Le prediche inutili dell’Autorità per l’energia elettrica

Confronto tra le relazioni annuali dei presidenti dell’AEEG e di Assoelettrica.

 Anche quest’anno, alla fine di giugno, è stata presentata dalla Autorità per l’energia elettrica ed il gas (AEEG), con un discorso del suo presidente Guido Bortoni, la “Relazione annuale sullo stato dei servizi e sull’attività svolta“. La novità principale, rispetto agli analoghi discorsi precedenti, ci sembra la preoccupazione per la persistenza della recessione economica e per il ruolo dei costi energetici, in particolare quelli elettrici, alla base di tale crisi:

“Mi riferisco, prima di tutto, al protrarsi di una congiuntura economica straordinariamente difficile, con una recessione che dura da quasi due anni e una accentuata contrazione del credito che continua a colpire non solo la capacità di investimento ma anche la tenuta stessa del sistema produttivo. Per i cittadini non va meglio. È drasticamente peggiorato il mercato del lavoro, per non citare l’asfissìa del reddito delle famiglie italiane e della loro capacità di risparmio. Il calo dell’attività economica, rivelatosi nella perdita di ben 7 punti di PIL dal 2008 ad oggi, si è riflesso anche nella picchiata della domanda di energia del Paese, che nel 2012 è tornata ai livelli del 1998 e non dà alcun segno di ripresa.”

Negli ultimi mesi, i prezzi degli idrocarburi, in diminuzione rispetto all’anno precedente, hanno avuto un effetto sul mercato elettrico:  “Nel mercato elettrico, accanto ad un forte ritrarsi della domanda, nella seconda parte del 2012 i prezzi all’ingrosso hanno registrato un calo, grazie al ribasso del prezzo del gas e all’ingresso di produzione rinnovabile a costo variabile nullo. I prezzi elettrici hanno poi raggiunto, nel secondo trimestre 2013, un livello confrontabile con quello di metà 2009, quando le quotazioni del Brent erano circa la metà di quelle di oggi.”

Ma con il solito “paradosso – non paradosso” italiano dei costi in diminuzione e dei prezzi in aumento per i consumatori:  “Tuttavia, se analizziamo i prezzi pagati oggi dai clienti nel mercato retail italiano, rileviamo una preoccupante tendenza al rialzo. I clienti domestici pagano oggi il kilowattora circa il 10% in più rispetto al 2009 per effetto dell’incremento fiscale e parafiscale.”

Più nel dettaglio, l’AEEG spiega il paradosso in questo modo:

Agli incrementi dei prezzi per i consumatori italiani hanno contribuito in maniera prevalente le componenti tariffarie di natura fiscale o parafiscale (oneri di sistema). Tali dinamiche risultano evidenti anche dall’analisi disaggregata delle percentuali. Il peso sul prezzo al consumo delle componenti che potremmo chiamare “di mercato” – determinate cioè dall’andamento dei mercati all’ingrosso e del dispacciamento – sta cedendo in misura rilevante. Per una famiglia-tipo la bolletta dell’energia elettrica è oggi determinata per circa la metà dall’andamento dei mercati, per un terzo da imposte e oneri generali di sistema e per il rimanente 15% dalle tariffe dei servizi regolati, quali il trasporto e la misura. In quattro anni, lo spazio lasciato al gioco del mercato si è contratto di ben 10 punti percentuali, ed è stato occupato dalle componenti di natura fiscale o parafiscale. Questo segna un preoccupante ritorno verso assetti più amministrati.”

Concludendo la prima parte del suo discorso, Bortoni riconosce amaramente che, al di là delle troppo facili utopie iniziali,

“la gestione della transizione verso paradigmi energetici ambientalmente sostenibili si sta rivelando più difficile a livello di Unione Europea di quanto non percepito anche solo un anno fa e la difficoltà a disegnare meccanismi efficienti di mercato, unitamente alle esigenze di tipo distributivo, fa propendere a favore di strumenti di tipo command and control.” (L’esatto contrario dell’ipotesi di partenza stabilita in sede U.E. Ndr).

Il ruolo dell’aumento del costo dell’energia in Europa è tanto più significativo se considerato in termini relativi rispetto alla concorrenza mondiale, che gode di costi energetici in diminuzione:

“Ormai abituati ad osservare i fenomeni finanziari in termini di spread tra noi e gli altri, siamo qui di fronte ad un vero e proprio gap strutturale che si va aprendo tra Stati Uniti ed Europa.”

Ma la vera pietra dello scandalo, simbolo stesso della faciloneria nella utopistica politica energetica europea (ed italiana in particolare) di questi ultimi anni, sono le rinnovabili elettriche, citate a titolo di esempio negativo di come affrontare un problema serio e reale applicando principi del tutto astratti:

Un esempio concreto di come approcci forse troppo ideologici, figli di una lettura non sufficientemente profonda, possano portare ad esiti tutt’altro che ottimali è quello del sistema di regole e di incentivi per la transizione verso un sistema energetico ambientalmente sostenibile. Lo squilibrio appare evidente in Italia con riferimento alle rinnovabili elettriche – la cui incentivazione diretta nell’anno 2015 varrà 12,5 miliardi di euro sulle bollette – in particolare se si confronta quanto (poco) fatto sinora con i costi ed i benefici ottenibili sul fronte dell’efficienza energetica e delle rinnovabili termiche. Il solo sistema dei certificati bianchi negli ultimi due anni ha consentito un abbattimento dei consumi di energia – ulteriore rispetto a quanto ascrivibile alla crisi – pari al 2,7%. Tali risparmi sono stati conseguiti con incentivi medi molto contenuti, sempre al di sotto dei 2 centesimi di euro sul kilowattora elettrico e più che giustificati dai benefici portati sia al sistema energetico nel complesso che direttamente ai consumatori e all’economia italiana.”

 Una prima soluzione al problema dello “squilibrio”? Bortoni suggerisce trasparenza (specie per quello che riguarda le forme più opache di incentivazione) e selettività nelle erogazioni:

“A fronte di scelte con ricadute economiche così rilevanti sulla collettività, come lo sono quelle su rinnovabili ed efficienza energetica, diventa un valore imprescindibile l’aumento della trasparenza e della selettività del sistema di incentivazione e delle valutazioni circa l’impatto delle scelte pubbliche. Tutto ciò è particolarmente vero quando si ha a che fare con l’erogazione di forme più opache di incentivi, che troppo spesso ormai hanno natura implicita ed indiretta.”

A che cosa si fa riferimento?

“Possono rientrare tra le incentivazioni implicite, del tutto equivalenti all’erogazione diretta per i soggetti promotori, alcune casistiche relative ai sistemi semplici di produzione e consumo o ai sistemi efficienti di utenza, che oggi godono di esenzioni da alcune componenti tariffarie (in particolare oneri).”

Chiariremo in seguito, più nel dettaglio, di che cosa parla l’AEEG. Ma comunque, intanto, è bene sapere che

“l’onere si scarica interamente sugli altri consumatori non ricompresi nel regime agevolato e, come già osservato, si può tradurre in un onere insostenibile per alcune tipologie di clienti, in particolare in questo periodo di crisi economica… L’entità delle agevolazioni implicite rischia di sfuggire al controllo e può portare a realizzare iniziative inefficienti anche per le generazioni future. Oggi questo extra-onere è stimabile in circa 1,2 miliardi di euro l’anno. Non stiamo qui proponendo un azzeramento di questi meccanismi, bensì un contemperamento alla luce degli obiettivi di efficienza allocativa e di sostenibilità ambientale. Tuttavia, per contemperarli, è necessario che gli incentivi impliciti siano resi espliciti e svincolati dagli assetti di rete o, quantomeno, limitati al livello delle relative incentivazioni esplicite, come operato da questa Autorità per il nuovo servizio di scambio sul posto.”

Purtroppo, però, Bortoni non giunge alla logica conclusione che ci si sarebbe aspettati alla fine di tutte queste preoccupanti considerazioni. Preferisce terminare la sua relazione con una arringa rassicurante ed ecumenica, per non scontentare nessuno.

E quindi, per darne un giudizio di sintesi dall’esterno: un discorso scarsamente efficace, diverso e forse peggiore dei precedenti, anche in considerazione dei nodi ormai giunti al pettine, dei costi insostenibili e, più in generale, dell’attuale gravità della situazione economica nazionale.

Certo non ci saremmo aspettati che l’AEEG concludesse la sua relazione come ha fatto Carlo Stagnaro in un recente articolo sul Fatto Quotidiano

(non è l’ora di ammettere che, alla luce dei risultati, l’enorme manovra a sostegno delle energie verdi (del valore di circa 12 miliardi di euro all’anno) è un monumento agli errori della politica industriale?),

ma qualche severo giudizio di incompatibilità avrebbe pure potuto darlo, dopo tanti anni di errori della politica, i cui esiti erano tutti facilmente prevedibili dall’Authority.

O almeno ci si poteva aspettare qualche parola dura sui pericoli mortali che corre l’Europa, parafrasando in termini politically correct quelle di Leonardo Maugeri, ex direttore strategie e sviluppo dell’ENI ed attualmente docente di Economia e geopolitica dell’energia ad Harvard, sull’Espresso del 6 giugno in un articolo dal titolo “L’Europa sogna il sole ma va avanti a carbone” da cui riportiamo alcuni passaggi:

“(I leader europei) sono rimasti fermi a una politica europea dell’energia che sembra un libro di propositi e slogan astratti ripetuti dietro un muro di ipocrisia da chi conosce superficialmente i problemi dell’energia e – soprattutto – ritiene di vivere in un’oasi di benessere in cui è possibile permettersi molti lussi… Ancora oggi, sotto la spinta della Germania e con la complicità di tutti gli altri paesi, l’Europa mette al centro delle sue politiche lo sviluppo delle energie rinnovabili. Ma in tempi di crisi, le rinnovabili rappresentano un fardello sempre più pesante da sostenere per i cittadini europei che, perlopiù ignari, ne pagano l’alto costo nelle loro bollette elettriche… Tuttavia, mentre l’Unione europea conferma imperterrita questa politica, il vecchio carbone espugna i benefici ambientali prodotti dalle rinnovabili… Ma dall’Europa non è uscita una sola parola su queste contraddizioni e nella “verde” Germania la rinascita del carbone passa sotto silenzio.”

O come ha cercato di fare il presidente di Assoelettrica parlando all’assemblea dei propri associati, come vedremo in seguito.

Alcuni dei problemi individuati nel discorso di Bortoni vengono meglio definiti nella memoria presentata dall’AEEG per l’audizione presso la Commissione Industria del Senato, esposta appena pochi giorni dopo la presentazione della relazione annuale, in occasione dell’indagine conoscitiva sugli abnormi prezzi dell’energia in Italia. Nella memoria si va subito al punto dolente:

Nel 2012, l’andamento dei prezzi al consumo (in aumento in Italia come nel resto d’Europa) è stato determinato da queste tre componenti che hanno registrato trend differenziati: sostanzialmente stabili le imposte, in leggero aumento i servizi di vendita e in forte incremento i servizi di rete per la crescita esponenziale degli oneri di sistema.

Secondo le statistiche Eurostat, nel 2012, i clienti domestici italiani con consumi tra 1000 e 2500 kWh/anno hanno pagato un prezzo medio al lordo delle imposte superiore del 15% rispetto ai livelli del 2011, mentre per le famiglie con consumi leggermente più alti (tra i 2500 e i 5000 kWh/anno) l’aumento è stato attorno al 9%. Per le industrie, pur con dinamiche molto differenziate tra le tipologie, gli aumenti sono stati più consistenti.”

 Il motivo di questi extra costi è quello a noi arcinoto, avendone trattato in un nostro precedente post.

Leggiamo come l’AEEG stessa presenta nella sua memoria, in estrema sintesi, l’incredibile e costosissimo pasticcio che si è venuto a creare:

Oltre all’incremento del prezzo all’ingrosso e dei costi di dispacciamento (a sua volta derivato dal maggior costo degli sbilanciamenti relativi all’offerta di fonti rinnovabili non programmate), hanno pesato molto gli aumenti delle componenti a copertura degli oneri di sistema, sulla spinta preponderante dei costi di incentivazione alla generazione da fonte rinnovabile, finanziata dalla cosiddetta componente A3, ad oggi pari ad oltre il 90% del totale degli oneri di sistema.

Il gettito complessivo annuo derivante dagli oneri generali è cresciuto da circa 4,7 miliardi di euro nel 2009 ad oltre 11 nel 2012, con una previsione per il 2013 che supera i 13,7 miliardi. Nel periodo 2011-2012, il fabbisogno è cresciuto del 50% di quasi 4 miliardi di euro per i riflessi delle politiche pubbliche di incentivazione delle fonti rinnovabili impostate negli anni 2010-2011.

Questo aumento degli oneri generali sta rapidamente riducendo il peso delle componenti “di mercato” sul prezzo al consumo. Dal gennaio 2009 al gennaio 2013, lo spazio lasciato al gioco del mercato si è contratto di ben 10 punti percentuali, occupato interamente dagli oneri di sistema, il cui peso percentuale sulla spesa complessiva sostenuta è passato da poco più del 7% a quasi il 18%, facendo quasi triplicare la spesa annua correlata (passata, nello stesso periodo, da 33 euro a 93 euro).

Oggi, quindi, la spesa di una famiglia tipo, con 2700 KWh di consumo annuo e 3 KW di potenza impegnata, è determinata per circa la metà dall’andamento dei mercati, per un terzo circa da imposte e oneri di sistema e per il resto dalle tariffe dei servizi regolati.”

Parlando dell’aumento dei prezzi dell’energia elettrica in termini più generali, l’AEEG prosegue:

“Sia in Italia che in Europa, nel 2012 i prezzi al dettaglio dell’energia elettrica hanno registrato un generale aumento, proseguendo una tendenza rialzista che si era evidenziata già nell’anno precedente, prima nel settore industriale e poi in quello dei clienti domestici… Agli aumenti hanno contribuito in modo prevalente le componenti della bolletta a copertura degli oneri generali di sistema. Tali componenti, di cui si dirà meglio nel seguito, non vanno a coprire costi del servizio elettrico, ma piuttosto a finanziare politiche pubbliche di varia natura. Essi hanno pertanto natura parafiscale… Come descritto in maggior dettaglio nel prosieguo, dal 2011 al 2012, le imposte sono rimaste sostanzialmente stabili, mentre il fabbisogno per gli oneri generali è cresciuto del 50%, superando gli 11 miliardi di euro l’anno, dopo la crescita del 35% dell’anno precedente. La rapida crescita è proseguita anche nella prima metà del 2013, ma ad un ritmo più lento rispetto al passato grazie all’azione di contenimento operata dall’Autorità e dal Governo.”

Qui ci si riferisce in particolare ai benefici effetti dei Decreti attuativi del luglio 2012 per la modifica del sistema degli incentivi alle rinnovabili elettriche, volti a frenare la crescita indiscriminata della spesa ed a contingentare gli impianti ammessi a godere degli incentivi. Ricordiamo che su tali decreti si era scatenata una dura battaglia all’interno delle stesse associazioni ambientaliste italiane tra chi chiedeva una riduzione e una selezione degli incentivi  e chi invece ne pretendeva il proseguimento indiscriminato.

Dopo un anno, e soprattutto dopo le recenti aste, il tempo è stato galantuomo ed ha dimostrato chi, anche negli anni precedenti, aveva ragione ad invocare il rigore finanziario in questo settore in cui la speculazione, grazie alle rendite parassitarie che già si era garantita, era in grado di “condizionare” tutto e (quasi) tutti.

Ma intanto il disastro della concessione incontrollata di incentivi fiabeschi per 15 o 20 anni ad una quantità enorme di impianti FER elettrici non programmabili (fotovoltaico ed eolico in primis) si era già realizzato e perciò, senza coraggiose e rapide decisioni contrarie alle pretese delle lobby su tali incentivi in essere, costi ed inefficienze continueranno ad aumentare negli anni a venire. Cominciando, secondo l’AEEG, dai costi di dispacciamento:

 “Nel 2012 hanno cominciato a registrarsi aumenti anche dei costi di dispacciamento, dovuti principalmente al maggior costo degli sbilanciamenti relativi all’offerta di fonti rinnovabili non programmate… Permangono … le preoccupazioni relativamente alla crescita dei costi di dispacciamento spinta dallo sviluppo delle fonti rinnovabili. Gli oneri di dispacciamento includono una varietà di costi, tra cui la remunerazione dei clienti interrompibili e delle unità di produzione essenziali per la sicurezza del sistema, nonché il costo dell’approvvigionamento da parte di Terna delle risorse nel mercato di dispacciamento, per un valore complessivo di circa 1,35 centesimi di euro/kWh. Quest’ultima voce è quella che ha subito gli incrementi maggiori.”

Poi, come ovvio, c’è il problema dei costi schiaccianti per costruire le nuove reti dedicate:

“Contribuiscono, infine, a determinare la spesa in bolletta per l’energia elettrica, le tariffe definite dall’Autorità per i servizi di trasmissione, distribuzione e misura dell’energia elettrica. Anche queste componenti nel 2012 hanno registrato un aumento, seppur relativamente contenuto: 2,8% per la famiglia tipo. Tale aumento è spiegato prevalentemente dai crescenti investimenti in infrastrutture per la trasmissione dell’energia elettrica e dalla forte contrazione della domanda, che ha ridotto la base imponibile… anche su questo fronte non si possono escludere aumenti futuri. In particolare, nei prossimi anni ci possiamo aspettare una dinamica degli investimenti in infrastrutture di trasmissione, come del resto già avvenuto nel periodo regolatorio 2008-2011 ed un possibile aumento degli investimenti in reti di distribuzione e in sistemi di misura.”

Ma, naturalmente, la parte del leone, nel fare esplodere le nostre bollette, la fanno gli incentivi alle rinnovabili elettriche, riuniti in gran parte sotto la voce “Oneri generali di sistema” di cui si dice:

Il gettito complessivo annuo derivante dagli oneri generali è cresciuto da circa 4,7 miliardi di euro nel 2009 ad oltre 11 nel 2012, con una previsione per il 2013 che, date le aliquote oggi vigenti, supera i 13,7 miliardi. L’aumento maggiore si è registrato nel 2012: in un solo anno il gettito è cresciuto di quasi 4 miliardi di euro per i riflessi delle politiche pubbliche di incentivazione delle fonti rinnovabili impostate negli anni 2010-2011.

All’incremento del peso degli oneri di sistema sul prezzo al consumo hanno infatti contribuito in misura preponderante i costi connessi ai meccanismi di incentivazione della generazione elettrica da fonte rinnovabile, quasi tutti finanziati dalla componente A3, il cui gettito rappresenta oggi il 93% del totale degli oneri di sistema.”

 Di certo non tutti i costi della componente A3 riguardano gli incentivi alle FER elettriche, così come non tutti gli incentivi alle rinnovabili si esauriscono in quella voce. Anzi… In una nota, l’AEEG tiene a precisare, ad esempio, che

“Una parte di tali incentivi – relativa al meccanismo dei certificati verdi (CV) – è inglobata nel prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso.”

In questo documento si definisce meglio anche che cosa si intende per “incentivazioni implicite”:

“Tra le determinanti della spesa complessiva dei clienti finali, alle forme di incentivazione diretta si aggiungono quelle implicite, che riguardano sia le tariffe dei servizi a rete, che gli oneri di sistema. In alcuni casi tali incentivazioni sono commisurate a risparmi di costo, in altri rappresentano un sostegno allo sviluppo di particolari tecnologie o assetti di rete. Dal punto di vista della collettività – che li finanzia – si tratta di forme di incentivazione del tutto equivalenti all’erogazione diretta. Tuttavia, in quanto implicite, esse sono difficilmente monitorabili e commisurabili alle reali esigenze di incentivazione.

Ne sono un esempio le esenzioni dal pagamento delle tariffe di trasmissione e distribuzione, nonché (e soprattutto) degli oneri generali di sistema, oggi previste dalla normativa primaria per l’energia elettrica consumata in sito (e quindi non prelevata dalla rete pubblica) nel caso dei sistemi efficienti di utenza (SEU), dei sistemi ad essi equiparati (SESEU) e delle reti interne di utenza (RIU).”

Per ribadire poi quanto già dichiarato nel discorso di Bortoni:

L’entità delle agevolazioni implicite rischia di sfuggire al controllo e, come detto, può portare a realizzare iniziative inefficienti che restano nel sistema per lungo tempo. Per esempio, oggi l’extra-onere derivante dall’esenzione dal pagamento della A3 per reti interne di utenza (RIU), i SEU e i sistemi ad essi equiparati (SESEU), è stimabile in circa 1,2 miliardi di euro l’anno. Come già rilevato in altre occasioni, l’Autorità ritiene che questi meccanismi debbano essere contemperati, alla luce degli obiettivi di efficienza allocativa e di sostenibilità ambientale. A tale fine è necessario che gli incentivi impliciti siano resi espliciti e svincolati dagli assetti di rete…”

Bisogna amaramente riconoscere che in questa terribile raffica di costi crescenti manca qualsiasi riferimento all’incombente esborso causato dal “capacity payment”, che viene così definito dal presidente di Assoelettrica Chicco Testa nella sua relazione annuale all’assemblea:

capacity payment, o, per meglio dire, capacity market, che altro non è che la remunerazione della potenza che deve essere tenuta disponibile anche quando la limitata produzione non assicura la copertura dei costi e che costituisce un elemento essenziale per l’adeguatezza del sistema.”

La mancanza di tale riferimento nella relazione annuale dell’AEEG e soprattutto nella memoria sui costi dell’energia presentata in Senato è tanto più grave se si considera l’entità di questo nuovo onere: si parla ora di altri due miliardi (!) all’anno. In questi termini abbiamo letto l’articolo di Giorgio Ragazzi sul Fatto Quotidiano del 7 agosto “L’insostenibile peso dei sussidi all’energia“, dove si parla in termini espliciti di “disastro” per quanto riguarda la politica di finanziamenti facili alle rinnovabili elettriche (“Un’operazione colossale avvenuta senza alcuna specifica delibera parlamentare ma solo per effetto di decreti ministeriali e gestita “fuori bilancio” in quanto i sussidi vengono addebitati alle bollette tramite la componente A3“).

Prosegue Testa, a proposito del capacity payment:

“Non chiediamo alcun sussidio, ma una riforma che permetta di allinearci alle mutate condizioni di mercato. L’Autorità, anche nel corso della relazione alla Camera, riconosce questa necessità ed ha già emanato una delibera che prevede l’istituzione di un mercato della capacità a partire dal 2017.”

Naturalmente l’AEEG era perfettamente a conoscenza del problema della imprevedibilità della fornitura di energia elettrica da parte di tanti impianti FER non programmabili ed era già intervenuta, in particolare con questa Deliberazione del 5 luglio 2012 in cui, in tono allarmato (“la generazione da impianti alimentati da fonti rinnovabili non programmabili potrebbe causare una pluralità di impatti rilevanti sulla gestione in sicurezza del sistema elettrico e sui costi connessi alla medesima gestione” … “mitigare il rischio di disconnessione a catena degli impianti in caso di grave incidente di rete…”), ha cercato di porre un (parzialissimo) rimedio per “promuovere una maggiore responsabilizzazione degli utenti del dispacciamento di impianti alimentati da fonti rinnovabili non programmabili in relazione alla efficiente previsione dell’energia elettrica immessa in rete e, in particolare, un’equa ripartizione dei costi generati all’interno del sistema elettrico che non possono più ricadere solo sui consumatori di energia elettrica.”

Ciò non toglie che gli impianti termoelettrici in funzione di back up ad eolico e FV rimangano assolutamente indispensabili, vanificando il carattere di “alternatività” di queste due fonti energetiche rispetto a quelle tradizionali.

Ancora Testa nella sua relazione:

“se il problema esiste già oggi, occorrerà pure che venga affrontato anche nell’immediato. Ripeto: nessun sussidio, ma servono interventi a breve termine e segnali di lungo termine che permettano di programmare investimenti nella manutenzione o nella dismissione di impianti garantendo flessibilità al sistema. Condividiamo quanto affermato dal Presidente Bortoni circa la richiesta alle fonti convenzionali di essere in grado di offrire servizi di flessibilità sul mercato europeo, ma dobbiamo segnalare che, riguardo alla fattibilità di un simile programma, da uno studio che abbiamo recentemente commissionato emergono numerose criticità.”

E’ importante sottolineare, oltre alla richiesta implicita di sussidi anche per gli impianti termoelettrici a supporto delle FER, la posizione più critica di Testa, rispetto a Bortoni, verso gli eccessi a favore delle rinnovabili elettriche, dei quali sono stati beneficiari anche molti associati di Assoelettrica:

“Dall’altra parte, il funzionamento e l’equilibrio della rete richiedono che i costi siano distribuiti in modo equo fra tutti coloro che la utilizzano in modo maggiore o minore, scambiando energia o richiedendo disponibilità di potenza. E’ chiaro che uno dei compiti maggiori che spetta al sistema elettrico nei prossimi anni sarà quello di integrare il parco termoelettrico e le rinnovabili, ma dobbiamo preliminarmente e consapevolmente prendere atto della situazione che si è creata e dalla quale non si può ritornare all’indietro, né sarebbe giusto per chi vi ha investito. Ma bisogna innanzitutto evitare che questa situazione si aggravi, in termini di costi e di criticità del sistema, mentre ancora sentiamo avanzare richieste di nuovi incentivi, sia diretti, come di un ennesimo conto energia, sia indiretti, attraverso ingiustificabili modulazioni degli oneri di sistema. Ed in secondo luogo bisogna che i costi che emergono da questa nuova struttura siano equamente distribuiti… Anche in Europa, la competitività del sistema energetico è in ginocchio, con un paradosso pericolosissimo: i prezzi finali dell’energia elettrica sono cresciuti ovunque, a fronte di una fortissima riduzione delle componenti competitive e dei margini per gli operatori che si confrontano sul mercato. In Italia come in Germania, in Spagna come in Grecia, il consumatore finale paga soltanto meno della metà della sua bolletta energetica per remunerare l’acquisto all’ingrosso sul mercato concorrenziale. Sono ormai evidenti fenomeni profondamente distorsivi…”

Continuiamo a leggere:

“Abbiamo insomma costruito un edificio con larghe crepe, gravi imperfezioni e parti incompiute, come ci hanno ricordato qualche settimana fa a Bologna il Presidente uscente della nostra associazione europea Eurelectric, Fulvio Conti, e il suo successore Johannes Teyssen… Ci hanno ricordato che gli investitori stanno fuggendo dai segmenti competitivi dell’industria elettrica, rifugiandosi solo dove le politiche di sussidio garantiscono remunerazione. Ci hanno ricordato che queste politiche stanno minando l’innovazione, vero contributo della nostra industria a un futuro più competitivo e sostenibile. Ci hanno ricordato che persino l’integrazione europea dei mercati, iniziata negli anni Duemila, soprattutto nel Centro Europa, sta subendo una battuta d’arresto, con prezzi che negli ultimi periodi hanno ricominciato a divergere prepotentemente.

E così, con questi strumenti, staremmo realmente perseguendo la sostenibilità del sistema energetico per il nostro pianeta? In termini di emissioni di CO2 avremmo potuto fare molto di più, con molto meno. Eliminare una tonnellata di CO2 attraverso un pannello fotovoltaico in Italia ci è costato oltre 400 €; la stessa tonnellata, se eliminata facendo funzionare di più i cicli combinati italiani, tra i più moderni ed efficienti d’Europa, ci sarebbe costata poco meno di 25 €. Nel frattempo, drogata al ribasso da sovra-allocazioni e difficoltà di funzionamento dell’ETS, la CO2 naviga sui mercati in una fascia tra 3,5 e 5,5 € a tonnellata, lasciando ampio spazio ad una poderosa tenuta del carbone nel mix europeo. La Germania è riuscita nel capolavoro di ridurre l’apporto dell’energia nucleare, conquistare il primato nei sussidi alle rinnovabili ed aumentare le importazioni di carbone nello stesso tempo.”

Appunto come sostenuto da Maugeri nel suo articolo sull’Espresso…

Nel discorso di Testa è presente ciò che manca in quello del presidente dell’AEEG: una proposta per cambiare la rotta che ci sta portando all’inevitabile disastro. Si dirà che non è compito istituzionale dell’Authority fare proposte del genere, ma il momento è grave e si potrebbe soprassedere con i formalismi. Stiamo parlando in particolare della pedissequa ottemperanza italiana ai diktat europei (o meglio, come continuiamo a sostenere, ai diktat tedeschi). Leggiamo come Assoelettrica presenta la cosa:

“Il primo appuntamento (da non mancare) e’ la revisione della Direttiva europea sulle energie rinnovabili. Occorre definire un nuovo modello, integrato e sostenibile, anche sul fronte economico, abbandonando target obbligatori. Le nuove politiche europee devono prevedere che tutte le tecnologie partecipino da qui in avanti pienamente al mercato senza sussidi, che veri meccanismi di cooperazione europea permettano alle fonti rinnovabili di dispiegarsi là dove è più efficiente ed efficace che si sviluppino. L’Italia, che così tanto ha investito in questo settore, ha tutta la credibilità per essere un attore-guida di questo negoziato, in vista del suo semestre di Presidenza. Incombe poi la scadenza fondamentale del negoziato internazionale sulla CO2. L’ETS, che fu adottato some strumento “faro” a livello internazionale, non e’ oggi adeguato a fornire un segnale di prezzo per gli investimenti low carbon. Ma L’Europa non può nemmeno insistere in politiche che la isolano dal resto del mondo, caricandosene i costi e riducendo la sua competitività.”

Evitando in primo luogo di ricadere in ideologie anti-sistema.

(“per qualche stravagante motivo si è diffusa l’idea che consumare elettricità, anziché migliorare la qualità della vita, sia sintomo di spreco. E si confonde l’efficienza con il pauperismo.”)

Le politiche alternative a quelle (ottuse ed eterodirette) seguite finora possono essere molteplici. Un esempio tra i tanti:

“E’ questa la strada per ripulire le nostre città: se avessimo utilizzato un quarto delle risorse dedicate al fotovoltaico per incentivare la mobilità elettrica o le pompe di calore avremmo fatto un passo avanti decisivo per abbattere le polveri che ammorbano i centri urbani e per ridurre le emissioni climalteranti.”

Riconoscere i propri errori è una virtù dei forti, perseverare negli errori, come sosteneva Sant’Agostino sia pure in altri termini, è solo un regalo ai lobbysti ed a chi vuole il male dell’Italia.

 

 

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