Se 230 MILIARDI di Euro vi sembran pochi…

Alcuni argomenti per confutare lo schema di Decreto Ministeriale sulla modifica di incentivi alle rinnovabili non FV.

Per rendere comprensibile il mio argomentare a chi non ha studiato nel dettaglio il percorso formativo del testo di legge, mi avvalgo del documento semplificativo, che allego (per scaricare l’allegato cliccare QUI), distribuito dal Governo in sede di presentazione alla stampa dello schema di decreto in occasione del suo invio alla Conferenza Stato Regioni.

Naturalmente gli argomenti per i quali in Italia esiste un ampio movimento anti eolico-industriale hanno fondamenti culturali ben più importanti di quelli economico-finanziari. Ma i motivi economico-finanziari sarebbero da soli in grado di giustificare una moratoria (quanto meno) degli incentivi.

– Pag. 1.

Qui compare immediatamente il punto dolente della questione: si afferma che il Governo intende superare gli obiettivi europei “20-20-20”.

Questa decisione, inserita nel contesto di un decreto ministeriale esecutivo di un decreto dello scorso anno per il raggiungimento degli obiettivi del Piano di Azione Nazionale (PAN) vincolante per il raggiungimento del primo di questi 20 (e a suo tempo negoziato dal Ministro Pecoraro Scanio presso la UE al 17%), cioè quello concernente la produzione di energia da fonti rinnovabili rispetto ai consumi annui nazionali, è, anche formalmente, gravissima. Improvvisamente, in un testo avente finalità esecutive, si decide di modificare la politica energetica italiana dell’ultimo decennio. Vedremo poi che si decide di modificarla nel senso ritenuto, anche nelle parole del Governo stesso, peggiore.

In questa pagina e nelle successive sono elencati alcuni motivi di questa scelta sbagliata, ma qui di seguito inserisco alcuni passaggi della bozza del decreto frettolosamente censurata all’ultimo momento dall’intervento (presumibile) del Ministro dell’Ambiente Clini, già nuclearista, ma convertitosi all’ultimo minuto alle virtù taumaturgiche delle rinnovabili:

Riporto tra virgolette, senza commentare, quanto scriveva in marzo lo stesso Ministero dello Sviluppo:

“L’approccio finora seguito per l’incentivazione dalle fonti rinnovabili non è stato ottimale”.

“Si è teso a privilegiare lo sviluppo di energia rinnovabile elettrica rispetto ai settori calore  trasporti o all’efficienza energetica che, invece, sono modalità economicamente più efficienti per il raggiungimento degli obiettivi”.

“Il ritorno economico sulla filiera italiana è stato spesso non ottimale, a causa delle forti spinte su tecnologie dove l’Italia non ha una leadership mondiale”.

“Gli incentivi corrisposti negli ultimi anni sono stati molto generosi sia in rapporto a quanto corrisposto in altri paesi europei (in molti casi oltre il doppio) sia in termini di ritorni garantiti agli investitori”.

“Non si sono previsti adeguati meccanismi di contenimento dei volumi di installazione sulla base degli obiettivi PAN: ciò ha causato una vera e propria esplosione degli impianti realizzati”.

“Nel fissare gli incentivi non si è tenuto conto del fatto che i costi delle tecnologie rinnovabili sono in rapida diminuzione”.

“Tutto questo si è tradotto in un costo molto elevato per il Paese: ad oggi gli incentivi pesano circa 9 miliardi di euro l’anno (quasi un quarto della bolletta totale italiana) di cui quasi 6 miliardi per il fotovoltaico. Il costo cumulato complessivo è di oltre 150 miliardi di euro”. (Il 10% del PIL annuale italiano, tanto per chiarire…).

“Questo rappresenta un aggravio di 120 euro all’anno per la famiglia media ovvero un’incidenza di circa il 23% sulla bolletta annua media”. (In realtà è molto peggio: 200 euro pro capite. Ma lo vedremo poi).

“Le energie rinnovabili hanno comportato un costo nascosto addizionale e problematiche gestionali significative per le reti elettriche”.

“Occorre rilanciare lo sviluppo delle energie rinnovabili con un approccio alla crescita più virtuoso, basato sulla efficienza dei costi e sulla massimizzazione del ritorno economico e ambientale per il Paese, valutando in particolare che in molti Paesi d’Europa è in corso un ripensamento”.

“Il mix di energie rinnovabili (elettriche termiche e l’efficienza energetica) per il futuro dovrà favorire le tecnologie più vantaggiose in termini di

-Minor costo unitario;

-Maggiori ricadute sulla filiera economica del Paese (ad esempio, percentuale del costo totale generato in Italia);

-Minor impatto ambientale (tenendo conto di vari fattori: emissioni, impatto sul paesaggio, presidio del territorio ecc) e sulle reti elettriche.

Da questo punto di vista occorre rivedere l’attuale gerarchia d’uso delle risorse economiche, spostando il più possibile risorse verso il settore termico e l’efficienza energetica.”

– Pag. 2.

Preciso che i 100 TWh rappresentano il 26,39% (per essere esatti) non del consumo attuale (circa 340 TWh annui di energia elettrica) ma del consumo previsto nel 2010 per il 2020 dal Governo (circa 380 TWh) che mette in conto, ottimisticamente, una buona crescita economica nel decennio: i fatti stanno già drammaticamente smentendo questa previsione. Quello che conta per l’Unione europea non è però il valore assoluto della produzione ma la percentuale del 17% sui consumi. Dei tre obiettivi di settore il solo ad essere stato raggiunto (lo sarà quest’anno per pura inerzia, andando a regime l’enorme quantità di impianti installati lo scorso anno) è proprio quello dell’elettricità. Si continua però ad esercitare il massimo sforzo proprio sull’obiettivo già raggiunto con otto anni di anticipo, buttando altri miliardi di euro che pagano i consumatori di energia elettrica, e trascurando, o quasi, i settori “calore” e “trasporti”. Forse perchè in questo caso si dovrebbero attuare soprattutto risparmi e non sprechi…  E’ una implicita ma clamorosa ammissione della volontà governativa di distribuire risorse pubbliche a favore di interessi privati.

– Pag. 3.

Questa è una ulteriore ammissione che si vuole insistere su un obiettivo già conseguito mentre gli altri, che avrebbero bisogno di interventi governativi ispirati alla massima determinazione, vengono trascurati. Ribadisco che l’obiettivo settoriale della produzione di energia elettrica promesso alla UE non sono i 100 TWh indicati in questa pagina (valore assoluto) ma il 26,39% sui consumi.

– Pag. 4.

Ecco l’incredibile rovesciamento di logica: dopo uno sforzo così ingente per conseguire in anticipo a tutti i costi (in senso non solo metaforico) e con esiti disastrosi l’obiettivo del 26% con otto anni d’anticipo, si alza l’obiettivo stesso al 32-35%. Magnanimamente, in nota, si fa presente che questi nuovi obiettivi sono in fase di revisione e che saranno definiti nel quadro della nuova Strategia Energetica Nazionale (SEN). Da decenni si sente parlare di piani energetici nazionali ma non si sono mai realizzati. Ne auspichiamo da sempre la realizzazione. Ma qui si mette il carro davanti ai buoi per continuare a distribuire gli incentivi agli eolici. In sede di SEN qualcuno farebbe sicuramente notare che il primo problema energetico dell’Italia per la produzione dell’energia elettrica è la carenza di impianti programmabili ed efficienti. C’è invece una pletora di impianti inefficienti e soprattutto non programmabili. Con gli impianti eolici e FV si va nella direzione esattamente opposta alle esigenze della produzione.

E’ poi materia di amarissimo divertimento leggere che l’eolico industriale (perchè è questo, in ultima analisi, l’oggetto principale di questo decreto su cui si concentrerebbe la stragrande maggioranza dei 2 miliardi ( ! ) di ulteriori nuovi incentivi) è “a basso impatto ambientale” (con migliaia di aerogeneratori alti ben oltre i cento metri già installati) ed ha “maggiori ricadute su filiera economica nazionale” (quando, come per il FV, tutto l’hardware è di produzione estera). La stessa “graduale riduzione dello svantaggio storico di costo” per l’eolico andrebbe dimostrata, perchè alla riduzione dei costi conseguiti con l’aumento dimensionale delle pale si accompagna la necessità di ricercare siti ventosi in zone sempre più inaccessibili. I “miglioramenti della bilancia dei pagamenti” per minor dipendenza da combustibili fossili sono abbondantemente cancellati dalle maggiori importazioni di manufatti industriali che, soprattutto nell’ultimo anno, hanno peggiorato la bilancia commerciale in modo drammatico.

– Pag. 5

Questo grafico a barre è una incredibile distorsione, indice di dubbio rigore intellettuale. Per quello che riguarda l’eolico i costi dei manufatti (gli aerogeneratori) esauriscono in larga misura (è stata calcolata una percentuale attorno al 70%) i costi complessivi dell’investimento, mentre qui tale percentuale appare rovesciata. A maggior ragione per il FV lascia perplessi che la percentuale del “contributo nazionale” sia appena del 50% quando i pannelli sono tutti di fabbricazione estera ed i costi di impianto e quelli accessori sono irrilevanti.

La spiegazione è che, nel costo complessivo, sono incredibilmente considerati anche gli stessi incentivi che, una volta ammortizzata la spesa iniziale, confluiscono come puri profitti (o meglio: come rendite parassitarie) nelle tasche degli speculatori (sarebbe ora di smettere di chiamarli “industriali”, non esistendo una industria nazionale), molti dei quali esteri. Ma la differenza tra regalare enormi somme alla speculazione internazionale oppure a quella fatta in casa non ci appare molto rilevante.

– Pag. 6.

Si ripete quanto affermato a pag. 1. Il secondo decreto a cui si fa riferimento è quello di modifica degli incentivi al FV, dopo che il nuovo conto energia, introdotto non più tardi di due anni fa, ha prodotto, come da tutti facilmente previsto, una incredibile (senza precedenti nella storia) esplosione di spesa in rapporto ai benefici. Il Governo Berlusconi ha provocato, con questo solo provvedimento, un danno ai consumatori di energia elettrica ben superiore a quello, pure ingentissimo, provocato dai provvedimenti dell’ultimo governo Prodi (forse anche perchè questo Governo ha avuto meno tempo di fare altri danni) a favore dell’eolico (aumento del periodo di incentivazione, aumento della quota di energia rinnovabile obbligatoria e soprattutto obbligo di riacquisto a carico dello Stato dei certificati verdi eccedenti la domanda). Più in generale: i Governi degli ultimi dodici anni hanno fatto a gara nel favorire gli interessi privati con la scusa dell’ “energia pulita”. Così facendo, di pulito sono rimasti ormai solo il vento ed il sole in quanto tali. Anche l’attuale Governo “tecnico” dimostra che, se da una parte regola e riduce l’accelerazione degli incentivi, dall’altra, aumentando gli obiettivi al 2020, li aumenta in modo surrettizio. Tutto questo fa riflettere. Ormai non si può neppure parlare più (solo) di clientele: il flusso costante a favore della speculazione “verde” nell’ordine di 10 miliardi all’anno (in crescita) ha generato un mostro che si auto alimenta e che nessuno, apparentemente, può contrastare (al contrario di quanto sta avvenendo, ad esempio, in Spagna e Gran Bretagna) per la sua stessa dimensione finanziaria in grado di “condizionare” tutto e tutti e di auto-alimentarsi. Ci sono improvvise “conversioni” a questa non nobile causa talmente improvvise che non possono non far pensar male. Se qualcuno, ai vertici dell’attuale Governo, non sarà in grado di imporre un fermo definitivo a ulteriori nuovi incentivi (come ha fatto Rajoy in Spagna) dovremo probabilmente attendere un disastro (economico o tecnologico) per arrestare questo meccanismo perverso.

– Pag. 7.

Qui c’è quanto rimane delle aspre critiche (ispirate dall’AEEG, l’Autorità per l’energia elettrica, che pare essere l’unico baluardo istituzionale determinato ad opporsi alla speculazione).

Al punto uno viene espressa una “criticità” che poi, nei fatti, viene favorita.

Al punto due c’è di nuovo una contorsione logica che fa pensare male: non si dice che avremmo potuto installare gli stessi impianti con meno di metà della spesa, ma che “avremmo potuto installare oltre il doppio degli impianti a parità di spesa”. Questo lapsus è rivelatore del fatto che quanto veramente preme a chi scrive è il mantenimento della spesa in questi ordini di grandezza (e, specularmente, delle rendite parassitarie).

Al punto tre si quantifica questa spesa. E si inorridisce: 9 miliardi (di euro, non di lire…), “170 miliardi di euro cumulati”. Finora… Ricordo che l’ordine di grandezza del PIL annuo (il prodotto interno lordo che raccoglie anche la quota di economia “al nero” ed il settore pubblico in base a criteri logici e contabili quanto meno discutibili) è nell’ordine di 1.500 miliardi… Il cosidetto “fiscal compact”, a cui il governo italiano ha recentemente aderito prevede (dopo il pareggio di bilancio) un rientro dal debito pubblico mediamente del 3% del PIL all’anno per vent’anni, cioè circa 45 miliardi all’anno che condanneranno, nella migliore delle ipotesi, alla miseria la prossima generazione di lavoratori italiani. Ai quali gli amici degli speculatori “verdi” hanno preparato questa nuova sorpresa che ha il vantaggio, per il Governo, di non essere iscritta a debito nel bilancio pubblico.

– Pag. 8.

Questo grafico a barre, in assenza di ulteriori spiegazioni, è illeggibile, stanti i valori negativi che non si possono definire in termini logici. Anche questo grafico lascia intuire, comunque, che la strada seguita finora è stata quella sbagliata. E se errare è umano, perseverare è diabolico.

– Pag. 9.

Questi grafici a barre sono una ulteriore prova provata che, essendo già stati raggiunti gli obiettivi del PAN, l’unica cosa logicamente sensata dal punto di vista economico sarebbe quella di aspettare una ulteriore riduzione di prezzi delle tecnologie, non essendoci al momento nessuna necessità, come detto, di nuovi impianti produttori di energia elettrica intermittente.

La riduzione dei costi dell’eolico on-shore sono più che annullati dall’aumento dei costi per collocare i nuovi impianti in aree sempre meno ventose e sempre più remote. Questo fa sì, tra l’altro, che, a parità di condizioni, esplodano i costi di allacciamento alle linee ad alta tensione, anch’essi in gran parte a carico della collettività.

– Pag. 10.

E’ vero: gli incentivi italiani sono di molto superiori agli standard europei. Si potrebbe discutere sull’entità del “molto”, ma quello che adesso è importante stabilire è che la spesa debba essere ridotta in Italia. Processi degenerativi analoghi a quello italiano, e attuati secondo gli stessi meccanismi, si sono verificati anche in altri Paesi europei, sebbene in termini quantitativamente molto più ridotti, ma le reazioni correttive, una volta acclarati, sono state più determinate. Fa eccezione la Germania che tuttavia utilizza la propaganda per l’energia “pulita” come punta di lancia della sua politica mercantilistica (la Germania è esportratrice di pale e pannelli) che sta producendo tanti esiti nefasti ed è la causa prima (contrariamente a quanto si vorrebbe far credere per colpevolizzare chi non si adegua ai suoi standard ed ai comportamenti per lei vantaggiosi) della attuale crisi, che è in grado di mettere in pericolo l’idea stessa di Europa unita.

– Pag. 11.

L’incredibile quantità di pannelli solari montati in Italia è giustificata dalla vulgata ambientalista dal fatto che l’Italia è il paese del sole. Ma neppure la vulgata soccorre per spiegare perchè l’Italia è tra i primi nell’eolico installato, non essendo un paese ventoso. Anzi: ha la produttività più bassa tra i paesi europei dove l’eolico è presente in modo significativo. Gli incentivi all’eolico più alti d’Europa, quindi, non hanno portato (chissà perchè) all’aumento del vento ma solo della speculazione. In questo modo, costruendo oltre 5.000 pale eoliche gigantesche sui crinali italiani, si è ottenuto il brillante risultato di ridurre lo spread con la Germania che più ci preme conservare: quello della maggiore bellezza del nostro Paese.

– Pag. 12.

Questo grafico, apparentemente innocuo, ci mostra in una sintesi estrema il disastro ambientale e paesaggistico, senza precedenti nella sua intensità, a cui abbiamo assistito in questi ultimi anni sul nostro territorio, ed in particolare in zone finora miracolosamente conservate quasi intatte dalla aggressione di quella sempre più devastante modernità affermatasi nel secondo dopoguerra.

Alle variazioni in un triennio delle aree in colore più scuro (che ha portato al triplicarsi della spesa per incentivi da una base di partenza che già non aveva uguali in Europa, a parte la Germania) deve essere aggiunto buona parte del “costo nascosto addizionale” delle voci “Reti” e “Oneri di sistema”. L’aumento in bolletta del 25% va quindi attribuito quasi per intero alla follia delle rinnovabili.

L’angosciante valore dei 170 miliardi di costo cumulativo ammesso viene ora incredibilmente aumentato, nella volontà del Governo, di circa 2 miliardi all’anno per le fonti diverse dal FV (della durata di venti anni) e di un altro miliardo per aumenti inerziali e per il FV.

La somma a carico della prossima generazione nella bolletta elettrica sarà dunque 230 miliardi (vedi pag. 16), cioè un ulteriore debito occulto pari al 15% del PIL. In questo modo il debito del 60% da cui rientrare in 20 anni per adempiere al diktat del fiscal compact non solo non diminuisce ma si accresce di un quarto. Con tanti saluti ai buoni propositi di “spending review”. L’unico spending review che sarà davvero applicato in Italia sarà quello ai bilanci familiari. Di chi non specula. Per gli speculatori delle rinnovabili l’arricchimento è tale che si generano problemi opposti e cioè di allocazione dei profitti. La loro massa è talmente enorme che fa perfino temere pericoli per la democrazia.

– Pag. 13.

Queste due tabelle sono molto interessanti per una molteplicità di aspetti, confrontando, a specchio, le voci di costo con i beneficiari.

La cosa che colpisce di più è che, tra i beneficiari, i produttori di rinnovabili (che hanno prodotto l’equivalente del 24% dei consumi elettrici dello scorso anno ed oltre tutto prodotto male, cioè in modo intermittente e non programmabile) hanno ormai raggiunto i ricavi (e quest’anno li supereranno) dei produttori della restante energia (cosidetta “convenzionale”). Se poi consideriamo che la maggior parte della energia “rinnovabile”, cioè quella del grande idroelettrico e gli impianti già in funzione prima del 2001, non gode dei certificati verdi, possiamo ben comprendere i livelli di profitto che hanno prodotto gli incentivi per chi ha installato gli impianti “verdi” in questi ultimi anni. Questi impianti non hanno però portato alla chiusura di nessun impianto “sporco”, in quanto tutto il potenziale precedentemente installato era (ed è) in grado di garantire a malapena (comprendendo anche l’energia importata) il soddisfacimento della domanda di punta (oltre i 56.000 MW). Il problema, semmai, si aggrava per il bisogno di nuove centrale di supporto a turbogas là dove c’è maggiore concentrazione di impianti rinnovabili, in funzione di back up per garantire il supporto in caso del venir meno di vento e sole ed evitare collassi sistemici. Nelle parole del “Corriere”: “si richiamano in servizio le centrali a gas, ma questo continuo stop and go, e la necessità di tenere accesi e pronti all’intervento gli impianti ha un costo (anche in termini di emissioni inquinanti non considerate. Ndr). Di più: le aziende proprietarie sanno benissimo che hanno poche ore nella giornata per recuperare i margini necessari per ripagare almeno il combustibile. E si muovono di conseguenza, tenendo alti i prezzi.” Quando potrebbero essere bassi. Il paradosso è dunque accentuato dal fatto che adesso diminuisce drammaticamente la convenienza a costruire un impianto tradizionale, che deve comunque rimanere costantemente acceso nelle ore di punta per questa funzione ausiliare, ma la cui energia non viene venduta perchè le rinnovabili godono della “priorità di dispacciamento”. La stampa riporta le prime voci di protesta per chiedere incentivi anche agli impianti “tradizionali” che si sono venuti a trovare in improvvisa difficoltà e la cui presenza, a differenza delle inaffidabili rinnovabili, è assolutamente necessaria. A causa di questa priorità di dispacciamento, secondo Agostino Conte, vice Presidente del Comitato energia di Confindustria, “il mercato elettrico praticamente non esiste più: funziona solo dalle 22 all’una di notte e per gli energivori la situazione è drammatica.”

Un altro costo importantissimo ed in rapido aumento nello schema è la voce “Reti”, a cui corrisponde, come massimo beneficiario, la Terna, che è un’azienda privata che detiene il monopolio (quasi) delle linee ad alta tensione ed opera sulla base di tariffe fissate d’autorità. Ogni lavoro autorizzato per ampliare la rete per mantenere inalterati i parametri elettrici obbligatori per legge e garantire la sostenibilità dell’energia intermittente delle rinnovabili fa della Terna (come dimostra l’andamento del titolo in borsa in queste occasioni) il principale beneficiario. A proposito di titoli quotati in Borsa: anche Enel Green Power è un’azienda privata e quotata; così riferiva la stampa venerdì scorso, 13 aprile: “Enel GP vola sui bonus. Dopo la presentazione da parte del Governo del nuovo sistema di incentivi per le rinnovabili (proprio la presentazione di cui ci stiamo occupando. Ndr) Enel Green Power ha segnato un + 5,14%.” Un comportamento invero irrazionale se gli incentivi fossero stati, come sostenuto dal Governo, bruscamente ridimensionati. Il bluff è stato rilevato istantaneamente dai mercati. E da tutti noi.

– Pag. 14.

Questa pagina si è resa necessaria per confutare un rapporto ad usum delphini, utilizzato in occasione dei lavori interministeriali per l’elaborazione delle bozze del decreto in oggetto, rapporto a cui la stampa di riferimento delle associazioni di categoria ha dato ampio risalto.

E’ inconcepibile per uno Stato serio che il nome stesso di chi ha prodotto un simile testo sia riportato su un documento governativo.

La tesi, infantile, di questo rapporto sarebbe questa, secondo quanto riportato da Repubblica: “il fotovoltaico ha fatto scendere di un buon 10% il costo dell’energia elettrica pù cara, quella del picco diurno.” Ci sarebbe mancato solo che un investimento dalle dimensioni così colossali non avesse avuto neppure questo effetto, per la legge della domanda (costante) e dell’offerta (enormemente aumentata)! Peccato che, rispetto alla cifra spesa per ottenerlo, esso sia poco più che irrilevante. Fa cadere le braccia proporre questo ragionamento: sarebbe come se, incentivando a dismisura a spese della collettività la produzione della frutta esotica in Italia, si riempisse il paese di serre dove si coltivano banane, datteri e manghi e poi, a giustificazione, si affermasse che il loro prezzo è crollato. Oppure, astraendosi da una fin troppo facile ironia, venisse incentivata la produzione in Italia di prodotti elettronici, addebitando i costi pari ad un multiplo del prezzo di mercato (come nel caso del fotovoltaico) nella bolletta elettrica, perchè in questo modo si ridurrebbe del dieci per cento il prezzo di vendita di queste merci importate dall’oriente, dove vengono prodotte a costi molto più bassi.

Evidentemente la logica secondo cui i beni ed i servizi vanno comperati dove costano meno, realizzando così la libertà dei mercati ed un risultato complessivo a somma positiva, non è ancora ben sedimentata nelle strutture logiche di qualche decisore, sia esso politico o tecnico.

Infatti, sebbene a pag. 13 si dimostri che i costi diretti del sistema incentivante e quelli indiretti  siano enormemente maggiori dei risparmi da import dei combustibili (il quadruplo) e da “peak shaving” (15 volte tanto!), il volume di spesa per gli incentivi alle rinnovabili per i prossimi anni è stato aumentato per l’ennesima volta. Almeno questa volta ci è stata risparmiata la solita litania che ci veniva ammanita in occasione degli aumenti precedenti e cioè che, per salvare il pianeta (niente meno!) un piccolo sacrificio (l’equivalente, di volta in volta, di un caffè, un cappuccino o una piccola colazione) era non solo sopportabile ma anche doveroso. Adesso è ormai chiaro a tutti l’ “inganno dei sussidi” (è stato un titolo del Corriere della Sera) e soprattutto che, caffè dopo caffè, cappuccino dopo cappuccino, la spesa per incentivi (senza considerare i costi a suo tempo definiti “occulti”) alle rinnovabili costerà in media più di 200 euro a testa all’anno ( oltre 12 miliardi  : 60 milioni di italiani). La spesa per l’elettricità non è infatti solo quella domestica e la dobbiamo pagare, in un modo o nell’altro, tutti. E qualcuno è già da ora costretto a rinunciare a qualcosa di più che la colazione al bar. Saranno invece in pochi a beneficiare dei ricavi; speriamo che, a loro volta, non utilizzino questi vergognosi profitti solo per bere caffè e cappuccini: tanta caffeina farebbe molto male alla salute di così poche persone.

– Pag. 16.

Ed ecco esplicitato il rovesciamento logico del ragionamento. Dopo avere elencato con puntiglio gli errori della politica incentivante (pur rinunciando all’elenco di quel vero e proprio bollettino di guerra che era il prologo della bozza resa pubblica il mese scorso) il Governo giunge a definire, tra gli “elementi chiave” dei decreti, i provvedimenti contrari alle sue stesse ipotesi:

“Il Governo intende puntare sulle Energie Rinnovabili (in maiuscolo: forse le considera delle Divinità. Ndr), superando in maniera significativa gli obiettivi al 2020 (dal 26 al 32 – 35% del consumo nel settore elettrico), ma evitando un forte aumento in bolletta per gli italiani…” Evidentemente l’aumento di 3 miliardi all’anno di spesa per la sola bolletta elettrica non viene considerato “forte”. O forse non viene considerato “aumento forte” se pensato in proporzione (e aggiunta) ai 9 attualmente pagati.

“… e incrementando fino a ulteriori 3 miliardi di euro all’anno gli incentivi a regime (dai 9 attuali a 12 miliardi), con un impegno complessivo nei vent’anni di ulteriori 60 miliardi che si aggiungono agli attuali 170 miliardi circa.” Il significato in termini relativi al PIL ed al debito pubblico esplicito è stata fatta sopra in occasione del commento a pagina 12. Per non fare la figura degli straccioni, quindi, per evitare che qualcuno dicesse che 170 miliardi gli sembravano pochi. Come diceva Totò nel film: “Ma sì: abbundandis ad abbondandum”.

“Ci avviciniamo ai livelli europei di incentivi unitari, pur rimanendo al di sopra degli altri Paesi…” Sempre citando Totò nello stesso film: “Che dicono che noi siamo provinciali, siamo tirati”. Preoccupa un po’ il fatto che questo è un testo governativo e non la sceneggiatura di una commedia all’italiana. O forse è proprio l’ultimo episodio di una commedia senza fine dell’Italia del Duemila?

“Si stabilizza l’incidenza degli incentivi in bolletta producendo una riduzione di spesa di circa 3 miliardi di euro all’anno rispetto al costo inerziale che si sarebbe raggiunto con il precedente regime”. Cioè si comunica, dopo avere fatto l’elenco dei danni già provocati, la ferma intenzione di aumentare la spesa in bolletta di altri 3 miliardi ma non di 6, per dare una prova di fermezza a chi credeva che al Governo sedessero direttamente le lobby delle rinnovabili. Nessuno aveva mai parlato di un aumento di 6 miliardi, prima. Il “precedente sistema” consisteva nel permettere agli speculatori eolici di fare tutto quello che volevano, obbligando lo Stato a comperare a piè di lista tutta l’energia che producevano al prezzo che essi stessi avevano fissato. Ma che bel modo di ragionare! Sarebbe come se un rapinatore in un’aula di giustizia avocasse a propria difesa l’intenzione di dimezzare per i prossimi anni l’entità dei suoi colpi in banca. Come diceva Flaiano: “La situazione in Italia è grave ma non seria.”

“Si sposta il mix verso le tecnologie con maggiori ricadute sulla filiera economica del Paese e maggiore contenuto di innovazione.” Come sopra. Il maggiore destinatario dei 3 miliardi di nuovi incentivi è l’eolico industriale per il quale non esiste nessuna filiera italiana e l’innovazione è quella dei mulini a vento.

– Pag. 18.

Si specifica il punto di pagina 16 per il non fotovoltaico: livelli di incentivi “convergenti” verso media europea (che bella cosa l’ipocrisia!), incentivazione di tecnologie “virtuose” come prima, ma qui con la beffa dell’aggiunta dell’impatto ambientale (aerogeneratori alti ormai 185 metri sui crinali: forse “impatto ambientale” deve essere inteso al contrario di quello che si potrebbe intuire, cioè ricerca del “maggiore” impatto ambientale) e infine il nocciolo della questione, attorno a cui ruotano tutti questi bei discorsi buonisti e salvifici:

“Crescita graduata e controllata della spesa per incentivi a rinnovabili elettriche non fotovoltaiche fino a 5-5,5 miliardi di euro all’anno (da circa 3,5 attuali) e successiva stabilizzazione entro il 2020.” A parte il fatto che la crescita della spesa per rinnovabili non FV di due miliardi di spese all’anno entro il 2020 forse sarà graduata e controllata ma sarebbe una cifra spropositata anche in assenza di precedenti incentivi e sarebbe quindi stato logico suggerire un stop almeno fino al 2020, senza bisogno di gradazione e controlli, per spendere questi 2 miliardi all’anno (per farmi capire meglio: sarebbero stati, in lire, 4 mila miliardi) in qualcosa di più sensato. Magari riducendo le tasse e non aumentandole, sia pure in modo occulto. Insomma: un’offesa al buon senso degli italiani e una vergogna: le mezze vergogne non esistono.

Il commento alle pagine successive era già stato fatto da noi in occasione della pubblicazione delle bozze: per l’eolico, al contrario delle biomasse e dell’idroelettrico, non ci sono stati ulteriori allentamenti del rigore per il regime delle aste. Rimane solo da commentare la

– Pag. 31.

“Complessivamente per le rinnovabili è prevista una crescita e stabilizzazione della spesa a 11,5-12 miliardi di euro all’anno entro il 2020 …” di cui 6,5 per il fotovoltaico e 5-5,5 per le altre rinnovabili. Questo porta a capire come si è giunti a queste perverse conclusioni. Riepilogando: gli obiettivi europei con i quali si voleva convincere gli italiani a pagare senza lamentarsi sono già stati raggiunti, ma, fermandosi ora, al FV andrebbero 6,5 miliardi all’anno e agli altri, insieme, “solo” 3,5. Riduciamo d’imperio gli incentivi al FV, visto che abbiamo esagerato? Giammai: pacta sunt servanda! (magari non con i lavoratori italiani ai quali si possono cambiare le carte in tavola da un giorno all’altro tutti i giorni e senza remore, ma con i grandi gruppi finanziari le promesse fatte si devono sempre rispettare, anche quando sono folli). Quindi che si fa? Si aumentano (in un decreto esecutivo!) gli obiettivi europei e si aumentano di conseguenza gli incentivi anche agli altri fino a 5,5 miliardi. Di che cosa vi lamentate? Avete visto: se non ci sosse stato il Governo ed a decidere fossero state direttamente l’ANEV e le altre associazioni di categoria, come è accaduto finora, avremmo speso 3 miliardi in più all’anno. Evviva l’Italia.

Il problema ora è però sul punto di trovare una rapida soluzione, lasciando fare al caso.

La scorsa settimana, subito dopo la preoccupante notizia del crollo della produzione industriale a febbraio, è giunto il dato della richiesta di energia elettrica a marzo. La domanda è scesa del 5,2% rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Ricordo che nel 2009, l’anno passato alla storia come quello della “Grande Recessione”, la domanda interna di elettricità rispetto all’anno precedente era diminuita del 5,8%. A differenza del 2009, l’attuale diminuzione della produzione industriale e quella della richiesta di energia che anticipa una caduta di produzione che si è verosimilmente accentuata, avviene in un contesto economico internazionale, se non ottimale, certo positivo. La spiegazione della diminuzione ha perciò cause endogene. La domanda interna è in palese difficoltà per la decisione di affrontare il problema del deficit dal lato delle entrate, per salvaguardare al massimo i beneficiari della spesa pubblica. La debolezza deriva quindi da un minor potere di acquisto e da una conseguente diminuzione dei consumi e degli investimenti privati per mantenere inalterate le uscite della Pubblica Amministrazione. E non si sono ancora concretizzati i previsti prelievi per l’IMU e per l’aumento dell’IVA…

Così procedendo ci sarà sicuramente un indubbio vantaggio: il traguardo del 32 – 35% al 2020 previsto inopinatamente ed indebitamente in questo decreto esecutivo si potrà raggiungere con facilità con la produzione di energia elettrica da rinnovabili che si realizzerà già quest’anno. Con l’aumento della produzione a regime degli impianti installati nel 2011 e nel 2012, con una maggiore cura della produzione da idroelettrico, con l’energia “verde” importata (importo che può e deve essere contabilizzato in base agli impegni assunti con l’Europa) si potrà realizzare un risultato non lontano dai 100 TWh. A garantire che il rapporto superi abbondantemente il 30% dei consumi provvederà il tracollo economico, provocando la caduta del denominatore del rapporto. Non so se e quanto ci si possa rallegrare…

Recentemente qualcuno ha paragonato il destino dell’Italia a quello della vittima sul treno nel romanzo di Agatha Christie “Assassinio sull’Orient Express”, ucciso da (quasi) tutti gli altri passeggeri. Per quello che riguarda l’assassinio del bilancio pubblico italiano (e di conseguenza dello Stato), i colpevoli sono molti di più, alcuni dei quali con l’attenuante della involontarietà, per avere agito nel nome di motivi nobili (seppure spesso solo in teoria) e, qualche volta, di ideologie che la Storia ha condannato.

Nel caso di questo decreto questa attenuante non vale: ora si è perfettamente consapoveli dei suoi costi e delle sue iniquità, ma si vuole perseverare ad infliggere pugnalate al Paese. Così facendo si colpisce consapevolmente, come Maramaldo, un uomo morto.

Un Governo autorevole, anzichè aumentare la spesa per incentivi, dovrebbe superare in determinazione quanto fatto dal Governo spagnolo. Per dare il segno di una inversione di tendenza potrebbe accollare ai redditieri, finora considerati intangibili, di FV ed eolico l’onere di finanziare in toto (almeno) la costruzione delle nuove reti che essi stessi hanno reso necessarie.

Nelle parole del Corriere della Sera: “Un 13% della bolletta se ne va per i servizi di rete, il cui onere appare destinato a salire per effetto della generazione distribuita. Un conto è la vecchia infrastruttura pensata per 400 centrali (già troppe. Ndr), un altro e ben più costoso conto è oggi connettere microcentri di produzione in numero mille volte superiore.”

E magari, per mantenere keynesianamente inalterata la domanda aggregata, tassare le rendite elettriche sussidiate destinando il ricavato alla ricerca, a cui attualmente sono assegnati, per il tramite della bolletta elettrica, appena 41 milioni, contro i 12 miliardi regalati alle rinnovabili.

La ratio dei provvedimenti tesi a limitare i vergognosi profitti degli speculatori è contenuta nelle parole dello stesso Ministro Clini riportate dal “Carlino” del 12 aprile: “Basta con gli incentivi eccessivi che hanno fatto parlare di guadagni da spacciatori” scherza il Ministro Clini che però aggiunge “ma anche salvaguardia delle opportunità di crescita di un settore fondamentale”. Attraverso l’utilizzo di parte dei “guadagni da spacciatori” (usando le parole di Clini) già realizzati, si potrebbero finanziare altre soluzioni, veramente alternative alle cetrali tradizionali, senza ulteriori aumenti della spesa pubblica ed in bolletta elettrica, salvando capra e cavoli ed ottenendo un risultato di equità, in analogia con quanto a suo tempo realizzato con i profitti di guerra.

Ma per prima cosa: fermiamo da subito la spesa e soprattutto basta eolico industriale sui crinali, come è già stato fatto per i pannelli FV su suolo agricolo.

 Alberto Cuppini per la Rete della Resistenza sui Crinali 

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