“Per l’eolico per farcela senza incentivi servirebbero ventosità che in Italia non si trovano”

Inopinata e sconfortante dichiarazione del Professor Vittorio Chiesa (direttore dell’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano). Dodici anni e un’infinità di miliardi buttati in incentivi rivelatisi dannosi.

ventodisoldi

Le cronache di questi giorni portano alla ribalta un vecchio cavallo da battaglia della Rete della Resistenza sui Crinali: quello del “tradimento dei chierici” o, fuor di metafora, il ruolo svolto dai Professori delle Università nell’appoggio (o, nella migliore delle ipotesi, nel mancato contrasto) alla stravagante e costosissima utopia di fare funzionare l’economia italiana, e l’industria in particolare, con un numero inverosimile di impianti industriali per la produzione di energia elettrica da FER non programmabili.

Se n’era accennato nell’ultimo post del sito della RRC, trattando del diffuso ed apparentemente irreversibile clima di degrado culturale e morale, ormai da troppo tempo alla base delle italiche disgrazie, di un’intera classe dirigente.

In Italia l’espressione del proprio pensiero è libera (se non si commettono reati), ma non si può rimanere assisi sulla cattedra di un’Università pubblica se si raccontano certe castronerie. I casi di chierici pusillanimi che abbiamo incrociato in questi anni sono stati troppo numerosi, e perciò le nostre diffidenze verso la categoria (ci si perdoni la rozza ma inevitabile generalizzazione) non possono più essere definite semplici idee preconcette.

Per questo abbiamo accolto con gioia la notizia che il neo Ministro dello Sviluppo Economico si era rivolta, per risolvere l’intricatissimo problema del costo esorbitante delle bollette elettriche per le piccole e medie imprese che intanto si era creato, a Carlo Stagnaro, uno studioso ed esperto (non accademico) che in materia la pensa in modo del tutto opposto rispetto al facile ottimismo di molti nostri cattedratici. Stagnaro aveva definitol’enorme manovra a sostegno delle energie verdi” (del valore di circa 12 miliardi di euro all’anno) “un tributo alla politica” e “un monumento agli errori della politica industriale”.

Particolarmente illuminante, come esempio atto a dimostrare le nostre tesi, il recentissimo caso dell’ “Energy & Strategy Group” del Politecnico di Milano, la cui “mission” è nientemeno che quella di “diventare un punto di riferimento a livello nazionale per la comprensione delle dinamiche competitive nella filiera delle energie rinnovabili in Italia”, e che fin qui molto si è speso – e molto si è esposto – a favore dei pregi delle rinnovabili elettriche. E così abbiamo letto, dal post di Qualenergia.it del 19 maggio scorso dal titolo “L’eolico italiano verso la market parity“, che “negli ultimi anni anche in Italia l’eolico si è di fatto avvicinato alla competitività con fonti convenzionali… Ad affermarlo è l’ultima edizione del Report ‘Rinnovabili Elettriche Non Fotovoltaiche’ dell’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano“.

Noi non consideriamo Qualenergia l’ipse dixit. Sappiamo anzi dal recente articolo del Fatto Quotidiano “Legambiente fa business con l’ecologia“, scritto dal giornalista Luigi Franco e pubblicato il dieci giugno, che essa recita un preciso ruolo in commedia. Nell’articolo di Luigi Franco (che raccomando di leggere avendo accanto il proprio commercialista e magari anche un bravo fiscalista) apprendiamo infatti che la società Azzero CO2 (definita “il principale braccio operativo di Legambiente”) “possiede al 100% la società di servizi editoriali Qualenergia”. E’ quindi difficile considerarli prevenuti verso le rinnovabili elettriche e le magnifiche sorti e progressive dell’eolico salvifico…

Eppure, appena tre giorni dopo, il 22 maggio, la stessa Qualenergia, nel post “Rinnovabili elettriche: fine incentivi a inizio 2015“, ci informava che “la stima diffusa oggi e confermata dal direttore operativo del GSE è che le risorse per gli incentivi alle rinnovabili elettriche (non fotovoltaiche) si esauriscano già all’inizio del 2015, dunque molto prima di quanto si pensava. Se non si mettono in campo nuove forme di sostegno, il mercato di eolico e minieolico, biomasse e mini idroelettrico potrebbe crollare“.

Crollare senza “nuove forme di sostegno”? Anche l’eolico?

Un “contrordine compagni” così brusco e repentino avrebbe imbarazzato persino i trinariciuti guareschiani!

Si chiede Qualenergia:

Senza incentivi quali tecnologie e tipologie di impianto ce la potrebbero fare? “Ci potrebbe essere qualche spazio per configurazioni di tipo SEU – spiega al telefono con QualEnergia.it il professor Chiesa (Vittorio Chiesa direttore dell’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano. Ndr) – si potrà fare qualche impianto di mini-idro su condotte, qualche ripotenziamento o ottimizzazione di impianti esistenti. Per l’eolico per farcela con i costi attuali servirebbero ventosità che in Italia non sì trovano”.

Il re è nudo! Rileggiamo per essere certi di non esserci sbagliati. No, non ci siamo sbagliati, è proprio vero:

Per l’eolico per farcela con i costi attuali servirebbero ventosità che in Italia non si trovano“,

spiega candidamente l’ineffabile Professore. Ma è proprio quello che gli zucconi ignoranti dei comitati contro l’eolico industriale selvaggio sulle montagne d’Appennino sostengono da anni e anni! Ma allora a che cosa sono serviti dodici anni di incentivi miliardari e tanti sfregi territoriali se siamo ancora a questo punto? E perchè solo tre giorni prima si raccontava la barzelletta che l’eolico italiano stava andando verso la market parity? Perchè nessuno dice che quanti più impianti eolici sovvenzionati vengono installati, quanto più crolla il prezzo dell’energia elettrica prodotta dagli aerogeneratori giganti nei rari momenti in cui in Italia soffia il vento utile per farli funzionare alla massima potenza, fino ad essere venduta a prezzi tendenti allo zero, rendendo così impossibili, per l’eternità, investimenti eolici non sovvenzionati e redditizi? Un autentico caso di cannibalizzazione, facilmente prevedibile fin dall’inizio, in cui ogni nuovo impianto installato comporta costi marginali per il sistema elettrico sempre crescenti e prezzi marginali di vendita dell’energia sempre calanti (e di conseguenza incentivi al MWh eolico sempre maggiori). Che bel risultato!

Morale della favola? Ormai l’hanno capita anche i poveri bambini delle elementari trascinati a visitare gli impianti eolico-industriali e che chiedono dubbiosi alle maestre: “Ma chi ci dà l’energia elettrica quando le pale non girano?” In Italia l’inefficienza del sistema delle FER elettriche non interessa niente a nessuno. Figuriamoci l’ambiente compromesso ed il paesaggio sfigurato… L’importante è reperire sempre nuovi stanziamenti pubblici (pardon: “forme di sostegno”) da buttare nel pozzo senza fondo degli oneri del sistema elettrico che solo quest’anno inghiottirà, solo per questo, oltre l’uno per cento del PIL nazionale. E da lì i miliardi si riverseranno nelle tasche, anch’esse senza fondo, dei “prenditori”, secondo la felice definizione di Sergio Luciano nell’articolo di Italia Oggi del 3 giugno “I tagli minacciati alle energie rinnovabili“.

Se per far prosperare questo sistema è utile affermare che l’eolico ha bisogno di un’altra piccola spinta per arrivare alla parità con le fonti tradizionali, lo si afferma. Se invece è utile affermare il suo esatto contrario, e cioè che senza incentivi non potrà mai camminare sulle sue gambe, nessun problema. E nessuno si vergogna ad ammetterlo… Come si fa a non invocare il licenziamento di simili incapaci?

Questa volta, però, si è decisamente esagerato. L’affermazione che già all’inizio del prossimo anno si esauriranno, senza avere minimamente ottenuto i risultati attesi in termini di maggiore efficienza, i fondi che, in base al decreto applicativo del 6 luglio 2012, sarebbero dovuti essere a disposizione fino al 2020 per l’incentivazione delle FER elettriche diverse dal fotovoltaico è troppo grave. Essa lascia intendere un’ulteriore emorragia di denaro pubblico proprio negli stessi giorni in cui il Ministero dello Sviluppo Economico cerca di racimolare qualche risparmio a vantaggio della bolletta elettrica di piccole e medie imprese. Almeno prima che tutto sia vanificato dalla zavorra dell’incombente nuovo “capacity payment”, si intende.

Di conseguenza, il Sottosegretario del MISE Claudio De Vincenti, in audizione il 4 giugno davanti alle Commissioni Ambiente ed Attività Produttive della Camera sulla green economy, su domanda specifica proprio a riguardo del raggiungimento della soglia dei 5,8 miliardi di euro all’inizio del 2015 ipotizzata in occasione della presentazione del report dell’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano, ha affermato:

“Al momentol’allarme pare eccessivo. In ogni caso, terminato questo primo periodo di applicazione delle nuove modalità di incentivazione, subito dopo l’estate si tireranno le somme e si valuterà il da farsi per il futuro, consapevoli che non possiamo e non vogliamo fermare lo sviluppo delle fonti rinnovabili, ma che comunque è doveroso continuare a favorirne il calo dei costi e l’integrazione nei mercati, peraltro in linea con i nuovi orientamenti europei sul tema”.

Ma il danno era ormai stato arrecato. Per cercare di mettere una pezza al misfatto, era subito intervenuta una squadra di pronto intervento, confermando in pieno l’aureo principio, ignoto però agli iniziati dei Master in Ingegneria Gestionale, del “s’è pegio el topon del buso“.

E così, secondo quanto riportava Rinnovabili.it nell’articolo del 23 maggio “Fine incentivi fer elettriche? Il GSE ridimensiona l’allarme“, tutto “nasce da un misunderstanding” (in questa vicenda l’Americanorum abbonda…). Meno male! Il primo pompiere che prova a spegnere l’incendio derivato dalla previsione dell’Energy & Strategy Group è il GSE stesso, quindi il pubblico amministratore più direttamente interessato al problema, che pure in tutti questi anni non ha mai previsto la prevedibilissima esplosione degli incentivi alle FER elettriche. Leggiamo qui sotto direttamente dall’articolo di Rinnovabili.it:

“Si tratta però “solo di una di una previsione” spiega l’Ing. Francesco Sperandini, direttore operativo del GSE, in un’intervista esclusiva per Rinnovabili.it. “Non c’è stata nessuna comunicazione da parte mia” (sbugiardando così quanto affermato da Qualenergia. Ndr), afferma Sperandini criticando i “falsi allarmismi” che hanno seguito la presentazione del report. Si tratta invece, ci rassicura l’ingegnere, “di simulazioni abbastanza argomentate, effettuate dal Politecnico sulla base dell’interesse comune di fare delle valutazioni”.

Pur non comprendendo perchè dovremmo essere rassicurati, proseguiamo nella lettura dell’articolo, imbattendoci nel secondo pompiere: G.B. Zorzoli (già Professore, per combinazione, del Politecnico di Milano) ed ora, tra le tante altre cose, presidente del Coordinamento Free, che riunisce, come soci, un’amplissima platea di quelli che Italia Oggi ha definito i “prenditori” degli incentivi alle rinnovabili elettriche. Riportiamo dall’articolo di Rinnovabili.it anche il suo intervento:

“Non tutti gli incentivi finiranno a inizio 2015” ha specificato Zorzoli chiarendo che “la previsione interessa solamente una fascia di sostegno del valore di 200-300 milioni di euro che incentiva gli impianti più piccoli, che non rientrano nei registri e nei bandi” ha dichiarato sottolineando il riferimento a settori quali il mini eolico e il micro-idroelettrico. Definendoli “due settori vivaci della tecnologia italiana” il Presidente del Coordinamento FREE ha riferito che per salvare tali comparti, ritenuti il futuro delle rinnovabili italiane, andrebbero stanziati fondi del valore di poche centinaia di milioni di euro, cifra che potrebbe essere messa a disposizione del settore anche attraverso un fondo di garanzia fornito, ad esempio, da Cassa Depositi e Prestiti. “In questo modo”, ha sottolineato Zorzoli, con un piccolo sforzo, “con un fondo di garanzia di CDP a tasso agevolato, si andrebbe a salvare un settore importante senza incidere sulla bolletta dei consumatori ma con effetti positivi sul settore”.

In realtà il decreto applicativo del 6/7/2012 non fa alcuna distinzione tra fasce di sostegno, limitandosi a definire un tetto massimo di spesa complessiva per gli incentivi. Ma questo non appare rilevante…

Insomma: quello che importa è che dobbiamo stare tutti tranquilli. Qualcuno che pagherà si troverà sempre. “Poche centinaia di milioni”? E che saranno mai? E allora avanti con questi “piccoli sforzi” che finora hanno già impegnato per una ventina d’anni, per i soli incentivi diretti alle sole rinnovabili elettriche, euro più euro meno, il 15% del PIL italiano corrente. A patto, naturalmente, che a compiere i “piccoli sforzi” siano tutti i cittadini italiani, attraverso le loro bollette oppure la Cassa Depositi e Prestiti, e non i “prenditori”. Che, per ovvia definizione, devono limitarsi a prendere. E non a dare. Giammai!

Alberto Cuppini

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