Inopinatamente approvata dal Governo Monti dimissionario la nuova Strategia Energetica Nazionale (SEN)

400 miliardi regalati in extremis agli speculatori delle rinnovabili elettriche per dare il definitivo colpo di grazia all’economia e alle speranze di rinascita delle prossime due generazioni di Italiani

 Variamente definita dai (pochi e disattenti) commentatori “colpo di mano”, “colpo di coda” oppure “colpo di testa”, la nuova Strategia Energetica Nazionale, che graverà per decenni sui destini degli Italiani, è stata frettolosamente recuperata da un cassetto e firmata da Passera e Clini, rispettivamente Ministri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente di un Governo Monti ormai in punto di morte, nella forma di un Decreto Interministeriale  ed illustrata in forma grafica, pur senza semplificarla molto, ai mezzi di informazione.

L’insopprimibile anelito verso le rinnovabili elettriche salvifiche prosegue dunque, in Italia, contro ogni evidenza logica, al grido di “Dio lo vuole!”, sebbene persino in Germania, patria del misticismo delle rinnovabili sempre e a tutti i costi (e dove pure le aziende esportatrici di pale e pannelli si sono ingrassate coi soldi dei loro partner europei), si comincino ormai a nutrire seri dubbi sulla percorribilità di simili utopie energetiche.

Questo a dimostrazione che ormai la vera emergenza italiana non è più di carattere economico e finanziario, ma riguarda la tenuta democratica delle istituzioni, incapaci di opporsi alle invereconde richieste, sempre più esose, dei gruppi di pressione che hanno distrutto il Paese e che ora intendono spolparne le residue risorse anche per i prossimi decenni. Appare sintomatico del venir meno degli anticorpi propri di una democrazia in buona salute che un documento così rilevante (in negativo) per il futuro del Paese sia stato contestato solo dai lobbysti ai quali sono stati negati, rispetto alla bozza a suo tempo discussa, alcuni guadagni marginali.

Ha altresì un valore altamente simbolico che un simile documento, che intende “fare assumere al Paese un ruolo esemplare a livello globale” (nientemeno! : pag. 2), così munifico per gli speculatori delle rinnovabili elettriche e che rappresenta il colpo alla nuca alle ormai minime speranze di sopravvivenza dell’economia italiana, sia stato pubblicato da un Governo in carica per la sola ordinaria amministrazione, quando ormai nessuno, nell’incalzare dei problemi quotidiani, ci pensava più. E questa munificenza noncurante si manifesta proprio mentre i più autorevoli quotidiani nazionali pubblicano articoli dal titolo “La fine è vicina“.

Un comportamento in bilico tra miseria ancestrale di ritorno e irresponsabile nobiltà spagnolesca proprie di quel Paese del Terzo Mondo che l’Italia sta rapidamente diventando: in questo consisterà, temiamo, quel “ruolo esemplare” che assumerà “a livello globale”…

Il sistema delle priorità, a Roma, è dunque definitivamente saltato e le lobby conducono il gioco a proprio piacimento senza pudori e senza più contrasti in un Paese obnubilato da una crisi che nessuno ha il coraggio di spiegare ai cittadini per non rivelare decenni di menzogne.

Anche in questo caso limiteremo l’analisi della SEN a quanto è stato stabilito per il solo settore delle rinnovabili elettriche, al quale sono state assegnate la quasi totalità delle enormi risorse impegnate dal Governo a carico delle prossime generazioni, smentendo, nei fatti (e soprattutto nelle cifre), tutte le roboanti dichiarazioni e le belle parole contenute nel documento (pag. 4: “L’Italia intende superare gli obiettivi di produzione rinnovabile europea … Nel fare ciò è però di grande importanza contenere la spesa in bolletta, che grava su imprese e famiglie, allineando il livello degli incentivi ai valori europei e spingendo lo sviluppo dell’energia rinnovabile termica, che ha un buon potenziale di crescita e costi specifici inferiori a quella elettrica…).

Tutto perciò secondo i contorti modi di procedere, consistenti nell’affermare con grande enfasi retorica una cosa per poi realizzarne un’altra, ormai stranoti a chi ha la sfortuna di analizzare lo sviluppo di queste opere dell’ingegno ministeriale che, più che Roma, richiamano alla mente la millenaria epopea di Bisanzio.

il Governo ha ritenuto opportuno, per giustificare le enormi spese dei prossimi anni a carico delle bollette elettriche degli italiani, aumentare, senza motivo valido che non sia una esibizione di dissennata retorica ambientalista, gli obiettivi già onerosissimi previsti dal Piano di Azione Nazionale (PAN) del 2010 ed obbligatori verso l’Unione Europea riportando al 19-20% la quota di energia prodotta in Italia dagli impianti FER sul totale dei consumi, dopo che, non più tardi del 2007, la quota del 20% era stata ridotta al 17% in seguito ad un durissimo negoziato dell’allora Ministro Pecoraro Scanio con le istituzioni europee proprio a causa dell’eccessiva onerosità dell’impegno. L’aumento di tale obiettivo non viene però distribuito in modo proporzionale tra i vari settori interessati (riscaldamento, energia elettrica e trasporti) ma concentrato (guarda un po’) quasi esclusivamente in quello più costoso e dove il macchinario proviene quasi esclusivamente dall’estero: il settore dell’energia elettrica.

Per blindare il sistema e garantire le rendite parassitarie ultra-decennali agli speculatori delle FER elettriche vengono definiti nella SEN tre diversi obiettivi per il 2020, tutti convergenti nella stessa direzione:

1) Un livello massimo di spesa di un ordine di grandezza compreso tra gli 11,5 ed i 12,5 miliardi all’anno di incentivi al settore (che è il VERO obiettivo a cui mira la SEN). A proposito: 11,5 o 12,5? E’ stata questa apparentemente lieve riduzione rispetto ad un tetto ormai considerato sicuro di 12,5 miliardi annui ad aver scatenato le ire dei lobbysti…

2) Una quota in termini percentuali di energia elettrica prodotta da FER sui consumi compresa tra il 35 ed il 38% (rispetto al precedente obiettivo, conseguito con 8 anni d’anticipo, del 26,39%) mentre si lascia inalterato il valore obiettivo per il settore trasporti al 10% e lo si alza leggermente per il settore termico, dal 17 al 20%.

3)  Una quota in termini assoluti di energia elettrica prodotta da FER compresa tra i 120 ed i 130 TWh l’anno. Un impegno schiacciante, se è vero che l’anno scorso le prime stime ci dicono che ne sono stati prodotti, a costi sanguinosi, “solo” 92 TWh.

Così facendo si definisce tutta una serie di obiettivi concatenati che comporteranno necessariamente ulteriori stanziamenti futuri a carico delle bollette elettriche: nel caso di una ripresa economica e di un aumento dei consumi, alla quota percentuale corrisponderanno livelli fisici di produzione molto più alti, mentre, viceversa, la quota in termini assoluti rappresenterà un impegno gravosissimo da raggiungere anche nel caso (più verosimile) di una costante decrescita dei consumi. Se la diminuzione dei consumi elettrici dovesse continuare come l’anno scorso (e come sembra verosimile anche quest’anno) nell’ordine dei 10 TWh annui, ben presto la quota dei 120-130 TWh da FER elettriche supererà il 40% dei consumi italiani!

La necessità di raggiungere tali obiettivi comporterà l’altrettanto necessario reperimento di risorse finanziarie per nuovi incentivi e quindi l’esigenza, di nuovo, di “alzare l’asticella” delle rinnovabili, secondo lo slogan umiliante che ormai tutti i lobbysti hanno imparato a ripetere in ogni occasione e sempre più di frequente, in proporzione diretta ai flussi di cassa spaventosi, parzialmente utilizzati per “condizionare” i decisori politici e i media, che gli incentivi correnti stanno generando. E così via, in attesa dell’esplosione della bolla speculativa.

Una triplice blindatura, dunque, a garanzia di quella che appare la massima preoccupazione governativa: scialacquare risorse enormi senza costrutto. A testimonianza di questo impegno dissennato soccorrono anche i dati, illustrati nel grafico a pag. 73, che contraddicono, nei fatti, le belle e vuote parole di pag. 71 sulle “scelte di fondo” (” Una preferenza per le tecnologie con maggiori ricadute sulla filiera economica nazionale”): per il settore termico e per il settore trasporti (cioè quelli dove ci sarebbero davvero tali ricadute, vista la presenza di tante eccellenze industriali italiane, pressochè assenti nel settore della produzione elettrica, essendo pale e pannelli importati dall’estero quasi per l’intero) sono riservati rispettivamente (in confronto ai 12,5 miliardi delle FER elettriche) “appena” 900 milioni di euro all’anno (per il termico) e circa 1 miliardo di euro (per il settore trasporti). A testimonianza di una mala fede di fondo stanno il grafico a pag. 9 che dimostra che il settore dell’eolico onshore è l’unico per il quale non sono previsti miglioramenti in termini di minori costi futuri e l’incredibile grafico a barre di pag. 76 dove, per dimostrare che “il Paese è ben posizionato da un punto di vista industriale per cogliere le opportunità di sviluppo delle rinnovabili elettriche” si calcola la quota percentuale del contributo dell’industria nazionale rispetto al costo totale a vita intera (investimento + costi operativi e di combustibile) relativa all’eolico al 70% anzichè al reale 30%, considerando tra i costi “dell’industria nazionale” anche il totale degli incentivi pubblici (!) percepiti dalla speculazione come pura rendita parassitaria,  una volta ammortizzati i costi d’impianto, rappresentati per due terzi dalla spesa per l’acquisto degli aerogeneratori (di produzione estera).

In questo senso dobbiamo riconoscere che il testo della SEN, nella sua versione definitiva, ha eliminato quella curiosa impressione, lasciata dall’ultima bozza, di essere stata scritta a due mani: una ministeriale, interessata a limitare le spese ed attenta alle entrate, ed un’altra, diciamo così, europeista, ma nel senso peggiore del termine, cioè dominata da quelle lobby che, sole, dall’istituzione dell’immane burocrazia dell’Unione Europea hanno finora tratto benefici ai danni dei loro popoli. La seconda mano ha preso il sopravvento. E’ significativo che sia stato modificato nel testo definitivo quell’incredibile slancio di sincerità contenuto a pag. 105 dell’ultima bozza: “Spesso le associazioni di settore italiane svolgono azioni di lobby nei confronti dei soggetti comunitari, creando situazioni di promozione di interessi di settore a scapito dell’interesse generale del Paese” sostituendolo (a pag. 120 del testo definitivo) con un ambiguo “spesso le associazioni di settore italiane svolgono azioni di lobby nei confronti dei soggetti europei, creando situazioni frammentate e che potrebbero essere valorizzate ai fini di definire posizioni nazionali in grado di sostenere l’interesse generale del Paese“, nobilitando così servilmente, con una giravolta lessicale, l’azione nefasta dei lobbysti stessi che diventerebbero dunque, all’improvviso, soggetti che perseguono non il loro, ma “l’interesse generale del Paese”. Con questo grottesco elogio il testo ministeriale dimostra inequivocabilmente che le associazioni di settore italiane, come tutti ben immaginavano, svolgono, in primo luogo, azioni di lobby nei confronti dei Ministeri italiani, creando appunto tutte quelle “situazioni di promozioni di interessi di settore a scapito dell’interesse generale del Paese” che ci affliggono, portando alla morte per asfissia la finanza pubblica e l’economia nazionale.

Ma quello che è più grave, rispetto alle prime bozze della SEN, è la ratifica di una frettolosa aggiunta scritta da una manina misteriosa nell’ultima bozza della SEN che modifica drammaticamente, in senso peggiorativo, l’entità dell’onere a carico degli Italiani e che ora, nel testo definitivo in materia di FER elettriche, così suona (pag. 72):

“Complessivamente, per il raggiungimento degli obiettivi al 2020, vengono messi a disposizione fino a circa 11,5-12,5 miliardi l’anno (a fine 2012 già impegnate risorse per circa 10,5 miliardi) per 20 anni“.

In questo modo, incredibilmente e sottotraccia, senza che nessuno sulla stampa o in Parlamento si sia strappato le vesti denunciando l’avvenuta truffa, quello che prima era un tetto massimo di spesa da non superare nei prossimi anni e destinato a decrescere al raggiungimento dell’obiettivo energetico ed al venir meno degli incentivi più onerosi, sostituiti da quelli minori (minori in senso unitario, per Mwh prodotto) disposti dai decreti del luglio scorso, diventa ora un credito rotativo ventennale a cui la speculazione potrà attingere con certezza, per un onere ventennale complessivo (e solo nei venti anni prossimi!) di 250 miliardi (12,5 miliardi annui X 20 anni) a cui si dovranno aggiungere gli oneri decrescenti degli incentivi (che ora hanno durata ventennale) per gli ulteriori vent’anni successivi e che si possono calcolare, deduttivamente (e per semplicità, giusto per conoscerne l’ordine di grandezza), nella metà di tale importo, cioè 125 miliardi. Se a questo totale, per i prossimi 40 anni, di 375 miliardi (250 + 125), aggiungiamo i miliardi già spesi finora per le FER elettriche (solo l’anno scorso ne sono stati spesi quasi 11) superiamo quota 400 miliardi di regali garantiti alla speculazione di quel solo settore! In cambio dei quali non c’è da aspettarsi assolutamente niente, tranne qualche parola d’ordine ambientalista che sappiamo ormai benissimo essere priva di concreti fondamenti.

La Germania lo sta già provando. A testimonianza di ciò stanno le parole del commissario per l’energia dell’Unione Europea, il politico tedesco Guenther Oettinger, che dice di dubitare che “i consumatori tedeschi accetteranno prezzi crescenti dell’elettricità nel lungo periodo derivanti dalla svolta energetica”. “Il costo crescente dell’elettricità è anche un fardello per l’economia. Secondo Oettinger, i costi energetici rappresentano oggi il principale aspetto negativo per la Germania come luogo per fare affari, specialmente alla luce del marcato aumento nel numero dei blackout e delle fluttuazioni del voltaggio nella rete.” “C’è di gran lunga troppo poca capacità di accumulazione per fungere da tampone contro le forniture fluttuanti dell’energia eolica e solare. Inoltre non ci sono impianti di energia convenzionale in grado di provvedere ad una sostituzione di quelle forniture. Infatti le società di energia stanno pensando di chiudere gli impianti esistenti.” “Siccome non c’è abbastanza capacità di immagazzinamento dell’energia, virtualmente ogni impianto solare ed ogni aerogeneratore deve essere affiancato e sostenuto da un impianto convenzionale. Senza questa doppia struttura, la fornitura di energia potrebbe collassare.” E così accadrà anche in Italia.

Constatiamo dunque con orrore che anche il Ministro Passera, come già Clini molto tempo prima, ha ceduto alle pressioni della lobby e perciò, dopo avere pubblicamente affermato che il momento più brutto della sua esperienza di Ministro è stato nel 2011 quando ha avuto la quantificazione che per le rinnovabili elettriche si sarebbero spesi 9 miliardi in quell’anno, che erano già stati impegnati complessivamente 170 miliardi per 20 anni e che sarebbe stato un suo dovere fermare questo “furto dalle tasche degli Italiani”, ha prima acconsentito (con pretesti vari) ad alzare a 12,5 miliardi questo tetto annuo per raggiungere l’obiettivo al 2020 (portando quindi l’impegno complessivo da 170 a 240 miliardi) e infine, con questo provvedimento interno alla SEN del credito rotativo per i prossimi vent’anni, ha portato l’impegno complessivo a 400 miliardi totali! Se con 170 miliardi “si cambia il mondo”, come affermato da Passera, con 400 miliardi che cosa si sarebbe potuto fare? Bella coerenza, non c’è che dire, per chi parlava di fare cessare un furto ai danni degli Italiani…

E’ particolarmente significativo che un fatto di così ampia portata per i destini della Nazione non sia stato per nulla pubblicizzato dai media. Sebbene appaia incredibile, ne risulta a tutt’oggi ancora all’oscuro persino il Presidente dell’AEEG, che ha dichiarato pubblicamente a Cernobbio, come riportato dal Sole di sabato scorso:

E’ vero, l’onere maggiore ricade sulle piccole imprese, la componente A3 vale ormai 13 miliardi di euro e questi oneri vanno ridotti”. Guido Pier Paolo Bortoni, presidente dell’autorità per l’energia elettrica e il gas identifica nella componente degli incentivi alle rinnovabili il problema principale che in questi anni ha contribuito all’aumento delle bollette, in particolare per le Pmi.

Nel 2013, per il solo fotovoltaico, si arriva a 6,5 miliardi di euro, a 13 aggiungendo anche tutte le altre incentivazioni.  “Il problema – spiega Bortoni – non è scaricare altrove questi oneri, ad esempio sulla fiscalità generale, ma trovare il modo di contenerli”. Il livello attuale, a legislazione costante, sta tuttavia per arrivare alla soglia massima e nei prossimi anni dovrebbe iniziare a ridursi, anche grazie all’allarme lanciato proprio un anno fa dalla stessa autorità, che ha indotto il Governo a rivedere i meccanismi di incentivazione riducendo la curva di crescita dei prossimi anni”.

Ma quello che Bortoni non sa, o non vuole sapere,  è che questa riduzione è avvenuta in cambio dell’aumento del periodo di incentivazione e che tale “soglia massima” rimarrà costante per vent’anni, prima di cominciare a decrescere. Intanto, nello stesso articolo, l’Amministratore delegato di Terna conferma il collasso dei consumi nazionali di elettricità anche nei primi mesi di quest’anno.

Sempre nello stesso Forum di Confcommercio a Cernobbio uno studio di Ref ripropone il drammatico problema dei costi energetici per le imprese. Leggiamo sempre dal Sole:

“Rilevante in particolare il peso degli incentivi legati alle rinnovabili, che dai 3,6 miliardi del 2009 hanno raggiunto quota 10,6 miliardi, di cui 1,5 miliardi a carico del sistema del commercio. Come risultato, l’Italia nell’energia elettrica tra i paesi europei è quello che presenta i costi più elevati per le micro e piccole imprese (fino a 500 MWh di consumo annuo), che pagano fino al 15% in più rispetto alla Germania, più del doppio se il parametro di riferimento è la Francia“.

Con colpevole ritardo, anche il Sole 24 Ore si è infine reso conto della drammaticità della situazione indotta dai mega incentivi alle FER elettriche, di cui si è occupato con una serie di articoli negli ultimi giorni. Il primo dove si informa del contrasto tra Assoelettrica e APER, poi quello in cui si parla della crisi delle centrali tradizionali. Assoelettrica parla di “dati catastrofici” e sollecita il “capacity payment”.

Qualche giorno dopo il Sole riporta un “Allarme del Politecnico di Milano: forte sviluppo per solare ed eolico ma le altre fonti più redditizie restano al palo“…

Poi riferisce un’inquietante notizia, in un altro articolo, dove si informa che persino la Germania si rende conto che le rinnovabili non sono sufficienti per sostituire il nucleare e opera una scelta drammatica (peggiore del male, almeno in Europa) optando per l’estrazione dello shale-gas.

Ed infine il Sole riporta le critiche dell’Unione al nostro Paese per le scarse attenzioni dedicate all’efficienza energetica (“Niente da fare. Nessuna indicazione operativa. Neanche nell’ultima definitiva versione della Strategia energetica nazionale messa in campo dal Governo uscente”). Ma è ovvio che sia così: tutti i fondi sono stati drenati dagli incentivi alle FER elettriche…

Dopo questi riconoscimenti tardivi dell’autorevole Sole 24 Ore alle nostre obiezioni degli ultimi mesi confidiamo, d’ora in avanti, di non essere più soli contro quei poteri forti che abbiamo sempre cercato di contrastare.

Certo, questa sorpresa della pubblicazione postuma della SEN non ci voleva.

E’ tuttavia probabile che questa iniziativa in articulo mortis del Governo Monti rimanga nella storia, a testimonianza dell’incoscienza di una intera classe dirigente preoccupata di dare soddisfazione, anche nei momenti più drammatici, agli appetiti delle categorie più forti a danno dell’interesse collettivo.

Per illustrare l’ambiente decadente che ha reso possibile un disastro di questa entità, di cui il paesaggio italiano è stata la vittima principale, l’abusata immagine dell’orchestra che continua a suonare sul ponte del Titanic che affonda non è sufficientemente forte. Più consona appare invece la metafora del meteorite passato qualche settimana fa nei cieli degli Urali. Un meteorite analogo sta arrivando, lanciato a tutta velocità, su Roma, dove Ministri in uscita e funzionari si trastullano scrivendo queste opere dell’ingegno per cercare giustificazioni intellettuali ai soldi scialacquati a favore delle loro clientele. Il meteorite, che colpirà entro breve i Sacri Palazzi della politica distruggendoli, si chiama “Fiscal compact” ed è l’impegno sottoscritto lo scorso anno dallo stesso Monti per ottenere gli aiuti europei a sostegno del debito pubblico italiano che nessuno, in campagna elettorale, ha neppure osato evocare. Esso prevede, dal 2014, che tutti i Paesi con debito pubblico superiore al 60% del PIL dovranno rientrare, in ogni anno del ventennio successivo, di un ventesimo della quota di debito eccedente tale limite. Questo significa che, nell’ipotesi che il PIL italiano non tracolli prima, il prossimo anno lo Stato italiano dovrà restituire 55 miliardi di euro, tanto per cominciare, come primo anno.

Quest’ulteriore salasso si andrà ad aggiungere alle altre voci, ormai autopropulsive, (e da sole già insostenibili) di spesa pubblica (in particolare le retribuzioni del pubblico impiego, le pensioni – prive di riserve matematiche – ed il servizio del debito) ed affonderà definitivamente il Paese. A tutto questo si sono voluti aggiungere dal Governo Monti in extremis, per essere ben sicuri di affogare, anche questi 12,5 miliardi all’anno (per pura coincidenza da pagare durante lo stesso ventennio previsto dal fiscal compact) per finanziare le inesauste brame di speculatori di pale e pannelli. Sarà la morte dell’Italia, almeno quella democratica, fondata sul lavoro… Bisogna riconoscere che i suoi assassini non avrebbero potuto agire con determinazione maggiore, per essere ben sicuri di eliminare la povera vittima senza lasciarle nessuna possibilità di scampo.

Alberto Cuppini

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