Venti d’Appennino: potenziali e criticità. L’intervento di Fabio Valentini di Mountain Wilderness al convegno di Pontremoli

Ringrazio gli organizzatori per avermi invitato a questo interessante convegno. Vorrei iniziare il mio intervento sull’energia eolica offrendo ai convenuti una chiave di lettura un po’ particolare di questa attività industriale.

vendesi vento“L’energia del vento non consuma materie prime; non comporta trivellazione, estrazione, raffinazione o costruzione di oleodotti; non emette CO2 o altri gas a effetto serra; non comporta variabilità dei prezzi dell’energia; è innovazione tecnologica; ha un potenziale energetico significativo; non produce rifiuti radioattivi; non consuma combustibili; ha un impatto minimo sulla fauna avicola; riduce la dipendenza energetica e l’importazione di materie prime; porta benefici alla bilancia commerciale; il vento è energia tecnologica, disponibile, naturle e pulita”. Questo è un elenco di tutte le caratteristiche positive di questa forma di energia rinnovabile. Io non ho intenzione di contestarle in questa sede, anche perché le condivido (a parte forse quella sull’avifauna). Da me, e nemmeno dall’associazione che qui rappresento, non sono mai state sollevate critiche sullo sfruttamento dell’energia eolica in quanto tale. Come sostiene giustamente l’ultima frase, il vento è energia tecnologica, disponibile, naturale e pulita. Giusto. Il problema è un altro.

A me piace viaggiare, e nei miei viaggi in Europa mi è capitato -in Francia, in Spagna, in Portogallo, in Irlanda, in Danimarca, in Olanda, in Belgio- di fare diverse foto ai mulini a vento presenti in queste regioni. Riguardando queste foto mi è venuto in mente di iniziare una semplice ricerca su internet, raccogliendo alcuni dati.

Nel 1750 c’erano da 6.000 a 8.000 mulini a vento in Olanda, nel 1850 ce n’erano 9.000. Nel Regno Unito c’erano da 5.000 a 10.000 mulini a vento nel 1820. La Francia aveva 8.700 mulini nel 1847. La Germania aveva 18.242 mulini a vento nel 1895 e la Finlandia aveva 20.000 mulini a vento nel 1900. Anche Portogallo, Spagna, diverse isole del mediterraneo e molti paesi dell’Europa orientale e paesi scandinavi avevano numerosi mulini a vento. L’importo totale dei mulini a vento in Europa è stato stimato a circa 200.000 al suo apice.

La domanda che mi è sorta spontanea a questo punto è stata: e in Italia? Qui la ricerca si è dimostrata un poco più complicata, ci sono pochissimi documenti.

In Italia antichi mulini a vento a sei pale, conservati o restaurati, sono ancora utilizzati nelle saline di trapani per la macinazione del sale o per il pompaggio dell’acqua marina da una vasca all’altra della salina.

Toscana e Sicilia sono state le più propense allo sfruttamento del vento e in Toscana solo due zone hanno visto la presenza di qualche mulino a vento, senza peraltro che ne sia nata una tradizione o una cultura: la costa tirrenica e la val di Sieve.

Queste informazioni sono tratte da un libro significativamente intitolato “Mulini a vento in toscana, macchine artificiose poco diffuse in italia”, di Roberto Baldini e Massimo Casprini, pubblicato nel 2006.

Le conclusioni a cui arrivano gli autori sono le seguenti: “La risposta più logica è quella ovvia: manca il vento, ossia non c’è con quella forza, quella misura, quella continuità che sono necessarie per avere una fonte energetica sulla quale contare al momento del bisogno. Per questo le pale a vento sono state spesso collegate a pompe di drenaggio o di rifornimento d’acqua, dove le vasche facevano da volano al lavoro intermittente”.

In tempi di poco più recenti, nel settembre 2010, il ministro della Repubblica Giulio Tremonti ha detto: “Vi siete mai chiesti perché in Italia non ci sono i mulini a vento? Quello dell’eolico è un business ideato da organizzazioni corrotte che vogliono speculare”.

Di fronte a questa affermazione mi sono reso conto che evidentemente qualcun altro si era già posto le mie stesse domande e chissà quanti altri ancora l’avevano già fatto anche se non ci è dato di sapere. Ma senza arrivare alle conclusioni di Tremonti, che potremmo anche ritenere affrettate, ho proseguito nella mia ricerca.

Guardando l’immagine dell’atlante europeo del vento (http://www.windatlas.dk/europe/landmap.html), misurato a 50 metri di altezza dal suolo, le zone più ventose sono evidenziate in colore viola nel nord del Regno Unito e sulle coste nordoccidentali di Irlanda e Scandinavia; poi le intensità del vento diminuiscono verso sud passando al colore rosso, all’arancio, al verde ed infine al blu. Guardando da vicino la situazione in Italia, le zone a maggiore ventosità sulla nostra penisola sono quelle a ridosso delle coste occidentali di Sicilia e Sardegna ed in Puglia, mentre tutto il nord Italia e la parte centrale tirrenica sono quelle meno interessate.

Vi faccio notare che nell’area che ci riguarda la velocità del vento su colline e crinali non arriva ai sette metri al secondo, mentre nelle aree a maggiore ventosità si arriva al massimo a dieci metri al secondo.

Per raccogliere dati utili alla realizzazione dell’atlante eolico italiano, il CESI (Centro Elettrotecnico Sperimentale Italiano) ha utilizzato i dati provenienti da alcune stazioni di rilevamento posizionate in diverse regioni. In un apposito elenco sono evidenziate le stazioni create in tempi recenti (dopo l’anno 2000) allo scopo di integrare con nuovi dati la rete già esistente; di queste, l’unica stazione in territorio toscano (Colle val d’Elsa) ha registrato i valori più bassi con una velocità media del vento al suolo pari a 1,9 m/s. Nel dettaglio regionale, a conferma dei dati già evidenziati, le zone con maggiore presenza di vento sono quelle del crinale tosco-emiliano.

Una pala eolica in condizioni ottimali riesce ad intercettare il 30% dell’energia del vento, trasformando l’energia aerodinamica del vento in energia meccanica; considerando le successive perdite per la conversione da energia meccanica ad energia elettrica e i successivi adattamenti di trasformazione dell’elettricità per l’immissione in rete, si arriva a catturare il 25% dell’energia del vento.

E allora perché conviene realizzare questi impianti? Il cosiddetto indice EROEI (Energy Returned On Energy Invested) è un coefficiente che indica il rapporto tra energia investita -per la costruzione e il mantenimento degli impianti- ed energia prodotta. Tra le fonti rinnovabili, l’eolico ha in teoria il miglior rendimento. Ma naturalmente è stata la politica di incentivi economici che ha scatenato la corsa al cosiddetto “eolico selvaggio”.

I tecnici stimano che un generatore eolico richiede una velocità minima del vento dai tre ai cinque metri al secondo, ma eroga la potenza di progetto ad una velocità del vento tra i dodici e i quattordici metri al secondo (dati Wikipedia); quindi al di sotto di questi valori gli impianti lavorano senza mai arrivare al rendimento previsto.

Si ritiene che la producibilità specifica media di un impianto anemoelettrico industriale debba essere in generale superiore a 2.000 ore all’anno, pari a circa il venticinque per cento del rendimento massimo dell’impianto.

Nell’anno 2007 la media nazionale di funzionamento di tutti gli impianti eolici installati sul territorio nazionale è stata stimata in circa 1.500 ore. Nel 2009 la stima è stata di circa 1.550 ore all’anno. Questi dati comprendono anche centrali che sono entrate in funzione nel corso dell’anno, quindi il dato reale può discostarsi in eccesso ma non di molto.

Gli impianti eolici già installati in Emilia Romagna (ho il dato della mia regione di appartenenza) hanno prodotto nel 2010 -anno eccezionalmente ventoso, calcolate circa un +11% rispetto al 2009- una media inferiore alle 1.400 ore all’anno. Lascio a voi le considerazioni del caso.

Il piano energetico regionale in Toscana prevede per il 2020 una produzione di 358 GWh. Al 2011 risultava sul territorio regionale una produzione da fonte eolica di 72,7 GWh; quindi mancherebbero 285,3 GWh. Supponendo per i nuovi impianti una media di 1500 ore/anno di funzionamento, servirebbe quindi installare altri 190 MW di potenza. Nel 2007 i megawatt installati in regione erano 28, nel 2011 si è arrivati a circa 45. Per arrivare agli altri 190 previsti vi lascio immaginare quale sarà il destino dei prossimi anni.

… e se non riuscite ad immaginarlo, proviamo ad aiutarvi. Partiamo da un impianto esistente, quello situato a Scansano (patria del Morellino…), in provincia di Grosseto. Sono 10 generatori da 2MW l’uno, le torri sono alte 67 metri e le pale hanno un diametro di 90 metri, con una produzione stimata di 40 GWh/anno; in realtà nel 2007 l’impianto ha prodotto 21,5 GWh su 287 giorni di operatività, pari a circa 27 GWh/anno. Quindi occorrerebbero almeno altri dieci impianti come questo per i 285 GWh mancanti.

Ma naturalmente questo è un calcolo puramente teorico. Infatti, come si legge nel rapporto statistico del GSE (Gestore Servizi Energetici) del 2011, in Toscana si è passati dai 17 impianti del 2010 ai 48 del 2011, aumentando però la potenza complessiva di soli 0,2 MW a fronte di un numero di impianti quasi triplicato.

Per completare questi dati a mio parere vanno generalmente considerati almeno un paio di altri aspetti, che spesso vengono trascurati. Le pale potrebbero anche essere trasportate sul luogo in elicottero, ma le torri devono essere trasportate con i camion: per questo occorrono strade sufficientemente larghe, che abbiano raggi di curvatura sufficienti a garantire le manovre di questi automezzi per i trasporti eccezionali. Se queste strade esistono -e sui crinali spesso non è così- le si devono comunque adeguare.

Oltre ai lavori di scavo per la realizzazione degli impianti occorrono altre opere accessorie. L’energia prodotta deve essere convogliata e trasportata. Per fare questo si deve scegliere tra la soluzione dei cavi aerei e quella dei cavi interrati. Se si scelgono i cavi aerei occorrerà realizzare un elettrodotto, e si dovrà disboscare la zona di passaggio dei cavi ad alta tensione; se si interrano occorrerà comunque liberare il terreno adibito a scavo.

In conclusione di questo breve intervento, mi preme rimarcare alcune considerazioni. Il risparmio energetico rappresenta l’obiettivo primario da raggiungere, non si può pensare di rincorrere una domanda crescente di energia legata a sprechi e dispersioni che comporterebbe un costante consumo di risorse naturali. In questo caso il risparmio si identifica con l’efficienza energetica: non significa fare rinunce o tornare indietro, ma anzi la ricerca e la tecnologia sono un aiuto indispensabile. Pensate ad esempio alle lampadine o agli elettrodomestici di nuova generazione, agli autoveicoli ibridi, alle case clima.

L’energia eolica rappresenta una fonte rinnovabile pulita preferibile alle fonti fossili convenzionali, ma ha alcune controindicazioni. E’ una fonte discontinua ad intensità variabile, e siccome l’energia non si può immagazzinare ciò rende difficoltoso il suo utilizzo con immissione in rete. Le condizioni anemologiche ottimali di esercizio raramente si riscontrano sul nostro territorio, pertanto i rendimenti risultanti dai dati statistici non soddisfano i requisiti di redditività degli impianti; per contro, la realizzazione degli impianti stessi comporta una perdita di valore del territorio nelle sue potenzialità turistico-paesaggistiche. Occorre valutare attentamente i rapporti costi/benefici, che risulteranno diversi caso per caso e quindi da analizzare singolarmente.

Purtroppo in questi anni si sono verificati molti, troppi casi di territori “svenduti” frettolosamente da amministrazioni poco attente, che hanno visto nelle entrate legate alle concessioni un rimedio alle difficoltà economiche per le casse pubbliche; per contro, le imprese costruttrici si sono moltiplicate senza controllo -e in molti casi sono state riconosciute infiltrazioni malavitose- attratte dai guadagni legati agli alti incentivi erogati da una legislazione palesemente sottratta alle norme della concorrenza e finanziata con soldi sottratti alla collettività.

Grazie per l’attenzione.

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Una risposta a Venti d’Appennino: potenziali e criticità. L’intervento di Fabio Valentini di Mountain Wilderness al convegno di Pontremoli

  1. tamerlano ha detto:

    Lucido, sereno, documentato, pulito: come la maggior parte di noi non riesce più ad essere, soprattutto di fronte alla bulimia di certa speculazione, alla politica di infimo profilo che la asseconda, e a certo associazionismo che finge di essere tale per nascondere i suoi intenti di affaristico sciacallaggio.

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