non la componentistica, che per quanto riguarda il fotovoltaico viene dalla Cina e per quanto riguarda l’eolico viene prevalentemente da Paesi nord europei e dagli USA. Quindi la crescita si è registrata soprattutto nella installazione, attività priva di valore aggiunto tecnologico ed economico, con l’eccezione del settore degli inverter, dove esiste una realtà imprenditoriale italiana importante. Allora, paradossalmente, questi soldi servono a creare più lavoro fuori confine che da noi. E anche se in alcuni ambiti come quello degli inverter effettivamente c’è una produzione nostra, se non si investe in ricerca pensiamo davvero di essere pronti a cogliere l’onda del futuro delle rinnovabili che, come ricorda sempre Alessandro Ovi, arriverà?
Rinnovabili ed occupazione
Sulla questione occupazione vale la pena soffermarsi un po’, anche perché sui “posti di lavoro a rischio”, a partire dal decreto Romani, si è fatta una informazione letteralmente “terroristica”. Al di là delle proiezioni ottimali e delle ambiguità lessicali, vuoi dei giornalisti, vuoi degli imprenditori, andiamo da Gianni Chianetta di Assosolare che parla di un settore con i suoi 120mila dipendenti (Sole24 ore 1/3/2011), a Nomisma Energia (fondata da Nerio Nesi e Francesco Bignardi che affidarono a Romano Prodi il lavoro di ricerca) che per il 2010 conta 18.000 occupati nel fotovoltaico, al Solar Energy Report del 2010 del Politecnico di Milano che prevede 20.000 addetti diretti ma al 2013; infine, per citare i dati forniti da Assoenergie Future frutto di un lavoro sostenuto da ricerche condotte a livello internazionale da Credit Swiss, Morgan Stanley e Jefferis & Company, che sono stati presentati nella conferenza stampa al Senato con Legambiente, i posti di lavoro creati dal fotovoltaico sono 15.000, come il numero di addetti di una grande industria.

La Germania con i suoi 20.000 MW di potenza installata di fotovoltaico impiega 120.000 persone, anche perché – a differenza dell’Italia che fa solo installazione – in Germania il foto fotovoltaico è anche ricerca, innovazione, componentistica.

Per quanto riguarda il presente, quindi, occorre fare una distinzione tra chi fa delle forzature e parla di 100.000 ed oltre addetti e chi più seriamente parla di circa 15.000/18.000 addetti diretti. Perché, nella comunicazione pubblica a opera di addetti ai lavori interessati, si gioca sull’ambiguità di confondere il dato complessivo del comparto delle rinnovabili con quello del fotovoltaico. In definitiva, attenendomi al rapporto che mi pare più aggiornato e documentato, quello di Nomisma, gli occupati diretti nel 2010 nell’intero settore erano 49.249, così suddivisi: eolico 10.730; fotovoltaico 18.324; biomasse e rifiuti 20.195.
Queste sono le cifre sull’occupazione attuale

Per quanto riguarda le prospettive di nuova occupazione, secondo uno studio della Fondazione Sviluppo Sostenibile presentato al CNEL nel luglio 2010, nello scenario di sviluppo ottimale (per non dire: ottimistico), vale a dire nel caso in cui il nostro Paese rispetti l’impegno UE per il raggiungimento del 20% di produzione di energia da fonti rinnovabili, nel 2020 si genererebbe nel fotovoltaico un totale di 24.389 nuovi occupati (17.021 occupati diretti e indiretti e 7.000 dell’indotto), dei quali però solo 3.785 occupati in attività permanenti; mentre nell’eolico la proiezione è di 41.711 nuovi occupati complessivi (29.000 diretti ed indiretti e 12.687 dell’indotto) di cui solo 10.806 occupati in attività permanenti.

E mentre continua la lite corporativa sugli incentivi, si evita accuratamente di mettere a confronto quanto costano alle tasche dei cittadini i nuovi posti di lavoro così creati, in relazione all’investimento medio necessario nel settore privato per creare un nuovo posto. In un certo qual modo lo ha fatto ad esempio l’Istituto Bruno Leoni, che ha documentato come per ogni green job, prevalentemente nel fotovoltaico e nell’eolico, non si creano 7 posti di lavoro nel settore industriale che avrebbe richiesto un investimento equivalente. Secondo l’Istituto Bruno Leoni, il sistema italiano, come si presenta effettivamente negli impianti realizzati, favorisce investimenti solo speculativi, legati al livello eccessivo di incentivazione, che oltre a sostenere le filiere produttive estere e non quelle italiane risultano inefficienti dal punto di vista del raggiungimento degli obiettivi della strategia Europa 2020, poiché sono concentrati nella generazione elettrica.

Non per questo bisogna abbandonare la green economy, che ha altre motivazioni, ma solo essere consapevoli che produce un modesto impatto occupazionale se non è orientata verso i settori dove l’Italia ha una significativa quota di mercato, in particolare le tecnologie di efficienza energetica e le loro componenti, cioè la meccanica, l’elettromeccanica, la termoidraulica, i materiali per l’isolamento degli edifici (chimica e plastiche), e nei settori delle rinnovabili termiche dove l’Italia detiene quote significative (pompe di calore elettriche e a gas, solare termico, biogas da digestione anaerobica, piccole caldaie a biomasse). Perché a differenza della produzione di energia elettrica da rinnovabili in cui il sistema produttivo italiano è sostanzialmente assente, se non per gli inverter, nelle rinnovabili termiche e nell’efficienza energetica il nostro paese ha sviluppato un’importante specializzazione. E sono questi i settori prioritari su cui investire per avere ricadute sul prodotto e sull’occupazione molto maggiori rispetto alle rinnovabili elettriche, come insegnano gli Amici della Terra. Le fonti rinnovabili termiche daranno il maggior contributo percentuale all’obiettivo europeo del 17% delle rinnovabili al 2020. Non siamo noi ad affermarlo ma il Piano del Governo, che stima nel 49% (10,45 Mtep) l’apporto del riscaldamento/raffrescamento al 2020 rispetto al totale delle rinnovabili (contro il 12% di eolico e fotovoltaico, il restante idroelettrico e trasporti).
Che fare
Io mi auguro che tutto questo possa essere approfondito in un Convegno. Ma queste sono le ragioni per cui non ho aderito, e continuo a pensare che ce lo possiamo risparmiare, al corale sostegno agli imprenditori in ginocchio del fotovoltaico. Perché un conto è schierarsi con i soggetti imprenditoriali non garantiti e non rappresentati, un conto con chi finora è stato garantito e ci ha guadagnato alla grande e si sta risvegliando da un’ubriacatura.

Anche per questo ho trovato appropriato l’appello scritto con De Pascalis che, partendo dalla necessità di rivedere gli incentivi, pone innanzitutto la necessità di definire una strategia energetica nazionale, di cogliere l’occasione della ulteriore revisione degli incentivi per uscire dall’eolico industriale che è antieconomico non avendo noi un territorio adatto per sostanzialmente carenza di vento, perché gli incentivi vadano riconvertiti sulla ricerca e su fonti più promettenti come efficienza energetica e rinnovabili termiche e quanto al fotovoltaico, che ha un’indubbia potenzialità, vada sviluppato senza intaccare i suoli agricoli e quindi vada messo sui tetti o sui capannoni – fino a prova contraria stiamo da tempo esprimendo posizioni volte a non consumare ulteriore territorio! -, ne vada programmato lo sviluppo nel tempo perché l’esperienza ci insegna che essendo un settore in espansione i prezzi calano nel tempo e quindi conviene spalmarlo nel tempo e non farlo tutto adesso.

Proprio per cercare di tradurre, come ha detto recentemente Emma Bonino, la situazione di sostanziale moratoria determinata dal decreto Romani in una moratoria attiva ho presentato una mozione parlamentare con contenuto analogo all’appello in termini di proposte che è stata recepita solo nelle parti relative alla necessità di definire una strategia energetica nazionale e di uscire dal sistema dei CIP6.

La definizione di una strategia energetica seria mi pare infatti oltremodo urgente a fronte dell’errata scelta nucleare che fu letteralmente imposta nel 2009 al di fuori da ogni comparazione in termini di costi/benefici e di fronte alla complessità delle politiche energetiche che necessitano di una valutazione anche del quadro internazionale.

Ma occorre insistere e da questo punto di vista i referendum ambientalisti promossi da Marco Cappato a Milano sono un momento importante per le proposte, in particolare, relative all’efficienza energetica e al traffico per quanto attiene alle politiche da privilegiare nel settore dell’energia e del contenimento delle emissioni di CO2.

Perché come ha dimostrato l’ENEA, le uniche opzioni tecnologiche con benefici sociali netti o con costi minimi sono quelle riconducibili al miglioramento dell’efficienza energetica nell’industria, nel terziario, nel trasporto, nell’edilizia residenziale e nella produzione e trasmissione di elettricità. Secondo quanto affermato in questo studio, nel solo settore dell’elettricità, si potrebbero evitare 73 twh di energia elettrica, pari al 21,6% dei consumi finali lordi del 2008 (337,6 twh). Questo enorme potenziale di risparmio energetico al 2020 corrisponde alla produzione elettrica di circa 8 grandi centrali nucleari.

Il rapporto dell’Enea ci dà un’indicazione univoca: le misure di efficienza energetica sono immediatamente praticabili, consentono di guadagnare tempo laddove le innovazioni non sono ancora mature in termini di prestazioni e di costi, e permettono di operare scelte strategiche in modo più consapevole e calibrato alle vere esigenze del nostro paese.
L’intreccio politico-affaristico

Chiudo dicendovi che dall’estate scorsa avevo promosso delle audizioni sull’eolico anche con la Lega ed eravamo giunti ad una ottima risoluzione conclusiva sugli impatti ambientali e sull’antieconomicità dell’eolico ma che poi non hanno voluto mettere al voto per fare invece una più ampia indagine sulle rinnovabili per la quale ero almeno riuscita ad ottenere la fissazione di un termine entro il quale concluderla che fu fissato a giugno. A parte che in questo modo il parlamento è esautorato perché poi siamo fuori tempo massimo visto che la questione è calda adesso, sapete poi chi è stato designato come relatore di questa indagine conoscitiva? Margiotta. E sapete chi era il primo firmatario dell’emendamento salva incentivi inserito di soppiatto nel decreto Alcoa? Bubbico.

E qual è la Regione a cui molti ora guardano? La Basilicata, che in vista delle regionali 2010, con un colpo di mano ha superato delle buone linee guida regionali di tutela dei valori territoriali e adottato un piano energetico regionale delle rinnovabili che santifica un modo di procedere spregiudicato nei confronti del territorio prevedendo ad esempio una proiezione (1500 MW) più che doppia di eolico di quanto richiesto dall’ANEV (700 MW) che già partiva da una soglia obiettivo nazionale sovrastimata.

A proposito di sud Italia, dove è più evidente il coacervo di interessi che accomuna gruppi di interesse economico, amministratori pubblici e malavita organizzata, lo “scandalo” della nomina di Saverio Romano a ministro dell’Agricoltura al posto di Galan non è tanto che potrebbe essere indagato per mafia, quanto quello che potrebbe rappresentare il punto di riferimento di quella lobby “meridionalista” che va da Forza Sud di Miccichè che ha minacciato di non votare la recente fiducia sul federalismo fiscale se non fosse stato rivisto il decreto Romani sugli incentivi alle rinnovabili, fino al gruppo Iniziativa Responsabile presieduto da quel noto ambientalista che è l’onorevole Sardelli che il 3 marzo, giorno in cui viene adottato il decreto Romani, proponeva – cito testualmente – “un incontro tra tutti i parlamentari meridionali del centro-destra per la difesa della green economy e il rilancio dell’occupazione nel mezzogiorno”. Vedremo cosa farà Saverio Romano come ministro dell’Agricoltura al posto di Galan, il quale aveva introdotto il limite del 10% di occupazione di terreno agricolo per impianti fotovoltaici e comunque per non più di 1 MW di potenza per impianto.
Io penso che tutto questo attenga alla mozione congressuale di Radicali Italiani che pone la questione di ambiente e legalità e la necessità di determinare una rimodulazione delle incentivazioni alle rinnovabili elettriche, a partire dall’eolico, a vantaggio di impianti di microgenerazione diffusa e della conferma degli incentivi all’efficienza energetica.

Forse mi sbaglio. Ma se mi sbaglio io è poco male, non sarò certo io a determinare le sorti e gli interessi del settore delle rinnovabili elettriche, rappresentati e garantiti da forze ben più potenti e trasversali. Se invece si sbagliano, come penso e proprio in termini di rapporto costo-benefici, i fautori dell’eolico e del fotovoltaico industriali che, in nome dell’Ambiente, del Protocollo di Kyoto e dell’occupazione, stanno deturpando il paesaggio e consumando suolo agricolo, per altro senza risultati significativi in termini di riduzione di emissioni e aumento di posti di lavoro, il danno è molto più grave.

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