Schema del decreto esecutivo per ridefinire gli incentivi agli impianti ad energia rinnovabile (escluso il fotovoltaico).

Questo documento illustra, in sintesi, gli articoli dello schema di decreto del Ministero dello Sviluppo da tempo previsto per attuare la riforma degli incentivi.

Si tratta appunto solo di uno schema di decreto, ora trasmesso alla Conferenza Stato Regioni ed alla Autorità della Energia Elettrica ed il Gas per la firma, ma sarei sorpreso, visto l’iter di sviluppo delle bozze di redazione di questo testo, se ci dovessero essere stravolgimenti (pure possibili e che dobbiamo contrastare in ogni modo) dell’ultima ora. La finalità del decreto (art. 1) è “sostenere la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili in misura adeguata al perseguimento dei relativi obiettivi, stabiliti nei Piani di azione per le energie rinnovabili di cui all’articolo 3, comma 3, del decreto legislativo n. 28 del 2011”. Ha perciò solo questa finalità di realizzazione del PAN (Piano di Azione Nazionale, presentato al vaglio dell’Unione Europea nel settembre del 2010) e non le altre che i considerata iniziali potrebbero lasciare intendere e che hanno solo valore, contrariamente a come sono state presentate all’opinione pubblica, di indirizzo politico.

Il presente testo, limitato all’analisi dei nuovi incentivi all’eolico per impianti superiori ad 1 MW, integra le considerazioni, di carattere più generale:

https://reteresistenzacrinali.wordpress.com/2012/04/16/se-230-miliardi-di-euro-vi-sembran-pochi/

alle quali rimando per inquadrare il problema dei sussidi alle rinnovabili in un contesto più ampio.

Lo schema di decreto fissa quelli che sono gli obiettivi per il triennio 2013-2015: nei prossimi anni dovremo fare i conti con queste nuove regole del gioco; conviene quindi esaminarle nel dettaglio. Per l’eolico-industriale esse sono:

1) La volontà pianificatoria a livello statale e la fissazione di un tetto massimo di spesa per gli oneri da incentivazione.

2) L’apparente conferma, ottenuta indirettamente dalla definizione di 550 MW complessivi annui incentivabili nell’immediato futuro, del valore obiettivo finale (in termini di potenza installata) sulla base di quanto fissato dal Piano di Azione Nazionale (PAN) per il 2020 (per l’eolico a terra: 12.000 MW), che sembra ancora rappresentare, di fatto, un tetto massimo, come da noi auspicato e a differenza di quanto accaduto per il fotovoltaico. Purtroppo, come abbiamo visto, i considerata del decreto ed il messaggio rilanciato dalla stampa di parte inducono a temere un’altra interpretazione, più espansiva.

3) La riduzione degli incentivi nella volontà di adeguarsi ai livelli degli altri Paesi europei e l’abbandono dei certificati verdi, sostituiti da una tariffa di tipo “feed-in premium” variabile per potenza ed in progressiva diminuzione ogni anno. L’incentivo sarà ventennale anzichè quindicinale, ma non rinnovabile automaticamente in caso di rifacimenti. 

4) La fissazione della soglia di 5 MW di potenza per ciascun impianto come discriminante tra la procedura delle aste al ribasso e quella della iscrizione ai registri.

Dovranno sottostare al nuovo regime gli impianti che non saranno entrati in esercizio entro il 31/12/2012.

La principale preoccupazione governativa pare essere il contenimento della spesa per incentivi, andata ampiamente fuori controllo, specie dopo il cedimento sul fotovoltaico l’anno scorso. Nonostante la minore prodigalità, il tetto di spesa (escluso il FV) viene definito in 5,5 miliardi che si vanno ad aggiungere ai 6,5 miliardi all’anno per il FV. Se a questi costi (che senza il contorto meccanismo dei CV perdono parte della loro opacità e diventano ben visibili) si sommano, in particolare, i costi di adeguamento della rete elettrica e quelli collegati alla necessità di tenere comunque in funzione impianti “caldi” in funzione di back up, si ottiene una spesa complessiva annua per favorire le rinnovabili prossima ai 15 miliardi, che rappresenta l’uno per cento dell’attuale PIL italiano (!). Un onere, dunque, schiacciante e che difficilmente potrà essere sostenuto senza far collassare il sistema produttivo.

Proprio per contenere la spesa, dopo il 2013 tutti gli incentivi per i nuovi impianti verranno decurtati del 2% all’anno rispetto all’anno precedente, a meno che la potenza complessivamente assegnata tramite le procedure d’asta e registro sia inferiore all’ 80% rispetto alle quantità rese disponibili per l’anno. Questa decurtazione sarà perciò accompagnata da una progressiva e parallela perdita di interesse per i siti meno ventosi.

Procedure d’asta.

Senza scendere troppo nel dettaglio per quello che riguarda i meccanismi delle aste (per impianti superiori a 5 MW), ne espongo di seguito le procedure che più ci interessano.

Le aste verranno indette annualmente dal GSE per gli impianti eolici on shore e sappiamo già che saranno aggiudicate potenze di 500 MW all’anno per il triennio 2013-2015. Verosimilmente si tratterà di una quindicina o, al massimo, una ventina di grandi impianti (potenziali) all’anno in tutta Italia per i prossimi tre anni.

Il bando della prima asta sarà pubblicato entro il prossimo 31 luglio e le aste successive verranno tenute annualmente.

Per partecipare alle aste è necessario avere già ottenuta l’autorizzazione all’impianto o, per gli impianti inferiori ai 20 MW, almeno la VIA positiva.

Particolarmente importante appare la necessità di una garanzia bancaria oppure un capitale sociale minimo versato pari ad almeno il 10% dell’investimento richiesto per l’impianto per il quale si partecipa all’asta. Stiamo perciò parlando di importi di capitale di rischio almeno nell’ordine del milione di euro, contro gli attuali, risibili, 10.000 euro di capitale sociale delle srl, che hanno permesso leve finanziarie inusitate nell’economia legale e, di conseguenza, lo sbocciare di improvvise enormi fortune, a torto ritenute, dai miracolati beneficiari, un diritto acquisito da perpetuare.

Le aste al ribasso partiranno con offerte non inferiori al 2% alla base d’asta (127 euro al MWh per la prima asta) fino ad una riduzione massima del 30% della base (quindi, per la prima asta, la tariffa minima garantita sarà 88,90 euro al MWh). L’incentivo sarà calcolato come differenza tra questa tariffa feed-in ed il prezzo orario zonale dell’energia elettrica. Un altro brusco risveglio, quindi, che taglierà progressivamente fuori, oltre ai tanti desperados con cui abbiamo avuto a che fare in questi anni e che non saranno in grado di versare adeguati capitali di rischio, anche chi cercava speculazioni nei siti meno ventosi, salvando, almeno dagli impianti più grandi, centinaia di montagne già apparentemente condannate.

Ovviamente il criterio di assegnazione seguito nelle aste sarà quello della maggiore riduzione percentuale offerta e, a parità di offerta, saranno favoriti gli impianti già in esercizio e, se necessario, come ulteriore criterio verrà adottata l’anteriorità del titolo autorizzativo.

In ogni asta verrà assegnato l’intero contingente disponibile nell’anno sommato alle quantità previste eventualmente non assegnate gli anni precedenti.

Gli impianti on shore vincitori dovranno entrare in esercizio entro 24 mesi, pena una decurtazione dell’incentivo proporzionale al ritardo e la perdita del titolo se il ritardo si protraesse per altri 24 mesi.

Sarà difficile, specie nell’immediato futuro e stante l’arretrato di impianti già autorizzati ed in attesa di finanziamenti (da smaltire con le aste), che, per gli impianti di potenza superiore ai 5 MW, ci sia la presentazione di ulteriori nuovi progetti. O, almeno, cesserà il diluvio di progetti raffazzonati accompagnati da compiacenti studi di impatto ambientale con cui ci siamo dovuti confrontare in questi ultimi anni e che hanno saturato le capacità operative degli uffici amministrativi preposti alla loro valutazione ed esasperato la pazienza di intere comunità montane lungo tutto l’Appennino, che venivano improvvisamente, ed a capriccio, aggredite dalle pretese speculatorie di soggetti sempre più improbabili e famelici.

L’insieme di queste disposizioni va nella direzione di favorire le aziende più grandi e più efficienti. Verranno trascurati i siti meno ventosi per la localizzazione degli impianti più grandi. In questo modo si realizzerà, implicitamente, la pubblicità dei dati anemometrici. Si rafforza tuttavia il rischio di comportamenti collusivi da parte dei pochi player residui per limitare la concorrenza. Confidiamo perciò nella severa applicazione della normativa anti trust, pur nella consapevolezza che nessun meccanismo incentivante è perfetto.

Procedure di iscrizione a registro.

Gli impianti nuovi, di potenza compresa tra uno e cinque MW, verranno incentivati con una tariffa feed-in iniziale di 135 euro all’anno per venti anni, anzichè quindici come per i CV, ma è scomparsa la possibilità di prolungare di altri 15 anni l’incentivazione in caso di sostituzione di parti delle macchine. Questa categoria sarà anch’essa soggetta a contingentamento: 50 MW annui per il prossimo triennio.

Per accedere agli incentivi, gli impianti di questa dimensione dovranno chiedere l’iscrizione ad un registro che sarà reso pubblico entro il prossimo 31 luglio. I registri saranno aggiornati semestralmente. Le graduatorie si formeranno in base al criterio principale della minor potenza dell’impianto e, a parità di potenza, sull’anteriorità del titolo autorizzativo. Negli anni successivi varrà, come criterio principale, l’iscrizione al precedente registro, che non subirà scorrimenti. In altre parole: dal prossimo anno i nuovi impianti per i quali si chiederanno gli incentivi si dovranno mettere in coda a tutti quelli già a registro e non autorizzati in quanto eccedenti il contingente per il 2013.

Anche per questa categoria sono previste penali per la ritardata entrata in esercizio, questa volta fissata in 12 mesi, fino ad un massimo di altri 12. La penalizzazione si estenderebbe, in questo caso, anche qualora questi impianti venissero di nuovo autorizzati in futuro.

L’eolico è, in proporzione, la fonte energetica a cui sono riservate dallo schema di decreto nel prossimo futuro le quote maggiori di nuovi impianti rinnovabili-industriali sopra il MW di potenza che saranno autorizzati. Il prossimo anno, ad esempio, la quota dell’eolico rappresenterà da sola circa due terzi del totale non FV. Una scelta, perciò, insieme iniqua ed irrazionale.

Il totale di 550 MW annuo di nuovi impianti eolici on shore previsto per il triennio 2013-2015 rappresenta, in termini relativi, la metà dell’installato medio annuo del triennio 2009-2011 (circa 3.300 MW complessivi), quando la speculazione ha imperversato senza controlli.  Ma, in termini assoluti, un simile ammontare sarebbe stato considerato, non più tardi di sette o otto anni fa, una follia ed una barbarie senza precedenti per gli inutili danni ambientali e paesaggistici arrecati in così breve tempo.

 Impianti oggetto di rifacimento.

Gli impianti soggetti a rifacimento totale o parziale non sono sottoposti ad asta, ma sono anch’essi contingentati nella misura di 150 MW all’anno per il triennio 2013-2015.

Non intendo esaminare le procedure di incentivazione di questa categoria, in quanto si tratta di impianti già installati. Noto solo che la loro esclusione dalle procedure d’asta e la cospicua entità dei contingenti ammessi farà sì che la spesa per essi sostenuti dalla collettività sarà ingente.

A questo punto può essere utile un confronto tra quanto previsto dallo schema rispetto a quanto le associazioni ed i comitati avevano suggerito con la lettera ai Ministri dello scorso dicembre nei 7 punti finali:

https://reteresistenzacrinali.wordpress.com/2011/12/19/anche-le-reti-dei-comitati-sottoscrivono-la-lettera-delle-associazioni-ambientaliste-ai-ministri-per-la-riduzione-e-la-regolamentazione-degli-incentivi-alleolico-industriale/

1) Si attui, preventivamente, un censimento degli impianti già installati e di quelli già autorizzati su tutto il territorio nazionale.

Nessun censimento è stato previsto. Valgono come ufficiali, per gli impianti realizzati, i dati complessivi, e disaggregati per regioni, forniti annualmente dal GSE.

In realtà il censimento degli impianti autorizzati (superiori ai 5 MW) si realizzerà di fatto perchè solo gli impianti già autorizzati potranno avere accesso alle aste. Il censimento degli impianti autorizzati tra 1 e 5 MW si realizzerà direttamente con l’iscrizione ai registri.

2) Nel frattempo si proceda ad una moratoria, così come sollecitato anche dal Tavolo della domanda di Confindustria nella lettera al Ministero dello Sviluppo Economico dello scorso ottobre, nella quale si parlava, senza mezzi termini, di “rischi di collasso” per il sistema elettrico e della necessità di evitare “una grave debacle per il sistema elettrico ed il sistema industriale italiano“.

Nessuna moratoria, anzi. Si partirà con la prima asta ed il primo registro già dal prossimo luglio, quando saranno assegnati tutti i 550 MW per il 2013. Sempre in luglio verranno assegnate quasi tutte le quote per l’eolico off shore previste dal PAN per il 2020 (650 su 680 MW). Questo sembrerebbe preludere ad una scelta, negli anni successivi al 2015, proprio a favore dell’off shore, più costoso ma anche più efficiente e di minore impatto paesaggistico.

3) Sia ridotta la soglia degli certificati verdi emessi annualmente.

I certificati verdi diventano storia. Per gli impianti in essere (o per meglio dire quelli entrati in esercizio entro il 31 dicembre 2012) i sussidi saranno sostituiti per gli anni di incentivazione residua da una tariffa feed in di importo analogo a quello attuale dei CV (sarà il 78% della differenza tra 180 euro ed il prezzo medio di vendita dell’energia dell’anno precedente).

4) La installazione di potenziale fotovoltaico eccedente il valore obiettivo proposto all’Unione (8.000 MW, mentre siamo già a quasi 12.000 MW in esercizio) vada a detrazione della quota prevista dal PAN per l’eolico.

Non è stata prevista questa forma di detrazione. Tuttavia, dalla lettura dello schema di decreto del burden sharing tra le Regioni, anche questa detrazione è implicita, in quanto il valore obiettivo assolutamente vincolante (e passibile di gravi ripercussioni economiche per gli inadempienti) fissato per ogni Regione dal Governo nazionale è stabilito in una quantità finale di energia “pulita” prodotta TOTALE, senza distinzione di fonte: si è posto come vincolante per le Regioni esclusivamente l’obiettivo dato da un rapporto fissato dal Governo centrale tra produzione di energia rinnovabile e consumo regionale lordo finale. Perciò: siccome c’è dovunque un eccesso di produzione da fotovoltaico rispetto a quanto previsto dal PAN, questo potrà essere portato a detrazione della energia pulita da produrre obbligatoriamente da ciascuna Regione. Dovrà essere impegno di tutti noi, sul territorio, fare rispettare queste quote regionali senza eccessi di zelo (eccessi che dobbiamo attenderci e contrastare: i politici locali considerano questi impianti non un “burden” – un fardello – ma una mucca da mungere per ottenere gli incentivi da Pantalone).

5) Le quote di potenziale eolico da installare annualmente tramite il sistema delle aste al ribasso venga definito dal Governo nazionale, e non delegato alle Amministrazioni periferiche, più facilmente condizionabili dagli enormi interessi in gioco. In ogni caso ribadiamo l’assoluta opportunità e legittimità di tagliare gli incentivi a questa tecnologia, allocabile in aree sempre meno ventose, in ragione del nuovo apporto energetico da fotovoltaico. Altresì, il sistema per gli impianti inferiori a 5 MW deve essere ulteriormente reso garantista poichè tale potenza è di per sé non trascurabile quando si parla di impianti da fonte rinnovabile. Ne sia un esempio la drammatica deregolamentazione degli impianti eolici e fotovoltaici da 1MW che imperversano in Puglia e Basilicata.

Fortunatamente la programmazione è stata confermata a livello nazionale, ma l’unica garanzia (molto debole per il futuro) per controllare l’installazione degli impianti di potenza compresa tra uno e cinque MW risiede nel contingentamento. Installare un impianto di dimensioni sotto i 5 MW è ora molto più conveniente economicamente rispetto alla precedente disciplina dei certificati verdi; se non fosse stato previsto il contingentamento si sarebbe scatenata una lotta al coltello per montare pale ovunque. Così, invece, i fortunati saranno relativamente pochi. Al contrario, con le aste, si ridurranno moltissimo i margini di profitto per gli impianti più grandi.

6) Per analoghi motivi, la definizione delle quote regionali di burden sharing prevedano anche delle quote massime per regione, oltre le quali gli incentivi pubblici non dovrebbero essere più assegnati.

Non sono state previste dal decreto sul burden sharing quote massime per Regione, ma soltanto minimi di produzione da impianti FER (vedi il punto 4). Anche in questo caso, però, questi massimi vengono implicitamente fissati dalla spesa complessiva che il Governo è disposto a tollerare.

Dovrà essere nostra cura verificare che le Amministrazioni locali non attuino (come stanno attuando) delle fughe in avanti per garantirsi quanti più incentivi possibili prima che essi finiscano (cosa che potrebbe accadere, come abbiamo visto le settimane scorse in Spagna e Portogallo e come pare accadrà anche in Gran Bretagna, in qualsiasi momento).

7) Si affronti il tema della decarbonizzazione del nostro sistema Paese partendo da un approccio multidisciplinare, scevro da ideologie preconcette, concertato e soprattutto basato sul maggior valore aggiunto in termini di risultato nella lotta ai gas serra.

Non è stato fatto niente di tutto questo, ma nessuno se lo sarebbe aspettato. Come già più volte notato, la mancanza di un piano energetico nazionale rende tutto questo sforzo di contenimento delle emissioni da combustibili fossili un sacrificio, ancorchè costosissimo, in gran parte simbolico. Non è questa la sede per trattare dell’utilità di una pianificazione e del perchè in Italia non sia mai stata fatta.

Per dare un giudizio conclusivo di sintesi al provvedimento (fingendo, per carità di patria, che la logica tecnica e scientifica sottesa alle rinnovabili elettriche sia razionale) possiamo affermare che:

Il sistema delle aste al ribasso appare quello teoricamente migliore per il raggiungimento degli obiettivi che si riproponeva il PAN con la minor spesa collettiva, ma questo meccanismo, così come il “burden sharing” regionale,  si sarebbe dovuto adottare PRIMA di installare impianti “rinnovabili” a capriccio, tollerando e spesso favorendo per un decennio una situazione di sfrenata anarchia e di sussidi spropositati.

E’ invece grottesco applicarlo adesso a risultato raggiunto (come è grottesco pubblicare adesso il decreto del “burden sharing”, a tutela di amministrazioni regionali che sono al contrario entusiaste di vedere i propri territori invasi, per quanto più possibile, da questi impianti devastanti ma apportatori di qualche spicciolo alle esauste casse di una politica insaziabile), quando l’unica cosa sensata da fare sarebbe stata una moratoria di tutti questi impianti (se non altro per attendere la prevista riduzione dei loro costi, nuove reti, efficaci sistemi di accumulo di energia prodotta in modo intermittente e, soprattutto, lo sviluppo di soluzioni tecnologiche veramente alternative o, almeno, più razionali di queste) e l’assoggettamento degli impianti attivi eccessivamente incentivati ad una tassazione in grado sia di finanziare, da sola, la soluzione dei problemi tecnici di sistema da essi stessi innescati che di assorbire gli scandalosi extra profitti causati da anni di eccessi speculativi che la politica non solo non ha ostacolato, ma ha entusiasticamente favorito. I motivi di questo comportamento irresponsabile, comune a tutti i Governi dell’ultimo decennio, andrebbero indagati, senza dovere attendere i severi giudizi della Storia. Ma di questo ho trattato nel post precedente, a cui facevo riferimento all’inizio.

Alberto Cuppini

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Varie. Contrassegna il permalink.