Tutti i costi annui delle rinnovabili elettriche e dell’eolico in particolare: un grottesco ed inestricabile groviglio

La spesa complessiva nel solo 2013, tra incentivazioni dirette e indirette, oneri di sistema e nuove reti, è destinata probabilmente a superare l’uno per cento del PIL (in aumento nei prossimi anni)

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Gli incentivi diretti all’eolico (solo quelli statali – esclusi quindi quelli, molto minori, delle pubbliche amministrazioni locali e quelli europei) presenti attualmente nel contatore GSE e relativo agli ultimi dodici mesi (importi arrotondati per difetto al milione di euro) sono:

  1. Certificati verdi: 1.045 (in aumento fino alla fine dell’anno per l’entrata a regime degli impianti installati lo scorso anno)
  2. Registri e aste: 46 (previsti in rapido aumento perchè da quest’anno questi incentivi feed-in sostituiscono i CV per i nuovi impianti)
  3. Tariffa onnicomprensiva: 3
  4. CIP6: 6
  5. Ritiro dedicato e scambio sul posto: importo incentivi non definito nel contatore in un fatturato complessivo dei due regimi che per l’eolico nel 2011 è stato di 413 milioni comprensivo del prezzo dell’energia (dati GSE per l’anno 2011).

Nel pamphlet di Chicco Testa, presidente di Assoelettrica, “Chi ha ucciso le rinnovabili

a pagina 20 ci si spinge a calcolare deduttivamente tali importi: “Nel 2012 il costo dell’esercizio di queste modalità (appunto il Ritiro Dedicato – per i grandi impianti – e lo Scambio sul posto – per i piccoli impianti con autoconsumo – Ndr) è stato complessivamente pari a circa 350 milioni di euro, di cui una buona parte del costo è attribuibile al fotovoltaico”. Nel 2013, in seguito ad una forte diminuzione del prezzo di mercato dell’energia elettrica rispetto allo scorso anno ed all’aumento degli impianti incentivati, tale somma complessiva dovrebbe essere sostanzialmente più alta.

E dunque la somma di questi incentivi diretti all’eolico negli ultimi dodici mesi dà una prima cifra che è verosimilmente (impossibile essere più precisi a causa della quota calcolata deduttivamente) compresa tra 1,1 e 1,2 miliardi all’anno.

Il totale degli incentivi diretti alle rinnovabili erogati negli ultimi 12 mesi e riportati dal contatore del GSE è attualmente di 11 miliardi esatti, di cui 6,7 al fotovoltaico (che ha dunque già raggiunto il tetto massimo di incentivazione previsto). Per questo motivo appare ancora più grave che nel contatore non compaiano TUTTI gli incentivi erogati nell’anno, come pure previsto esplicitamente dalla legge. Di questo scandalo ci occuperemo con un post dedicato.

Ma forse il calcolo di Assoelettrica è troppo benevolo. Se n’è accorta persino La Repubblica (capofila degli entusiasti per le rinnovabili elettriche) il 27 giugno, il giorno seguente alla relazione annuale della Autorità per l’energia elettrica ed il gas, con l’articolo, a firma Rosaria Amato, “Authority contro incentivi e tasse Bollette elettriche su del 10%” dove esplicitamente si riporta da tale relazione che il “macigno” degli oneri generali di sistema “va analizzato e rivisto. In particolare, rileva Bortoni (il presidente dell’AEEG. Ndr), andrebbe riconsiderato il peso delle rinnovabili elettriche, «la cui incentivazione diretta nell’anno 2015 varrà 12,5 miliardi di euro sulle bollette». Non è che si incentiva troppo, suggerisce tra le righe l’Authority, in modo indiscriminato? Non sarebbe l’ora di soppesare gli incentivi, e non soltanto quelli diretti, anche quelli indiretti, con i benefici? «A fronte di scelte così rilevanti sulla collettività, come lo sono quelle su rinnovabili ed efficienza energetica, diventa un valore imprescindibile l’aumento della trasparenza e della selettività del sistema di incentivazione e delle valutazioni circa l’impatto delle scelte pubbliche. Tutto ciò è particolarmente vero quando si ha a che fare con l’erogazione di forme più opache di incentivi, che troppo spesso ormai hanno natura implicita e indiretta».”

In realtà Bortoni, in quella relazione del 26 giugno 2013  (anche per analizzare quel documento servirà un post apposito della Rete della Resistenza sui Crinali…), in alcuni punti è stato persino più severo circa gli “oneri di sistema”. Ad esempio, a pagina 9 leggiamo che “L’entità delle agevolazioni implicite rischia di sfuggire al controllo e può portare a realizzare iniziative inefficienti anche per le generazioni future. Oggi questo extra-onere è stimabile in circa 1,2 miliardi di euro l’anno. Non stiamo qui proponendo un azzeramento di questi meccanismi, bensì, un contemperamento alla luce degli obiettivi di efficienza allocativa e di sostenibilità ambientale. Tuttavia, per contemperarli, è necessario che gli incentivi impliciti siano resi espliciti e svincolati dagli assetti di rete”.

Si tratta di una cifra iperbolica. Saremmo grati al presidente Bortoni se definisse in dettaglio come ha ricavato la somma di 1,2 miliardi, addirittura superiore a quella da noi temuta. Considera forse tra queste “agevolazioni implicite” alcune forme di incentivazione indiretta sconosciute al grande pubblico?

Non aiuta molto la comprensione della questione neppure la memoria presentata dall’AEEG per l’audizione sui prezzi energetici svoltasi presso la Commissione industria del Senato il 9 di questo mese, salva una generale percezione di gravità della attuale contingenza persino più accentuata in questo documento rispetto alla relazione annuale del presidente.

Eppure sarebbe importante saperlo: infatti, dalla somma degli attuali 11 miliardi presenti nel contatore GSE, con questi 1,2 miliardi “impliciti” individuati dall’AEEG e con gli ulteriori incentivi per i nuovi impianti, si raggiungeranno già nel 2013 quei 12,5 miliardi di tetto massimo degli incentivi previsti dai decreti attuativi dello scorso luglio.

Ma non è tutto. A questi oneri a carico delle bollette elettriche degli italiani per i soli incentivi vanno aggiunti altri costi imputabili direttamente alle rinnovabili intermittenti, ed all’eolico in particolare in quanto energia difficilmente programmabile, che sono

1) La produzione non realizzata ma che è stata ugualmente pagata (sulla base di un modello matematico) dal GSE quando Terna ritiene opportuno sospendere la priorità di dispacciamento e ferma gli impianti eolici. Nel 2011 questa produzione mancata (ma pagata dal GSE) è stata di 229 GWh (pag. 54 della relazione GSE 2012) per un importo che stimo in oltre 16 milioni e per la quale l’ANEV vorrebbe (non a torto, ragionando secondo la logica contorta sottesa al sistema) che fossero corrisposti anche i CV.

2) La produzione che invece è stata realizzata e non immessa in rete e che nel 2010 sarebbe stata pari a 75 milioni di euro, secondo Chicco Testa, nell’articolo del Corriere del 14 novembre 2011 di Stefano Agnoli dal titolo “La bolletta è un bancomat, ecco i balzelli da eliminare”.

Ma che sarà mai un centinaio di milioni annui buttati in queste due voci per il solo eolico quando ci sono gli enormi costi da imputare indirettamente alle rinnovabili intermittenti e non programmabili, cioè eolico e fotovoltaico insieme? Tali costi sono:

1) La quota (non dettagliata) che è compresa alla voce “Oneri di dispacciamento” delle bollette elettriche. A pagina 13 del documento Power Point del Ministero dello sviluppodistribuito alla stampa lo scorso luglio in occasione della presentazione del decreto attuativo di modifica degli incentivi alle rinnovabili (escluso il fotovoltaico) risulta (a pag. 13) che nel 2011 tale importo complessivo è stato di 2,4 miliardi. La cifra imputabile alle rinnovabili intermittenti, e che sarebbe bello conoscere almeno come ordine di grandezza, non viene precisata, ma si suppone che ne sia stata la magna pars, come si ricava per deduzione dalla lettura dei suddetti documenti dell’AEEG, e comunque di un importo colossale.

2) La spesa (a carico dello Stato) per adeguare le rete elettrica onde garantire i parametri richiesti in materia di tensione e frequenza della corrente intermittente generata dalle FER elettriche e per impedirne la dispersione. Nel prossimo quinquennio è prevista da Terna una spesa media per investimenti di oltre 800 milioni l’anno, come riportato in questo articolo di Federico Rendina sul Sole del 7 febbraio scorso: “Terna svela il piano al 2017. Investimenti per 4,1 miliardi” di cui raccomando la lettura perchè introduce ad altre possibilità di business “non core” in cui Terna si sta lanciando, tra cui quello dei sistemi di accumulo (dei quali mi occuperò in seguito), nonchè l’investimento diretto nel FV. La polemica non è recente. Se ne occupava già La Repubblica del 23 maggio 2011 con un articolo di Luca Pagni dal titolo “Terna alla guerra elettrica Chi tocca i fili ENEL muore”

A proposito di ENEL e Terna e delle gioie procurate dalle energie rinnovabili con gli incentivi a chi opera direttamente nella produzione di tali energie ed a chi si crogiola da monopolista nel settore protetto e tariffato delle reti ad alta tensione: nello sfacelo generale dell’industria italiana, date un’occhiata alle performance delle trimestrali più recenti di ENEL Green Power e della stessa Terna. E poi fatevi venire un travaso di bile: attualmente in Italia, come mai prima d’ora dall’Unità ad oggi, se si vuole lavorare – e soprattutto se si vuole guadagnare in modo esagerato – si deve accuratamente evitare ogni confronto sul mercato interno, ma limitarsi a cercare gli appoggi (e le regalie) della politica.

Per maggiori dettagli sui nuovi business di Terna ed ENEL consiglio la lettura del post di Carlo Stagnaro apparso sul “Chicago blog” dal titolo “Patologia chiama patologia. Lo strano caso dei pompaggi”,

in cui l’autore afferma, tra l’altro, che (oltre al problema di dovere costruire moltissime nuove dighe) “in ballo ci sarebbe un tesoretto da 1 miliardo di euro“.

3) Il “capacity payment“, già previsto dal Decreto Sviluppo dello scorso anno e di cui sentiremo parlare presto, quando verrà quantificato ed addebitato anch’esso in bolletta. Tutti lo stanno chiedendo a gran voce, da Assoelettrica, nella relazione annuale del suo presidente all’assemblea, ad “Energia Concorrente” (imprenditori elettrici indipendenti), per bocca del suo presidente Massimo Orlandi, amministratore delegato di Sorgenia, in un convegno di qualche giorno fa, riportato nell’articolo del giorno 11 sul Sole del solito Rendina, dal titolo “Scatta l’emergenza per le centrali”, durante il quale il vicepresidente di Confindustria Aurelio Regina ha pure parlato senza mezzi termini di una «pressoché totale assenza di coordinamento tra politica ambientale e politica energetica che ha finito per falsare il modello originale di mercato» con «una politica di incentivazione sbagliata» con «condizioni di sviluppo delle fonti rinnovabili fortemente speculative» che a fronte «di circa 12,5 miliardi di euro di incentivi annui non ha prodotto «un vero indotto industriale».

Tornando al capacity payment, esso, secondo Massimo Mucchetti nel supplemento “Sette” del Corriere della Sera del 13 luglio 2012 (riportato a pag. 2 di questa rassegna stampa), costerà al sistema 900 milioni l’anno. Tale cifra appare fin da ora ottimistica, eppure tenderà a crescere ulteriormente in proporzione diretta al potenziale di rinnovabili non programmabili per le quali è comunque sempre necessario un equivalente potenziale termoelettrico (o di grande idroelettrico. O nucleare…) di riserva, acceso ma non produttivo, pena un collasso sistemico della rete elettrica.

Queste prime tre voci di “oneri di sistema e di rete” sommate all’incremento atteso degli oneri per incentivi alle FER elettriche (i 12,5 miliardi prima definiti) portano a supporre che già nel 2013 forse si supereranno i 15 miliardi di euro annui come totale di spesa a carico della collettività per le FER elettriche.

Ci potrebbe essere, in futuro, una alternativa a questi “oneri ancillari” che però appare peggiore del male:

4) I sistemi di accumulo per raccogliere l’eccesso di energia prodotta da fonti intermittenti e non utilizzabile in rete. Già, come dicevo sopra, si è scatenata la lotta tra Terna e Enel per costruire i bacini da dove pompare l’acqua verso l’alto tramite questa energia extra (ma allora perchè, rotto per rotto, non costruire direttamente alcune nuove dighe per nuovi impianti di grande idroelettrico anzichè martoriare tutto il territorio con pale, pannelli e dighe sparse da tutte le parti?).

Ma quello che importa in questa analisi è la cifra in ballo. Secondo Affari e Finanza, supplemento economico dell’immarcescibile Repubblica, in questo articolo del 25 marzo di quest’anno a firma “vdc” si parla già nel titolo (“Gli incentivi per i sistemi di accumulo un business da quattro miliardi l’anno”)

di una torta di 4 miliardi di euro all’anno nel 2020 (cifra, in verità, tutta da verificare): basterebbe molto meno per gridare allo scandalo. O alla truffa: l’ennesima truffa della lobby delle rinnovabili elettriche ai danni degli italiani inconsapevoli.

Approfitto per fare osservare (leggendo da questo stesso articolo) che i grandi sistemi di accumulo (che non siano i bacini idrici, dove comunque si realizza una ulteriore enorme perdita di efficienza perchè l’energia intermittente che serve per pompare l’acqua verso l’alto è molto superiore all’energia idroelettrica che si ricava da quella stessa acqua che poi cade verso il basso) “sono molto cari. I prezzi oscillano da 600 a 1000 dollari per kWh stoccato”. Anche comprimendosi (nelle beate speranze dell’articolista) a 150-200 dollari entro il 2020, significa che nel 2020, per accumulare i 5 MWh di energia necessari al consumo annuo medio pro-capite di un italiano, sarebbe necessaria una spesa (al cambio attuale) compresa tra i 570.000 e i 770.000 euro. Che non è neppure una cosa seria da proporre…

L’unica cosa sicura, adesso, è però che in bolletta finiranno i regali concessi ai grandi energivori ( leggete dal Sole del 27 aprile) che Passera ha concesso mentre aveva già le valigie pronte per lasciare il MISE. Uno sconto del 60% sulla componente A3 (quasi tutto per le rinnovabili) è un’enormità e l’aumento in bolletta per chi non ha il peso contrattuale del tavolo della domanda della Confindustria non si limiterà certo al 2% di cui parla l’articolista.

Questo si andrà ad aggiungere agli ulteriori aumenti già verificatesi a carico della componente A3

che hanno vanificato ampiamente le riduzioni in bolletta dovute alla diminuzione del prezzo di mercato dell’energia elettrica (in primavera il prezzo all’ingrosso è stato a lungo non molto superiore ai 50 euro al MWh) causata dalla contrazione dei prezzi dei combustibili fossili.

Riepilogando:  se quest’anno verrà concesso (come prevediamo) il capacity payment alle centrali termoelettriche che servono da imprescindibile supporto alle rinnovabili non programmabili, si sfonderà già nel 2013 il fatidico tetto di una spesa complessiva annua per le rinnovabili dei 15 miliardi, significativo in quanto rappresenta l’uno per cento del PIL, con previsioni di rapido aumento nei prossimi anni di queste e di sempre nuove voci di spesa, all’aumentare, in un groviglio di problemi finanziari, ingegneristici ed ecologici che diventa sempre più inestricabile, degli impianti FER che generano elettricità intermittente.

Basterebbe molto meno dell’uno per cento del PIL di extra costi, siano pure auto inflitti, per affondare un’economia, ed in particolare un’industria, ben più salda di quella (agonizzante) italiana.

Ognuna di queste spese, tutte strettamente concatenate, per finanziare la follia delle rinnovabili (di QUESTE rinnovabili) rappresenta un siluro che colpisce la struttura economica italiana sotto la linea di galleggiamento.

Esamineremo un’altra volta, con più agio, che cosa succederà agli italiani (compresi gli speculatori – nazionali ed esteri – che hanno scommesso sulle rinnovabili in Italia) quando la nave colerà definitivamente a picco.

 

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