Tagliare gli incentivi megagalattici alle rinnovabili elettriche? ‘Un si pole!

Signori miei: gli spehulatori ‘un vogliono…

renzi9Niente paura: non siete capitati nel sito web del Vernacoliere. Solo che è sempre più difficile rimanere seri trattando delle più volte ripetute e mai attuate promesse di tagli agli incentivi (i più alti del mondo) agli impianti per la produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile. Ormai non ci riesce neppure la seriosa “Repubblica”, da sempre indefessa paladina delle FER elettriche (ammesso che non sia cambiato qualcosa dopo il disastroso naufragio della Sorgenia, provocato dalle rinnovabili stesse). Nell’articolo di Massimo Giannini nell’inserto Affari e Finanza del 12 maggio, dal titolo “Mandrake e l’energia. Il risparmio in una slide“, si ironizza sul decisionismo (fin qui) parolaio del novello Presidente del Consiglio ed in particolare sull’annuncio dell’abbattimento di 1,5 miliardi, dal primo maggio, della bolletta elettrica per le piccole e medie imprese. “Insieme ad altre promesse che ormai fluttuano nel vento – scrive Giannini – anche questa è miseramente svanita”.

Per il sistema produttivo è un brutto colpo“, commenta Repubblica. Ma non solo Repubblica, se il Sole 24 Ore, il 5 maggio, pubblicava un articolo, a doppia firma Orlando – Annicchiarico, dal titolo “Costo del lavoro ed energia affondano la manifattura italiana. Ma nel 2018 andrà anche peggio“.

Eppure la decisione governativa, con una scusa o con un’altra, slitta di settimana in settimana. In occasione della prima scadenza (cioè alla vigilia del primo maggio) c’era stato persino un incontro antelucano tra Renzi ed il nuovo Ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi che, in quell’occasione, aveva illustrato al Premier il proprio piano di azione, che dovrebbe comporsi, secondo quanto riportato dalle fonti di stampa, “di un decreto legge, di alcune circolari ministeriali e di atti di indirizzo per l’Autorità dell’Energia che in tema di tariffe è sovrana“.

Il Ministero dello Sviluppo Ecomomico aveva affrontato di petto il problema posto da Renzi, pubblicando un bellicoso documento di presentazione  del provvedimento, secondo il quale non si sarebbe guardato in faccia a nessuno per operare l’annunciato taglio alle bollette.

Secondo Luca Pagni di Repubblica, nell’articolo del 15 maggio “Bollette elettriche sconto del 10%“, si tratterebbe di “tagli lineari, che colpiranno la maggior parte delle voci che per lo più passano sotto il nome – non immediatamente comprensibile – di “oneri di sistema”: ma che, in realtà, sono un sostegno economico nemmeno troppo mascherato a lobby, categorie industriali e anche a soggetti singoli. (Il grassetto nei testi è mio. Ndr).

La priorità nei tagli andrebbe agli incentivi per il fotovoltaico, e l’intervento sarebbe giustificato perchè, sempre secondo Repubblica, i titolari dei pannelli solari «godono degli incentivi più alti tra i paesi europei» e che «il solo 4 per cento degli operatori beneficiano del 60 per cento della spesa annua per incentivi»“.

Però, nei piani del MISE, non sono previste solo rimodulazioni degli incentivi al fotovoltaico attraverso una spalmatura degli stessi attraverso un allungamento obbligatorio del periodo di incentivazione da 20 a 25 anni, ma anche interventi per limitare i cosiddetti “oneri ancillari” richiesti dalle FER elettriche, come i costi di sbilanciamento da porre a carico delle rinnovabili non programmabili (anzichè “socializzarli” come fatto finora) o come una stretta alla remunerazione degli ingenti investimenti nelle nuove reti che le FER rendono indispensabili. Previste inoltre la possibilità di applicare prezzi negativi alla Borsa elettrica, l’intensificazione dei controlli sui beneficiari degli incentivi eccetera eccetera.

Insomma: niente di paragonabile alla severità degli interventi compiuti in altri Paesi europei, come in Spagna  e Grecia, e neppure quella tassazione alla fonte dei vergognosissimi extra profitti, giustificati nella loro entità solo da una attività di lobby senza precedenti, come recentemente richiesto in una lettera al Governo da molte associazioni ambientaliste; vale a dire un’imposizione fiscale in grado di assicurare allo Stato un gettito di 3 o 4 miliardi di euro all’anno per finanziare i settori della green economy fin qui negletti ma ben più efficaci per ridurre l’emissione di gas serra. Al netto di tale tassazione, i flussi di cassa degli incentivi continuerebbero comunque a garantire una eccellente remunerazione di tutti gli investimenti già effettuati nel settore delle FER elettriche.

Ma una “eccellente remunerazione” non basta alla grande speculazione, come il Ministro Guidi si sta rendendo conto in queste settimane. Infatti è subito scoppiato il finimondo, come ben si può intuire da questo apocalittico comunicato di Assorinnovabili.

Insomma: a parte (forse) la pioggia di fuoco e l’invasione delle cavallette, nessun castigo ci sarà risparmiato dalle divinità irate con l’Italia per avere messo in discussione il sacro dogma delle intangibili rendite acquisite e perpetue e tante altre verità rivelate, predicate in questi anni dagli speculatori. Pardon: dai lobbysti. Pardon: dagli stakeholders.

Perchè, come ormai appare chiaro a tutti, quello delle rinnovabili elettriche è un affare che in Italia non ha più niente a che fare con la salvezza dell’ambiente dai cambiamenti climatici, ma solo con gli enormi interessi del grande capitale finanziario internazionale. Lo ammette, sia pure involontariamente, anche Giorgio Lonardi su Affari e Finanza del 7 aprile nell’articolo “Rinnovabili: norme incerte, prezzi giù. I fondi esteri fanno incetta a sconto“.

Lonardi riporta, ad esempio, che “il rendimento annuo di un megawatt di fotovoltaico installato qui da noi oscilla fra il 10% e il 13% contro il 7% in Germania”. Da qui l’urgente necessità, da parte dei proprietari italiani degli impianti, di monetizzare l’investimento e di passare ad altri (cioè ai fondi speculativi esteri, tra cui si distingue l’immancabile Terra Firma, convinti che alla cuccagna a spese degli italiani non ci sarà mai fine) il fiammifero acceso, che però si esaurirà presto, allo scoppio della bolla speculativa.

Una ammissione analoga sul ruolo centrale della grande finanza viene fatta anche da Andrea Bassi, giornalista del Messaggero, nell’articolo “Energia, ecco lo sconto per le imprese” del 12 maggio, dove descrive gli sforzi della Guidi per giungere ad un decreto “taglia-bollette”:

“Perchè, come dimostra anche la scelta del Governo Cameron, che nelle scorse settimane ha deciso di procedere ad una sforbiciata degli incentivi alle rinnovabili, ormai le alternative per ridurre la bolletta energetica non sono molte. Per mettere a punto il testo il Ministro Guidi nelle scorse settimane ha tenuto una serie di incontri con tutti gli attori interessati, dalle grandi società di produzione di energia ai grandi consumatori, fino alle banche, le vere “proprietarie” dei dodici miliardi di incentivi alle rinnovabili”.

Ancora più esplicito Carmine Fotina sul Sole del 7 maggio nell’articolo “Dov’è finito il taglia-bollette? Il nodo rinnovabili spinge al rinvio dopo le elezioni“, dove l’autore, dopo aver previsto un ulteriore slittamento “a fine maggio o più probabilmente all’inizio di giugno” attribuendolo inizialmente a speciose motivazioni, inquadra il vero nocciolo del problema:

“Nel corso degli anni il settore delle rinnovabili ha richiamato investimenti, anche stranieri, di fondi di private equity e altri strumenti che coinvolgono fondi pensioni, fondazioni, banche, assicurazioni. Diverse le società specializzate che sono state rilevate dal private equity, attratto da rendimenti interessanti a fronte di un quadro normativo che (all’epoca) appariva ben saldo. E adesso? Questo cospicuo e agguerrito fronte di investitori starebbe già alzando le barricate contro un nuovo cambio delle regole a partita in corso”.

Che cosa c’entrino il private equity e compagnia bella con l’esigenza di salvare il pianeta dai mutamenti climatici, però, non ce lo spiega nessuno…

Nel frattempo, però, a complicare le cose per Renzi e il suo Governo è arrivato il preciso segnale che la tanto annunciata “ripresina” non è in atto, anzi… Come anticipato dai dati in calo dei consumi di energia elettrica, il PIL italiano del primo trimestre è nuovamente in flessione. La marcata diminuzione dei consumi elettrici registrata anche in aprile (a parità di giorni lavorativi e di temperature rispetto all’aprile del 2013) preannuncia una situazione economica in ulteriore peggioramento nel secondo quadrimestre. La “luce in fondo al tunnel”, intravista da tutti i Governi che ultimamente si stanno succedendo in Italia con preoccupante frequenza, anche questa volta è subito svanita (questa famosa luce in fondo al tunnel non sarà per caso alimentata da fonte eolica, per sua natura instabile?).

I dati sulla diminuzione delle esportazioni italiane in una fase espansiva del commercio mondiale lasciano intuire che la crisi economica in atto non sia dovuta solo, come si gabellava, alla diminuzione dei consumi interni a seguito delle recenti manovre correttive dei conti pubblici, ma abbia piuttosto un carattere strutturale. L’idea di fare funzionare quello che fu uno dei più potenti sistemi industriali del mondo alimentandolo con energia elettrica intermittente proveniente dai mulini a vento collocati sui crinali italiani senza vento e dalle distese di pannelli fotovoltaici nei campi (e che ci costa un multiplo dei prezzi di mercato dell’elettricità) è stato il colpo di grazia che ha coronato decenni di politiche industriali sbagliate. Con la caduta del fatturato dell’export sta crollando anche la linea di resistenza ad oltranza della nostra economia. Dopo ci attende l’ignoto.

Ovvia, Sor Matteo: si convinca che siamo proprio messi male. Si dia dunque una scossa e sostenga pubblicamente la Guidi nello sforzo di tagliare le rendite parassitarie delle rinnovabili elettriche. Sarebbe un primo segnale per eliminare in fretta i tanti privilegi che zavorrano l’Italia, altrimenti si va tutti a fondo. Compresi gli speculatori.

Finora, delle Sue tante promesse illustrate con le celebri slides dopo il primo Consiglio dei Ministri del 12 marzo, sono rimasti solo gli ottanta euro in busta paga, e per giunta senza neppure la copertura finanziaria.

Come si dice noi a Firenze: “Nulla è un po’ pohino”.

 

Alberto Cuppini

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