Il fallimento del protocollo di Kyoto

Metodologie ed obiettivi da ripensare

In questi giorni si sta celebrando a Varsavia il diciannovesimo incontro annuale delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico.
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L’anno scorso, al vertice di Doha, come riportava l’articolo di Marco Magrini sul Sole 24 Ore del 9 dicembre 2012 dal titolo “Salvagente per Kyoto fino al 2020”,  si era giunti quasi all’archiviazione definitiva:

 “Il Protocollo di Kyoto sopravvive, ma ne esce malconcio. Tanto per cominciare, Russia, Canada e Giappone abbandonano la nave: non aderiranno alla seconda fase. Gli Stati Uniti avevano firmato il Protocollo nel 1997, ma non l’hanno mai ratificato. La Cina e l’India non hanno obblighi sotto il principio delle «comuni ma differenziate responsabilità» (i Paesi che hanno raggiunto per primi l’industrializzazione sono più responsabili delle economie emergenti). Così, a tenere accesa la tenue fiammella di Kyoto, non restano che l’Unione Europea, l’Australia, la Svizzera e la Norvegia…

Era stato proprio il Protocollo di Kyoto a disegnare un sistema di mercato, fatto di incentivi finanziari a migliorare l’efficienza energetica dei Paesi. L’Europa, pur nel bel mezzo di una crisi economica, resta la paladina di quel modello, con la Direttiva sui cambiamenti climatici – meglio nota come 20-20-20 – che, Kyoto o non Kyoto, sta alla base del mercato Ets per il trading dei diritti a emettere. Insomma, a questo punto è grazie all’Europa se resta accesa la fiammella che dovrebbe accendere il fuoco di un nuovo trattato internazionale nel 2015: stavolta, imbarcando negli impegni al taglio delle emissioni anche Cina e India. E quindi anche gli Stati Uniti che, tanto sotto Bush che sotto Obama, non hanno mai favorito questo processo diplomatico…

Il Protocollo di Kyoto puntava a tagliare del 5,2% le emissioni di 37 Paesi entro fine 2012, rispetto ai livelli del 1990. L’obiettivo è stato più o meno raggiunto: un po’ grazie all’avvento delle energie rinnovabili, un po’ grazie al rallentamento industriale dell’Occidente. Ma, dal 1997 a oggi, le emissioni globali sono cresciute del 50% insieme alle economie emergenti (basta questo dato di sintesi, anche senza considerare la montagna di soldi scialacquati dagli europei e dagli italiani in particolare per gli incentivi alle FER elettriche, per parlare del protocollo di Kyoto in termini di “disastro”? Ndr). Ora che Kyoto sopravvive quasi solo come un simbolo, è tempo di inventare qualcosa di meglio. Che coinvolga tutti”.


A Varsavia questo “qualcosa di meglio” (che però, more solito, non “coinvolge tutti”) è stato niente meno che un meccanismo escogitato dai Paesi in via di sviluppo, con il supporto delle ONG, chiamato “loss and damage” (perdita e danno) che però, secondo il New York Times del 23 novembre, gli Stati Uniti, l’Unione Europea e altre nazioni sviluppate hanno avversato, “temendo nuove pretese finanziarie”. Concludeva il NYT:

“Nonostante un fallimento come a Copenhagen sia stato evitato, i membri sono rimasti lontani da ogni seria azione concertata per tagliare le emissioni e le nazioni in via di sviluppo lamentano che le promesse di aiuto finanziario non vengano mantenute”.

 Non c’è certo da meravigliarsi. Così ironizzava il Financial Times del 19 novembre:

 “I negoziatori sul clima si stanno impegnando per un patto di mutuo impoverimento. E’ difficile sorprendersi che i progressi siano andati in stallo…

(Il cambiamento climatico, reale e minaccioso,) non può essere risolto con parole vuote. C’è bisogno di un nuovo approccio per rimpiazzare 20 anni di discussioni futili.”

Il portavoce della Commissione Europea a Varsavia ha affermato, di fronte alle pretese della proposta “loss-and-damage” : “Non vogliamo una nuova burocrazia”. Difficile dargli torto. E poi, se lo dice persino lui, che se ne intende…

Ma non tutti i mali vengono per nuocere. Da Varsavia arriva anche una notizia positiva: “Esasperate, le ONG sbattono la porta della conferenza sul clima.”, intitola Le Monde, che ha riportato: “Le organizzazioni non governative hanno quasi tutte abbandonato la Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, giovedì 21 novembre… (Le ONG), che avevano in totale inviato 800 osservatori, hanno denunciato una conferenza che non porta a niente, mentre avrebbe dovuto essere una tappa importante”.

800 osservatori? Ma chi paga questo esercito che ogni anno si trasferisce armi e bagagli per molte settimane in località esotiche?
Dubitiamo che i finanziamenti arrivino da quei Paesi in via di sviluppo che essi affermano di voler tutelare.

Come mai le organizzazioni italiane contrarie all’eolico non mandano osservatori e lamentano (a giusta ragione) di non avere una lira da spendere per contrastare la speculazione verde? E come mai le sezioni sparse sul territorio di quelle stesse organizzazioni presenti in forza a Varsavia parimenti lamentano di ricevere dalle loro direzioni nazionali solo un’elemosina per finanziare le innumerevoli iniziative a carattere locale che esse vorrebbero intraprendere per il bene comune? Non vale più la formula “Pensa globale, agisci locale”?

800 lobbysti scatenati (se mi è permessa una piccola generalizzazione) in meno tra i piedi avranno sicuramente rappresentato un sollievo per chi avrebbe dovuto proporre delle soluzioni concrete.
Conosciamo bene alcuni degli italiani presenti a Varsavia e conosciamo altrettanto bene il loro impegno indefesso a favore delle FER elettriche a tutti i costi che ha portato ad un indebitamento di oltre 200 miliardi a danno della prossima generazione di italiani, e del sistema elettrico nazionale, in cambio di una produttività risibile. In particolare ne conosciamo l’impegno dimostrato nel contribuire a distruggere il paesaggio italiano con le pale eoliche.
Ma il sollievo durerà poco. Aggiunge infatti Le Monde: “Le ONG … saranno presenti alla prossima conferenza di Lima nel 2014”. Non avevamo dubbi a questo proposito…

Ciò non toglie che anche questo vertice di Varsavia abbia ulteriormente dimostrato l’incapacità di agire degli Stati, determinata da una debolissima volontà politica.
A sua volta, tale mancanza di volontà, che si manifesta nell’incapacità di trovare soluzioni efficaci, risiede nell’equivoco alla base di queste conferenze e dello stesso protocollo di Kyoto: la ricerca del buonismo a tutti i costi. Un buonismo ampiamente circonfuso dalla più abusata retorica anticapitalista e terzomondista, da cui discende il dogma delle “comuni ma differenziate responsabilità”, da solo in grado di impedire l’approdo a una qualsivoglia soluzione concreta del problema del riscaldamento globale. Significativo il fatto che la parola “sovrappopolazione” (causa prima di questo e di altri mali, come ad esempio una immigrazione incontrollata, verso un’Europa già antropizzata oltre limite di sostenibilità, di dimensioni senza precedenti nella storia) sia rigorosamente bandita dalle conferenze sui mutamenti climatici. Questo difetto di fondo accompagna inesorabilmente tutti questi Sinodi ecumenici, rendendoli spesso non solo vacui ma persino dannosi, privilegiando essi i risultati parziali a danno del “cattivo” Occidente rispetto alla diminuzione delle emissioni nocive globali.

Facile comprenderne i motivi: gli obiettivi da perseguire vengono dettati da idee morali (la salvezza del pianeta, l’eliminazione della povertà e delle disuguaglianze eccetera) che fanno perdere ogni senso del limite nella ricerca di soluzioni ogni volta più perfette, anzichè dall’interesse collettivo, definito come (minimo) comune denominatore dell’interesse dei singoli Stati.

Ma, comunque stiano le cose, dopo tanti fallimenti è ineluttabile ridefinire, in primo luogo, gli obiettivi da perseguire.
Un buon punto di partenza per un nuovo approccio al problema del riscaldamento globale appare l’articolo di Martin Wolf riportato dal Sole 24 Ore del 22 maggio scorso sotto il titolo “Gli scettici del clima hanno già vinto”, in cui si riconosce esplicitamente la drammaticità del problema dei cambiamenti climatici indotti dall’azione dell’uomo ma anche, implicitamente, il motivo del fallimento delle politiche di contenimento fin qui adottate:

 “I dati sul consumo di combustibili fossili dalla metà del Settecento in poi mostrano un aumento costante delle emissioni annue di anidride carbonica. C’è stato, è vero, un rallentamento del ritmo di incremento negli anni 80 e 90, ma negli anni 2000, con l’aumento del consumo di carbone da parte della Cina, la crescita delle emissioni è tornata a correre… Che cosa ci sia dietro questa recente impennata delle emissioni è abbastanza chiaro: la crescita dei Paesi emergenti. Nel 2009 la Cina era responsabile del 24 per cento delle emissioni globali di anidride carbonica, contro il 17 per cento degli Stati Uniti e l’8 per cento della zona euro.”

 Applicare il principio delle “comuni ma differenziate responsabilità” o il criterio delle emissioni pro capite, in presenza di formicai umani, ha dunque indotto decisioni puramente autolesionistiche, soprattutto da parte dell’Unione Europea, attraverso l’aumento autoinflitto dei propri costi energetici. Tali iniziative buoniste limitate alla sola Europa hanno involontariamente contribuito a spostare parte della sua produzione industriale proprio in Asia, dove la regolamentazione di tutela ambientale è di gran lunga meno rigorosa.

L’esito negativo era però facilmente prevedibile e ora i dati oggettivi ce ne forniscono l’incontrovertibile dimostrazione. Il problema, infatti, non è solo quantitativo ma anche qualitativo, in termini di maggiore intensità carbonica delle emissioni asiatiche. Presentando un rapporto proprio su questo tema nell’aprile scorso, Maria van der Hoeven, direttrice dell’Aie (l’agenzia energetica dell’OCSE), ha testualmente affermato che “nonostante i discorsi dei leader mondiali , e nonostante il boom delle rinnovabili, l’energia prodotta oggi è sporca come quella di vent’anni fa”. Ma anche in termini quantitativi, pur prescindendo dal trasferimento puro e semplice dell’emissione degli inquinanti, l’enorme sforzo ed i disastri commessi in Europa con le installazioni ubique delle rinnovabili industriali hanno portato a risultati trascurabili. Così riferisce Danilo Taino in un articolo sul Corriere della Sera del 5 giugno scorso intitolato Sos Terra: dal fallimento del solare al clima che cambia”:

“(.. qualcosa che…) ci permette di cambiare strategia rispetto a quella, sostanzialmente fallita, seguita al Protocollo di Kyoto che stabiliva limiti alle emissioni per alcuni Paesi. L’obiettivo era limitare l’aumento delle emissioni globali di gas serra del 36,6% rispetto ai livelli del 1990: il risultato è che sono cresciute del 45,4% e senza Kyoto sarebbero state di solo mezzo punto percentuale più alte, al 45,9% (dati del Copenhagen Consensus). Sforzo enorme per risultati modesti”.

Ma, tornando all’articolo di Wolf, quello che più importa, rispetto alle constatazioni già risapute anche se raramente ammesse, è la fase propositiva, che indica alcune possibili iniziative politiche alternative a Kyoto, “lasciando perdere la retorica”, per allontanare “lo scenario più apocalittico”. Leggiamole:

Uno: mettere in pratica le tasse sulle emissioni… Le tasse sono il modo più semplice per orientare gli incentivi… Le complesse questioni distributive a livello globale potrebbero essere ignorate. L’ideale sarebbe se i Governi potessero impegnarsi a indicizzare a lungo termine la tassa sulle emissioni, garantendo agli investitori una certa prevedibilità del costo delle emissioni.

Due: puntare sul nucleare. È grazie al nucleare se la Francia è un’economia a basse emissioni. È un modello che gli altri dovrebbero imitare, non rifuggire.

Tre: imporre parametri stringenti sulle emissioni di automobili, elettrodomestici e altri macchinari. In risposta all’azione combinata di prezzi e requisiti normativi l’innovazione fiorirà, com’è successo moltissime volte in passato. Non possiamo sapere cosa sono in grado di fare le imprese se non abbiamo il coraggio di chiederglielo.

Quattro: creare un sistema di scambio globale sicuro per i combustibili a basse emissioni. È un modo per convincere la Cina ad abbandonare il carbone.

Cinque: sviluppare metodi per finanziare il trasferimento a tutti Paesi del mondo delle migliori tecnologie disponibili per creare e soprattutto per risparmiare energia.

Sei: consentire ai Governi di investire in ricerca e innovazione di base, finanziando la ricerca universitaria e sostenendo collaborazioni pubblico-privato.

Sette: investire nell’adattamento agli effetti dei cambiamenti climatici. Sicuramente dovrà essere uno dei punti centrali dell’assistenza allo sviluppo in futuro: questi adattamenti potrebbero comportare anche lo spostamento di grandi quantità di persone.

Otto: ragionare, per quanto possa sembrare estremo, sulla geoingegneria, la manipolazione su larga scala del pianeta per invertire i cambiamenti climatici.”

In realtà ci sarebbero altre opzioni percorribili, ancor meno politicamente corrette di queste.
La primissima cosa da fare sarebbe l’assunzione di provvedimenti in grado di limitare l’aumento della popolazione mondiale. Mao in Cina ha imposto, a questo fine, provvedimenti dimostratisi assai efficaci, che però mal si attagliano ai principi delle democrazie liberali dell’Occidente.
Altre opzioni, che pure sarebbero state adottate automaticamente prima della seconda guerra mondiale, sono impercorribili; anzi: sono persino innominabili. Eppure il ricorso alla violenza ferina per determinare a chi debbano andare le scarse risorse a disposizione hanno accompagnato lo sviluppo dell’umanità dai primi ominidi fin quasi ai nostri giorni. La catastrofica sconfitta militare dell’Asse (di quei Paesi, cioè, che avevano fatto della sopraffazione un’autentica ideologia) ha portato l’opinione pubblica dell’Occidente ad aborrire l’idea del ricorso alla forza per dirimere le controversie internazionali. Eppure adesso, di fronte ad eventi ineluttabili derivanti in primo luogo dall’esplosione demografica fuori controllo, ci sono molteplici indizi che tali comportamenti prevaricatori stiano per tornare ad essere protagonisti della Storia, anche se gli attori principali non saranno più, verosimilmente, gli stessi del secolo scorso.

Per ridurre le emissioni clima-alteranti, un importante cambiamento, buono o cattivo, guidato dalla politica o affidato al caso, si verificherà presto.
Ma per il momento vogliamo essere ottimisti e confidare che esso venga realizzato nel rispetto delle regole delle democrazie liberali.
In un post successivo esamineremo più in dettaglio quanto gli otto scenari proposti da Martin Wolf siano percorribili.

Eppure fin d’ora si può già anticipare una cosa: basta ecumenismo. Basta esibizione di buoni sentimenti. Basta confondere morale e politica. Basta con quei consiglieri ed esperti economici, scientifici ed ambientali che hanno portato al pasticcio della direttiva 20-20-20 con tutto quello che ne è seguito. Basta ottusi modelli di pianificazione energetica per le rinnovabili di tipo sovietico o maoista che hanno condotto l’Italia ad un disastro difficilmente rimediabile e di cui pochi hanno consapevolezza.
L’Europa può essere la protagonista di questo auspicato salto paradigmatico facendo perno non su astratti principi umanitari ma su concreti interessi nazionali, che dovrebbero essere, se correttamente intesi, gli unici ispiratori della politica degli Stati occidentali.
Perciò obbligo di cambiare strategie non per purgarsi da veri o presunti sensi di colpa, ma perchè il cambiamento, possibile fonte di sollievo globale, potrebbe essere per i singoli Stati europei una fonte di ricchezza, di benessere o anche, perchè no?, di potere.
E se l’Europa non lo vorrà fare, l’Italia ha tutte le potenzialità per percorrere alcune strade innovative da sola. Non sarebbe la prima volta che accade, negli ultimi duemila anni.
Per opporsi allo scivolamento ineluttabile del Paese nel declino senza fine a cui stiamo assistendo, all’Italia serve un vigoroso colpo d’ala.
Perchè non approfittare di questa opportunità?
Reperire gli ingenti fondi necessari dirottandoli dalle rendite fotovoltaiche ed eoliche attraverso un’equa tassazione degli extra-profitti ingiustificati sarebbe non solo possibile ma persino augurabile.
La sfida può essere lanciata, se c’è la determinazione a ritornare protagonisti, anzichè vittime, del proprio destino.

Alberto Cuppini

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4 risposte a Il fallimento del protocollo di Kyoto

  1. imbuteria ha detto:

    Reblogged this on Imbuteria's Blog.

  2. Giuseppe Raggi ha detto:

    Le previsioni sulle drammatiche conseguenze del cambiamento climatico accomunano Martin Wolf, editorialista del Financial Times, la Bibbia dei liberisti, e Naomi Klein, che in un articolo sul New Statesman http://www.newstatesman.com/2013/10/science-says-revolt
    (tradotto in italiano sul numero in edicola questa settimana del periodico Internazionale) rivolge un appello ai cittadini perche’ non restino inerti e resistano alla cultura dominante.

    Wolf confida fideisticamente nell’autoregolazione dei mercati (vista l’esperienza e’ una fede mal riposta). La politica dovrebbe limitarsi a rendere convenienti determinate scelte. E Wolf opta per tecnologie come il nucleare, chiuse al controllo democratico.

    Non credo che cosi’ se ne esca, e non e’ per sposare una simile via d’uscita che mi sono impegnato per l’acqua pubblica e contro il nucleare, oltre che contro l’eolico industriale.

    Quest’ultimo, anche a prescindere dalla speculazione sugli incentivi, che e’ scandalosa, ripropone lo stesso fallimentare modello energetico attuale (grandi impianti devastanti, scelte effettuate in modo verticistico). Mi persuade invece l’ipotesi di una conversione ecologica condivisa e gestita dal basso, e attuata con tecnologie che consentano di praticare questi principi.

  3. Paolo Ferrari ha detto:

    Non sono un esperto di energia né di scenari internazionali, ma rispondo volentieri (anche se brevemente) alla sollecitazione di Alberto Cuppini al quale mi preme per altro rivolgere sinceri ringraziamenti per l’impegno profuso nella comune causa contro l’eolico industriale.
    Mi sembra evidente che i meeting internazionali organizzati intorno al tema della riduzione di emissioni di CO2 e del contrasto ai cambiamenti climatici non possano che assumere le modalità e i fini di scontri di potere tra Stati e tra regioni geopolitiche.
    Questo perché, a mio avviso, manca una reale partecipazione o possibilità di incidenza di organizzazioni che rappresentino veramente i basilari interessi di benessere e sopravvivenza dei popoli. Le ONG nostrane, cui fa riferimento Alberto, sappiamo di quali interessi si siano fatte latrici, e forse le loro omologhe di paesi esteri non saranno da meno (oppure no? Non ho elementi di conoscenza per avallare una siffatta generalizzazione).
    Altra questione frenante esiti proficui di tali meeting planetari, il concetto infantile secondo il quale chi ha iniziato per primo a inquinare deve pagare di più: si tratta di un’argomentazione risibile, che non troverebbe consenso tra una comunità di persone ragionevoli, che smarrisce la visione del problema come fatto di ineludibili interconnessioni, quasi che non sia nell’interesse di tutti (e non di una parte più che di un’altra) l’attuazione delle famose misure di riduzione delle emissioni, essendo il problema comune, planetario e potenzialmente definitivo e non di sviluppo economico regionale e a breve termine. (Come dire: in una stanza chiusa una decina di fumatori si accorgono che tra poco l’aria che respirano sarà letale, ma chi ha iniziato a fumare per ultimo insiste perché siano quelli che hanno iniziato prima di loro a smettere per primi).
    Sulla questione della “sovrappopolazione” ci andrei cauto: è un tema talmente complesso e così tanto strumentalizzato e strumentalizzabile (in senso ideologico, religioso-morale ed economico) per un verso e per l’altro, che non me la sento di liquidarlo in poche parole. Però un po’ mi persuade l’opinione di Barry Commoner e trovo interessante l’articolo cui rimando (I contadini poveri sono da biasimare?
    Ian Angus e Simon Butler Links, 10 marzo 2013). Il fatto poi che in questi “sinodi ecumenici” non se ne parli mi pare si possa porre in relazione con il mito delle “magnifiche sorti e progressive” in versione ultraliberista che soggiace ed ispira ogni decisione ed atto dei potenti della terra, con la ferrea convinzione che il mondo si componga di consumatori e che prefigurare una riduzione del loro numero implicherebbe ammettere che la logica del profitto ad oltranza non è la sola che domina le umane vicende. D’altra parte, seguendo le opinioni degli autori del succitato articolo, porre il problema della sovrappopolazione al vertice di ogni guaio dell’umanità significa coprire e relegare in secondo piano le responsabilità di quell’1% dell’umanità responsabile di consumi planetari che non possono essere imputati alle prolifiche famiglie di contadini africani.
    Non mi pare però che la questione si ponga nei termini indicati da Alberto, quando parla di “concreti interessi nazionali” e quanto al “potere” come obiettivo non riesco, per antica formazione culturale, a pensare che possa tradursi in qualcosa di buono.
    Meglio i “principi umanitari”, continuo a pensare, certo purché non “astratti”, che le concretissime logiche del potere e del profitto di minoranze (o anche di maggioranze se parliamo di un certo “potere” e di un certo “profitto”).
    Alla fine mi pare che tutto ruoti intorno alla solita questione, ovvero il porre lo sviluppo ad oltranza (e la soddisfazione di bisogni sempre più superflui e sempre più indotti o imposti, Marcuse docet) quale chiave ineludibile di ogni progetto umano, con il nucleare sempre lì, a significare la realizzazione del sogno di un’energia infinita che ci doni l’ebbrezza del superfluo e dello spreco (come già è superflua gran parte di quella che oggi utilizziamo), letali categorie dello spirito, forme sacrificali di un potlach planetario, però defunzionalizzato e perciò tendenzialmente senza ritorno.

  4. Matteo ha detto:

    “Due: puntare sul nucleare. È grazie al nucleare se la Francia è un’economia a basse emissioni. È un modello che gli altri dovrebbero imitare, non rifuggire.”

    chiediamo a chi abita vicino ad un terribile impianto eolico di fare cambio con una centrale nucleare… e già che ci siamo facciamogli fare un giro a fukushima, ridente località di uno dei paesi più progrediti ed industializzati del mondo… forse gli abitanti di fukushima preferirebbero essere indebitati “di oltre 200 miliardi a danno della prossima generazione di italiani” piuttosto che di radiazioni mortali per i prossimi 20 mila anni

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