Dalla Regione Toscana per monte Gazzaro una brutta lezione

Una volta di più la proverbiale buona amministrazione delle “regioni rosse” appare un ricordo del tempo che fu, senza neppure bisogno di rottamazioni

 Con riferimento alla notizia dell’autorizzazione concessa dalla Giunta della Regione Toscana a costruire l’impianto eolico di monte Gazzaro, di cui ci siamo già occupati, riteniamo doveroso portare a conoscenza dei nostri lettori che sul Bollettino Ufficiale della Regione Toscana del 10 luglio si trova la delibera di pronuncia di compatibilità ambientale per Monte Gazzaro,   con relativo riassunto dell’istruttoria (e questo è l’importante). Per quanto sintetico possa essere il riassunto, si tratta pur sempre di un corposo documento di una quarantina di pagine. Tuttavia andrebbero lette, se possibile, per intero: servono per capire che cosa davvero conta quando si scrivono le osservazioni, e servono anche per capire che (brutta) aria tira in Regione Toscana. Non è infatti banale leggere che cosa gli uffici hanno deciso in seguito alle osservazioni dei cittadini (tra cui alcuni rappresentanti della Rete della Resistenza sui Crinali) che nel documento vengono sintetizzate, ed alle relative controdeduzioni del proponente.

In questa sede intendiamo però concentrare l’attenzione, sia per non annoiare troppo i lettori sia per non infierire troppo, su un singolo argomento contrario alla costruzione di questo impianto, identificato sul documento della delibera come “osservazione 10”, contro il quale si sono concentrati i livori del proponente, a provata testimonianza del carattere dirimente dell’obiezione. Lo enfatizziamo perchè la natura di detta obiezione ha non solo una rilevanza extra-locale, ma anche e soprattutto perchè deve condizionare il corretto modo di impostare il futuro approccio di TUTTE le Amministrazioni Pubbliche del Paese verso il problema dell’autorizzazione agli impianti industriali FER per la produzione di energia elettrica.

Per correttezza è quindi opportuno riportare per intero, di seguito, il testo relativo a questa singola obiezione, da una delle lettere di osservazioni inviate all’ufficio VIA della Regione Toscana, a cui è stata attribuita tanta importanza e per falsificare il quale sono stati compiuti, inutilmente, tanti sforzi.

Ecco dunque il testo integrale dell’originale che, nel documento riassuntivo finale della Regione Toscana, aveva subito qualche distorsione:

Avvenuto raggiungimento per l’Italia degli obiettivi europei al 2020 in materia di produzione da FER elettriche.

 Un sacrificio territoriale così ingente ed improvviso dovrebbe almeno essere giustificato da impellenti necessità, per attribuire all’impianto stesso la qualifica di “indifferibile ed urgente”.

E’ quindi fondamentale che tutti i soggetti partecipanti ad un complesso processo decisionale collettivo come la VIA per un impianto industriale da una fonte rinnovabile per la produzione di energia elettrica sappiano che, già dallo scorso anno e con ben otto anni d’anticipo, è stato raggiunto e superato l’obiettivo del 26,39% per il 2020, vincolante per l’Italia in base al Piano di Azione Nazionale (PAN) presentato nell’autunno del 2010 all’Unione Europea, dell’energia elettrica prodotta da FER (addirittura al netto di quella importata) sui consumi elettrici nazionali.

La prima stima di fonte GSE per il 2012, consultabile in rete all’indirizzo web  http://www.gse.it/it/salastampa/GSE_Documenti/Dati%20preliminari.pdf

 ci informa che dovrebbe essere addirittura già stato raggiunto il 27,5% di tale rapporto.

Nel solo 2012 sarebbero stati montati in Italia, secondo l’associazione di categoria, 1.272 MW di eolico, cioè la quota massima di potenza annua mai installata, a cui dovrebbero corrispondere 800 o 900 aerogeneratori giganti, da soli in grado di modificare in modo significativo l’aspetto di intere zone montuose e collinari dell’Appennino, andandosi ad aggiungere alle migliaia già esistenti.

E’ facile immaginare che, solo con l’entrata a regime dell’enorme quantità di impianti FER installati lo scorso anno, nel 2013, se verrà confermata la tendenza alla diminuzione dei consumi elettrici del primo bimestre di quest’anno, si raggiungerà persino la soglia del 30% senza bisogno di ulteriori impianti.

E’ dunque falso affermare che si devono costruire altri impianti FER elettrici perchè “ce lo impone l’Europa”.

I sacrifici imposti al territorio ed alla collettività nazionale, in termini di oneri per l’incentivazione, sono stati ingenti ed assolutamente imprevisti fino a pochissimi anni fa.

Già lo scorso anno sono stati spesi per le sole incentivazioni annue (limitandosi a considerare solo quelle dirette) alle FER elettriche quasi 11 (undici) miliardi di euro, a carico delle bollette elettriche degli italiani, come si può rilevare dal contatore presente nella home page del sito del GSE. La quota di 11 miliardi annui sarà verosimilmente sfondata quest’anno solo per l’andata a regime degli impianti installati lo scorso anno e perciò, unitamente agli impianti che verranno costruiti e nonostante la diminuzione degli incentivi per gli impianti da costruire d’ora in poi e la cui incentivazione durerà venti anni, si può prevedere una spesa per il solo 2013 attorno ai 12 miliardi.

Faccio rilevare, per meglio comprendere l’entità dello sforzo, che il principale oggetto del contendere delle recenti elezioni politiche è stata la restituzione dell’IMU per la prima casa, che ha imposto agli italiani un onere annuo di 4 miliardi.

Lo stesso decreto ministeriale del 6 luglio scorso per definire il nuovo sistema incentivante a cui facevo prima cenno dichiara esplicitamente (all’articolo 1) di “avere la finalità di sostenere la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili attraverso la definizione di incentivi … in misura adeguata al perseguimento dei relativi obiettivi, stabiliti nei Piani d’azione per le energie rinnovabili”, ossia il PAN del 2010.

Nello stesso PAN si chiarisce che “non sono fissati obiettivi/obblighi annui distinti per tecnologia” e, più in generale, che “non sono fissati obiettivi legati specificatamente ad una tecnologia”.

E dunque non esistono ulteriori obblighi per costruire altri impianti eolici a terra, il cui obiettivo di 12.000 MW al 2020 era stato solo “stimato” e non “fissato” dal PAN appunto perchè gli obiettivi per classe di produzione energetica erano stati solo “proposti”.

La costruzione di un’imprevista quantità di impianti fotovoltaici ha dunque reso eccessivo tale valore di stima per l’eolico.

Logica e buon senso vorrebbero che ora, essendo già stato raggiunto e superato l’obiettivo per le FER elettriche ed in base a quanto affermato nei considerata del D.M. del 6 luglio per argomentare la diminuzione degli incentivi alle medesime (“Considerato in particolare che nel settore elettrico l’Italia è in anticipo rispetto agli obiettivi fissati …  Ritenuto tuttavia che per il perseguimento degli obiettivi in materia di fonti rinnovabili si debba dare maggiore impulso ai settori calore e trasporti e all’efficienza energetica, che sono modalità, in media, economicamente più efficienti…”) lo sforzo collettivo per il raggiungimento del secondo 20 (negoziato nel 2007 dal Governo italiano a 17) del progetto europeo del 20-20-20 (ossia il 20% della produzione di energia da FER in rapporto al totale dei consumi energetici nazionale) si concentrasse in settori diversi di quello elettrico. Il PAN prevede a tal fine, oltre al summenzionato (e raggiunto) 26,39% per le FER elettriche, il 17,09 per le FER “riscaldamento / raffreddamento”  ed il 10,14% per il settore trasporti (settori che, in più, vantano le migliori eccellenze dell’industria italiana). Non c’è nessun ragionevole dubbio che l’obiettivo finale complessivo del 17% al 2020 non possa essere raggiunto, a patto di non fare mancare gli incentivi ai settori più promettenti, evitando di disperderli a vantaggio di quelli più onerosi, per i quali, oltre tutto, l’hardware viene importato dall’estero.

Nel nostro caso, oltre al sacrificio finanziario a carico di tutti gli italiani e a danno dell’economia nazionale, verrebbe imposto un sacrificio ancora maggiore per quanto riguarda la deturpazione paesaggistica, ambientale ed identitaria inflitta alle nostre montagne.”

 Per comodità di confronto è opportuno leggere con la massima attenzione anche le controdeduzioni del proponente a questa osservazione, anche queste individuate dal numero 10, così come compaiono – queste invece per intero – sulla citata delibera della Regione Toscana a pag. 34, ovvero a pag. 17 delle 42 contenute nel summenzionato documento messo in linea sul BURT.

Leggiamone assieme alcuni passaggi. Si esordisce (malissimo) così:

“Il carattere di indifferibilità e urgenza del progetto è riconosciuto, come noto, agli impianti per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili ex art. 12 D.Lgs. 387/2003 eccetera eccetera …”

Ciò sarà sicuramente noto, come qui si afferma, (o almeno è noto agli eolici e ai loro sostenitori che infatti ripropongono l’argomento in continuazione), ma non è vero. Il carattere di indifferibilità e urgenza dei singoli impianti FER per la produzione di elettricità, come afferma esplicitamente la legge, viene attribuito a posteriori, DOPO l’Autorizzazione Unica concessa dalla Pubblica Amministrazione, che deve soppesare con cura i pro e i contro dei progetti, non a priori, come si vorrebbe invece lasciare intendere.

Se così non fosse, chiunque potrebbe installare tali impianti dove gli pare, senza bisogno di una complessa procedura come la Valutazione di Impatto Ambientale che coinvolge tanti enti pubblici proprio a causa dell’estrema invasività degli impianti da collocarsi qualche volta, come in questo caso, nei punti più delicati e vulnerabili del Paese. E, proprio per questo, la legge della VIA coinvolge anche il pubblico, che è chiamato appositamente a collaborare in questo processo conoscitivo a vantaggio della Pubblica Amministrazione (che però dovrebbe ascoltarlo, non ridurre tutto quanto è disposto dalla legge della VIA ad una inutile cerimonia di adempimenti burocratici pro forma).

Oltre ad essere falsa, questa interpretazione (che purtroppo sentiamo ripetere in pubblico anche da troppi Pubblici Amministratori chiamati a giudicare nelle Conferenze dei Servizi) sarebbe un assurdo per definizione perchè ridurrebbe la procedura di VIA ad una inutile burletta.

Sarebbe come se (faccio un paragone volutamente assurdo, perchè nessuno sarebbe tanto sprovveduto da commettere un atto di per se stesso così squalificante), per adempiere ad un obbligo formale della procedura, una ditta proponente un impianto eolico-industriale provvedesse a montare un anemometro sul sito prescelto… dopo ( ! ) avere fornito alla Pubblica Amministrazione il relativo studio anemometrico.

Ma proseguiamo nella lettura del testo delle controdeduzioni di Hergo Wind:

“Quanto al sacrificio territoriale ingente ed improvviso … appare francamente difficile comprendere su quali criteri almeno verificabili si basi l’affermazione.”

Questa affermazione non la commentiamo perchè siamo buoni e pervasi dal rinascente spirito francescano di misericordia cristiana; e perciò andiamo avanti:

“Sacrifici territoriali questo paese ne ha subiti molti, alcuni tuttora incombenti.”

 Questo è perfettamente vero, ma non è un buon motivo per continuare ad infierire liberamente.

“Ma lo sviluppo degli impianti FER non può essere ricondotto a questa nozione, sotto il profilo normativo urbanistico (totale reversibilità degli interventi ed assenza di edificazione permanente) come sotto quello quantitativo (superfici e volumi impegnati sono oggettivamente contenuti, rispetto ad altre forme di uso ed abuso del territorio) (la reversibilità degli interventi e l’ “oggettività” di superfici e volumi impegnati “contenuti” è esattamente ciò che contestano le migliaia e migliaia di aderenti ai comitati dell’alto Appennino contro l’eolico industriale selvaggio. Ndr) sia, soprattutto, sotto il profilo delle strategie di approvvigionamento energetico e di contrasto al cambiamento climatico (quest’ultimo costituisce invece un fattore di “sacrifici territoriali” realmente preoccupante e potenzialmente devastante)”.

Questa del valore salvifico dell’eolico contro la catastrofe globale incombente è l’arma totale usata dagli eolici come passepartout, a cui si oppone invece il buon senso e l’esperienza. La realtà dimostra che l’energia eolica per la produzione di energia elettrica non ha, come appare ovvio dalla stessa natura intermittente del vento, carattere alternativo alle fonti tradizionali, e che le emissioni di CO2 globale, nonostante le costosissime politiche europee a favore di questi impianti, in appena 15 anni dopo la sottoscrizione del protocollo di Kyoto, sono… aumentate! E in misura esagerata: del 50%!! Le industrie che abbandonano l’Europa dove l’energia costa troppo si rilocalizzano nei Paesi con le minori tutele ambientali, aggravando il problema su scala planetaria.

A testimonianza non della inutilità di tali impianti industriali di rinnovabili elettriche, ma addirittura del danno prodotto indirettamente (in termini di emissione di gas serra), in senso controintuitivo e contrario a quello atteso da alcuni nostri ingenui – o interessati – ambientalisti, leggiamo quanto scrive su questo paradosso ad esempio (ma è un esempio utile per la grande capacità di sintesi) il Professore di Harvard Leonardo Maugeri in un articolo sull’Espresso del 6 giugno scorso, ripreso in un nostro post:

“(I leader europei) sono rimasti fermi a una politica europea dell’energia che sembra un libro di propositi e slogan astratti ripetuti dietro un muro di ipocrisia da chi conosce superficialmente i problemi dell’energia e – soprattutto – ritiene di vivere in un’oasi di benessere in cui è possibile permettersi molti lussi… Ancora oggi, sotto la spinta della Germania e con la complicità di tutti gli altri paesi, l’Europa mette al centro delle sue politiche lo sviluppo delle energie rinnovabili. Ma in tempi di crisi, le rinnovabili rappresentano un fardello sempre più pesante da sostenere per i cittadini europei che, perlopiù ignari, ne pagano l’alto costo nelle loro bollette elettriche… Tuttavia, mentre l’Unione europea conferma imperterrita questa politica, il vecchio carbone espugna i benefici ambientali prodotti dalle rinnovabili… Ma dall’Europa non è uscita una sola parola su queste contraddizioni e nella “verde” Germania la rinascita del carbone passa sotto silenzio.”

Ma andiamo al dunque:

“Quanto al presunto raggiungimento e, addirittura, superamento degli obiettivi vincolanti assunti in sede europea, i dati preliminari citati nell’osservazione … indicano in 47 GW circa la potenza efficiente lorda installata in impianti a FER al 2012, con una produzione complessiva di 92.460 GWh. Il PAN presentato nel 2010 alla Commissione Europea indicava effettivamente in 45,8 GW la potenza installata al 2020 e in 105.950 GWh/anno la produzione da FER necessaria a conseguire l’obiettivo 20% (in realtà l’obiettivo è il 17%. Ndr); è vero dunque che l’incremento previsto per quanto riguarda la fonte solare fotovoltaica è stato ampiamente superato già al 2012 (16,3 GW installati per una produzione complessiva di 18.800 GWh, contro gli 8 GW installati e i 9.650 prodotti di cui alle previsioni PAN); ma è anche vero che , per quanto riguarda la fonte eolica, i dati 2012 sono ancora decisamente inferiori a quelli indicati dal PAN: circa 8 GW installati (a fronte dei 15 previsti al 2020 dal FAN) (sic) e 13.900 GWh prodotti (a fronte dei 21.600 previsti al 2020 dal FAN).”

 Qui il proponente dimostra per esteso, gentilmente, la correttezza della obiezione dell’avvenuto raggiungimento degli onerosissimi (non solo dal punto di vista economico-finanziario ma soprattutto territoriale) obiettivi promessi alla Commissione Europea dal Governo italiano. Infatti l’Unione Europea richiedeva dagli Stati membri il raggiungimento del valore PERCENTUALE della produzione elettrica (comprese le importazioni) da FER sui consumi nazionali di energia elettrica (nel caso dell’Italia, appunto, il 26,39%) e non il raggiungimento di valori assoluti, come invece sostiene, del tutto arbitrariamente, il proponente l’impianto, che dimostra di non avere letto con cura il Piano di Azione Nazionale (PAN) del 2010, se non altro perchè inventa di sana pianta il valore di 15 GW eolici previsti per il 2020, che rappresentano un patente falso.

Il punto però è che il PAN è strumentale, per l’Italia, al raggiungimento dell’obiettivo europeo del 20-20-20, dove i singoli “20” rappresentano valori percentuali. Quello che ci interessa in questa sede è il secondo 20% (per l’Italia il 17%) che, come chiarito nell’osservazione inviata alla Regione Toscana, è scomposto in tre componenti delle quali quella della produzione elettrica da FER sui consumi (il 26,39%) è già stata, per l’appunto, raggiunta. Il PAN del 2010 indicava, a titolo puramente esemplificativo (come più volte precisato nel testo ministeriale), un percorso per raggiungere al 2020 tale obiettivo del 26,39%. I valori assoluti indicati in quel documento, e ripresi dal proponente, non hanno nessuna cogenza a tale fine, previsto apposta in termini percentuali, che è l’unico che interessa l’Unione Europea. Detto percorso, proposto dal Governo italiano nel 2010, è stato espressamente modificato dalla scelta politica di quel medesimo Governo l’anno successivo (il 2011) di privilegiare la fonte fotovoltaica. Ci piace pensare che tale scelta sia stata fatta proprio per evitare la proliferazione di impianti eolici, così devastanti per il territorio. La ripartizione tra le singole fonti FER per il raggiungimento dell’ormai già conseguito obiettivo finale (ripetiamo per l’ennesima volta, a beneficio dei funzionari della Regione Toscana che mostrano di non capire, che è un obiettivo in termini percentuali), come esplicitamente affermato nel PAN, era del tutto ininfluente. Ribadiamo quanto scritto nel PAN: non sono fissati obiettivi legati specificatamente ad una tecnologia”.

L’obiettivo di produzioni da FER elettriche sui consumi è già stato raggiunto, quindi, come fatto rilevare, in attesa del documento riepilogativo annuale del GSE che dovrebbe essere pubblicato a giorni, ormai da tutte le fonti d’informazione, comprese quelle di certo non in sintonia con i comitati contro l’eolico-industriale selvaggio, come, ad esempio, Greenreport, che titola un proprio articolo in termini inequivoci: “Obiettivo Ue 20.20.20: raggiunto per la produzione elettrica da fonti rinnovabili.

Con buona pace di Hergo Wind e di chi fa fideistico affidamento, al punto tale da riportarle in un atto pubblico senza cercare riscontri, sulle sue affermazioni, affermando di condividerle.

Quello che il proponente finge di non conoscere sono i costi schiaccianti che l’installazione di questi impianti FER ha comportato, e comporta, per la collettività nazionale, ma che dovrebbero invece essere ben conosciuti dalla Pubblica Amministrazione che deve obbligatoriamente valutare anche i costi collettivi paragonandoli ai benefici, prima  di autorizzare questi impianti. La Regione Toscana non può non conoscere, non foss’altro perchè è stata oggetto di decine e decine di articoli di stampa il drammatico problema dei costi degli incentivi alle rinnovabili elettriche sulla bolletta degli italiani, che è talmente grave da fare preannunciare al Ministro dello Sviluppo economico Zanonato l’adozione di misure retroattive, come riportato dal Sole 24 Ore nell’articolo del 20 agosto dal titolo “Il Mise valuta i bond per ridurre la bolletta”, per il contenimento della spesa annua da esse cagionate in termini di incentivi già concessi. Provvedimenti retroattivi, quindi, gravissimi per definizione, in quanto propri di una situazione di emergenza. Quelli che un tempo si definivano “da economia di guerra”.

E’ ovvio che gli obiettivi resi obbligatori dalla direttiva UE sono “minimi” e che ciascuno Stato membro della U.E. può montare tutti gli aerogeneratori che vuole, ma lo sforzo immenso per raggiungere in Italia quell’obiettivo “minimo” per le FER elettriche è stato conseguito pagando alle aziende installatrici di tali impianti (le cui macchine sono, di fatto, tutte di produzione estera) incentivi pubblici di livello spropositato, senza i quali a nessuno sarebbe venuta la balzana idea di riempire tutti i crinali appenninici di pale colossali. Quello che deve interessare adesso la Pubblica Amministrazione sono gli schiaccianti costi collettivi aggiuntivi da sostenere in futuro per andare oltre ad un obiettivo obbligatorio già raggiunto, per conseguire il quale tali costi erano stati, seppure a torto, finora ritenuti accettabili. Che poi la lobby eolica, i cui appetiti sono inesausti e le cui forze di “convincimento” aumentano all’aumentare degli incentivi annui percepiti, stia lavorando con accanimento per “alzare le asticelle”, ebbene, su questo siamo tutti perfettamente d’accordo. Senza questa considerazione dei costi ad esse imputabili, i riferimenti delle controdeduzioni al “troppo” o al “poco”(con citazioni di affermazioni inesistenti nella lettera di osservazione in oggetto) che le rinnovabili elettriche producono, perdono di significato.

Di seguito riportiamo, dalla relazione, altre cose interessanti:

“…vero è anche che nemmeno gli obiettivi della 2009/28/CE sono massimi inderogabili, quanto piuttosto livelli minimi, il cui superamento non può che essere motivo di soddisfazione…”

Ma ci si dimentica di aggiungere: “per chi ne trae una rendita parassitaria”. Altrimenti l’eolico sarebbe, parafrasando la famosa canzone, come l’amore: “la cosa che più ce n’è meglio è”. Liberissima la Hergo Wind srl di sostenerlo. Vietatissimo per i Pubblici Amministratori condividere questa posizione, e non solo perchè non è vera per gli oneri che comporta. Essere sommersi da costi in bolletta e da pale eoliche colossali e ubique che deturpano il paesaggio (esplicitamente tutelato da uno dei primi articoli della Costituzione) e l’ambiente italiano nei suoi punti più critici, per il resto della popolazione – qualora ben informata come purtroppo di rado succede – è, al contrario, motivo di orrore. La pretesa che questa violenza perpetrata ai danni del Paese a fini ormai palesemente speculativi, ed imposta da un Direttiva esterna voluta da chi voleva vendere le proprie macchine ai partner europei, debba essere addirittura accolta con soddisfazione dagli italiani ricorda, a chi ha passato la cinquantina, il film documentario “Processo per stupro”, in cui i difensori degli imputati di un tale odioso reato cercavano di presentare l’atto commesso come un “motivo di soddisfazione” per la vittima o meglio, con dotta citazione da Ovidio, una “vis grata puellae”. E che altro è il collocamento di migliaia di torri eoliche sulle cime dei monti, in attesa che diventino decine di migliaia su tutte le superfici utili dei crinali, se non uno stupro ai danni del paesaggio italiano?

Ma se l’argomento della “soddisfazione” nel vedere violentare il proprio Paese con questi ecomostri replicati all’infinito è ricorrente nelle argomentazioni degli eolici, una novità assoluta, almeno per quello che riguarda la RRC, è l’argomento dell’imposizione fiscale sugli incentivi:

“…quanto ai costi, sarebbe bene tutti (sic) i detrattori delle rinnovabili scorporassero dalle cifre quello che torna allo Stato in forma di imposizione fiscale.”

 Nessuno aveva mai raggiunto un tale livello di impudicizia, se non altro perchè autolesionistica. Non contenti che la collettività nazionale spenda oltre 12 miliardi all’anno per i soli incentivi alle FER elettriche (negli ultimi dodici mesi11 miliardi come da contatore GSE e almeno 1,2 miliardi per incentivi indiretti, come ha calcolato, e denunciato, l’Autorità per l’Energia elettrica, pari ad un esborso, per i 60 milioni di italiani, di circa 200 euro pro capite) il proponente mena vanto del fatto che questo prelievo parafiscale (come definito dall’AEEG) sia gravato anche, in bolletta, di una ulteriore tassazione del 10% per l’IVA!

Ma l’argomento che rifiutiamo di seguire, perchè oltre che falso è strumentale, è questo:

“E soprattutto… , per onestà intellettuale, (sarebbe bene che i detrattori delle rinnovabili) riconoscessero che in pochi mesi il paese si è dato una capacità produttiva pari a quella di almeno tre delle centrali nucleari da 1000 MW che dovevano essere avviate prima del referendum. Non avremmo certamente speso meno…”

Qui si vuole far credere che l’eolico sia “alternativo” alle fonti tradizionali di energia elettrica, nascondendo la sua natura di fonte meramente aggiuntiva, che non può sostituire le centrali programmabili. Questo sta emergendo con la necessità di una ulteriore urgentissima spesa per evitare un collasso sistemico del sistema elettrico, anch’essa cagionata dalle rinnovabili non programmabili: il capacity payment, per tenere in vita con un ulteriore sussidio, sebbene non funzionanti, tutto il sistema preesistente degli impianti termoelettrici italiani, senza i quali non ci sarebbe riserva per il fotovoltaico e l’eolico in assenza di sole e di vento utile (come accade quasi sempre) a far funzionare gli aerogeneratori alla massima potenza prevista.

La cosa è tanto più grave se si considera l’entità di questo nuovo onere: si parla ora di altri due miliardi all’anno. In questi termini abbiamo letto l’articolo di Giorgio Ragazzi sul Fatto Quotidiano del 7 agosto “L’insostenibile peso dei sussidi all’energia“,

dove si parla in termini espliciti di “disastro” per quanto riguarda la politica di finanziamenti facili alle rinnovabili elettriche (“Un’operazione colossale avvenuta senza alcuna specifica delibera parlamentare ma solo per effetto di decreti ministeriali e gestita “fuori bilancio” in quanto i sussidi vengono addebitati alle bollette tramite la componente A3“).

Inoltre, a proposito di “onestà intellettuale” il proponente farebbe bene a non confondere, in questa impropria contrapposizione tra eolico e nucleare, i concetti di potenza installata e di energia prodotta, con le nuove installazioni in appena pochi mesi, dalle rinnovabili. Ma, ripeto: ci rifiutiamo di seguire questo ricattatorio aut aut “o rinnovabili sempre e comunque oppure nucleare”, non solo perchè non è vero, ma anche perchè, quando alla prima difficoltà di tenuta del sistema elettrico nazionale (forse già il prossimo inverno) sovraccarico di rinnovabili non più supportate dagli impianti termoelettrici che stanno chiudendo, questo aut aut potrebbe garantire ai nuclearisti un solido argomento per costruire in Italia ANCHE le centrali nucleari, che si andrebbero ad aggiungere ad un potenziale produttivo (inefficiente) di energia elettrica pari ormai al triplo della potenza massima richiesta (quest’ultima in drammatica diminuzione per la crisi economica indotta da scelte inette di politica industriale).

Ma se il proponente, per costruire il proprio impianto eolico su monte Gazzaro e garantirsi le sue fenomenali rendite a spese della collettività, può sostenere, nei limiti della legge, tutti gli argomenti propagandistici che vuole, così non può fare una Pubblica Amministrazione. Invece leggiamo, purtroppo, a pag. 35 (in basso) della sua relazione, che la Regione Toscana sostiene quanto segue:

“per quanto riguarda il raggiungimento per l’Italia degli obiettivi stabiliti dall’Unione Europea per il 2020 in materia di produzione di energia da fonti rinnovabili, si condivide quanto controdedotto dal proponente e si fa presente che il dato fornito dalle stime GSE corrisponde solo alla quota relativa all’energia elettrica prodotta con fonti rinnovabili e che quindi essa non rappresenta il raggiungimento o addirittura il superamento dell’obiettivo energetico nazionale.”

Come si potrà facilmente verificare dalla lettura della lettera di osservazioni in oggetto, nessuno ha mai sostenuto una simile castroneria. Nella lettera di osservazioni si parlava appunto esclusivamente, come tutti possono facilmente verificare perchè ripetuto apposta infinite volte per eliminare ogni possibile ambiguità, del raggiungimento dell’obiettivo della produzione dell’energia elettrica, che è appunto l’oggetto del presente contendere. Ed anzi, nella lettera si puntualizzava che ulteriori fondi garantiti (per il tramite delle Autorizzazioni Uniche) sotto forma di incentivi ancora al settore elettrico avrebbero definitivamente cannibalizzato i fondi necessari per lo sviluppo degli altri comparti delle rinnovabili, che garantirebbero ricchezza alle aziende INDUSTRIALI italiane e migliori risultati nel contenimento di emissione di gas serra, ed i cui obiettivi cogenti previsti dal PAN sono ancora lontani da essere raggiunti: il comparto riscaldamento-raffreddamento e quello dei trasporti, ai quali rimarranno (se rimarranno) solo le briciole lasciate dalle FER elettriche.

La Regione Toscana parla poi del “Burden sharing” regionale. Il decreto a cui si fa riferimento era a sua volta strumentale al raggiungimento degli obiettivi europei. Significativo che sia stato usato la locuzione inglese che significa “ripartizione del fardello”. Il collocamento di impianti industriali FER elettrici veniva dunque esplicitamente definita “fardello” dal Governo italiano e come tale viene riproposta nel documento della regione Toscana. Indiscutibilmente il collocamento sul proprio territorio di tali impianti, ed in particolare di pale alte come nient’altro prima di loro, ed in più in zone spesso incontaminate e con un aspetto che potrebbe, come spesso nel Mugello, ancora ricordare il paesaggio rinascimentale, è un fardello. E che fardello… E già questa sola scelta lessicale negherebbe tutta l’impostazione concettuale di Hergo Wind per le quali le pale dovrebbero essere in sè motivo di “soddisfazione” se non addirittura un “arricchimento, anzichè una menomazione” di un percorso escursionistico unico al mondo (la citazione è letterale e si può trovare a pag.32). La ratio del Decreto del “Burden sharing” risiedeva nel fare condividere la menomazione che l’Unione europea ci richiedeva per raggiungere gli obiettivi di produzione da rinnovabili tra le varie regioni italiane, per non pregiudicare quelle con potere contrattuale più debole.

E’ triste riscontrare che le Regioni italiane, intese come organi amministrativi, abbiano invece approfittato della valanga di soldi da addebitare in bolletta elettrica e di cui nessuno era perciò politicamente responsabile, per presentarli come liberalità graziosamente concesse alle proprie clientele, utilizzandone i rivoli come fonte di finanziamento improprio alla politica (in questo si può ben generalizzare). Il risultato kafkiano, opposto alla ratio del Decreto, sono stati piani energetici regionali sovradimensionati e grotteschi, che in qualche caso prevedono obiettivi regionali di rinnovabili elettriche eccedenti non solo il “burden sharing” ma addirittura il potenziale del parco di generazione termoelettrica preesistente, in una indecente rincorsa a deturpare il proprio territorio. Ma per fare questo bisogna nascondere l’evidenza che di questi impianti così devastanti non c’è più “urgenza”, dopo il conseguimento dell’obiettivo del 26,39% (ammesso che ce ne fosse mai stata) e, se proprio di una “necessità” si può parlare, ci sarebbe quella di abbattere gli aerogeneratori già installati meno produttivi e quelli più impattanti per il territorio circostante. Senza ulteriori obblighi di produttività, non c’è più bisogno di “burden sharing“.

In pochi anni (anche se comunque con troppo ritardo) alcune Regioni italiane si sono rese conto dell’errore commesso, dopo avere constatato nella realtà l’impatto degli impianti eolici.

La Regione Sardegna si è dichiarata contro l’eolico perchè “di forte impatto paesaggistico ambientale”.

La Regione Sicilia, tramite il suo “Governatore” Rosario Crocetta, ha espresso la volontà di fermare l’eolico (“L’eolico ha devastato il paesaggio”), indicando una lista di priorità in materia di energie rinnovabili analoga a quella espressa dall’Assessore all’Ambiente della Regione Emilia Romagna Sabrina Freda.

Non per caso NESSUN impianto eolico sardo o siciliano è stato ammesso agli incentivi nelle due aste finora svoltesi. Eppure Sicilia e Sardegna vantano alcune delle aree più ventose d’Italia. E’ evidente che ora prevalgono considerazioni ben più importanti rispetto alla produttività che fa arricchire la speculazione. Certo sarebbe meglio fare prevalere tali considerazioni PRIMA, come ha fatto l’Assessore Freda in Emilia Romagna, piuttosto che DOPO la realizzazioni di tanti disastri, come è accaduto nelle isole maggiori, con tutti i danni paesaggistici ed ambientali che si sono riscontrati e l’infiltrazione della delinquenza organizzata che è stata riscontrata in innumerevoli casi.

L’esperienza non ha insegnato nulla alla Regione Toscana, che ora agisce in controtendenza lungo la sciagurata direttrice indicata negli ultimi due anni dalla Regione Basilicata? Per quale motivo tanta superficialità?

Un comportamento invero inspiegabile per la Pubblica Amministrazione di una regione il cui paesaggio, conosciuto ed invidiato in tutto il mondo, viene in questo modo compromesso. A meno che non ci sia qualcosa di così grande da guadagnare che però, dalla lettura della relazione conclusiva del procedimento di VIA e dalla delibera di Giunta su monte Gazzaro, ci sfugge completamente.

Ma ancora più grave è la responsabilità della Sovrintendenza al paesaggio della Toscana, che ha inaspettatamente concesso il proprio placet incondizionato, senza neppure opporre una difesa di ufficio di un’area da cui gli aerogeneratori svettanti saranno visibili da migliaia di chilometri quadrati di territorio, come si può facilmente desumere, per il principio della reciprocità ottica, andando ad ammirare, finchè si è in tempo, monte Gazzaro incontaminato e lo sconfinato panorama che dalla sua cima si può cogliere.

Non è la prima volta che, trattando di eolico industriale, ci occupiamo dell’indebolimento della tempra della classe dirigente toscana. Già lo avevamo fatto durante i giorni roventi dello scandalo del Monte dei Paschi di Siena, grande finanziatore di questi progetti.

La responsabilità dell’odierna elite toscana per la noncuranza dimostrata in questa materia non vale solo nei confronti delle generazioni presenti e soprattutto di quelle future, ma un simile scempio ingiustificato grida vendetta anche presso le generazioni toscane passate ed il loro impegno secolare a curare il paesaggio del proprio Paese con lo stesso amore con il quale i loro contemporanei curavano le “città d’arte”.

Come avvenuto nei casi sardo e siciliano, non si tratta dunque di dire “No all’eolico” (di cui si riconosce, se collocato in aree industriali ben definite, un preciso ruolo integrativo, seppur marginale, alla produzione di energia elettrica), ma piuttosto, considerate le quasi sette mila pale che sono state ormai collocate in Italia in pochissimi anni senza alcun criterio logico, di dire: “BASTA EOLICO“.

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