Gli incentivi alle rinnovabili elettriche sono un disastro per il PIL

Una elementare confutazione della balzana tesi secondo cui pagare cifre spropositate per gli incentivi agli speculatori delle rinnovabili elettriche fa bene all’economia del Paese

Negli scorsi mesi circolava con grande clamore sui più importanti quotidiani italiani, come ad esempio il Corriere Economia, l’annuale rapporto IREX sulle rinnovabili, di cui ci siamo già occupati, avendo esso avuto come sponsor nientemeno che l’allora Ministro dell’Ambiente Clini.

Oggi vogliamo dedicare la nostra attenzione, a tacer d’altro, all’ardita affermazione, riportata nel succitato articolo, dell’amministratore delegato di Althesys e “capo del team di ricerca” secondo cui “le ricadute occupazionali e gli effetti sul Pil sono le principali voci positive del bilancio”. Chissà le voci negative, allora, se le ricadute occupazionali sono quelle che si scorgono negli immensi campi fotovoltaici e negli impianti eolici deserti di lavoratori e considerando il disastro provocato direttamente e indirettamente al Prodotto Interno Lordo in caduta libera.

Non volendo infierire sul bluff occupazionale, appunto perchè basta guardarsi attorno, ci limiteremo ad esaminare gli effetti sul PIL.

Cercheremo di farlo con un tono lieve, da “Allegro ma non troppo“, volendo citare un pamphlet di successo, molto spesso evocato sulla stampa in questo periodo di ormai acclarata decadenza, edito dalla casa editrice “Il Mulino” di Bologna (ma che troppi nella stessa Bologna – anche nell’Università – non hanno letto) scritto dal compianto Professore di storia Carlo Cipolla, grande studioso della decadenza italiana post-rinascimentale, e del quale raccomandiamo la (ri)lettura del capitolo intitolato “Le leggi fondamentali della stupidità umana”, onde comprendere come i più pericolosi attori in questa commediaccia delle rinnovabili elettriche non siano gli speculatori e chi li fiancheggia per pura venalità, ma chi a queste cose crede davvero.

In un momento di crisi economica (come l’attuale) o di scarsa crescita dell’economia, tra i rimedi che si possono adottare c’è il sostegno alla domanda aggregata (consumi + investimenti + saldo commerciale con l’estero) con il deficit spending.

Cioè lo Stato si indebita, aumentando la spesa pubblica, per far crescere i redditi dei privati (le politiche da adottare per questo fine possono essere molteplici) o per aumentare i propri consumi oppure (come apparentemente accade nel caso delle rinnovabili) gli investimenti. Il reddito generato viene poi distribuito e va ad aumentare la domanda aggregata non pro quota, ma di un suo multiplo, attraverso un processo moltiplicativo che stimola l’economia e che tende, teoricamente, all’infinito quanto più la propensione marginale al consumo dei percettori dei redditi così generati tende al 100%. Cioè, in parole povere, quanto più i beneficiati spendono rapidamente i loro redditi.

Per questo, ovviamente nell’ipotesi di una scarsa serietà di analisi, si può sempre giustificare assolutamente tutto nelle decisioni pubbliche di spesa e prevederne benefici, appunto, infiniti. Questo comportamento dei pubblici amministratori italiani non è certo una novità, almeno per gli ultimi 40 anni.

Una soluzione di tutti i problemi macroeconomici che potrei suggerire io stesso? Facile. Quest’anno, ad esempio, lo Stato potrebbe accettare la mia proposta di regalarmi 100 mila euro, trovandoli emettendo titoli di Stato, per consentirmi di passare una piacevole serata in compagnia di una escort una volta alla settimana per tutti i dodici mesi dell’anno. Io le darei 2.000 euro di soldi pubblici tutte le volte e lei, il giorno dopo, li spenderebbe in vestiti, profumi, articoli da regalo, gioielli, oppure andrebbe in vacanza, affitterebbe una casa più grande e così via. A loro volta i negozianti e gli altri percettori di quella somma, subito dopo, la spenderebbero. Quindi ecco che la maggiore spesa dello Stato per permettermi di andare gratis a donne di facili costumi sarebbe in grado di generare un reddito aggiuntivo che cresce a valanga e che permetterebbe, esso solo e con un sacrificio davvero minimo, all’Italia di uscire dalla crisi facendo letteralmente esplodere il PIL.

Più propriamente, la vulgata keynesiana afferma che, in momenti di crisi con alta disoccupazione, è opportuno che lo Stato offra un reddito ai lavoratori disoccupati garantendo loro un lavoro qualsiasi (secondo la vulgata non importa neppure, nel breve periodo quale lavoro, purchè i soldi ricomincino a circolare ed i soldi spesi dallo Stato si ripaghino poi attraverso le successive maggiori entrate fiscali).

Scherzando (ma non troppo) nelle facoltà di economia si insegna che ai disoccupati si potrebbe, in mancanza di meglio, dare un badile in mano e far loro scavare un buco per terra. Il giorno dopo il buco andrebbe ricoperto, per poi scavarne un altro il terzo giorno per poi riempirlo il quarto e così via, anche senza una logica apparente, ma a patto di garantire ai lavoratori un reddito certo che loro spenderebbero generandone altri a cascata, finchè l’economia non si sarà rimessa in moto e potrà di nuovo camminare sulle proprie gambe senza più bisogno di sussidi.

La stessa cosa si vorrebbe appunto gabellare, ma questa volta senza la scherzosa levità che si respira nelle aule accademiche quando si illustra il paradosso precedente, dai geniali economisti favorevoli all’eolico come straordinario generatore di reddito e di lavoro, utilizzando mano d’opera per stravolgere le montagne, ricostruendole poi con calcestruzzo, cemento ed asfalto. Nè più nè meno di quanto prevedono i keynesiani degenerati nell’esempio di scuola delle maestranze sussidiate che scavano buche e poi le ricoprono.

Faccio sommessamente notare, come prima obiezione, che con una spesa annua prevista per il 2013 di 12 miliardi per i soli incentivi alle rinnovabili elettriche, si potrebbe garantire un reddito netto di mille euro al mese ad un milione di disoccupati, facendoli sparire dalle statistiche della disoccupazione e generando enorme ricchezza.

C’è però un altro particolare niente affatto trascurabile. Anzi: due.

In primo luogo il sistema del deficit spending, che è stato sistematicamente adottato per oltre 40 anni dai Governi italiani onde alleviare la disoccupazione e creare ricchezza, è come una droga e genera conseguenze negative spesso superiori a quelle positive (altrimenti sarebbe facile governare: basterebbe mettere la più sciagurata soubrette da rotocalchi illustrati a dirigere il Ministero dell’Economia per riuscire a scialacquare le risorse pubbliche il più rapidamente possibile senza alcun senso) e che si ripercuotono in enormi debiti pubblici come l’attuale. Proprio tali debiti impediscono l’adozione, in un momento di drammatica difficoltà ed al contrario di quanto avviene in altri Paesi, del rimedio della spesa pubblica in deficit come sollievo alla crisi.

In secondo luogo il sistema dell’incentivazione delle FER elettriche non funziona in deficit, ma attraverso il prelievo in bolletta, cioè attraverso la tassazione, sebbene occulta.

In altre parole, l’aumento della domanda aggregata di 12 miliardi all’anno per finanziare questa assurda politica energetica viene finanziato sottraendone l’ammontare equivalente dal reddito disponibile degli italiani attraverso l’aumento delle bollette. Ciò comporta le stesse conseguenze moltiplicative per l’economia ma in senso contrario, facendo quindi diminuire, anzichè aumentare, la domanda aggregata, concentrando l’enorme ricchezza sottratta surrettiziamente a tutti gli italiani nelle mani di pochi furbi che non possono, pure a parità di tutte le altre condizioni, spendere tutto subito.

Secondo la teoria del moltiplicatore (e se le propensioni al consumo dei beneficiati e dei truffati fossero uguali) non ci dovrebbero essere modifiche di sorta sul PIL, anche se, come la realtà sta dimostrando dopo la cura Monti basata quasi esclusivamente sulla tassazione, gli effetti demoltiplicativi hanno effetti ben peggiori rispetto ai vantaggi moltiplicativi di analoghe manovre economiche del passato di pari importo ma in senso espansivo.

Ma anche ammettendo per assurdo che la somma algebrica fosse nulla, andrebbe considerata la destinazione di questi flussi aggiuntivi di reddito. Se essi vengono spesi, come vengono spesi, all’estero per comperare l’hardware, c’è un aumento dell’import e quindi una modifica negativa del saldo commerciale e perciò una diminuzione netta del PIL.

Le cifre in ballo che ci sono note sono incomplete, eppure sufficienti a comprendere la portata della catastrofe economica realizzata. E’ particolarmente inquietante leggere la relazione presentata dall’ISTAT alla Commissione Ambiente della Camera nel 2011 dove si legge che “l’Istat stima, ad esempio, che l’importazione di componentistica per pannelli fotovoltaici, da sola, nel 2010 abbia determinato un passivo commerciale di circa 8,4 miliardi di euro … quasi interamente concentrati nei flussi provenienti da Germania e Cina.” Questo a dimostrazione che alla base della crociata per il programma europeo 20-20-20 per il 2020 ci sono gli interessi bassamente mercantilistici (soprattutto) del governo tedesco per compiacere le proprie aziende esportatrici che, dopo avere saturato il mercato interno di pale e pannelli, stanno ora sfregiando con questi orrori i paesaggi dell’Europa intera. Non è escluso che lo sviluppo economico tedesco post-euro sia avvenuto in larga misura proprio per questa politica export led nel settore degli impianti per la produzione dell’energia elettrica da rinnovabili, a danno degli altri Paesi dell’Unione, i cui saldi commerciali con l’estero sono andati in deficit a vantaggio della Germania. I partner europei della Germania sono stati costretti ad accettare questa politica che avrebbe reso invidiosi persino Colbert e il Re Sole. Poi, però, è intervenuta nel gioco anche la Cina, con politiche di dumping ancora più spudorate, che stanno mettendo rapidamente fuori gioco i tedeschi stessi.

Ma quello che più preoccupa nel documento ISTAT è l’affermazione finale: “Purtroppo, alcune di queste informazioni di elevata qualità sono rese disponibili con un ritardo temporale eccessivo. Per superare questo limite sarebbe necessario sviluppare metodi e modelli di stima statistica, il che richiede risorse aggiuntive e la collaborazione di tutti gli esperti nella materia. Qualora il Parlamento fosse favorevole ad investire su una maggiore tempestività e copertura delle statistiche ambientali, l’Istat potrebbe sviluppare un progetto di fattibilità (anche finanziario) al riguardo, da sviluppare in collaborazione con gli altri enti che producono statistiche in questo settore.” Questo significa che i decisori politici, in questi anni, hanno operato alla cieca, senza conoscere i flussi finanziari in uscita, fidandosi delle promesse inverosimili di chi urlava più forte.

Non c’è stato dunque nessun aumento del PIL, ma una sua diminuzione dovuta all’importazione delle macchine tutte di provenienza estera, o il pagamento delle royalties su brevetti in gran parte esteri.

Manovre economiche di questo tipo finanziate attraverso una tassazione, ancorchè occulta, non solo non generano una variazione del PIL positiva come viene dato da intendere, ma una sua riduzione sia di breve (pari la quota di reddito aggiuntiva che va all’estero) che di lungo periodo, viste le negatività sul sistema che questi impianti portano con sè, in grado di annullare ampiamente i vantaggi derivanti dalla minore spesa per l’importazione di idrocarburi.

Non solo: poichè i percettori dei sussidi (le varie srl) sono spesso soggetti esteri mascherati, viene danneggiata anche la bilancia dei pagamenti per una quota ben eccedente il deficit commerciale registrato dal PIL. Del dettaglio di questi enormi flussi finanziari in uscita non si trova traccia nei dati della contabilità nazionale. E’ sbalorditivo che in Italia nessuno, al Governo, nel Parlamento, nelle Università (le facoltà di economia, di fisica e di ingegneria tacciono) o sulla stampa, se ne occupi. Non ne conosciamo neppure l’ordine di grandezza, anche se temiamo che la maggior parte degli incentivi pagati, anche dopo avere detratto la spesa per dell’importazione di pale e pannelli, vadano direttamente all’estero, dove gli speculatori hanno perfettamente compreso che la classe dirigente italiana è, al momento, quella più corruttibile d’Europa.

Questo comporta un impoverimento del Paese che si ripercuoterebbe, in teoria, sul valore della divisa nazionale (qualora esistesse ancora) facendola svalutare e permettendo così una maggiore convenienza delle nostre esportazioni, riportando in equilibrio il sistema. Senza conseguenze sulla divisa nazionale che non c’è più (l’euro rimane forte) non ci sono neppure più i tradizionali benefici di queste politiche dissennate di scambi con l’estero a spesa della collettività dei cittadini italiani ma, perlomeno, a vantaggio degli esportatori nazionali.

Il risultato è dunque un puro e semplice, enorme, progressivo e permanente impoverimento dell’Italia. Cioè proprio quello a cui stiamo assistendo senza che nessuno si dimostri in grado di analizzarlo dandone una spiegazione soddisfacente e di cui lo scandalo dei sussidi alle rinnovabili elettriche è una causa primaria. I responsabili, prima ancora degli speculatori (che fanno il loro lavoro di speculatori), sono quelle categorie sopra ricordate che invece NON fanno il loro lavoro (istituzionale) di controllo. Per quello che li riguarda, la mala fede, come ricordava Cipolla, non sarebbe neppure il problema più grave…

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4 risposte a Gli incentivi alle rinnovabili elettriche sono un disastro per il PIL

  1. Franco ha detto:

    Le “donne di facili costumi” non esistono. Esistono solo uomini che pensano che le donne siano oggetti da comprare, come tutto il resto. Per il resto, ok, interessante.

  2. Claudio Biancucci ha detto:

    Buongiorno a tutti e grazie dell’interessante articolo. Premetto che non sono un grande esperto in materia ma cerco di tenermi informato a 360° ascoltando, ove possibile, più campane per poi farmi la MIA personalissima idea basandola sui dati di fatto.
    correggetemi se sbaglio ma credo che l’incentivazione delle fonti di energia rinnovabili non sia così malsano come lo descrivete voi.A mio avviso alcuni lati positivi ce l’hanno. Ad esempio:
    1) favoriscono gli investimenti di piccoli risparmiatori come le famiglie, di ecologisti, piccoli/grandi imprenditori ed anche di chi possiede molta liquidità
    2) una volta ammortizzato l’impianto (4-8 anni?), i piccoli risparmiatori avranno un reddito indiretto dato dal “non costo” dell’energia utilizzata per l’uso quotidiano e prodotta in modo sotenibile, che potranno utilizzare per soddisfare i loro bisogni primari e non (cibo, vestiario, servizi etc.). i grandi impianti creeranno grande reddito e quindi aumenteranno le entrate fiscali dello Stato.
    3) visto e considerato che acquistiamo energia dall’estero poiché gli italiani (giustamente) non hanno voluto il nucleare, gli impianti da FER aumentano la produzione di energia nel nostro Paese, quindi diminuirà per forza di cose l’importazione di energia (non FER) dall’estero (da Francia etc.)
    Sono pero’ daccordo con voi che c’è bisogno di molto più controllo e sono altresì dell’avviso che dovrebbe essere regolamentato in modo più equo, incentivando meno i grandi impianti creati con fini esclusivamente di lucro, privilegiando i piccoli impianti ad uso privato ed i medi impianti ad uso produttivo.
    concludo con il mio pensiero personale: preferisco vedere delle pale eoliche o dei pannelli solari piuttosto che avere inceneritori, centrali a biogas o peggio ancora centrali nucleari sparse chissà dove.

  3. Claudio Biancucci ha detto:

    gli imprenditori si vedranno diminuire i costi di produzione, avranno quindi un reddito maggiore (maggiori entrate fiscali) e diventeranno più competitivi nei mercati nazionali ed internazionali aumentando, a mio modesto parere, anche il PIL.

  4. marco ha detto:

    Signor Claudio,
    avevamo qualcosa da parte e abbiamo pensato di acquistare un impianto fotovoltaico da mettere sul nostro tetto.
    Così non devastiamo l’ambiente e ci produciamo una parte dell’energia che usiamo.
    In futuro, se il prezzo sarà accessibile, acquisteremo un sistema di accumulo, così per almeno 6 mesi all’anno ci produrremo tutta l’energia di cui necessitiamo.
    Mai e poi mai daremmo i nostri soldi ad un imprenditore che voglia costruire una pala eolica o mettere dei pannelli fv sui campi. Speriamo anzi che a questo tipo di impianti speculativi vengano tolti tutti gli incentivi.

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