Dall’Estremo Oriente, dopo le elezioni di ieri, un monito all’opinione pubblica ed ai politici italiani in vista della definizione dei programmi energetici per la prossima Legislatura

In Giappone è già finita la falsa utopia dell’eolico salvifico

 Troppi costi, troppe inefficienze, troppi danni all’economia ma, soprattutto, troppo consumo di suolo. Gli elettori hanno severamente punito la scelta energetica demagogica del precedente Governo

01_giappone_popupIeri il Giappone ha mutato bruscamente rotta. Tutti gli osservatori, sia locali che esteri, sono concordi nell’indicare nella politica energetica facilona dell’ormai ex Primo Ministro Yoshihiko Noda una delle principali cause che hanno provocato la catastrofe elettorale del Partito Democratico al Governo. Leggiamo dalla Stampa di oggi:  qui.

“Le incertezze sulle politiche energetiche – con il proposito di abbandonare il nucleare entro il 2040, poi modificato e infine riesumato in campagna elettorale – ha portato disorientamento, al punto che il Jiminto (il Partito Liberal Democratico del nuovo Premier Shinzo Abe risultato vincitore ndr), favorevole all’atomo a uso civile, ha fatto quasi il pieno addirittura nei collegi uninominali della prefettura di Fukushima.”

Il risultato elettorale era stato ampiamente preventivato dalla stampa internazionale, che aveva individuato nelle scelte energetiche disastrose effettuate da Noda dopo il disastro di Fukushima, per rinunciare definitivamente all’opzione nucleare, uno dei principali motivi di quella che sarebbe stata una sconfitta senza precedenti.

Riportiamo tradotti alcuni brevi ma significativi passaggi di un articolo sul Giappone del britannico Financial Times del 4 dicembre scorso dal titolo “Il Paese valuta opzioni più verdi dopo Fukushima. L’energia solare e quella eolica hanno bisogno di molto più suolo rispetto agli impianti nucleari e termoelettrici. La chiusura del nucleare solleva problemi finanziari e logistici”: qui.

Dopo Fukushima il Partito Democratico giapponese aveva deciso di sostituire interamente, entro il 2030, tutti gli impianti nucleari per la produzione di energia elettrica con “una combinazione di conservazione di energia, uno spostamento verso fonti ad energie rinnovabili ed un maggiore uso della cogenerazione”. Ma, riporta il Financial Times, “mentre i vantaggi della conservazione dell’energia sono largamente riconosciuti, l’opinione è divisa sulla percorribilità, da prospettive finanziarie e pratiche, di rinunciare del tutto all’energia nucleare.” Tale scelta, secondo alcuni esperti, sarebbe “irrealistica, dati gli alti costi finanziari e i sacrifici per il tenore di vita che tale mossa comporterebbe. Per prima cosa, gli attesi aumenti delle bollette elettriche potrebbero minacciare l’esistenza delle piccole e medie imprese che affrontano una concorrenza globale”. “Sarà estremamente difficile per piccole e medie società affrontare aumenti (attesi) del 30%, così che alcune di esse usciranno dal mercato e questo comporterà, ad esempio, perdite di posti di lavoro.” … “La maggior parte della gente dice che può accettare un aumento delle bollette per rinunciare all’energia nucleare, ma non capisce il più ampio impatto macroeconomico che ciò potrebbe avere sull’occupazione.” … “L’aumento dei costi dell’elettricità non è nemmeno il problema più grande. Secondo Paul Scalise, ricercatore dell’Università di Tokyo, la logistica è il vero problema.” Scalise chiarisce, da osservatore straniero, che: “Provare a trovare siti per impianti solari ed eolici è una sfida per il Giappone affamato di suolo.” E ancora: “L’energia solare e quella eolica hanno bisogno di molto più suolo rispetto agli impianti nucleari e termoelettrici per produrre 1 kWh di elettricità, un problema significativo per un Paese ad alta densità demografica, afferma Scalise. Se si vuole il 20% dell’energia solo da impianti eolici on shore entro il 2030, questo equivarrebbe al 91% dell’attuale suolo agricolo del Giappone.”

Sullo stesso tema era in seguito intervenuto, nelle sue analisi pre-elettorali, anche il Wall Street Journal, giungendo ad analoghe conclusioni, con un articolo del 13 dicembre dal titolo: “E’ probabile che la politica energetica giapponese cambi corso”: http://online.wsj.com/article/SB10001424127887323981504578175113250636532.html

“La perdita dell’energia nucleare ha obbligato le società a fare affidamento sui costosi combustibili fossili, obbligando tutte le maggiori imprese a soffrire grandi perdite lo scorso anno fiscale.” … “Un altro argomento di contenzioso per l’industria è lo sviluppo dell’energia rinnovabile, una causa sponsorizzata dall’ex Primo Ministro Naoto Kan che l’anno scorso aveva introdotto per legge un sistema tariffario feed-in come volàno per incentivare l’industria dell’energia rinnovabile”. I commenti negativi a tal proposito dei membri del Partito Liberal Democratico, poi risultato trionfatore delle elezioni di ieri, erano stati unanimi: “Il Governo del Partito Democratico non ha mai elaborato la transizione dal nucleare verso le energie rinnovabili”. Ancora: “Ci dovrebbero essere aspettative più realistiche per le energie rinnovabili” E infine: “Lo sviluppo dell’energia nucleare in Giappone è basato sull’esperienza delle ultime due crisi petrolifere. Non dobbiamo compiere scelte estreme”.

Così oggi riepiloga la sconfitta dei Democratici il Corriere della Sera: http://www.corriere.it/esteri/12_dicembre_16/giappone-elezioni_4b3a9370-4778-11e2-adc8-d4e6244fe619.shtml

“La gestione dell’emergenza, soprattutto dell’emergenza nucleare, è sostanzialmente costata il posto a Kan e costa caro nel complesso al Partito democratico. Noda, per esempio, è percepito come quello che ha fatto ripartire due reattori dopo Fukushima, ma anche quello che vuole dal 2030 la chiusura dell’industria nucleare giapponese. Sulla fiducia nel suo governo ricade la colpa dell’aumento della bolletta energetica del paese.”

Inutile ritornare ad insistere su queste arcinote negatività delle rinnovabili non programmabili che sono comuni anche all’Italia. Quello che si osserva di diverso nel nostro Paese, anch’esso afflitto dalla sovrappopolazione e dal problema del consumo del suolo, è piuttosto la totale assenza di un dibattito, al di fuori della sfera dell’emotività, sulla questione energetica ed in particolare sul carattere NON alternativo (allo stato della tecnologia) di eolico e fotovoltaico rispetto alle fonti tradizionali. La mancata consapevolezza, imputabile in primis ai mass media, delle responsabilità dei costi energetici folli sulla crisi economica e sulla conseguente disoccupazione è alla base della mancanza di un confronto politico interno. Tutti i partiti, in Italia, hanno trascurato il problema preferendo cavalcare la troppo facile onda dell’ideologia salvifica delle rinnovabili che, oltre tutto, permetteva, con gli incentivi spropositati alle FER elettriche, un finanziamento improprio (…) di tutto il sistema politico e delle sue clientele. Ora il Giappone, che condivide con l’Italia molti altri problemi, tra i quali una ormai ventennale crescita ecnomica insufficiente, un enorme debito pubblico ed una popolazione insieme troppo numerosa e troppo anziana, potrebbe rivelarsi un interessante laboratorio politico anche per noi. Ai nostri politici il compito di osservarlo e valutarlo. Se non ne saranno in grado, bisognerà giocoforza sostituire i politici. La strada percorsa in questi anni porta solo al disastro; occorrono scelte insieme nuove e coraggiose. Ammesso che non sia troppo tardi per intervenire…

Le opzioni che saranno seguite in Giappone potrebbero fornire utili suggerimenti per vecchie e nuove formazioni politiche italiane.

Dovrebbe però essere chiaro che le rinnovabili elettriche dovranno (e potranno) avere in futuro solo un ruolo marginale (in questo senso, ma solo in questo senso, l’opzione dell’eolico off-shore in Giappone appare comunque perfettamente percorribile, ed altrettanto dicasi per l’eolico on-shore non invasivo, che tuttavia deve essere ancora del tutto sviluppato). In Italia, poi, considerando la carenza di vento e l’affermata, seppur falsissima, necessità di cercarlo in quei pochissimi luoghi dove ce n’è un po’ di più, l’eolico ad asse orizzontale porterebbe all’esaurimento, in pochissimi anni, di tutti i crinali montani del nostro Paese. L’unica certezza è che si combinerebbe subito un disastro irrimediabile. E dopo, una volta finite le montagne?

Concludendo ricordo, con un breve inciso, che il Giappone, per rigorosissimi vincoli costituzionali, non può spendere più dell’uno per cento del proprio PIL per spese militari. Nonostante questo le sue forze armate (le “Jieitai” – le forze di autodifesa) sono tra le più potenti ed efficienti del mondo. L’Italia, come sa bene chi segue i post della Rete della Resistenza sui Crinali, spenderà per (almeno) i prossimi vent’anni circa l’uno per cento del PIL (12,5 miliardi all’anno di incentivi più la spesa per le sole nuove reti, a tacer d’altro, come, ad esempio, l’incombente capacity payment) per fare i regali agli speculatori delle rinnovabili elettriche. Una coraggiosa scelta giapponese di dedicare alla ricerca in campo energetico un altro uno per cento del proprio PIL, potrebbe portare a risultati positivi del tutto imprevedibili e comunque a stimolare analoghe iniziative europee. Dobbiamo aspettare, come ormai capita da troppo tempo, l’esempio dall’estero. Con l’aggravante che, ultimamente, anche gli altri Paesi dell’Unione Europea sembrano percorrere la stessa cattiva strada della politica italiana fondata sull’irresponsabilità. Una speranza rimane accesa in Oriente: non perdiamola di vista.

 

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