La “Nuova Strategia Energetica Nazionale”. Brutte notizie per l’Italia.

Da qualche giorno è stato reso pubblico dal Ministero dello Sviluppo economico un rapporto che rappresenta una bozza del previsto documento concernente la cosidetta “Nuova Strategia Energetica Nazionale” (da questo momento SEN) fino al 2020, onde permetterne la consultazione agli interessati e sollecitare un loro contributo:

https://reteresistenzacrinali.files.wordpress.com/2012/09/sen-7-settembre-20121.pdf

A pag. 66 si domanda esplicitamente ai lettori: “La Strategia prevede un continuo supporto agli investimenti in rinnovabili, seppure con livelli di incentivo ridotto rispetto al passato (ma solo per i nuovi impianti. Ndr) … Sono auspicabili scelte diverse? In quale direzione?”.

E’ dunque mia intenzione diffondere tale testo e suggerire alcune considerazioni (fortemente) critiche: un documento di questo tipo era stato a lungo auspicato, ma i contenuti sono deludentissimi.

Premetto che limiterò questo mio intervento concentrandomi su ciò che riguarda le “rinnovabili” elettriche ed in particolare l’eolico industriale on-shore; eviterò quindi di occuparmi delle altre questioni, molte e molto complesse, ed in particolare di quanto è apparso a prima vista l’aspetto più preoccupante per le associazioni ambientaliste: l’enorme aumento dell’estrazione di idrocarburi nel territorio nazionale.

Per evitare di ripetermi, invito chi mi dedica la propria attenzione per la prima volta a leggere con cura le osservazioni che feci in occasione della pubblicazione dell’ultimo schema di decreto esecutivo per la modifica degli incentivi alle “rinnovabili non fotovoltaiche”:  https://reteresistenzacrinali.wordpress.com/2012/04/16/se-230-miliardi-di-euro-vi-sembran-pochi/

tenendo sott’occhio il documento dello scorso aprile realizzato dal Governo per la presentazione alla stampa di quello schema, anche perchè alcune sue pagine sono state traslate, senza modifiche, nel testo di cui ci stiamo ora occupando:  https://reteresistenzacrinali.files.wordpress.com/2012/04/20120411-dm-rinnovabili_vpresentata2.pdf

Tale schema è stato poi ulteriormente peggiorato nel testo definitivo del decreto del luglio scorso:  https://reteresistenzacrinali.wordpress.com/2012/07/13/sacrifici-per-tutti-gli-italiani-e-regali-agli-speculatori-delle-rinnovabili-industriali/

Confermo tutto quanto scritto a suo tempo, riscontrando non con orgoglio ma con amarezza di essere stato (facile) profeta di sventura.

Nel testo ministeriale della SEN si trova l’elemento mancante necessario a giustificare lo spropositato investimento di ulteriori 3,5 miliardi annui eccedenti la spese corrente di 9 miliardi (assolutamente imprevista in questo ordine di grandezza fino a un paio di anni fa) di incentivi, stante il già avvenuto raggiungimento dell’obiettivo per il 2020 degli obblighi comunitari per il settore delle rinnovabili elettriche previsti dal Piano di Azione Nazionale (PAN) presentato all’Unione Europea non più tardi del giugno 2010.

Come sempre, il diavolo è nei dettagli; in un numero, in questo caso: il 38. Pare infatti che il Governo abbia deciso sua sponte di aumentare i target di energia prodotta da rinnovabili per il 2020 dal 17% dei consumi energetici finali, come negoziato nel 2007 dal Ministro Pecoraro Scanio presso l’UE che allora pretendeva il 20%, di nuovo al 20%. Comportamento ondivago ed alquanto strano, in verità, ma niente di troppo male, fino a questo punto: si può sempre cambiare idea.

Basta fingere di non riconoscere, come invece si riconosceva non più tardi del 2007 quando appunto il Governo italiano ne negoziava la riduzione, che questi obblighi comunitari sono un burden sharing a carico di tutti i paesi europei, ma presentarli piuttosto all’opinione pubblica italiana come un bene (un Bene) assoluto da perseguire a tutti i costi (fuor di metafora). Il vero guaio nasce quando si capisce che tutto questo aumento si concentrerà sulle rinnovabili elettriche che dovranno passare (badate bene: già dal 2020! ) dal 26,39% al 38% ( ! ) dei consumi elettrici finali, superando persino i valori obiettivo a cui i Ministeri avevano accennato nei considerata del decreto esecutivo del luglio scorso (i già inverosimili 32 – 35%). Per giustificare la spesa che si vuole realizzare a danno dei consumatori, compaiono quindi improvvisamente, oltre alle 100 previste dal PAN, altre 30 TWh (a pag. 61, dove però scappa detto che si dovrebbe prestare una “una maggiore attenzione alle rinnovabili termiche“) di energia elettrica in più da produrre all’anno con le rinnovabili entro il 2020 (ma dovranno essere di più, se si realizzerà la progressione dei consumi prevista dal Governo, per raggiungere il 38%). Ricordo per inciso che sia l’eolico che il fotovoltaico finora installato producono, singolarmente, circa 10 TWh all’anno. Le conseguenze di altre 30 TWh annui sono perciò facilmente immaginabili.

Si concretizza quindi il mio timore, più volte espresso, che la fissazione, in sede di decreto esecutivo, del limite di spesa annuo per le rinnovabili (6,7 miliardi per il FV e 5,8 miliardi per le altre FER) non fosse un tetto massimo di spesa, ma piuttosto il vero obiettivo da perseguire. Non avrebbe avuto senso assegnare altre risorse per raggiungere un obiettivo già conseguito (il 26,39% sui consumi). E che la somma prevista in più era enorme ed il suo totale utilizzo avrebbe potuto comportare un disastro per il territorio italiano, ed in particolare quello montano e collinare. Adesso questa volontà governativa si è esplicitata. Qualcuno nel frattempo si è accorto anche che, con il nuovo sistema incentivante più efficiente, il 32 – 35% non avrebbe permesso di spendere tutta la somma prevista e quindi si è deciso di passare addirittura al 38%.

La paura aumenta se si considera che il tetto massimo di spesa per il fotovoltaico è ormai stato raggiunto e la produzione si dovrà concentrare sulle altre rinnovabili; se a questo aggiungiamo che nel contingentamento dei grandi impianti previsti per l’anno prossimo e soggetti ad asta, per un totale di 1710 MW da assegnare, oltre i due terzi (il 67,25% per la precisione) sono destinati all’eolico (500 on-shore e 650 off-shore), peraltro unico settore i cui costi (pag. 15 del SEN) NON sono previsti in diminuzione da qui al 2035. Per i motivi a noi noti.

Agli altri due “20” del programma europeo c.d. “20-20-20 per il 2020”, e cioè la riduzione in termini percentuali delle emissioni inquinanti e l’aumento della efficienza energetica, vengono dedicate, nel testo, molte belle parole, mentre i relativi stanziamenti risultatano irrilevanti se paragonati allo sforzo che si sta compiendo, e che si intende aumentare, per la produzione di energia e, nell’ambito di tale comparto, una analoga disattenzione, rispetto alle privilegiate “rinnovabili elettriche”, riguarda i ben più promettenti settori del termico (riscaldamento e raffreddamento), per il quale il nuovo obiettivo al 2020 è fissato al 20% con un modesto incremento rispetto al 17,09% del PAN, e dei trasporti, dove l’obiettivo SEN del 10% risulta, chissà perchè, invariato rispetto al 10,14 del PAN. Noto che si tratta dei settori dove, a differenza della produzione di energia elettrica tutta basata su tecnologie estere, si concentrano le eccellenze dell’industria italiana che si vorrebbero, a parole ripetute fino alla noia, favorire. Noi non vorremmo pensare male, ma a volte è impossibile non farlo.

Scompare dunque in questo testo, e nel peggiore dei modi, quella posizione ambigua, quasi uno sdoppiamento di personalità, che si poteva riscontrare nell’evolversi del testo del decreto esecutivo sulle rinnovabili, in cui due posizioni inconciliabili, una fortemente critica verso le rinnovabili elettriche ed un’altra apoditticamente favorevole nonostante ogni evidenza contraria, erano in lotta: ha prevalso la seconda ed è stata zittita la voce contraria. Significativo che siano stati scelte, per illustrare la SEN, le tavole utilizzate per illustrare lo schema di decreto esecutivo in aprile (vedi sopra) che più avevano suscitato le mie critiche di ordine logico (come la numero 5 riportata nella SEN a pag. 64), mentre sono scomparse, ad esempio, le ben più esplicative tavole 12 e 14, autentici atti di accusa contro la politica energetica condotta negli ultimi dieci anni. E dunque eccoci pronti a “superare l’asticella” fissata dagli accordi comunitari e ad assumere (purtroppo in senso negativo) “un ruolo esemplare a livello globale”. Le future generazioni guarderanno ad una scelta di questo tipo in un settore vitale come quello dell’energia con uno spirito critico analogo a quello finora riservato alle più autolesionistiche decisioni prese dai Governi italiani durante il ventesimo secolo. Con una simile politica si raggiungerà sicuramente, in modo indiretto, anche un altro ambizioso obiettivo della SEN, quello della riduzione del 24% dei consumi primari di energia rispetto all’andamento inerziale al 2020, superando anche in questo caso gli obiettivi europei. In quest’ambito, già da quest’anno si otterrano straordinari risultati per il tracollo dell’uso dei carburanti per autotrazione dovuto al carico fiscale, la diminuzione della produzione industriale causata dalla crisi economica e per la diminuzione dell’uso dei mezzi pubblici per l’aumento delle tariffe e la soppressione di molti servizi. Il ricorso ai mulini a vento per garantire la produzione elettrica sarà il logico corollario ad una irrazionale politica di deindustrializzazione ormai in corso e che per certi aspetti richiama alla mente di chi ha la mia età il furore ideologico autodistruttivo dei Khmer rossi: altra ideologia, è vero, ma certo un’ideologia. Che mal sopporta le critiche.

L’obiettivo di crescita del PIL a cui ora si fa riferimento a pag. 34 (1,1% dal 2014 al 2020, che solo pochissimi anni fa sarebbe stato considerato deludentissimo ed insufficiente a coprire l’aumento inerziale dei costi del sistema assistenziale italiano) rimane un’utopia e viene ulteriormente minato da queste sciagurate scelte nel settore energetico. Ricordo che il debito pregresso di 170 miliardi per incentivi alle rinnovabili già assegnate (fonte: Ministero dello Sviluppo) a cui si aggiungeranno gli altri 70 miliardi graziosamente concessi con i decreti di quest’anno (per complessivi 240 miliardi che nel testo della SEN vengono resi, di fatto, obbligatori) peserà sulla prossima generazione di imprenditori e lavoratori italiani. Un peso superiore al 15% del PIL corrente anche trascurando, per carità di patria ed a tacer d’altro, gli oneri ad esso collegati, relativi alla costruzione delle nuove reti elettriche a supporto delle rinnovabili e gli incentivi che si dovranno pagare al settore termoelettrico, come presto vedremo. Temo che, per qualche anno, il totale di questa spesa obbligatoria dovrà ampiamente superare l’uno per cento del PIL. Tale debito, occulto ma reale (anzi: realissimo), si andrà ad aggiungere (oltre alle inefficienze per il sistema industriale che l’eccesso di produzione da rinnovabili sta comportando e comporterà sempre di più) al debito pubblico “esplicito” che ormai si aggira sull’ordine del 125% del PIL e che dovrà essere ridotto in 20 anni (il famigerato fiscal compact) al 60%. L’inizio del percorso di rientro, dopo la lettura di questo documento, non è dei più promettenti…

Così facendo la luce in fondo al tunnel della crisi economico-finanziaria italiana, che i più ottimisti dicono di intravedere, si fa più lontana e più fioca.

Una simile scelta è irrazionale anche dal punto di vista delle emissioni nocive, che potrebbero essere meglio ridotte, a parità di spesa, in una molteplicità di altri modi. Ma soprattutto è irrazionale, per noi della Rete della Resistenza sui Crinali, per la mancanza di una qualsiasi valutazione costi-benefici ambientali, le cui tecniche si potrebbero (e dovrebbero) applicare in particolare per calcolare i costi non aziendali dell’eolico industriale. Ammesso che ci fosse bisogno di trovare ulteriori costi aggiuntivi… Un altro elemento oggettivo di irrazionalità deriva da quanto si afferma a pag. 42 dove si rileva che, come percentuale sui consumi, il calore (riscaldamento e raffrescamento) “rappresenta la quota più importante, pari a circa il 45% del totale, seguito da quello dei trasporti, con poco più del 30% e INFINE da quelli elettrici.” Si sceglie quindi di privilegiare il settore meno importante dei tre e dove gli interventi saranno meno efficienti. Citando di nuovo il documento SEN (a pag. 43) a titolo di esempio: “in Italia un edificio costruito secondo standard di efficienza energetica consente una riduzione dei consumi fino al 70% rispetto ad un edificio tradizionale.” Per riepilogare, cerco di illustrare il concetto in parole povere e con l’esempio delle bio-masse (semplificando troppo: il legno). Questa fonte rinnovabile è comunque inquinante (del resto l’enegia assolutamente “pulita” non esiste) e sarebbe comunque meglio, per il fine che ci si ripropone, limitarne l’uso. Quindi, in primo luogo, risparmiarlo e rendere più efficienti gli usi che già ne vengono fatti. Ma se proprio lo si deve utilizzare, lo si dovrebbe fare per produrre calore, come si è sempre fatto e come è naturale che sia, evitando di usarlo per la produzione di energia elettrica dove il legno ha un rendimento che è solo una frazione, a parità di materiale consumato, dell’uso termico. Il concetto non appare di difficile comprensione, eppure i risultati sono sconfortanti. Se non conoscessimo i veri motivi di simili scelte energetiche, si potrebbe pensare che il consulente scientifico del Governo italiano sia il Dottor Stranamore, passato dal settore delle armi atomiche a quello delle rinnovabili elettriche.

Non intendendo ripetere in questa sede le innumerevoli considerazioni contrarie a questa scelta, avendo già rimandato ai post pubblicati nel sito web della RRC, mi limito a ribadire che l’atteggiamento critico dei comitati, e delle organizzazioni che conducono in parallelo la battaglia contro l’eolico indiscriminato, ricalca, tra le altre, le posizioni, non certo eversive, espresse a più riprese dall’Autorità per l’energia elettrica e il gas, in particolare nella memoria presentata per l’audizione alla Commissione Ambiente della Camera del 19 maggio 2011 e nella relazione annuale sullo stato dei servizi e sull’attività svolta presentata il 27 giugno di quest’anno (i documenti sono consultabili sul sito web della AEEG) e, a livello sovranazionale, dall’OCSE, il cui rapporto, scaricabile in inglese partendo dal sito: http://www.viadalvento.org/analisi-energetica/locse-bacchetta-litalia-sullenergia/

viene tenuto in non cale nei documenti del Governo italiano sull’energia.

Mi limito ad aggiungere alcune osservazioni residuali e non coordinate a sistema.

Difficoltà e contraddizioni.

Si ammette che alcuni operatori del settore energia sono in difficoltà. Non si scorge però nessuna soluzione, soprattutto se le cause di questa difficoltà vengono accentuate. La conclusione inevitabile, se si deciderà di proseguire con questa politica, sarà la necessità di incentivare ulteriormente anche i produttori di energia da fonte fossile che rischiano, giorno dopo giorno, di finire fuori mercato a causa del privilegio chiamato “priorità di spacciamento” assegnato alle rinnovabili .

Contraddizioni non risolvibili causati da un eccesso di impianti non programmabili.

L’inefficacia della soluzione basata sulle rinnovabili si è palesata durante la crisi dell’approvigionamento del metano nello scorso febbraio, stante il picco più alto del freddo. Eppure questa crisi viene usata dal Ministero a contrario per giustificare un ulteriore maggiore ricorso a queste tecnologie inaffidabili in casi di emergenza.

Per quanto riguarda la produzione di energia elettrica, il problema fondamentale dell’Italia, che si accentuerà in caso di una ripresa dell’economia, è l’insufficienza di impianti affidabili per garantire i consumi nei momenti di picco. Con l’eccesso di produzione delle rinnovabili rispetto agli impianti tradizionali le criticità di rete si accentuano, anzichè ridursi. Questo viene rilevato dallo stesso Ministero nella SEN (pag. 76). La prima criticità individuata, che anticipa i prossimi prevedibilissimi blackout senza che venga fornita una soluzione soddisfacente a prevenirli, sono proprio i “rischi per l’equilibrio e la sicurezza della rete … in determinati momenti la produzione nazionale da rinnovabile può superare l’intera domanda nazionale di elettricità. Questo fenomeno è destinato ad acuirsi nel prossimo futuro, con l’aumentare di capacità rinnovabile disponibile”. La seconda, non meno irrisolvibile criticità (se si escludono ulteriori e sempre crescenti incentivi anche per il settore elettrico tradizionale) non è di carattere tecnico ma di mercato: “necessità di garantire un’adeguata capacità di back-up per la sicurezza del sistema e … effetti dello spiazzamento del parco termoelettrico soprattutto CCGT (cioè gli impianti a ciclo combinato. Ndr). La forte incidenza di generazione rinnovabile con scarsa prevedibilità e con rapidi cambiamenti dei livelli di produzione impone infatti un elevato livello di riserva ed un alto grado di flessibilità di tale riserva, che si concretizza in interventi da parte del gestore di rete che possono comportare un incremento dei costi per il sistema, dovuti alla necessità di acquistare maggiori risorse sui mercati di servizi di dispacciamento e sbilanciamento. D’altra parte, il parco termoelettrico, sempre più essenziale per assicurare la sicurezza nelle condizioni di maggior stress descritte sopra, si trova ad essere chiamato in uno spazio temporale sempre più limitato … con effetti sulla dinamica dei prezzi offerti nelle diverse ore della giornata (ne è testimone il recente fenomeno del forte aumento dei prezzi a fine serata, quando la produzione solare cessa). In prospettiva, vi è inoltre la possibilità/il rischio di una riduzione dell’offerta disponibile (per possibili fermate/chiusure di capacità in eccesso sul mercato).” E dunque in questo caso si prospettano non necessariamente black out  ma sicuramente costi, costi, costi… In attesa delle miracolose smart grids e dei fantascientifici meccanismi di accumulo dell’energia. Anche l’annunciata grid parity rimarrà a lungo un’utopia, a meno di aumenti violentissimi e non augurabili dei prezzi dei combustibili fossili.

 Contraddizioni tra preservazione dell’ambiente e rinuncia all’import di energia “pulita”.

Osserviamo infine la contraddizione tra quanto riportato a pag. 39, dove si illustrano le potenzialità, in materia di rinnovabili, del nord Africa e dei Balcani, dove sarebbero necessari forti investimenti anche italiani (ma dove i costi sarebbe solo una frazione di quelli italiani), e la sciagurata decisione, annunciata a pag. 65, di rinunciare all’importazione di tale energia (“perdono in prospettiva rilevanza strategica i progetti di importazione da altri Paesi – Balcani e nord Africa – che si erano ipotizzati nel PAN”), costosissima per le bollette e per il territorio italiano (che non è propriamente il Sahara). Si tratta di un passo indietro di quasi duecento anni nella teoria economica, che dava ormai per acquisita, nell’Occidente democratico e liberale, l’idea che beni e servizi si dovessero acquistare, nell’interesse generale, dove costano meno. Ecco invece questa decisione, dove gli interessi lobbystici e la rinnovata spinta verso politiche mercantilistiche, ispirate ahimè all’esempio tedesco, vengono nascoste sotto argomentazioni autarchiche. L’autarchia! Il Governo italiano sta forse per annunciare una nuova invasione dell’Abissinia?

Sottrazione di competenze alle Regioni.

Stante la valanga di aerogeneratori giganteschi sottesa a questi numeri, e che potrebbe rovesciarsi sui crinali italiani tra il 2015 e il 2020, sarebbe stato opportuno disporre di linee guida rigorosissime in materia.

Le linee guida nazionali sugli impianti FER non hanno soddisfatto le attese neppure dei più pessimisti tra noi e le blande deleghe (o si dovevano forse considerare degli ancora più blandi suggerimenti? ) assegnate alle Regioni sono state, nella migliore delle ipotesi, ignorate. Le Regioni si sono invece mostrate quanto mai desiderose (mi si permetta di generalizzare) di portare quanti più soldi pubblici nelle casse delle potentissime corporazioni coinvolte nell’affare rinnovabili, con buona pace di ambiente, paesaggio, salute dei cittadini e valori identitari.

Il decreto relativo al c.d. burden sharing regionale, poi, ha avuto un esito grottesco, essendosi mostrate le Regioni in asperrima lotta, ma per affastellare il massimo fardello (burden) finanziario sulle spalle dell’intera comunità nazionale ed a nocumento della maggioranza dei loro stessi amministrati.

Si è trattato, nel complesso, di un autentico scandalo e, insieme, la testimonianza di una amoralità diffusa presso le Amministrazioni locali di tutto il Paese.

In questo senso, persino la volontà di modificare l’articolo 117 della Costituzione per riportare allo Stato la competenza in materia di energia (almeno per quanto riguarda le infrastrutture strategiche) non appare così catastrofica, se non altro come garanzia di una maggiore tutela, certo solo parziale ma comunque una tutela, dei singoli cittadini, attestata la maggiore permeabilità, in proporzione inversa alle dimensioni ed al conseguente potere contrattuale, dimostrata dalle Amministrazioni periferiche alle argomentazioni loro proposte dai potenti attori economici in gioco.

Dopo le nostre esperienze sul campo, le affermazioni contenute a pag. 27 del documento SEN, dove ci si preoccupa della “preservazione paesaggistica” e si attesta che le scelte debbano essere fatte “in consultazione con tutte le parti interessate – istituzioni, associazioni di categoria e parti sociali”, ci suonano beffarde.

Consumo di suolo.

Salvo mio errore, non ho scorto nessun accenno, nel testo, allo smisurato consumo di suolo che la SEN provocherà, in particolare nel settore del grande eolico on-shore, visto dove vengono collocati gli aerogeneratori, anche prescindendo da altre considerazioni sulla qualità dei siti. La cosa è tanto più grave se si considera che, quasi contemporaneamente alla presentazione del documento, il Presidente del Consiglio illustrava ai mezzi di informazione il nuovo disegno di legge quadro per il contenimento di tale consumo: http://www.corriere.it/ambiente/12_settembre_14/mario-monti-consumo-ddl-consumo-suolo_18ff313a-fe68-11e1-82d3-7cd1971272b9.shtml

Questa noncuranza al problema da parte del Ministero dello Sviluppo fa il paio con quella del Ministero dell’Agricoltura verso il consumo di suolo agricolo causato dalle infrastrutture ed in particolare da infrastrutture così impattanti come quelle previste dalla SEN. Appare necessario un maggior coordinamento governativo su questo problema.

Sovrappopolazione.

Di sicuro non si legge da nessuna parte, e non solo in questo o negli altri documenti governativi, il problema che ha comportato, e non solo in termini di maggiori consumi energetici e più in generale di stress dell’ambiente italiano, l’improvviso arrivo, in pochi anni, di milioni di immigrati. Tutti gli sforzi per ridurre le emissioni nocive ed i consumi energetici sono inutili di fronte ad una simile massa di nuovi residenti che devono necessariamente (e vogliono) adottare stili di vita e modelli di comportamento più cospicui rispetto a quelli dei loro paesi d’origine. L’argomento dell’immigrazione e dei suoi innumerevoli problemi, al di là di quello ambientale, è un tabù assoluto. La political correctness, la severissima censura a livello planetario, vigila che i principi alla base del corrente modello conformistico omologante e globalizzante non debbano essere messi neppure in discussione da chicchessia. Questa non è la sede per approfondire il problema dell’intensità dei flussi migratori, ma prima o poi qualcuno dovrebbe farlo, per evitare che esso sia risolto dal Fato. Che, come già sapevano gli antichi, ha un potere terrificante. E generalmente è scarsamente benigno verso gli uomini che osano sfidarlo.

 Le reti elettriche.

L’esperienza tedesca insegna che la resistenza delle popolazioni ai tralicci alti 85 metri è stata superiore rispetto a quella contro gli stessi aerogeneratori giganti.

In questo settore sono sottintesi enormi problemi sia di natura economica, sia scientifica che di sostenibilità ambientale. Per affrontare il problema per ora irrisolvibile, se non con i distacchi temporanei dalla rete elettrica degli impianti di rinnovabili (ma la cui produzione va comunque pagata! ) in caso di eccesso locale di produzione, si intende intervenire nel medio periodo rafforzando le linee di trasporto (e dunque con altri costi) e nel lungo periodo con le smart grid e la capacità di accumulo. Le uniche capacità di accumulo di quantità di energia significative sono oggi rappresentate dall’utilizzo degli eccessi di produzione per il pompaggio verso l’alto dell’acqua delle dighe, con conseguente ulteriore aumento del costo dell’energia non programmabile. Per il resto, siamo ancora nell’ambito della fantascienza, o poco meno. Produrre una simile quantità di energia aleatoria come si fa oggi in Italia, anche senza gli ulteriori investimenti qui previsti, senza avere prima risolto concretamente il problema dell’accumulo dell’energia significa avere voluto mettere il carro davanti ai buoi. Sempre ammesso che si possa trovare, in futuro, una soluzione accettabile al problema. Più in generale, il problema dell’energia “pulita” prescindendo dalla produzione in loco di piccole quantità di tale energia per soddisfare appunto le esigenze locali (che era l’obiettivo primario della “rivoluzione verde” e della “decarbonizzazione”) è un controsenso logico destinato a rimanere tale senza la possibilità di accumulare energia a costi competitivi. La soluzione di sostituire (ammesso e non concesso che ci si riesca), per carenze di ordine tecnico dovute alla mancanza di tale capacità di accumulo, le decine di grandi centrali ad idrocarburi e quelle nucleari con una miriade di apocalittici impianti industriali “rinnovabili” incombenti ovunque e collegati da sempre più tralicci e sempre più grandi, si è trasformata in un incubo per tutto il territorio nazionale.

Cito alla rinfusa le cose che si potrebbero fare dirottando i 3,5 miliardi all’anno degli incentivi ancora da assegnare e quelli che si potrebbero ottenere tassando adeguatamente le rendite spropositate degli impianti più grandi già in esercizio che non sono giustificate da niente se non dal privilegio.

Riduzione delle bollette elettriche.

La cosa più banale, se si volesse optare per il rilancio della domanda aggregata partendo dai consumi delle famiglie. Ricordo che la spesa pro capite per italiano per questi  12,5 miliardi di incentivi si avvicina ai 220 euro all’anno. Non a famiglia: a testa. Il Governo potrebbe disporre che questi risparmi venissero utilizzati, lasciando però scegliere il come ai singoli cittadini, per investimenti su case, uffici e mezzi di trasporto tesi a ridurre i consumi e le emissioni nocive. Ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta su come procedere, a patto di distribuire le azioni di investimento obbligatorio almeno nell’arco di una generazione.

Posti di lavoro.

Per dare un’idea dell’ordine di grandezza delle cifre in gioco, è utile un paragone impressionante. Con 12,5 miliardi all’anno persino il più sgangherato provvedimento economico keynesiano permetterebbe di garantire mille euro al mese ad oltre un milione ( ! ) di disoccupati italiani, concentrati soprattutto nelle classi di età più giovani, per i quali mille euro al mese sono probabilmente destinati a rimanere un eterno miraggio. Al contrario, riversandoli in gran parte all’estero, dove l’hardware viene prodotto, e concentrandoli in poche mani, si fanno lavorare in Italia (e generalmente solo per il montaggio degli impianti) solo alcune decine di migliaia di persone, che spesso il lavoro l’avevano già. Anche senza utilizzare al meglio questa enorme massa di lavoratori potenziali, l’effetto moltiplicativo sull’economia derivato dalla redistribuzione delle rendite ai redditi da lavoro darebbe risultati impressionanti.

Produzione idroelettrica.

La produzione di energia dagli impianti idroelettrici già esistenti è negletta. I rendimenti negli ultimi anni sono scarsi ed i più lunghi periodi di siccità non possono giustificarli per intero. Le potenzialità sono enormi, ma del tutto trascurate. Quello che un tempo veniva definito “oro bianco” viene lasciato disperdere con la massima noncuranza.

Non riscontriamo nessuna spiegazione logica in questo comportamento se non la negligenza. Sappiamo bene che le dighe sono ormai per lo più molto vecchie ed avrebbero bisogno di importanti interventi di manutenzione straordinaria, ma i costi sarebbero una frazione di quelli degli incentivi alle (nuove) rinnovabili. La stessa rete idrica, che viene in genere definita un colabrodo, andrebbe rivista, e non solo per aumentare la produzione di energia elettrica, ma per tutti gli usi che l’acqua, l’unica materia prima di cui l’Italia non è carente, assicura.

Una gestione attenta dei flussi e delle centrali potrebbe garantire da sola molti punti percentuali in più di energia elettrica rinnovabile (e in questo caso non incentivata) sul totale dei consumi finali.

Trasporto pubblico e telelavoro.

Sbalordisce in particolare la contemporanea riduzione dei finanziamenti al trasporto pubblico, ed il conseguente aumento delle emissioni nocive, per esigenze di bilancio.

Investimenti annui (ricordiamo: per vent’anni) di questa entità concentrati in questo settore sarebbero in grado di rivoluzionare, in meglio, la vita degli italiani. Risultati persino migliori si otterrebbero implementando con la massima determinazione le già esistenti tecnologie per il telelavoro. Volendo fare della facile ironia, e se il problema fosse quello di rispettare formalmente gli obblighi assunti in sede comunitaria per la riduzione del deficit pubblico, si potrebbe fare transitare dalle bollette dei consumi anche una parte della fiscalità generale per finanziare gli investimenti, replicando il trucco che rende possibile questo finanziamento delle rinnovabili elettriche attraverso la bolletta elettrica senza transitare dal bilancio dello Stato. Peccato però che i trucchi contabili siano destinati ad emergere in tempi più o meno brevi: è quindi necessario fare pulizia e trasferire tutti gli incentivi alla fiscalità generale, per evitare il ricorso, nato con il sistema dei certificati verdi che adesso sono stati aboliti, all’addebitamento di tutti i relativi oneri in bolletta. Il Governo deve tornare ad essere pienamente responsabile delle sue stesse scelte in questa materia e deve quindi collocare tali spese a carico del bilancio statale. Recentissimamente questa posizione è stata sostenuta, secondo le agenzie, presso la Commissione Attività produttive anche dal Direttore Centrale della Banca d’Italia Daniele Franco, che ha auspicato un “ripensamento politico” sul tema da lui definito “peso crescente degli oneri che gravano sulla bolletta elettrica per finanziare lo sviluppo delle fonti rinnovabili.”

La ricerca.

Sia di base che applicata. La possibilità, cioè, di intervenire sui “possibili elementi di discontinuità” a cui accenna il Ministero tra i quali “una più rapida riduzione dei costi delle tecnologie rinnovabili e di accumulo, i biocarburanti o la cattura e stoccaggio della CO2”. Le “condizioni esogene al sistema” di cui si parla a pag. 34 non sono del tutto esogene: con la “volontà politica” sarebbe possibile concretizzare in anticipo le più positive di tali condizioni. Sebbene trito, il riferimento a quanto è accaduto per lo sviluppo accelerato dell’uso dell’energia nucleare con il “progetto Manhattan” durante la seconda guerra mondiale è oggi validissimo. Uno degli obiettivi teorici alla base della creazione dell’Unione Europea era proprio la possibilità di concentrare risorse immense anche nel campo della ricerca. I risultati concreti, invece, sono quelli che vediamo. La scelta di creare un’Europa unita partendo dalla moneta comune è stato rappresentativo del carattere “denarocentrico” dell’Unione. L’agonia del sistema Euro a cui stiamo assistendo giornalmente ha una causa ben precisa che non viene percepita dai decisori (non solo politici) europei. Queste scelte italiane ed europee a favore delle rinnovabili elettriche, che nascondono interessi clientelari e mercantilistici sotto il velame dell’ecologia e trascurano i problemi reali, sono solo casi di specie e rappresentano un ulteriore sacrificio sull’altare di Mammona a cui gli Stati europei ed i loro popoli devono sottostare. Si tratterebbe solo di stabilire i settori di ricerca a cui dare la priorità, fissando cospicui (veramente cospicui, facendoli derivare dalla spesa per gli incentivi) fondi da stanziare. Con il corrente sistema di incentivazione vengono al contrario premiati sistemi di cui sono noti gli insuperabili limiti, soffocando in culla le loro alternative.

Personalmente ritengo sbagliata la scelta di disperdere i già scarsi fondi verso una pluralità di fini e di fonti energetiche e non concentrarsi verso un’unica soluzione che rappresenterebbe un salto paradigmatico della nostra civiltà analogo a quanto avvenuto con l’utilizzo prima del carbone e poi del petrolio. Non sono in grado di stabilire se il vero problema per accedere alle nuove fonti di energia di cui ci parla la teoria fisica sia di natura applicativa oppure solo finanziaria. Allo stato attuale, l’impressione che si ricava, e che viene ripetutamente evocata dagli osservatori di cultura anglosassone, dalle proposte di coloro che vogliono risolvere i problemi energetici facendo ricorso a pale, pannelli, fermentazione del letame eccetera è quella, grottesca, della Accademia di Lagado dei viaggi di Gulliver. Difficile fare peggio.

Per quantificare il disinteresse italiano per la ricerca soccorre la stessa SEN (a pag. 100): “Il livello di risorse destinato alla ricerca e innovazione, sia privato che pubblico, è significativamente inferiore (a quello dei partner europei. Ndr). Nel 2010 in Italia sono stati dedicati circa 1,2 miliardi di dollari, di cui circa 400 pubblici, rispetto ai 4 miliardi della Germania, ai 3,8 della Francia” eccetera. Ma la vera vergogna, denunciata dall’aridità delle cifre, non sta tanto nel confronto con quanto si spende all’estero per la ricerca, quanto il rapporto tra quello che viene destinato per il “Fondo per lo Sviluppo Tecnologico e Industriale” (pag. 101), non ancora operativo, in confronto all’incentivazione delle rinnovabili: il fondo ha una dotazione stimata in circa 100 milioni di euro l’anno. Cioè, nella migliore delle ipotesi, meno dell’uno per cento del totale degli incentivi. Il fondo dovrebbe servire alla ricerca sulle tecnologie rinnovabili operative (in particolare solare a concentrazione e biocarburanti di seconda generazione), sistemi di accumulo e reti intelligenti, materiali e soluzioni di efficienza energetica, metodi di cattura e confinamento della CO2 e finanche su reattori nucleari a fissione di IV generazione e sulla fusione. Vasto programma, avrebbe chiosato il generale De Gaulle. Per fare le cose fatte bene bisognerebbe dare lavoro a migliaia e migliaia di ricercatori italiani, specie giovani, meglio ancora facendo rientrare quelli fuggiti all’estero. Bisognerebbe coordinarli e lavorare moltissimo, sperando che si accontentassero di poco. E’ certo meno faticoso, evidentemente, continuare a scialacquare le risorse pubbliche pagando gli incentivi…

A titolo di ottimismo segnalo un barlume di speranza nell’allegato di pag. 105 “in corso di finalizzazione”, redatto chissà perchè in inglese e di difficile lettura perchè espresso, immagino per motivi ideologici, in ktoe anzichè in MWh. La quota destinata all’eolico per il 2020 risulta essere 1730 ktoe, in valore assoluto simile a quello del PAN, mentre le quote delle performance delle altre “rinnovabili” risultano in valore assoluto decisamente superiori a quanto previsto dallo stesso documento di programmazione del 2010. Questo sarebbe in controtendenza rispetto a quanto ci si sarebbe aspettato visti i contingentamenti settoriali per il triennio 2013 – 2015. Ci auguriamo dunque che l’attuale ratio dell’eolico, ed in particolare quello on-shore data la sua intrusività, con le varie fonti energetiche rinnovabili si riduca seguendo la tendenza esplicita in questo allegato. Se proprio si deve scegliere un male, almeno che questo sia il male minore.

E dunque, per concludere riepilogando e sintetizzando al massimo, ecco quali dovrebbero essere a nostro avviso le “scelte diverse” sollecitate dal Ministero che noi riterremmo auspicabili, in ordine di ottimizzazione via via decrescente:

1) Sospensione degli incentivi alle rinnovabili industriali sul modello di quanto fatto in Spagna. Moratoria degli impianti di rinnovabili più impattanti sul territorio. Congrua tassazione delle rendite per garantire profitti meno scandalosi ai grandi impianti FER già in esercizio. Utilizzo del ricavo della tassazione per ricerca, rinnovo della rete elettrica e manutenzione straordinaria del sistema idroelettrico.

2) Mantenimento del programma 20-20-20, ma concentrazione delle spese pubbliche a favore del risparmio e dell’efficienza energetica.

3) Mantenimento degli obblighi del PAN per il 2020 per la produzione di energia da FER, ma attenzione, e soldi, ai soli settori termico e dei trasporti.

4) Volendo aumentare gli obiettivi della produzione elettrica da rinnovabili oltre la quota prevista dal PAN e già raggiunta, sospensione della costruzione di grandi impianti previa adozione di linee guida nazionali più rigorose, con zone di esclusione totale, questa volta senza deleghe alle Regioni. Fissazione di quote massime di burden sharing regionale.

5) Volendo mantenere gli obiettivi del PAN per l’eolico, stimolare la ricerca per privilegiare le soluzioni di eolico non convenzionali, tipo “KiteGen”, in grado di captare le correnti di alta quota oppure gli aerogeneratori ad asse verticale.

5) Volendo mantenere gli obiettivi dell’eolico con aerogeneratori tradizionali, privilegiare quelli off-shore. Ma davvero OFF-shore, cioè non visibili dalla costa.

Alberto Cuppini    

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Una risposta a La “Nuova Strategia Energetica Nazionale”. Brutte notizie per l’Italia.

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