A proposito della fine della favola dell’eolico con la chiusura della Vestas di Taranto

Mai si era speso così tanto per combinare tanti disastri

In riferimento alla lettera di Maria Rita Signorini del consiglio nazionale di Italia Nostra, sulla fine della favola dell’eolico italiano, è opportuno precisare gli ordini di grandezza in ballo nel business delle rinnovabili elettriche, e dell’eolico in particolare, con alcune considerazioni quantitative basate su dati oggettivi e incontrovertibili, ma troppo spesso trascurati.

727537_635174393573425343_vestas_640x468La Vestas chiude lo stabilimento di Taranto non perchè siano venuti meno gli incentivi per i nuovi impianti eolici, ma perchè gli incentivi correnti, che pure in Italia continuano ad essere tra i più generosi del mondo, non permettono di garantire un mercato sufficiente e quindi la profittabilità dell’investimento nell’assemblaggio di aerogeneratori in Italia, dove i siti più produttivi in cui installarli sono stati già tutti ampiamente sfruttati.

Stiamo ragionando sull’investimento di cifre enormi, difficilmente concepibili ai profani in materia di grandi aggregati macroeconomici, che pure qualcuno avrebbe voluto rendere accettabili almeno in considerazione della molta occupazione creata, nonostante le angoscianti selve di ciclopici aerogeneratori del tutto prive di operai al lavoro lasciassero intuire il contrario.

Ebbene: l’inverosimiglianza di un simile argomento restituisce dignità persino alle posizioni di chi, una quarantina anni fa, sosteneva a questo stesso fine le sciagurate acciaierie a Bagnoli e Gioia Tauro, qui ricordate in questo ispirato articolo del 2009 di Mario Pirani su Repubblica.

La spesa annua per l’incentivazione di impianti elettrici FER in Italia, già in questo 2013, supererà ampiamente i 12 miliardi di euro (comprendendo tutti gli incentivi ad essi destinati e pur escludendo gli altri ingenti aggravi in bolletta che tali impianti comportano). Ripeto: 12 MILIARDI ALL’ANNO a carico delle bollette elettriche di TUTTI GLI ITALIANI (200 euro pro capite!). Se la disoccupazione fosse davvero considerata la prima emergenza nazionale, utilizzando la stessa cifra cifra si potrebbe, anche ricorrendo alla più rozza politica keynesiana di sostegno a chi cerca lavoro, garantire un impiego, finanziato dalla collettività, retribuito con gli ormai mitici 1.000 euro al mese (che per la maggioranza dei giovani di questa generazione rimarranno probabilmente un miraggio per sempre) ad oltre UN MILIONE DI DISOCCUPATI. Il conto è presto fatto: 12 miliardi equivalgono infatti a 1.000 euro mensili X 12 mesi dell’anno X 1 milione di lavoratori.

Se invece vogliamo considerare “solo” la spesa per l’eolico (e solo per le voci di incentivazione principali, in particolare i vecchi CV, il cui costo, oltre tutto, l’anno prossimo esploderà a causa del basso prezzo di mercato dell’energia elettrica di quest’anno) possiamo dividere tutto il precedente ragionamento per 10 e cioè: 1,2 miliardi di incentivi per l’eolico : (1.000 euro X 12 mesi) = “solo” 100.000 lavoratori in più. Ripeto in lettere: centomila lavoratori.

Qui, mi sembra, stiamo discutendo di fare lavorare uno stabilimento di assemblaggio di pale prodotte in Danimarca, con profitti che vanno in Danimarca, che occupava, pare, … 147 dipendenti !

E la costruzione dello stabilimento, prima ancora che esistessero tutte le incentivazioni all’energia elettrica prodotta da eolico, era stata … incentivata ( ! ) con soldi pubblici negli anni Novanta.

Insomma: che cosa vogliamo di più? Impossibile ottenere così poco dal punto di vista occupazionale scialacquando tanti soldi, persino in un settore come quello della produzione dell’energia elettrica, sempre indicato proprio come esempio di investimento capital intensive.

Ci si chiede perchè l’Italia, pur con tutte le sue risorse umane e le riconosciute capacità lavorative e imprenditoriali, stia impoverendo ormai da decenni i suoi lavoratori e perchè il sistema industriale rischi il definitivo collasso?

Qui c’è una prima risposta a queste domande. Secondo voi in che tasche finiscono, a parte i magri salari di poche centinaia di operai, tutti gli anni, tutti questi soldi spesi per gli incentivi all’eolico (potenzialmente in grado, ripeto, di dare sostegno a centomila famiglie), che contribuiscono a distruggere il paesaggio italiano come nient’altro prima?

Questa di Taranto è la prova provata che in Italia, senza incentivi pari ad un multiplo ( ! ) del prezzo di mercato dell’energia elettrica (ma anche senza la grottesca “priorità di dispacciamento” che sta creando tanti problemi alla rete e tanti oneri aggiuntivi mai pubblicamente rivelati da nessuno) la baracca dell’eolico non si regge in piedi.

Vogliamo continuare a negare l’evidenza?

Adesso, con i provvedimenti, che stanno per essere adottati dal Governo ed annunciati dal Ministro dello sviluppo economico Zanonato, di “spalmatura” della spesa annua per gli incentivi già concessi, onde ridurre l’insopportabile pressione di questi oneri impropri sulle bollette elettriche ed evitare il definitivo tracollo dell’industria italiana (che gli impianti FER elettrici hanno contribuito largamente a provocare), molte promesse di rendite generosissime potrebbero non essere mantenute.

Le promesse, cioè, che gli eolici avevano garantito come sicure per creare un quadretto idilliaco (la “favola” dell’eolico) e per convincere dell’incredibile opportunità di guadagni perpetui finanziatori, proprietari di terreni, amministratori locali, controllori di questi stessi amministratori, scienziati (…), giornali e giornalisti, sindacati e sindacalisti, esperti in ogni campo dello scibile umano tra cui Professori Universitari ed in particolare quei “paesaggisti” che hanno giurato e spergiurato persino sulla “bellezza” delle pale eoliche sui crinali italiani (“nuovo riferimento iconico”, “nuovi modelli di paesaggio adatti alla contemporaneità”, “le nuove cattedrali gotiche”…). Oltre che, ahimè, le direzioni nazionali di importanti organizzazioni ambientaliste, un cui dirigente è giunto a definire chi si opponeva a questi obbrobri “nostalgici di un’Italia che non esiste più e quindi nuclearisti oggettivi”.

Per tacere, naturalmente, di altre organizzazioni più opache che subito avevano fiutato il grande affare.

Tutte queste categorie, in queste settimane, sono in pieno subbuglio.

Con l’annunciato decreto “Fare 2” si avvicina, ci auguriamo, la fine miserabile e rapidissima di questa sgangherata avventura dell’eolico industriale, costruito sui crinali di un’Italia bellissima e senza vento, che seppellirà nel ridicolo chi l’ha ideata e sostenuta.

Forse allora si potrà capire perchè, nel 1988 dopo il disastro di Chernobyl, durante i lavori parlamentari per decidere come sostituire gli impianti nucleari da chiudere dopo gli esiti del referendum, qualcuno aveva autorevolmente affermato che sarebbe stato “penoso” prendere anche solo in considerazione l’eolico.

Speriamo che i (molti) responsabili dello scempio non restino impuniti.

Al contrario, la mancata assunzione dell’annunciato, rigoroso, provvedimento governativo di contenimento dei costi di incentivazione in bolletta riaffermerebbe una irrazionale fiducia in quelle stesse tecnologie che, ogni giorno di più, stanno dimostrando la propria inefficacia a risolvere i problemi per i quali erano state concepite, creandone invece molti altri, a cascata.

La consapevolezza che la strada percorsa in questi anni è stata sbagliata permetterebbe di destinare in futuro le risorse pubbliche, che pure qualcuno vorrebbe ancora – fideisticamente – perseverare a scialare in quella stessa infausta strategia energetica che, secondo l’AEEG, sta creando “un gap strutturale tra Stati Uniti ed Europa”, verso soluzioni davvero alternative e che, come tali, non prevedano incentivi perpetui per esistere, non comportino privilegi inverosimili come la priorità di dispacciamento e neppure (cosa più importante) provochino ulteriori sfregi all’ambiente e al paesaggio italiano.

Le aziende nazionali hanno tutte le potenzialità per sviluppare soluzioni atte ad avvicinarci agli obiettivi del contenimento delle emissioni nocive, della riduzione dei costi, dell’aumento dell’efficienza energetica ed a quella “autoproduzione individuale diffusa” di cui gli aerogeneratori colossali collocati su tutti i crinali appenninici, che cannibalizzano sul nascere ogni altra iniziativa alternativa di ricerca e sviluppo, sono la massima negazione.

Alberto Cuppini

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2 risposte a A proposito della fine della favola dell’eolico con la chiusura della Vestas di Taranto

  1. elio ha detto:

    Mi chiedo un’unica cosa, i responsabili di questo immane disastro che si conoscono perfettamente, possono continuare a dire e fare stupidaggini come se nulla fosse accaduto.
    Esiste una sola parola per definire chi “scientemente” con il potere dei soldi e della politica forza situazioni, come accaduto per le rinnovabili, che poi ricadono tragicamente su tutte le famiglie italiane (vedi bolletta enel) DELINQUENTE

  2. Sennuccio ha detto:

    Un plauso ad Alberto per l’attenta analisi, ahinoi chiara e trasparente, di un bubbone nato, cresciuto ed alimentato da una classe politica ben intrallazzata e che non è possibile definire diversamente da “Comitato d’affari”, ben diverso per finalità e moralità dai tanti Comitati locali di cittadini sorti a tutela di paesaggio, ambiente e identtà di territori bruciati sull’altare di interessi che, anche se a volte non riconducibili a veri clan, sono tuttavia da classificare come mafiosi.
    Facciamo però un distinguo tra rinnovabili per autoconsumo (es, il fotovoltaico sul tetto di casa) e grandi impianti industriali con tutto l’impatto che comportano, e continuiamo a spingere per le FER di uso diretto.
    Resta irrisolto il riscontro da parte dei responsabili dei loro errori, e non so quando e se avverrà.

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