Mentre tutta la montagna bolognese sta franando, Burgin, l’Assessore all’Ambiente della Provincia, pensa solo a promuovere gli impianti eolici da collocare proprio sui crinali

Monte La Fine: ambigue pressioni di Amministratori locali bolognesi sulla Regione Emilia Romagna per ridurre le tutele paesaggistiche ed ambientali che proteggono i loro stessi territori

 “La nostra montagna si sta sciogliendo”.

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“Complessivamente più di 50 situazioni di frana diffuse dalla montagna alla collina, lungo tutto l’intero asse del bacino del fiume Reno (il fiume di Bologna. Ndr)”.

“E’ un panorama desolante”.

Chi fa queste affermazioni non è un rappresentante di uno dei comitati bolognesi contro l’eolico industriale selvaggio della Rete della Resistenza sui Crinali, ma Ferdinando Petri, responsabile del servizio tecnico Bacino Reno della Regione Emilia-Romagna, in un’intervista rilasciata al Resto del Carlino del 9 aprile, a firma Gabriele Mignardi.

Per combinazione la frana di maggiori dimensioni (circa un chilometro di larghezza) si è verificata tra i Comuni di Monghidoro e San Benedetto val di Sambro, comportando l’evacuazione di un’intera frazione. La combinazione (che non è in realtà una combinazione) consiste nel fatto che i Sindaci dei due Comuni interessati sono

1) IMG_4820Alessandro Ferretti, che era stato, prima del conferimento della fascia tricolore, l’organizzatore della resistenza all’impianto eolico sull’Alpe di Monghidoro e successivamente presidente del comitato contro l’installazione della nuova linea ad altissima tensione (una di quelle necessarie per supportare gli impianti, come l’eolico, che producono, quando la producono, energia intermittente) che dovrà congiungere le centrali di Colunga, nella pianura bolognese, e di Calenzano, vicino a Firenze, e che la Terna avrebbe voluto fare passare lungo il crinale più densamente abitato della zona. Il successo ottenuto da Ferretti in questi due sforzi, bloccando il cosiddetto “parco” eolico e facendo spostare l’elettrodotto su una direttrice meno impattante per i residenti, gli hanno permesso di acquisire un’enorme benemerenza pubblica e poi di diventare il nuovo Sindaco di Monghidoro.

2) stefanini_gianluca_300Gianluca Stefanini, che da Sindaco di San Benedetto si è comportato da autentico leone nella Conferenza dei Servizi presso la Provincia di Bologna per la Valutazione di Impatto Ambientale, solo tra tutti gli amministratori locali convocati, nell’opporsi fermamente alla realizzazione del gigantesco “parco” eolico di monte dei Cucchi di 24 aerogeneratori alti ciascuno complessivamente quasi cento metri – cioè molti di più, molto più grandi e molto più impattanti di come gli era stato inizialmente prospettato per convincerlo – che si sarebbero dovuti collocare lungo sei chilometri di crinale, ed in particolare sopra al punto del distacco della frana (le cui cicatrici sono ancora visibili proprio sotto l’anemometro) che non più tardi del 1951 aveva semidistrutto il sottostante paese di Castel dell’Alpi e creato l’attuale lago, sbarrando il corso del torrente Savena. Il progetto aveva suscitato un’autentica sollevazione popolare e non osiamo pensare che cosa sarebbe successo a Castel dell’Alpi, pure gravissimamente danneggiata dalle recenti frane e allagamenti, se gli enormi aerogeneratori fossero stati davvero collocati sul sovrastante crinale di monte dei Cucchi, come pure appariva ovvio e naturale agli estensori dello studio di impatto ambientale ed a molti degli Amministratori preposti alle relative autorizzazioni. Stefanini non si è fatto piegare, in quella circostanza, dalle forti pressioni provenienti dalla Provincia di Bologna per spingerlo a concedere anche il proprio placet, creando così una “situazione di conflitto istituzionale” che fortunatamente ha visto, alla fine, la Provincia soccombente.

Sempre per combinazione (…) i nomi dei Comuni della montagna che compaiono oggi sui giornali a causa delle frane mostrano un alto indice di correlazione con quelli dove sono stati presentati progetti di impianti eolici, oppure che sono stati oggetto delle sgradite attenzioni degli speculatori.

A dissertare sul dissesto idrogeologico della montagna emiliana, ma bolognese in particolare, interviene il 14 aprile, sempre sul Resto del Carlino, l’opinionista Cesare Sughi:

“Le frasi fatte, le semplificazioni (non saprei quanto ingenue e disinteressate) che a ogni disastro idrogeologico imboccano la strada della spiegazione in base all’emergenza, adducendo come causa “le piogge intense cadute senza sosta durante le ultime settimane” (adesso, a proposito di frasi fatte, si tira sempre in ballo, per giustificare le proprie inettitudini, anche il “mutamento climatico”. Ndr) hanno un doppio brutto difetto. Non ci aiutano nè a dire nè a capire la verità e non forniscono elementi utili perchè le catastrofi non si ripetano… l’Appennino è tra le zone più esposte e meno sensatamente protette. Perchè le frane non si muovono, solitamente, dalla sera alla mattina, ma hanno corsi e spostamenti lenti. Perchè se non vi sono nè riforestazione nè agricoltura a stabilizzare il terreno, allora l’acqua trova facile impregnare di sè un crinale e una scarpata, fino a farli “scoppiare”.

L’Ingegner Petri ribadisce e approfondisce lo stesso concetto il 18 aprile, di nuovo sul Carlino:

“In molte zone collinari o di montagna nelle quali sopravvivevano attività agrosilvopastorali e agrituristiche, per lo più a conduzione familiare, oggi non ci sono più le condizioni per la loro continuazione perchè anche i boschi e anche i pochi seminativi sono completamente sconvolti dalle frane. Anche queste piccole ma importanti forme di economia locale (questi coraggiosi piccoli imprenditori, come Piero Romanelli, agricoltore biologico di Casoni di Romagna, sono lo zoccolo duro dei comitati contro gli impianti eolico-industriali che li costringerebbero, prima o poi, ad abbandonare abitazioni e terreni. Ndr) che comunque garantivano anche un presidio del territorio, sono state cancellate dall’inclemenza meteo delle ultime settimane, aggiungendo danni al crollo delle abitazioni.”

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Emanuele Burgin

Nonostante tutto, però, Emanuele Burgin, il potente Assessore all’Ambiente (unico riconfermato nella propria carica di Giunta da Beatrice Draghetti, Presidente della Provincia di Bologna, dopo la propria rielezione) non appare troppo preoccupato e così, nello stesso periodo in cui la montagna di Bologna franava, lui continuava ad arrabattarsi per metterle nuovi impianti eolici su tutti i suoi crinali. Ricordiamo che un singolo aerogeneratore pesa centinaia di tonnellate e che le ciclopiche pale, che ruotano agli apici ad una velocità fino a 300 chilometri all’ora, esercitano sul plinto di calcestruzzo alla sua base una pressione ondulatoria enorme, amplificata dall’altrettanto enorme effetto leva della torre, relativamente sottile, che spesso, da sola, è alta più di cento metri. In questo modo il plinto di calcestruzzo, che è di fatto indistruttibile, agisce come una vanga colossale, scalzando tutto il terreno circostante.

Il motivo di questo altrimenti inspiegabile agire, per chi ci vuole credere, viene esplicitato dallo stesso Burgin in un suo contributo, inviato al più diffuso quotidiano locale, intitolato niente meno che Così nascerà il parco eolico più grande del mondo dove illustra, tra alcune imprecisioni, la quintessenza del suo pensiero prometeico.

In preda all’ebbrezza per l’autorizzazione all’impianto di Casoni (dove già una prima frana si è sviluppata due anni fa, proprio in corrispondenza, guarda caso, di un aerogeneratore gigante), concessa grazie al suo precipuo impegno, dopo molte spallate, dalla Giunta provinciale alla beneamata AGSM, la municipalizzata veronese che non può operare fuori dal proprio territorio senza violare la legislazione anti-trust (o per meglio dire: che non potrebbe operare, perchè tanto opera lo stesso senza che nessun amministratore locale le obietti niente), Burgin, rifuggendo le “frasi fatte” evocate da Sughi, rivela al mondo il proprio manifesto politico sull’eolico ubiquo onde “coronare” (la citazione è  sempre dello stesso autore in un’altra intervista) tutti i paesi della montagna bolognese (già dimostratasi nei fatti priva di vento utile) con questi impianti che culmina con un apodittico “oggi il vento ci serve, tanto o poco che sia”.

Insomma, parafrasando un attualissimo Sant’Ignazio di Loyola: “Todo modo para buscar y ballar la voluntad de Burgin”, la cui spontaneità in cotanta inflessibile vocazione, tesa alla salvezza del nostro Pianeta tramite il vento, viene garantita, rispetto a maliziose dietrologie, da una storia personale fatta di scelte sempre coerenti a favore dell’ambiente e della naturalità, fin dalla decisione di intraprendere gli studi universitari e poi la professione di Chimico Industriale.

Ed ecco quindi, alla vigilia di una nuova Valutazione di Impatto Ambientale per un nuovo impianto eolico industriale su Monte La Fine, distante pochissimi chilometri in linea d’aria dal disastroso impianto di Casoni, che “qualcuno” pensa bene di organizzare, per ammorbidire le possibili resistenze ed anticipare le obiezioni, un Consiglio provinciale straordinario sui mutamenti climatici con tanto di convocazione di esperti a Palazzo Malvezzi (sede della Provincia di Bologna). A questo proposito riportiamo, da un articolo del 5 marzo del Corriere di Bologna (un giornale stando al quale, detto per inciso, non sarebbe mai esistita, in questi anni, nessuna emergenza per progetti di impianti eolici strampalati sulle montagne bolognesi), le indignate parole del giornalista Olivio Romanini:

“Ieri l’assessore provinciale al Bilancio, Maria Bernardetta Chiusoli ha lanciato l’allarme sul bilancio perchè i tagli disposti dal governo rischiano di essere una mazzata per l’ente… Eppure … l’ente non rinuncia ad occuparsi di cose fuori dalla propria competenza che rischiano di non essere capite fuori dal Palazzo dove monta la protesta grillina. Un esempio? Ieri la conferenza dei presidenti di gruppo ha deciso di convocare per lunedì prossimo un consiglio provinciale straordinario sui mutamenti climatici con la convocazione di esperti a Palazzo Malvezzi… Non parliamo di grosse cifre, ma a qualcuno verrà prima o poi sicuramente da chiedersi se era proprio necessario un consiglio ad hoc sui temi di cui normalmente si discute all’ONU o al Parlamento Europeo… Non dev’essere facile di questi tempi il lavoro a Palazzo Malvezzi ma certo non organizzare consigli straordinari sui mutamenti climatici aiuterebbe a rimettersi in sintonia con l’umore fuori dal Palazzo”.

L’Assessore Burgin, però, non deve avere letto l’articolo, perchè pochissimi giorni dopo il convegno “sui temi di cui normalmente si discute all’ONU o al Parlamento Europeo” rilascia un’intervista al Carlino di Imola (pubblicato il 20 marzo a firma Letizia Gamberini) dove, criticando i “vincoli normativi della Regione”, parla più da Segretario dell’ONU o forse, più modestamente, da Presidente della Commissione U.E. che da Assessore provinciale all’Ambiente (Assessorato che in Emilia Romagna ha tra i suoi compiti proprio la delega della Regione ad effettuare la Valutazione di Impatto Ambientale, la cui prima finalità sarebbe proprio – il condizionale è d’obbligo – verificare che leggi e regolamenti siano rispettati).

L’arbitro della partita che si sta giocando tra una ditta di mangimi ( ! ) che vuole installare l’impianto eolico più grande dell’Appennino settentrionale sui crinali di una montagna, il Monte La Fine nel Comune di Castel del Rio, per valorizzare il quale pochi anni fa la Provincia stessa impegnava le proprie risorse, ed i cittadini che si oppongono invocando, tra l’altro, i vincoli normativi regionali contestati da Burgin, si rivolge dunque alla Regione stessa, che lo ha delegato a questo ruolo di arbitro, per chiederle di… cambiare il regolamento per fare vincere la squadra del proprio cuore. E’ incredibile. Le conseguenze, in una qualsiasi altra Pubblica Amministrazione del mondo civilizzato, sarebbero la revoca dell’arbitro o le dimissioni del medesimo.

Leggiamo per intero l’incredibile passaggio dell’articolo del Carlino Imola con la dichiarazione di Burgin, in cui egli dimostra non solo di non avere compreso la ratio alla base del procedimento di VIA per il quale ha ricevuto la delega della Regione Emilia – Romagna, ma neppure alcuni elementari concetti di base in materia di democrazia partecipata.

“Con la normativa vigente la possibilità che questo progetto decolli sono ridotte al lumicino. L’esperienza di questi anni lo dimostra: il problema è sempre quello dei crinali” dove però particolare non da poco, soffia il vento. Ma nel frattempo i comitati locali stanno diffondendo relazioni di esperti e geologi, allarmati per frane, fauna e tutela di aree boschive. “Anche guardando al vicino impianto di Casoni di Romagna – prosegue Burgin – i dati dimostrano che l’avifauna, per fare un esempio, dimostra un’intelligenza sufficiente per starsene alla larga dalle pale. Insomma, diciamo che sono tante le osservazioni confutabili, ma un tema diverso è quello del paesaggio e dei crinali. Finchè la normativa regionale resta invariata, dubito che si realizzeranno più impianti eolici in Emilia Romagna”.

Neppure l’uomo della strada avrebbe potuto dire tante cose tanto superficiali.

Riportiamo qui, anche a beneficio dell’Assessore e del Sindaco di Castel del Rio che evidentemente non li hanno mai letti, alcuni passaggi significativi sul significato della VIA dal sito web della Regione Emilia Romagna:

“La VIA rafforza i tradizionali meccanismi di controllo tramite strumenti più specificamente preventivi, atti cioè ad integrare l’insieme delle considerazioni ambientali nelle decisioni degli operatori pubblici e privati.

La VIA consiste, infatti, nell’obbligo di raccogliere, grazie ad una cooperazione tra proponenti, amministrazioni pubbliche e cittadini, l’informazione più completa possibile sull’insieme dell’impatto ambientale di un intervento ed in quello di valutare l’importanza di tali impatti e di esaminare le possibili soluzioni alternative. Queste procedure vanno introdotte nel contesto più generale delle procedure di decisione e di autorizzazione.

La VIA è concepita, dunque, soprattutto come uno strumento di conoscenza e di informazione al servizio sia dei “decisori” privati sia dei centri pubblici di decisione. Il suo obiettivo è, da un lato, quello di rendere i privati più consapevoli degli interessi ambientali meritevoli di un’attenta considerazione nella realizzazione di un’opera o di un intervento. Dall’altro, il processo di valutazione mira ad informare le autorità competenti sugli effetti probabili di un intervento sull’ambiente prima che sia presa una decisione”.

Un procedimento complesso, quindi, che prevede, esplicitamente, anche la consultazione dei “cittadini” (compresi quei “comitati” che Burgin, in questi anni, ha mostrato di avere tanto in uggia da escluderli sistematicamente dalle Conferenze dei Servizi con lo stesso zelo con cui un sagrestano allontana dalla chiesa i cani tignosi, impegnandosi al massimo, al contrario, per confutarne, o ignorarne del tutto, le osservazioni) e “l’obbligo di cooperazione” anche con loro e non solo coi proponenti, a cui è stato finora sempre assegnato, in sede di VIA presso la Provincia di Bologna per l’eolico, un appoggio incondizionato, come da loro stessi ammesso in più occasioni.

Riportiamo qui un argomento presentato in una di tali osservazioni per Monte La Fine, sulla base dell’esperienza dell’impianto di Casoni, dove, oltre che l’ovvio danno paesaggistico, si sono puntualmente già verificate le altre negatività temute, come i danni alla salute, la scomparsa di parte della fauna (ammessa con superficialità dallo stesso Assessore) e una frana. L’elemento dirimente per questi impianti nel bolognese è però la mancanza di vento utile:

“Noi sappiamo, dai dati statistici di sintesi del GSE (Gestore Servizi Energetici) per l’anno 2009 (il primo anno di attività), che l’impianto di Casoni aveva prodotto quell’anno, pur essendo diventato operativo solo a partire da gennaio inoltrato, 1.379 ore di vento utili equivalenti alla massima potenza teorica. Si può dunque supporre, per il primo anno e con gli aerogeneratori nuovi, un ordine di grandezza di poco superiore alle 1.400 ore.

Un recente studio dell’Università di Edimburgo … conferma per via induttiva che non solo la produttività degli impianti eolici tende a declinare col tempo, ma questa riduzione di produttività è molto più rapida del previsto e le macchine devono essere sostituite, per usura o per rottura di componenti importanti, dopo soli 12 – 15 anni. Tale declino è tanto più accentuato all’aumentare delle dimensioni degli aerogeneratori.

La conoscenza di questo fenomeno era già nota, sulle montagne bolognesi, dalla parabola discendente della produttività delle pale del vecchio impianto di monte Galletto, ma ora essa sembra valere anche per Casoni. Infatti dall’ultimo documento statistico di sintesi, disaggregato per regioni, pubblicato dal GSE l’autunno scorso e riguardante i dati del 2011, leggiamo (a pag. 7) che in Emilia Romagna a fine 2011 erano installati 18,1 MW di eolico (di cui 12,8 a Casoni) e (a pag. 13) che in regione erano state prodotte appena 19,8 GWh di energia elettrica da eolico. Da questi dati possiamo ricavare con una divisione (19.800 MWh : 18,1 MW), in modo grezzo ma efficace, quella che è stata la produttività, in termini di ore equivalenti al funzionamento alla massima potenza, degli impianti eolici regionali nel 2011: 1.093 ore (Italia: 1.421), per un miserrimo indice di efficienza ingegneristica (1.093 : 8.760 ore in un anno) del 12,47%.

Faccio notare che il dato di 1.093 ore è esattamente la metà di quanto generalmente previsto dai proponenti i progetti eolici in Italia, ed in particolare la metà di quello che era stato propagandato, a suo tempo, dall’AGSM per Casoni (si garantivano 2.000 – 2.200 ore che sono, guarda caso, la soglia minima di produttività tale da garantire la redditività di un impianto eolico in una zona montuosa italiana in assenza di incentivi.

Faccio altresì notare che nel 2009 la produttività regionale totale era stata di 1.265 ore e che, nel frattempo, non sono stati installati ulteriori impianti eolici giganti. Il potenziale eolico installato (non il numero di impianti) è dunque variato di pochissimo da allora, per cui è lecito fare paragoni tra i due anni. Ci si può dunque spingere ad affermare che questo potenziale, che si suppone collocato nei siti più ventosi della regione, abbia raggiunto un suo massimo (supposta una ventosità regolare) quando l’impianto di Casoni era nuovo ed ora comincia a degradare, per normale usura degli impianti, esposti a condizioni atmosferiche estreme (almeno per l’Emilia Romagna). Conoscendo già la curva discendente di produttività dell’impianto (ora rimosso per essere sostituito) di monte Galletto, osserviamo che appare in atto la medesima tendenza anche per Casoni.

La zona in questione si è perciò già ampiamente dimostrata, anche nei dati di produttività oltre che nelle mappe anemometriche, priva del vento utile sufficiente a garantire all’investitore la redditività di un impianto di questo tipo ed il suo mantenimento in esercizio nel medio periodo al venir meno gli incentivi statali.

Si può perciò anticipare, nella più ottimistica delle ipotesi, una produzione per Casoni, e quindi verosimilmente anche per Monte la Fine, attorno alle 1.200 ore annue nei primi 15 anni (salvo incidenti imprevisti ma possibili), dopo di che l’impianto dovrà essere sostituito da altri aerogeneratori (di nuovo sussidiati) oppure verrà abbandonato”.

Ma a prescindere dalle osservazioni nel caso specifico (che sono sempre e comunque confutabili, come afferma categoricamente Burgin nell’intervista, per geologia e fauna), e per ritornare al problema delle frane nel bolognese, ecco la gravissima dichiarazione sugli studi commissionati dai proponenti gli impianti eolici (e che, soli, vengono accolti da Burgin e considerati, questi sì, “inconfutabili”) in un altro articolo del Carlino Imola di alcuni giorni prima (il 2 marzo), in una cronaca da Castel del Rio, rilasciata dal Professor Gian Battista Vai, uno dei più autorevoli e stimati geologi italiani, nato per combinazione proprio nella valle del Santerno, a pochissimi chilometri di distanza da Monte La Fine:

“C’è carenza di concreta valutazione di impatto ambientale, carenza di valutazione della sostenibilità geologica, e quindi ambientale ed economica dei singoli progetti”. “Si cerca di mascherare tutte queste gravissime lacune con una profusione di indagini, apparentemente sofisticate, dei primi decimetri o metri delle piazzole di fondazione delle gigantesche pale, senza alcuna preoccupazione di verificare se a profondità un po’ maggiore e fino ad alcune decine di metri dalla superficie verranno incontrate o si potranno riattivare superfici di scollamento nascoste o quiescenti di vecchie o antiche frane”.

Un incredibile atto di accusa nei confronti di chi ha effettuato tutti questi studi, ma in particolare di chi pare considerare tali generosi studi di parte, con l’aggravante che provengono sempre, per la parte orientale della montagna bolognese e per le montagne dei limitrofi Comuni fiorentini, dagli stessi autori.

Ci occuperemo di loro, ed in particolare della società Ambiente Italia e di chi si occupa del coordinamento di tutti questi progetti eolici, in un prossimo post.

Per il momento ci limitiamo a riportare, dalle medesime osservazioni dei comitati inviate alla Provincia di Bologna per Monte La Fine quanto segue:

“Parimenti ci preoccupa che lo studio di impatto ambientale per il nuovo impianto di monte la Fine sia stato realizzato da quella stessa Ambiente Italia srl che aveva collaborato con AGSM per lo studio di impatto ambientale per gli impianti eolici progettati sui vicini  Monte Bastione – La Faggeta (progetto archiviato nel 2012 dalla regione Toscana per mancanza di informazioni essenziali) e Monte dei Cucchi (progetto bocciato da codesto ufficio nel 2011).

A proposito di Monte dei Cucchi, vorrei fare notare che lo studio di impatto ambientale di Ambiente Italia era risultato favorevole alla costruzione di un impianto eolico industriale di 24 aerogeneratori alti quasi 100 metri in un sito che, dopo la bocciatura dell’impianto alla VIA provinciale, è stato addirittura dichiarato Sito Natura 2000 con delibera della Giunta Regionale dell’Emilia-Romagna del 2/7/2012, previa delibera della Giunta Provinciale di Bologna del 6/3/2012 per l’istituzione del SIC ZPS”.

E così, dopo tutto questo, non possiamo fare a meno di rabbrividire, leggendo quanto scriveva appena un paio di settimane fa Lionello Mancini del Sole 24 Ore in un articolo del 15 aprile intitolato “Bastano 24 ore per fotografare l’Italia malata” in cui, esaminando alcuni episodi di cronaca (tra cui l’arcinota vicenda dell’eolico siciliano, esempio, citando La Repubblica, di come “i mafiosi con le attività economiche, le truffe le turbative d’asta, guadagnano molto e rischiano poco” e “con il controllo delle aziende pilotano persone, famiglie e soprattutto il voto”) conclude che “vi possiamo riconoscere quel rapporto malato tra politica, appalti, professionisti, finanza, tipico del ricco nord e in cui la Mafia non c’entra per nulla; in Emilia Romagna troviamo plasticamente rappresentato un certo modo di intendere la professione che avvantaggia la criminalità organizzata”.

Nel succitato articolo del Carlino Imola del 2 marzo, tanto per aggravare ancora di più l’impressione di degrado istituzionale, decide di intervenire pubblicamente, di fronte alle medesime eccezioni della Regione Emilia-Romagna, e di nuovo con argomenti da Segretario Generale dell’ONU, anche il Sindaco di Castel del Rio Alberto Baldazzi, che non deve avere prestato molta attenzione, a suo tempo, durante le lezioni di Diritto Pubblico:

“Chiediamo alla Regione di ridiscutere la questione: è una decisione che prescinde dal dato di realtà. L’eolico è infatti sollecitato sia in ambito nazionale sia europeo e apre le porte ad un tipo di economia con del potenziale straordinario (ce ne stiamo accorgendo, soprattutto in questi giorni, sia del nuovo tipo di economia sia del suo potenziale straordinario. Ndr).

La posizione della regione va riaperta e come Amministrazione chiediamo che la legge venga approfondita, anche in un’ottica più ampia”.

Questi comportamenti dei Pubblici Amministratori, contrari al buon senso ed incomprensibili al profano ma in realtà sfacciatamente eterodiretti, danno fiato alle trombe di chi, in questo periodo, invoca nelle piazze il “Mandateli tutti a casa”.

Qui la Provincia non appare più solo come un ente inutile a risolvere i problemi di sua pertinenza (in questo caso perchè non è in grado di frenare lo spopolamento della montagna e quindi di impedire le frane), ma addirittura dannoso (decide non si sa perchè di riempire i crinali di pale eoliche che provocano esse stesse le frane e che allontanano chi, testardamente, vorrebbe rimanere a presidiare il territorio, precludendone inoltre un futuro ripopolamento).

In questo caso tutta la politica del Potere locale, assolutamente favorevole agli impianti ad energia “pulita”, è in realtà finalizzata all’instradamento degli incentivi pubblici nelle tasche giuste, e la tal cosa è stata ben percepita da tutte le numerosissime comunità minacciate, anche in prospettiva futura, da tali impianti, più inquinanti di quelli tradizionali in proporzione all’energia prodotta ed enormemente più numerosi.

Il Movimento 5 Stelle si fa conoscere e prospera intervenendo proprio nelle situazioni in cui i cittadini vengono abbandonati al loro destino dalla politica compiacente i poteri forti.

Pochi mesi fa, ad esempio,  ha rischiato di strappare al Partito Budrio (una cittadina in provincia di Bologna sua roccaforte storica) al ballottaggio per eleggere il Sindaco, proprio per la reazione degli abitanti di alcune frazioni alla mancanza di credibili garanzie sui temuti impianti a biomasse nelle campagne della Bassa bolognese, dove solo gli esponenti grillini si distinguono nell’affiancare i comitati in lotta.

E questi casi si stanno moltiplicando, parallelamente all’aumento del totale degli incentivi distribuiti.

Se al mondo esiste ancora un briciolo di gratitudine, i grillini, a Natale, dovrebbero regalare all’Assessore Burgin almeno il panettone.

Con i suoi comportamenti egli rappresenta la prova provata più efficace a dimostrazione della veridicità degli slogan del movimento di protesta; se si continua così, alle prossime elezioni amministrative, e se le Province non saranno ancora state abolite, moltissimi scranni di Palazzo Malvezzi, su cui si siedono da quasi settant’anni gli esponenti del locale Partito di governo, cambieranno padrone. E governerà, per la prima volta dal dopoguerra, qualcun altro…

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