La prima asta al ribasso scopre i bluff degli eolici

La prima asta al ribasso per l’assegnazione dei nuovi incentivi feed-in all’eolico industriale (al posto del precedente sistema, ingestibile ed onerosissimo, dei certificati verdi) ha raggiunto gran parte degli obiettivi che il Governo si era riproposto con il Decreto del 6 luglio scorso.

 anev

Si è infatti realizzata la prevista, consistente, riduzione dell’insensato onere aggiuntivo a carico della collettività a cui ogni anno si doveva sottostare per soddisfare le brame predatorie degli eolici, ormai convinti, dopo tanti anni e tanti Governi che li avevano favoriti spudoratamente, della propria onnipotenza e quindi di incentivi sempre in crescita.

Riepiloghiamo per chi non segue con continuità i post della Rete della Resistenza sui Crinali i termini del problema, che contribuiva a quello che il Ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera aveva esplicitamente definito “furto ai danni degli italiani“.

Era necessario introdurre, per gli impianti di dimensioni superiori ai 5 MW, un meccanismo meno costoso e meno anarchico per incentivare il settore eolico e per diminuire il potenziale installato, in modo caotico, annualmente che si stava rivelando, anno dopo anno, non solo sempre più inutile, ma addirittura, come sappiamo, dannoso al sistema elettrico nazionale. Per questo motivo, nel luglio scorso, il Governo aveva definito il nuovo sistema incentivante basato su un premio feed-in, da diminuire ogni anno, per assegnare il quale, tramite un’asta al ribasso, erano stati fissati dei contingenti massimi annuali (500 MW per l’eolico on-shore) per il triennio successivo.

Da pochi giorni conosciamo gli esiti ufficiali della prima asta.

Sono stati dunque assegnati 442 dei 500 MW previsti, mentre il contingente degli impianti più piccoli (60 MW annui), da assegnare con il sistema dei registri, è stato interamente soddisfatto da una richiesta tripla.

Il detto Decreto ministeriale prevede espressamente l’eventualità del mancato raggiungimento del contingente, a cui si pone facile rimedio (art. 12 comma 5) sommando al contingente dell’anno successivo le quote di potenza non assegnate. Ogni anno, poi, per impedire comportamenti speculativi ed altre furbizie, la base d’asta subirà una decurtazione del 2%, proprio al fine di ridurre la convenienza ad investire in settori con incentivi che si dimostrano, proprio in base agli esiti delle aste, troppo generosi. E appunto a garanzia della realizzazione degli impianti equivalenti ai MW programmati, l’art. 7 del Decreto prevede che “la predetta decurtazione non si applica alle tipologie per le quali, nell’anno precedente, la potenza complessivamente assegnata … sia inferiore all’80% rispetto alle quantità rese disponibili per l’anno.” Siccome l’80% di 500 è 400 e quest’anno sono stati assegnati 442 MW, la decurtazione del 2% sulla base d’asta, che quest’anno era di 127 euro al MWh, verrà applicata regolarmente nella prossima asta, a dispetto dei (molti) furbi che in questa occasione non hanno partecipato e sono rimasti alla finestra sperando in un flop dell’asta che non si è verificato. Non si sarebbe resa necessaria neppure quell’ulteriore cautela prevista dall’art. 12 comma 3 dalla prossima asta in poi: “Per il solo eolico onshore, qualora la potenza non assegnata risulti maggiore del 20% della potenza messa a bando, viene pubblicato un ulteriore bando, decorsi sei mesi dal precedente.” Tutto previsto, dunque, e tutto nella norma, senza bisogno di applicare le clausole di emergenza.

Nonostante non tutto abbia funzionato alla perfezione, l’emorragia della spesa-capestro annua per l’eolico è stata comunque un po’ tamponata (un po’ in senso relativo: si tratta di risparmi nelle bollette degli italiani nell’ordine delle centinaia di milioni di euro in pochi anni, che non andranno più nelle tasche di chi contribuisce ad aggravare una situazione economica nazionale, e del sistema elettrico in particolare, già disastrosa). Questo è importante anche per questioni di principio, essendo il primo, e ci auguriamo non ultimo, risultato in controtendenza rispetto alla prodigalità tendenzialmente crescente di tutti i Governi del decennio precedente.

Questo successo ha naturalmente provocato la furibonda reazione dei lobbysti dell’eolico. In un comunicato congiunto di ANEV e Legambiente (a proposito: a quando una sigla unica? Vista la perfetta coincidenza delle rispettive posizioni in materia di eolico industriale, costante ormai da molti anni, una tale sigla farebbe risparmiare tempo e santificherebbe anche formalmente il felice, e proficuo, connubio) si invita il futuro Governo ad intervenire rapidamente, abolendo sia il sistema delle aste (perchè andate parzialmente deserte) sia quello dei registri (perchè travolti da troppe richieste). Insomma: per una ragione o per l’altra, i controlli e le regole non piacciono ad ANEV ed a Legambiente, che vorrebbero tornare (poveri cari!) non ai CV, ma piuttosto, si presume, ad un sistema feed-in di entità equivalente, ma senza contingentamenti e quindi persino più oneroso del precedente. La pretesa, a parte il fatto che viene presentata in un periodo in cui i quotidiani italiani pubblicano titoli di prima pagina a nove colonne del tipo “Industria a rischio distruzione” (Carlino del 24 gennaio) nella quale la folle speculazione sulle FER elettriche ha un ruolo non secondario, appare grottesca perchè al momento non esiste il benchè minimo dubbio che sarà raggiunto l’ambizioso obiettivo del Piano di Azione Nazionale al 2020 del 17% di energia prodotta da fonti rinnovabili sui consumi primari, mentre il sotto obiettivo del 26,39% per il settore elettrico è già stato raggiunto lo scorso anno (ormai dovremmo essere addirittura vicini al 30%). Il percorso di sviluppo delle singole tecnologie, e quindi anche dell’eolico, suggerito in quel documento governativo non ha invece alcun carattere vincolante, ma rappresentava solo uno dei possibili modi per il raggiungimento dell’obiettivo complessivo del 26,39%. Tale obiettivo è stato conseguito ed adesso sarebbe il caso di spendere (e non sperperare) i soldi degli italiani in cose più serie, magari chiedendosi, nel prossimo Parlamento, come questa pazzia delle rinnovabili elettriche sia stata possibile da realizzare in così poco tempo e con così tanta spesa.

Vediamo, per cominciare, che cosa non ha funzionato bene. Rimangono in gioco alcuni player che si presume siano solo prestanome di altri, dalle spalle più larghe, che non vogliono apparire, ma in grado di fornire quelle garanzie patrimoniali non indifferenti che la legge prevede (fissate dal Decreto nel 10% dell’investimento secondo costi standard stabiliti, per l’eolico on shore oltre i 5 MW, in 1.225 euro per kW, e dunque pari a 122.500 euro per ogni MW che si intende installare). Inoltre sono presenti nell’elenco dei vincitori alcuni nomi provenienti da settori merceologici che poco hanno a che fare con l’energia, mentre mancano alcuni importanti soggetti che avrebbero potuto partecipare ma non lo hanno fatto, preferendo rimanere spettatori durante il primo giro, per osservare dal di fuori lo svolgimento del gioco senza mostrare le proprie carte. Questo fa pensare che qualcuno prevedesse (o si augurasse) che l’asta dell’eolico andasse deserta. Oppure, al contrario, sperasse di partecipare alle aste successive prevedendo che la prima asta fosse troppo affollata, e quindi con incentivi troppo bassi. Ma questi errori di valutazione ed i colpi di fortuna fanno parte delle regole del gioco delle aste. E’ facile, in ogni caso, aspettarsi che la prossima asta sia più affollata proprio per la presenza di questi soggetti attendisti che hanno sbagliato le previsioni. I veri vincitori sono coloro che hanno partecipato chiedendo una tariffa superiore ai 120 euro al MWh, un livello che ben difficilmente consentirà di vincere le prossime aste, anche senza considerare la limatura annua del 2% della base. Certamente si starà mordendo le dita chi, quest’anno, ha richiesto solo 90 euro, ma sono convinto che, in un prossimo futuro, 90 euro al MWh garantiti dallo Stato per vent’anni saranno considerati, nel settore eolico, un sogno mai più realizzabile.

Si è dunque conseguito l’enorme risparmio sugli incentivi all’eolico industriale che il Governo si proponeva (sebbene l’onere annuo aggiuntivo rimanga, in termini assoluti, ancora schiacciante), si è ridotta rispetto agli anni precedenti nei termini previsti (sebbene sia difficile prevedere quanti MW verranno installati quest’anno per la malaccorta concessione fatta dal Governo di garantire incentivi equivalenti ai certificati verdi per gli impianti che entreranno in funzione entro il 30 aprile) la quantità di potenza da installare e si è operata una selezione dei partecipanti, eliminando dalla scena (anche se, come abbiamo visto, non del tutto) i soggetti più inaffidabili. In questo modo, poi, e in un sol colpo, si sono scoperti i moltissimi bluff (anche in questo caso non tutti)  dell’eolico industriale selvaggio a cui si oppone la Rete della Resistenza sui Crinali. Vediamone alcuni nel dettaglio, svelando a tutti una verità dolorosissima per gli speculatori ed i loro fiancheggiatori ,che hanno prosperato in questi anni su false asserzioni. Ecco invece, procedendo per deduzione dagli esiti dell’asta, come stanno realmente le cose.

L’enorme massa di richieste di allacciamenti alla rete, di progetti in corso e di progetti autorizzati sono stati perseguiti in gran parte da avventurieri.

 Da tempo si era superata la soglia dei 100.000 MW di richieste di allacciamento alla rete per il solo eolico (quando in Italia la massima potenza elettrica necessaria è stata finora inferiore ai 57.000 MW). Da quel momento abbiamo smesso di seguire l’evoluzione di queste richieste perchè non apparivano più nemmeno una cosa seria. Si sapeva poi che i potenziali partecipanti all’asta (sulla base dei progetti già autorizzati) sarebbero stati oltre 3.200 (ma forse di più, data la difficoltà di reperire questi dati, in particolare nelle regioni meridionali, dove più gli eolici hanno imperversato senza sufficienti controlli) e che i progetti a vari livelli di iter di cui si ha notizia, cioè proprio quelli che noi stiamo cercando di contrastare, sono un multiplo di questi 3.200. E’ bastato fissare un limite di garanzia patrimoniale al 10% del costo standard di un impianto eolico per eliminarne la gran parte, fissando il rapporto debt to equity del settore ad un rapporto di 90 a 10 (sebbene ancora molto elevato rispetto alla norma, oscillante tra 70-30 e, al massimo, 80-20). Con queste garanzie patrimoniali si è fatta pulizia (in un  settore come quello dell’energia elettrica che richiede, per sua natura, un impegno imprenditoriale di lungo periodo) di buona parte dei parvenu che intendevano realizzare, scommettendo appena 10.000 euro per costituire una srl e ricorrendo ad una leva finanziaria teoricamente infinita, quei “guadagni da spacciatori” a cui faceva riferimento il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini (come riportato dal Carlino dello scorso 12 aprile).

Il ciclo vitale degli aerogeneratori giganti è 12-15 anni anzichè 20-25 come millantato.

 Se la vita utile degli aerogeneratori fosse quella propagandata dagli “sviluppatori” (faccio notare il senso pesantemente ironico del termine ormai di uso comune) agli amministratori locali ed ai politici di Roma, un incentivo garantito dallo Stato a oltre 120 euro al MWh, come si poteva richiedere in questa prima asta, per vent’anni avrebbe garantito un reddito all’incirca equivalente a quello realizzato, in media, lo scorso anno dalla somma dei certificati verdi e del prezzo dell’energia (prezzo di mercato medio del MWh per il 2012 = 75 euro) pari a oltre 160 euro complessivi al MWh. Gli eolici non si sarebbero lamentati del cambiamento: 120 euro per MWh per 20 anni avrebbe garantito un reddito totale equivalente ai 160 euro per 15 anni. E’ vero, ci sarebbero stati 5 anni di vita residua in meno senza incentivi, ma sarebbe stata minore l’alea riguardante il prezzo di mercato. E l’alea è un elemento che gli investitori seri tendono a rifuggire… La sola spiegazione del mancato affollamento delle aste e degli alti lai levati dalla lobby dimostrano che nessuno, nè gli eolici nè i loro finanziatori, credono che un aerogeneratore gigante possa garantire la piena efficienza per oltre 12-15 anni, come l’esperienza sul campo ha dimostrato, rendendo male accetta la spalmatura degli incentivi sui vent’anni. Questa esperienza è stata recentemente studiata dal Professor Hughes, economista dell’Università di Edimburgo e già consigliere per l’energia della Banca Mondiale.

Il quotidiano britannico Telegraph riferisce, riportando la notizia di tale studio, che gli impianti eolici britannici si stanno usurando molto più rapidamente del previsto, rendendoli perciò molto più costosi rispetto alla loro resa energetica. L’analisi di quasi 3.000 aerogeneratori in Gran Bretagna e altri ancora in Danimarca (e dunque il maggiore studio in questo settore) avverte che essi sono in grado di produrre energia in modo efficace appena per 12 – 15 anni. Nonostante questo, prosegue il Telegraph, “l’industria eolica ed il Governo basano tutti i loro calcoli sugli aerogeneratori su una vita utile di 20 – 25 anni”.

 La produttività degli aerogeneratori già in funzione tende a declinare molto più rapidamente del previsto.
Lo studio del Professor Hughes conferma inoltre un dubbio che avevamo, e che spiega alla perfezione i comportamenti apparentemente irrazionali degli operatori in occasione delle aste italiane: “una turbina eolica di solito produce più del doppio di elettricità nel suo primo anno che dopo 15 anni di funzionamento.” Questo declino è persino più accentuato per le turbine off-shore. E se questo non bastasse, il Telegraph aggiunge: “Gli impianti eolici più grandi hanno sistematicamente un rendimento peggiore dei piccoli”. Se così non fosse, un sito eolico sarebbe stato grosso modo in grado di ammortizzare tutti i costi standard di impianto (fissati per convenzione dal decreto, come riferimento per le garanzie patrimoniali, in 1,225 milioni al MW installato), nell’ipotesi esemplificativa di una tariffa feed-in di 122,50 euro al MWh che si sarebbero potuti chiedere per quest’asta, con 10.000 ore di vento utile nel suo ciclo di vita (1,225 milioni diviso 122,5 euro al MWh). Ossia, partendo da questa ipotesi, per un buon sito italiano (2.000 ore) basterebbero appena cinque anni per ammortizzare l’investimento iniziale. Per un medio sito eolico italiano (che nel 2011 ha realizzato 1550 ore utili di vento) ne basterebbero, stando larghi, sette, avendo però una garanzia statale di 20 anni. Continuerebbe ad essere appetibile (come con i certificati verdi) anche un sito da 800 ore all’anno (ne sono stati costruiti molti, in Italia, grazie (…) ai CV) che si ripagherebbe in 12 anni e mezzo e continuerebbe ad essere una cuccagna: ci sarebbe stata una rissa per aggiudicarsi il contingente in asta anche da parte dei siti già autorizzati meno produttivi. Ovviamente così non è stato perchè tutti sanno che la durata degli impianti è molto minore ed essi non sono in grado di mantenere, nel corso degli anni, la loro produttività iniziale: nel medio periodo le 1.550 ore dell’attuale produttività media non potranno assolutamente essere mantenute dagli impianti italiani esistenti a causa dell’usura e degli incidenti meccanici.

La tecnologia eolica non offre particolari economie di scala e perciò il sistema delle aste non favorisce gli operatori di maggiori dimensioni.
Alcuni operatori, i cui nomi danno garanzia di serietà, hanno chiesto all’asta tariffe feed-in comprese tra i 90 e i 100 euro. Incentivi di questo livello, per un buon sito eolico, sarebbero stati considerati, prima dell’introduzione dei certificati verdi, una autentica manna dal cielo. E così lo sono anche oggi, sebbene appaiano molto ridotti rispetto al sistema dei vecchi CV. Le offerte più consistenti al ribasso sono state presentate anche da aziende molto piccole, rispetto ai grandi competitor dell’energia. Questo significa che la dimensione aziendale, nel settore, ha una importanza molto relativa. Importa (e importerà ancora di più per la prossima asta) la produttività del sito e la serietà (e le capacità manageriali) dei proponenti: se i profitti hanno almeno un ragionevole grado di certezza, i soldi per finanziare i progetti salteranno comunque fuori.

 Gli incentivi all’eolico sono ancora troppo alti anche in senso relativo, rispetto alle altre FER per le quali è stata effettuata l’asta.
Quello di cui invece non si parla in nessun commento è che le altre aste sono andate deserte. Se il Governo italiano intende veramente svolgere il ruolo di sostegno di tutte le tecnologie rinnovabili, dovrebbe rivolgere le proprie attenzioni verso altri settori che non l’eolico on-shore, che ha ormai da molti anni raggiunto la propria maturità e di cui ormai si conoscono tutti i limiti. Oltre agli altri settori FER, ci si potrebbe cominciare ad interrogare sul sostegno dedicato di altre forme di produzione eolica che non sia quella dei ciclopici aerogeneratori su tutti i crinali italiani. A cominciare dagli impianti off-shore per passare a tutte quelle tecnologie eoliche alternative che, dalla pervasività e dai sussidi eccessivi alle pale giganti, sono state soffocate sul nascere. Anche se, come noto, la cosa migliore da fare, sia in termini di costi che di produttività e di efficacia (e per i molteplici risultati che questa politica incentivante si propone) sarebbe auspicabile sostenere non la produzione dell’energia elettrica, quanto piuttosto i settori del riscaldamento/raffreddamento e dei trasporti. Oltre che, ovviamente, la ricerca di altre fonti realmente alternative a quelle tradizionali per la produzione dell’energia elettrica.

 I certificati verdi in essere rappresentano una spesa spropositata.
Comunque sia, le aste hanno già dimostrato che, nell’eolico, qualcuno è in grado di fare profitti anche “solo” con la certezza di 90 euro al MWh per vent’anni, scegliendo i siti migliori e lavorando con tecniche aziendali minimamente decenti, cioè migliorando la programmazione, cercando i migliori finanziatori e riducendo i costi, anzichè perseguire incentivi spropositati attraverso il costosissimo sistema del condizionamento dei politici e dei media, il controllo del territorio e la spregiudicatezza (ossia come è stato fatto, in genere, finora), confidando nella smisurata entità delle rendite, apparentemente senza fine, garantite dai certificati verdi che davano appunto, oltre tutto, la falsa sensazione dell’onnipotenza. C’è ora da chiedersi, per i futuri Governi, come rapportarsi con le rendite garantite dai CV in essere che appaiono oggi, dopo l’asta, assolutamente spropositate, ma che cesseranno di essere corrisposti solo nei prossimi anni Venti. Inoltrati. Danneggiando cioè per altri quindici anni il sistema elettrico, l’economia nazionale e financo il corretto svolgimento della dialettica democratica. Una soluzione percorribile (che tra l’altro, se esplicitata come programma politico in campagna elettorale, porterebbe più voti alle prossime elezioni rispetto a quelli, clientelari, che andrebbero inevitabilmente perduti) si trova alla conclusione di un articolo del 20 aprile scorso del vice direttore del Corriere della Sera Massimo Mucchetti, scritto a sostegno della riduzione degli incentivi alle rinnovabili elettriche, a favore dell’ambiente ma contro quell’ambientalismo deteriore simboleggiato dalle ambigue prese di posizione dello stesso Ministro Clini. Rileggiamola, perchè è attualissima: “Con i decreti … meglio di prima. Ma vogliamo anche recuperare parte dei regali passati? Lo si può fare per via fiscale, senza toccare i contratti vigenti… si potrebbero ridurre le bollette, ovvero finanziare l’efficienza energetica, le rinnovabili termiche, la ricerca”.

Oggi siamo un poco più sereni rispetto al passato per quanto riguarda la campagna elettorale. Il tempo è galantuomo, anche se necessita di eccessive capacità di sopportazione, e la scoperta dei bluff a qualcosa serve. Così, nei programmi dei Partiti, da cui siamo sommersi in questi giorni, non compare più quella fede messianica nelle energie pulite come soluzione di tutti i problemi che eravamo costretti a sorbirci durante le precedenti campagne elettorali. Ma più che le troppo facili promesse pre-elettorali ci interessano i comportamenti fattuali. Alcuni ambientalisti-faccendieri, lobbysti storici dell’eolico, (purtroppo solo alcuni: uno è stato ripescato proprio all’ultimo minuto e paracadutato in un collegio blindato) non sono stati ripresentati nelle liste di quello che verosimilmente risulterà essere il primo partito alle prossime elezioni. In compenso, il PD ha presentato Mucchetti come capolista per il Senato in Lombardia. Questo vorrà pur dire qualcosa…

 

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4 risposte a La prima asta al ribasso scopre i bluff degli eolici

  1. flavio ha detto:

    Questa è la prova ,che tutti noi che siamo a favore delle rinnovabili compatibili ,è non al solo uso speculativo economico ,che degenera negli abusi come l’eolico industriale ,che questi impianti senza gli incentivi ,mai sarebbero stati costruiti,e che questi signori del vento non credono assolutamente in questa tecnologia ,altrimenti investirebbero i loro capitali privati ,è che alla fine tutto questo si rivela quello che è veramente ,la più grande speculazione economica dopo quella edilizia.

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