Una rassegna stampa sulla trappola del modello economico tedesco e sulle pericolose illusioni della Energiewende

La denuncia del modell Deutschland legato alle esportazioni a tutti i costi ed i disastri della svolta energetica fondata sulle rinnovabili elettriche mettono la parola fine all’obbligo di ricoprire tutta l’Europa di pale eoliche made in Germany

Il nuovo panorama energetico in Germania (cliccare per ingrandire)

Il nuovo panorama energetico in Germania (cliccare per ingrandire)

Trattandosi di argomenti di carattere prevalentemente economico, per questa sintesi ci siamo avvalsi principalmente dell’archivio sul web del quotidiano Il Sole 24 Ore, a cui vanno i nostri ringraziamenti per questo servizio pubblico.

 I nodi della politica economica tedesca stanno arrivando al pettine. Nessuno in Europa aveva avuto il coraggio di affermarlo pubblicamente e così hanno dovuto provvedere da oltre oceano.

Nell’articolo di Gabriele Meoni sul Sole del 31 ottobre dall’esplicito titolo “Stati Uniti contro Germania: Con le sue politiche indebolisce l’Eurozona” leggiamo che, secondo il rapporto semestrale del Tesoro americano “la Germania dipende troppo dall’export e troppo poco dalla domanda interna: il risultato è che esporta deflazione non solo in Europa ma in tutto il mondo”.  “Restringendo l’obiettivo all’Italia, il quadro non cambia: il nostro Paese vanta un surplus commerciale di 14 miliardi di euro con gli Stati Uniti e un deficit di 6,5 miliardi con la Germania”. “La risposta di Berlino non si è fatta attendere: «Il surplus commerciale – afferma in una nota il ministero dell’Economia – è il risultato della forte competitività dell’economia tedesca» e le critiche americane sono quindi «incomprensibili». «Incidentalmente – prosegue il comunicato – ricordiamo che per l’Fmi l’avanzo commerciale tedesco non deriva da distorsioni nella politica economica del Governo».

Pochi giorni dopo abbiamo invece appreso che anche dal Fondo Monetario Internazionale arrivano le medesime critiche: “Dopo l’affondo degli Usa, anche il Fmi in pressing su Berlino: riducete il surplus della bilancia commerciale“. Così ci racconta il Sole del 3 novembre: “Anche il Fondo Monetario Internazionale, come già gli Stati Uniti, chiede alla Germania di ridurre il surplus di bilancia commerciale”.

Ma questo che cosa c’entra con l’argomento che ci più sta a cuore, cioè l’improvviso e inopinato obbligo di installare costosissime pale eoliche su tutti i crinali italiani? Semplice: a quanto sarebbe ammontato il surplus commerciale di Berlino in questi ultimi anni rispetto ai suoi “partner” europei se costoro non fossero stati, di fatto, obbligati a comperare queste macchine fabbricate in larga parte in Germania? La domanda non è retorica. Il totale dei flussi di cassa in uscita per procurarsi l’hardware tedesco destinato agli impianti FER è sempre stato tenuto rigorosamente segreto, nel disinteresse di una politica italiana complice, sebbene si possa dedurre che si sia trattato di alcuni miliardi ogni anno. Anche l’ISTAT, durante una recente audizione parlamentare, si rammaricava della indisponibilità di dati adeguati a scelte di investimento corrette. Peraltro è segreta anche l’entità dell’emorragia finanziaria inflitta all’Italia tutti gli anni dagli incentivi alle rinnovabili elettriche destinati oltralpe a favore dei tanti gestori esteri di questi impianti che spesso operano dietro il sottile schermo di improbabili srl italiane. E tutto per imporre un modello energetico sbagliato, proprio mentre sulla stampa tedesca ed internazionale si moltiplicano le critiche ad esso rivolte.

Così, ad esempio, nell’articolo di Gabriele Meoni del 18 ottobre, sul supplemento “Focus” del Sole, dal titolo “Germania, il conto salato della svolta verde”:

La Energiewende (la svolta energetica. Ndr) si sta trasformando da sogno a ossessione nazionale e cominciano ad affiorare le prime crepe in un fronte finora piuttosto compatto”. “La governance dell’Energiewende è molto frammentata e pesantemente influenzata da diverse lobby.” “Le famiglie intanto hanno visto le bollette aumentare di un quarto in tre anni e secondo stime di McKinsey il conto raddoppierà nei prossimi dieci”. Ed infine: “C’è un curioso effetto collaterale della svolta verde: nell’ultimo anno in Germania è aumentata la produzione di carbone, che ha dovuto compensare il deficit di offerta prodotto dalla chiusura di otto centrali nucleari. Il paradosso è che il revival del carbone ha portato per la prima volta da anni a un aumento delle emissioni di anidride carbonica in Germania, esattamente l’opposto di quello che si proponeva il Governo con l’Energiewende.”

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Il notevole aumento del prezzo dell’energia elettrica in Germania è principalmente dovuto agli incetivi per le energie rinnovabili: “EEG Umlage”, in verde nel grafico

 Insomma: un costo enorme per ottenere niente meno che risultati opposti rispetto a quelli prefissati. Difficile immaginare di fare peggio…

Già il 19 febbraio di quest’anno in Germania era uscito un articolo sul Frankfurter Allgemeine Zeitung intitolato “L’Energiewende potrebbe costare fino a mille miliardi di euro“.

Lo affermava in quell’intervista il Ministro dell’Ambiente Peter Altmaier (Cdu), secondo il quale ai 680 miliardi di costi delle energie rinnovabili vanno ad aggiungersi altri 300 miliardi per l’estensione della rete elettrica, per la realizzazione delle capacità di riserva energetica, per la ricerca e lo sviluppo compresa la mobilità elettrica ed il risanamento energetico delle abitazioni. “Tutto ciò può condurre al fatto che i costi della Energiewende fino alla fine degli anni ’30 di questo secolo potranno assommare a oltre mille miliardi di euro” spiega il Ministro: “Se non facciamo nulla per impedirlo arriveremo a costi di questo ordine di grandezza”.

Nessun politico italiano ha mai fatto calcoli analoghi, sebbene le spese imputabili direttamente o indirettamente agli impianti FER elettrici non programmabili siano schiaccianti anche in Italia ed addirittura molto più onerose se considerate per MWh prodotto.

Il problema è dunque gravissimo e, sebbene abbia fatto solo capolino durante la recente campagna elettorale tedesca, era già stato chiaramente individuato dalla stampa internazionale, come ad esempio in questo articolo del 19 settembre del corrispondente del Sole Alessandro Merli dall’eloquente titolo “Germania al voto, tre bombe a orologeria sull’economia tedesca “.

Sostiene il Sole che ” il nuovo Governo dovrà confrontarsi con tre problemi principali che mettono in pericolo l’egemonia economica della Germania”. Addirittura il primo di tali problemi è l’energia, ed in particolare l’Energiewende che “ha un vasto appoggio nell’opinione pubblica, o almeno lo aveva fin quando i suoi costi non hanno cominciato a gravare pesantemente sulle bollette sia delle famiglie sia delle imprese”.

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L’Agenzia Energetica tedesca prevede un notevole e continuo aumento dei prezzi dell’energia elettrica fino al 2020. L’agenzia critica in modo massiccio l’attuale sovracapacità di potenza installata degli impianti eolici e fotovoltaici. Gia oggi accade che in certi momenti la produzione è pari al doppio di quella che sarà necessaria nel 2022: “è necessaria e urgente una profonda riforma degli incentivi per le rinnovabili elettriche in Germania”
Fonte: finanznachrichten.de

In realtà il vasto appoggio dell’opinione pubblica tedesca alla svolta energetica deriva (come in misura minore anche in Italia) dalla massiccia propaganda a cui i cittadini sono continuamente sottoposti, dal fatto che i problemi sono stati sottaciuti e che gli innumerevoli gravi contrasti sorti localmente con la popolazione non sono stati resi pubblici a livello nazionale, almeno finchè è stato possibile…  Ma ormai le troppe incongruenze non possono più essere ignorate. Lo stesso Spiegel, che si era già occupato del disastro delle rinnovabili elettriche (ma solo dal punto di vista finanziario ed ingegneristico), è ora costretto ad intitolare una sua nuova inc

hiesta niente meno che “Ammutinamento nel Paese delle pale eoliche“.

Traduciamone alcuni passaggi:

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Distribuzione delle turbine eoliche in Germania (densità di megawatt installati per chilometro quadrato), fonte Der Spiegel

La Germania si propone di costruire 60.000 nuove pale eoliche nelle foreste, ai piedi delle Alpi ed anche in aree protette. Ma i residenti locali sono in allarme, i costi stanno impennandosi e la determinazione della Germania a rinunciare al nucleare è in pericolo”. “Anche regioni di valore turistico sono destinate ad essere sacrificate”. “Ma che cosa sta succedendo? I politici stanno saggiamente creando gli strumenti per prevenire la fine del mondo o stanno semplicemente sfregiando il territorio? Più di 700 comitati sono stati costituiti in Germania per opporsi a tutto ciò“. “La gente sta cominciando ad avere ripensamenti”. Secondo alcuni: “Una fabbrica di bugie e di inganni…”

Insomma: tutti ormai riconoscono il disastro. Eppure è significativa la conclusione del servizio di Der Spiegel: “Anche Winfried Kretschmann, il governatore del Baden Württemberg ed il primo verde a governare un Land tedesco, appare contrito. Ma la sua risoluzione appare ferma come sempre ed insiste: “Semplicemente non c’è alternativa a sfigurare il Paese in questo modo”.

L’apoteosi dell’eterna Schadenfreude tedesca! Era dal 1945 che non si sentiva più un autorevole governante tedesco (escludiamo quindi i fautori dell’analogo “Es gibt keine Alternative zur Revolution” durante gli anni di piombo) proporre pubblicamente simili argomenti manichei con questi toni millenaristici da “totaler Krieg”. Non so quanto gli altri europei debbano essere lieti di questo ritorno a modi di ragionare irrazionali propri di un cupo passato mai troppo remoto.

L'inarrestabile crescita delle turbine eoliche.

L’inarrestabile crescita (in altezza) delle turbine eoliche.

Ma in realtà la vicenda delle pale eoliche ubique e salvifiche non ha proprio niente di misticheggiante. Non c’è nessun nuovo culto totemico alla base del clima da crociata pagana in cui è vissuto immerso il popolo tedesco negli ultimi anni. Le lobby verdi improvvisamente comparse in Germania non sono molto diverse da quelle che agiscono in Italia e nel resto d’Europa e gli argomenti propagandistici da loro adottati sono assolutamente gli stessi.

La specificità tedesca consiste nella maniacale attenzione a favorire in ogni modo (e quindi anche con il ricorso spregiudicato alla retorica ambientalista più apocalittica) la propria industria, produttrice di beni strumentali destinati in larga misura all’esportazione, a fini biecamente mercantilistici. La cosa sarebbe già grave in sè, anche se le argomentazioni adottate per bassi fini di politica economica non rischiassero di degenerare ancor di più, ammantandosi di dubbie pretese di superiorità morale che condurranno prima o poi, inevitabilmente, anche alla affermazione esplicita della propria superiorità nazionale. Se non addirittura razziale.

Aiuta molto a comprendere questo altrimenti inspiegabile atteggiamento il durissimo articolo di Adriana Cerretelli sul Sole del 3 luglio, seppur dedicato ad un altro settore industriale della “green economy“. Leggiamo qualche passaggio, che ben si attaglia anche alle nostre miserie:

“Non è la prima volta che l’egoismo industriale della Germania strapazza il mercato unico, i partner-concorrenti (cui impone, giustamente, il recupero di competitività), il regime della concorrenza e la politica commerciale europea. Né è la prima volta che, con estrema spregiudicatezza, tira dritto fissando regole e standard Ue che rispecchiano le esigenze del suo sistema industriale ignorando quelle degli altri modelli europei. In tempi di recessione e sacrifici diffusi nei Paesi più vulnerabili del Sud, la legge del più forte diventa sempre più dura da digerire. Soprattutto quando il più forte marcia sulla pelle dei più deboli traendone vantaggi di ogni genere e per di più strangolandone paradossalmente le possibilità di ripresa con una concorrenza sleale ma ben mascherata che mette in croce interi settori altrui. Tutto questo grazie a una capacità di controllo capillare di tutte le istituzioni europee“. “L’interesse nazionale anteposto a quello collettivo europeo”. “La forza preponderante della Germania oggi è anche il risultato delle vistose debolezze altrui. Questo non l’assolve dai reiterati peccati di nazionalismo che mettono in difficoltà i suoi partner. Però se alla fine l’Europa sarà tutta tedesca, la colpa sarà anche nostra. A meno che non ci decidiamo a reagire”.

Che la Germania cambi improvvisamente idea su come è stata realizzata la governance dell’Unione europea è alquanto improbabile, ma almeno i suoi “partner” (o piuttosto “concorrenti”?) glielo dovrebbero suggerire.

Una buona occasione per cominciare sarebbe quella di mettere in discussione il metodo di pianificare quegli obiettivi di produzione energetica, ancorchè rinnovabile, che farebbe invidia, per ottusità, ai piani quinquennali sovietici.

Tutti i soldi europei destinati alle FER elettriche, se impegnati altrimenti, avrebbero potuto cambiare il mondo, o almeno proporre nuovi paradigmi energetici davvero alternativi al fossile ed al nucleare a fissione.

E comunque, specie dopo tanti errori, anche nel campo della rivoluzione energetica sarebbe opportuno che la Germania seguisse l’annoso e sempre inascoltato consiglio di Bismarck, rivolto a quel Parlamento del secondo Reich dove già cominciavano ad esprimersi infauste ansie egemoniche, di evitare di comportarsi come “der Schulmeister (il maestro di scuola) in Europa”.

Per evitare, almeno, che l’Europa diventi quel “Continente nero” del ventunesimo secolo, evocato, con un gioco di parole, dal titolo dell’articolo “The New Dark Continent del Wall Street Journal del 16 ottobre. L’articolista americano si è divertito a fare della fin troppo facile ironia ai danni degli europei e della loro strampalata politica incentrata sulle rinnovabili intermittenti confidando sul duplice significato del termine “dark” che in inglese significa sia “scuro” che “buio”. Ma, a parte gli scherzi, se i consumi elettrici in Italia continuassero a diminuire annualmente nell’ordine di 10 TWh come negli ultimi due anni a causa dell’aumento esponenziale delle bollette (dovuto agli oneri per le rinnovabili), attorno al 2040 nessuno nel Bel Paese userà più la luce elettrica ed il buio della notte italiana sarà illuminato solo dalle candele e dalle braci dei focolari domestici.

 

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