Le associazioni ambientaliste che si oppongono alla speculazione eolica scrivono al nuovo Governo

Nel fissare i nuovi obiettivi europei al 2030, massima determinazione per la riduzione delle emissioni climalteranti globali, non per coprire l’Italia di pale. Si ottengano le risorse finanziarie da una “congrua ed equa tassazione” degli impianti incentivati in modo spropositato prima della riforma del 2012.
Günther Oettinger, José Manuel Barroso and Connie Hedegaard (f

Ecco il testo della lettera inviata al Presidente del Consiglio ed ai Ministri interessati:

Al Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi
e p.c. al Ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti
e al Ministro per lo Sviluppo Economico  Federica Guidi
e al Ministro dei beni e attività culturali e del turismo On. Dario Franceschini

Oggetto: definizione degli obiettivi dell’Unione Europea al 2030 in materia di contenimento dell’emissione di gas climalteranti. 

Gentile Presidente, Gentili Ministri,

Da ambientalisti, riteniamo che l’impegno primario di tutti, in Italia ma anche in Europa, debba essere concentrato sulla effettiva riduzione delle emissioni nocive globali e perciò che ciascun Paese membro debba scegliere le misure più utili a raggiungere l’obiettivo di riduzione di gas climalteranti in base alle proprie peculiarità e potenzialità. Siamo preoccupati che la possibile fissazione di obiettivi europei vincolanti in materia di energia rinnovabile possa favorire una nuova ondata di impianti industriali di produzione di energia elettrica da fonti non programmabili (in particolare eolica e solare in aree verdi) con forte impatto ambientale, scarsi risultati in termini di riduzione dei gas serra, inefficienze e insostenibile costo economico.

Seguendo un’interpretazione discutibile nell’attuazione dell’analogo programma europeo “20-20-20 per il 2020”, in Italia tali impianti industriali sono stati costruiti in questi anni in modalità inusitate sia nel numero che nelle dimensioni ed hanno rappresentato, nel loro complesso:

– una delle più violente e repentine aggressioni al paesaggio ed all’ambiente italiano;

– un disastro in termini di costi sostenuti dalla collettività: oltre 12 miliardi all’anno di soli incentivi ed un onere complessivo, se si includono i gravosi servizi ancillari che le Fonti ad Energia Rinnovabile (FER) non programmabili comportano, ormai nell’ordine di grandezza dell’uno per cento del PIL;

– l’assorbimento di un carico di risorse tale da deprimere la ricerca, di base ed applicata, per lo sviluppo di nuove tecnologie per la produzione di energia elettrica veramente alternativa alle fonti tradizionali e qualsiasi altro investimento in settori ben più performanti per la riduzione di gas serra come le rinnovabili termiche, l’efficienza energetica, le modalità di trasporto sostenibile e il telelavoro;

– una delle cause principali del costo proibitivo dell’energia in Italia;

– di conseguenza, una spinta alla delocalizzazione delle produzioni a più alto consumo di energia dall’Italia verso Paesi dove l’energia costa meno e le normative per il rispetto dell’ambiente sono meno stringenti, determinando, in questo modo, un aumento delle emissioni di gas serra a livello globale;

– un considerevole flusso di denaro in uscita dall’Italia per l’acquisto dell’hardware;

– un beneficio occupazionale ridotto e limitato alle installazioni;

– la negazione stessa del principio di “produzione individuale distribuita” teorizzato dagli stessi fautori delle rinnovabili come modello energetico sostenibile del futuro;

– un nuovo lucroso affare per la criminalità organizzata, in particolare nelle regioni del Mezzogiorno, come testimoniato dalle confische milionarie, dalle inchieste giudiziarie e dalle intercettazioni dei mafiosi.

Queste valutazioni non sono solo nostre: non per niente l’impegno dei Governi in questi ultimi 2 anni si è concentrato proprio nel tentativo di ridurre l’accelerazione dei costi derivanti dagli incentivi prima garantiti alle FER elettriche. Nonostante questo, nel 2013 la spesa per incentivi è aumentata ancora di oltre un miliardo di euro rispetto all’anno precedente.

Persino in Germania, paese leader nella produzione delle tecnologie per l’utilizzo delle fonti eolica e fotovoltaica, è in atto la revisione delle incentivazioni e, nell’ambito di tale procedura, una commissione di esperti indipendenti nominata dal Bundestag ha concluso che l’incentivazione delle FER tedesche non è uno strumento efficace per la salvaguardia del clima, non è economicamente efficiente, né ha avuto un effetto positivo sull’innovazione. 

Siamo perciò convinti non solo che non si debbano più incentivare nuovi impianti industriali FER elettrici, ma che da una congrua ed equa tassazione degli impianti incentivati in modo spropositato prima della riforma del 2012 si possano ottenere le risorse, senza ulteriori aggravi nè per lo Stato nè per i consumatori, per raggiungere il nuovo obiettivo al 2030 in materia di riduzione delle emissioni nocive con ben maggiore efficacia di quella fin qui dimostrata.

La Spagna ha già agito con grande determinazione proprio in questo senso per riassorbire, in parte, i propri eccessi di prodigalità.

Questo nuovo Governo, che si è presentato al Parlamento ed al Paese evocando forti discontinuità con comportamenti del passato ormai non più sostenibili, non può perseverare negli errori già commessi proprio in questo campo.

Confidando di essere ascoltati, restiamo a disposizione per qualsiasi approfondimento e inviamo i nostri migliori auguri di buon lavoro.

Le associazioni ambientaliste nazionali
Italia Nostra il Presidente Marco Parini
Altura il Presidente Stefano Allavena
Amici della Terra la Presidente Rosa Filippini
LIPU il Presidente Danilo Selvaggi
Wilderness  Italia il Presidente  Franco Zunino
Movimento Azzurro Vice Presidente Dante Fasciolo

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4 risposte a Le associazioni ambientaliste che si oppongono alla speculazione eolica scrivono al nuovo Governo

  1. Franco ha detto:

    spicca l’assenza di Legambiente…

  2. Pingback: Le associazioni ambientaliste scivono al nuovo governo Renzi | Comitato Tutela Montalbano - Firenze - Toscana

  3. Gianni Sartori ha detto:

    Gli esempi di sfruttamento dell’ambiente ammantati di “amore per la natura” si sprecano…vedi sotto…ciao
    GS
    Dagli Stati Uniti alla Francia: “urban sprawl” e “rurbains” divorano il territorio
    (Gianni Sartori)

    Con il termine urban sprawl si indica l’estendersi, il dilagare degli agglomerati urbani, in particolare lo “sviluppo a bassa densità, autodipendente, oltre il limite coperto da servizi e infrastrutture urbane”. Negli Usa sembra essere diventato un vero e proprio “pilastro dell’organizzazione sociale, elemento sostanziale e ineliminabile dell’american way of life”.
    Commentava impietosamente un ecologista:” Al di là di tutta la retorica che lo circonda, il “sogno americano” non consiste in nient’altro che in una villetta suburbana con una staccionata, due auto e una vacanza all’anno”. Una casa, un prato (diserbanti e tosaerba), talvolta un albero per “credere di vivere in campagna”. Un modello sempre più diffuso, anche nelle numerose “villettopoli” del nostro Nord-est.
    Situazione resa possibile soltanto dall’uso quotidiano dell’auto (spesso un ingombrante Suv), indispensabile per ogni spostamento, dato che nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di pendolari che lavorano in città.
    Scontate le conseguenze: aumentano strade e autostrade, aumenta l’inquinamento.
    Secondo calcoli effettuati negli Stati Uniti la casa unifamiliare (la “villetta”) suburbana richiede in media che siano asfaltati almeno dieci metri di strada ogni due famiglie. Ovviamente si moltiplicano anche i chilometri di linee telefoniche, fognature, condotte idriche, a spese di boschi, foreste, terreni agricoli.
    Negli Usa le aree urbane delle metropoli aumentano ad un ritmo che è doppio rispetto all’aumento della popolazione e lo spraw fagocita ogni anno circa 4mila Kmq di terra destinandoli a scopo urbano (strade, case, parcheggi, centri commerciali…).
    Sul lungo periodo l’ambiguo “amore per la campagna e la natura” degli americani comporta effetti devastanti; distrugge la natura e allarga enormemente le aree urbanizzate. Per aver un’idea dell’urban sprawl basta vedere uno di quei film dove uomini e donne a fine lavoro sciamano lontano dai loro uffici di New York per rifugiarsi nel tranquillo New Jersey, in grandi case rassicuranti, “immerse nel verde”, con serramenti in legno bianco, parquet e giardino. Talvolta, mentre si allontanano in fretta dalla downtown, attraverso i finestrini si vedono scorrere immensi e degradati quartieri popolari, progettati da persone che non ci vivrebbero mai. Anche la vecchia Europa non scherza. Pensiamo a Londra con la sua serie infinita di case a due piani con vetrata frontale e giardinetto sul retro (nelle due versioni, per benestanti e popolare). Un pezzetto di erba privata garantito per buona parte dei nove milioni di abitanti, un paesaggio urbano sicuramente più suggestivo di quello offerto dai casermoni popolari, ma anche una città che si è estesa a macchia d’olio, inglobando paesi e territori che fino a non molto tempo fa costituivano la caratteristica e amata “campagna inglese”.
    Per quanto ci riguarda, già nel 1979, in “Semiologia del paesaggio italiano”, Eugenio Turri, di fronte alle profonde e rapide trasformazioni in atto nelle nostre campagne e colline (v. la Lessinia), si chiedeva se si trattasse di “trasformazione o distruzione?”.
    Confrontando la crescita demografica del nostro paese con l’espansione urbanistica si nota una certa sproporzione.
    Dal 1951 al 2006 la popolazione è cresciuta soltanto di circa undici milioni.
    Invece la cementificazione del territorio nel medesimo arco di tempo è aumentata a dismisura, sconvolgendo l’assetto agricolo e il paesaggio. Città cresciute in modo incontrollato (la “via Gluck”) e campagne urbanizzate, mentre prevaleva sempre di più l’idea di uno “spazio privato” e provvisto di cancelli per ingabbiare un misero brandello di verde.
    Lo ricordava anche l’urbanista Georg Josef Frisch: “In Italia, fino alla metà degli anni Settanta, la crescita delle città significava insieme crescita demografica e crescita fisica. Da allora l’andamento demografico ed economico è sostanzialmente fermo. Il consumo di suolo, invece, non conosce inversioni di tendenza”. La causa principale sarebbe “uno stile di vita sempre meno sostenibile” con il territorio concepito soltanto come “oggetto di consumo o mero supporto alle attività economiche”.
    Il giro di affari delle imprese edili e del settore immobiliare è cresciuto in proporzione, anche se migliaia di case restano invendute e altrettante rimangono sfitte. E poi ci sono le seconde e terze case al mare e ai monti.
    Talvolta questo processo di “occupazione” del territorio e dell’ambiente naturale, ha assunto i caratteri di una vera e propria colonizzazione, da manuale.
    Molte delle terre ancestrali degli indiani, ora segregati nelle riserve, sono state ricoperte dall’edificazione urbana. Sui territori palestinesi, gli israeliani hanno costruito un paese tecnologicamente moderno, con insediamenti costituiti da nuclei abitativi compatti, impenetrabili, quasi avamposti militari. Per realizzarli sono stati abbattuti migliaia di ulivi secolari e la maggior parte degli abitanti va tutti i giorni a lavorare in Israele percorrendo autostrade destinate esclusivamente ai coloni.
    Tempo fa, in un articolo pubblicato su “Le Monde diplomatique”, il geografo e orientalista Augustin Berque si era scagliato contro les rurbains, quei cittadini dei paesi ricchi che scelgono per la loro residenza un “habitat de type campagnard”.
    Una tendenza che, mentre si autorappresenta come desiderio di “vivere a contatto della natura”, si rivela un modello molto più vorace di risorse naturali rispetto a quello della ville compacte.
    Secondo Berque, l’urbanizzazione diffusa, aumentando la pressione umana sull’ambiente, sta diventando una delle maggiori cause di distruzione dell’ oggetto stesso di questo desiderio, la “natura”.
    Il geografo distingue quello che avviene in Europa, Stati Uniti o Giappone dal sempre maggior numero di megalopoli che si sviluppano nei paesi poveri, ricordando che comunque i rurbains rimangono sociologicamente dei cittadini “in fuga” dalle città. Invece nelle megalopoli del terzo mondo si rifugiano le popolazioni in fuga (non metaforica) dalle campagne e dalla miseria.
    Insieme all’automobile, l’abitazione individuale è diventata “il leitmotiv di un genere di vita la cui smisurata impronta ecologica implica un consumo eccessivo delle risorse naturali”, insostenibile sul lungo periodo. Si pensa con rimpianto ai progetti di Le Corbusier e alla sua maison radieuse.
    I termini della questione sono molto chiari: “L’impronta ecologica è sicuramente minore con abitazioni di genere collettivo e con trasporti pubblici. Al contrario l’urbanizzazione diffusa dilapida il capitale ecologico dell’umanità”.
    In sostanza un suicidio collettivo.

    QUESTA TERRA E’ ANCORA LA NOSTRA TERRA?
    QUANDO I PRIVILEGIATI SI IMPADRONISCONO ANCHE DELLA BELLEZZA DELLA NATURA

    In un suo articolo Barbara Ehrenreich (“Questa terra è di tutti”) aveva evidenziato un altro aspetto della distruzione ambientale, affermando che “i ricchi possono togliere ai poveri anche il diritto alla bellezza della natura”. Per la giornalista di “The Nation” (nota come autrice del libro “Una paga da fame: come (non) si arriva a fine mese nel paese più ricco del mondo”) dagli anni novanta in poi si sarebbe imposta una regola generale: “Se un posto è veramente splendido chiediti se te lo puoi permettere”. Con qualche rara eccezione “la maggior parte dei punti panoramici sta sparendo molto rapidamente inghiottiti dalle grandi proprietà”. Cita luoghi ben precisi (Driggs nell’Idaho, Key West in Florida…) da lei conosciuti prima che “arrivassero quelli con i soldi” e ormai trasformati in maniera irreversibile.
    Gli stessi che si arricchiscono “inquinando tutti i paesi dove non hanno le loro terze o quarte case” sono arrivati con i loro aerei privati, hanno fatto salire a 7 cifre i prezzi delle case e hanno costruito i loro residence. E mentre i poveri si disperdono in sovraffollate periferie urbane o si riducono a vivere in roulotte, gli allevamenti di cavalli dei miliardari si espandono.
    Edward O. Wilson parlava di “biofilia come di un innato bisogno umano di interagire con la natura”. Lasciare che i ricchi ” si impadroniscano di tutti i posti più belli della terra potrebbe avere serie conseguenze anche sulla salute mentale” di larghi strati della popolazione, man mano che diventa sempre più difficile “poter spaziare con lo sguardo su ampie distese d’acqua, orizzonti liberi e montagne che svettano nel cielo”. Almeno “per una o due settimane all’anno”, si accontenterebbe la Ehrenreich.
    Se, come sostiene la psicologa Nancy Etcoff “il bisogno di bellezza naturale è codificato nel nostro patrimonio genetico” (in quello di ogni essere umano, non di pochi privilegiati) c’è il rischio che un gran numero di persone possa cadere “vittima di una claustrofobia cronica e crescente”.
    Oppure, in alternativa, che si diffondano ulteriormente i gruppi ecologisti radicali come l’Earth Liberation Front da anni stanno dando filo da torcere anche all’FBI con le loro “azioni dirette in difesa della terra” contro Suv, case di lusso, aziende del legname e cantieri di espansione urbana.
    Gianni Sartori

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