La stucchevole telenovela del taglio degli incentivi alle rinnovabili elettriche

Altro che tela di Penelope… A Roma nessuno pare interessato al bene comune, mentre i privilegi particolaristici ricevono la massima tutela. E intanto la barca comune continua ad affondare.

 Ahimè. Ben triste è il destino ch’oggi m’attende, che domani t’attende, o lettore.

Purtroppo, dopo due mesi dal post in cui ironizzavo sul promesso taglio del 10% alle bollette elettriche delle piccole e medie imprese , da realizzare assolutamente entro il primo maggio e che rappresentava uno dei principali cavalli da battaglia del nuovo Governo Renzi, sono costretto, mio malgrado, a tornare sull’argomento. Lo faccio di malavoglia e per puro spirito di servizio, stante il niente che è stato nel frattempo realizzato dai novelli dinamici decisori politici, tranne ovviamente una grandissima confusione. Evidentemente l’approccio borbonico del facite ammuina, ormai da decenni imperante nei Palazzi romani quando si tratta di risolvere qualche problema politico incancrenito, ha rapidamente contagiato anche le giovani e trionfanti legioni del Cesare di Pontassieve.

Tutta la questione in oggetto è, quanto meno, noiosissima, ed ormai sappiamo che si risolverà, nella migliore delle ipotesi, in un provvedimento di natura poco più che simbolica. Questo scritto, che utilizza come filo conduttore alcuni articoli di stampa tra gli innumerevoli pubblicati in queste ultime settimane per contrastare la già debole iniziativa governativa, sarà utile soprattutto ai posteri. Servirà loro come efficace esempio quando si chiederanno il perchè e il come l’Italia, fino a pochi anni prima uno dei Paesi più ricchi del mondo, abbia deciso di intraprendere con determinazione la via che l’avrebbe condotta al sottosviluppo e a tutta quella congerie di disgrazie che si accompagnano sempre ad un improvviso impoverimento.

Il problema di politiche energetiche drammaticamente sbagliate, alla base di tutto il contendere di questi mesi, viene sapientemente sintetizzato nell’articolo di Mario Pirani, uno dei pochi giornalisti italiani in grado di sostenere una propria posizione autonoma in questa materia, dal titolo “Una indigestione di elettricità“, pubblicato su La Repubblica del 9 dicembre scorso e che invitiamo a leggere con la massima attenzione.

Proprio da questa situazione, oggettivamente disastrosa, derivava l’alfieriana volontà di Renzi, descritta nel succitato post, a provvedere rapidissimamente per concedere un minimo sollievo agli agenti economici in difficoltà. Ecco dunque, alla fine, concretizzarsi a fatica il relativo provvedimento, già molto indebolito ed inserito nel “decreto competitività”, elaborato dal Ministero dello Sviluppo Economico (MISE). Lo segue lungo la sua genesi, tra gli altri, Federico Rendina, che già nell’articolo “Bolletta elettrica, meno sussidi più sconti” sul Sole 24 Ore del 15 giugno, è costretto ad ammettere:

Missione oggettivamente complicata e insidiosa quella che vede i tecnici dei ministeri dell’Economia e dello Sviluppo economico ancora al lavoro in queste ore. L’alchimia ipotizzata per assicurare il tesoretto da un miliardo e mezzo di euro l’anno necessario per lo sgravio promesso alle piccole imprese sta perdendo, strada facendo, importanti pezzi“.

Talmente complicata ed insidiosa da essere addirittura oggetto di “un fuoco di sbarramento a colpi di minacce degli operatori”, come rivela, nel suo successivo articolo dal titolo “Mix di tagli per lo sconto alla bolletta Pmi“, lo stesso Rendina.

Ma perchè concentrare l’attenzione del provvedimento governativo sul fotovoltaico? La risposta ce la dà il solito Pirani, su Repubblica del 30 giugno nell’articolo “Lo scippo del sole. Perchè in Italia è il più caro al mondo“, che, nella ricerca dei responsabili del costosissimo disastro perpetrato, punta il dito su “qualche economista sprovveduto o ben sovvenzionato“.

Nel frattempo, per ovviare all’obiezione (che appariva strumentale a tutti coloro che conoscevano l’entità degli enormi profitti assicurati alla speculazione del fotovoltaico industriale) del pericolo derivante dalla riduzione dei flussi di cassa necessari per il rimborso dei finanziamenti concessi dalle banche, veniva persino concesso dal Governo il paracadute (assolutamente inutile) dell’accesso al finanziamento agevolato della Cassa Depositi e Prestiti.

Ecco dunque che si giunge al testo definitivo del decreto che, da “taglia-incentivi”, comincia ad essere definito su tutta la stampa italiana “spalma-rinnovabili”. Per meglio comprenderlo, consigliamo la lettura integrale, tra i tanti, dell’articolo di Stefano Agnoli sul Corriere della Sera del 19 giugno dal titolo “Rinnovabili, addio (retroattivo) alle rendite“.

Ci preme però attirare qui l’attenzione su alcuni suoi fondamentali passaggi, che in altri articoli sul medesimo argomento non sono stati altrettanto bene evidenziati:

1) “Il governo vuole affossare le energie rinnovabili, è stato il rumore di fondo. Amplificatosi a dismisura dopo ciò che il premier Matteo Renzi ha detto all’assemblea del Pd di sabato: «Abbiamo riempito di sussidi chi investiva sulle rinnovabili, ma il costo in bolletta lo hanno pagato gli italiani».”

2) “gli incentivi multipartisan al solare fotovoltaico sono esplosi dai 900 milioni del 2010 ai 4 miliardi del 2011, poi ai 6 miliardi del 2012, per essere frenati, solo grazie a un altro decreto, a 6,7 miliardi nel 2013. Quando il governo ha deciso di intervenire, nel 2012, l’incentivo italiano al fotovoltaico era di 313 euro a megawattora, quasi il doppio di quello tedesco (162) e della media Ue (160). Da allora la politica ha cercato di fare marcia indietro, anche se ormai l’albero, nato storto, è difficilmente raddrizzabile.”

3) “In realtà, e qui si tocca con mano l’interesse del sistema bancario nella vicenda, si potrebbe aprire una stagione di estenuanti rinegoziazioni. Con il sistema del credito stretto tra due prospettive poco esaltanti: accollarsi il peso di nuove sofferenze (c’è chi stima in 40 miliardi di euro il valore complessivo dei finanziamenti al fotovoltaico)” o rimodulare oppure rinunciare a una parte dei crediti.”

4) “Secondo fonti ministeriali, invece, una buona fetta delle imprese toccate dallo spalma-incentivi vanta tuttora un «Roe» tra l’8 e il 12%. Non male, tutto sommato.”

No. Non male.

Con la pubblicazione ufficiale del decreto competitività scoppia il putiferio. Viene intaccato il sacro dogma della immacolata tassazione delle rinnovabili elettriche.

Leggiamo, ad esempio, dall’articolo di Milano Finanza del 20 giugno “Assorinnovabili in lotta“, che si tratta di “un virus letale“, “i danni saranno incredibili e colpiranno migliaia di piccole e medie imprese” e “almeno 10 mila persone sulle circa 40 mila impiegate nel comparto rimarranno disoccupate“.

Esagerati. Capisco l’importanza del denaro nel mondo d’oggidì, ma un minimo senso della misura (e del ridicolo) andrebbe comunque mantenuto.

Eppure, almeno all’inizio, non tutti sono contrari al provvedimento. Lo si deduce dall’articolo, del solito Rendina sul Sole di quello stesso giorno, “Taglia-bollette pronto a partire“, in cui si legge: «Confindustria guarda con grande attenzione alla manovra. Obiettivo condiviso l’attenuazione dei costi delle Pmi».

Durante un question time al Senato il Ministro Guidi precisa che si tratta di «un sistema di redistribuzione equa di alcune sperequazioni che erano presenti nel nostro sistema». «Chiederemo naturalmente – aggiunge il Ministro – un piccolo sacrificio ad alcune categorie che, a nostro avviso, hanno percepito un po’ di più di quello che oggi ci possiamo permettere».

Il profano non si capacita del perchè Assorinnovabili ed i fondi esteri si lamentino tanto dello “spalma-incentivi”. In definitiva, egli pensa, si tratterebbe solo di spostare un poco in avanti i flussi di cassa che vengono corrisposti come sussidio all’energia prodotta, dando così un piccolo sollievo all’economia nazionale. Che cosa c’è dunque di tanto grave (a parte naturalmente la violazione del dogma dell’intangibilità dei propri privilegi a cui questi Signori sono stati abituati dai Governi italiani negli ultimi dodici anni) da usare i toni apocalittici che sta usando la stampa in questi giorni?

Purtroppo la realtà è più complessa rispetto a come ci è stata presentata, e di questa realtà, di cui tutti i protagonisti (Governo, Parlamento, aziende di settore, Confindustria, banche, giornalisti, docenti universitari, ambientalisti misticheggianti e quant’altro) sono perfettamente consapevoli, nessuno parla. Nessuno parla a giusta ragione, perchè parlarne significherebbe ammettere il disastro di tutta la sibaritica politica di incentivazione al fotovoltaico (e all’eolico), pervicacemente voluta da una classe dirigente impazzita.

Un pannello FV appena installato (come una pala eolica) non ha infatti la stessa produttività dello stesso pannello dopo 20 (o, peggio ancora, 24) anni. Il pannello, infatti, inizia subito a degradarsi e la sua produttività diminuisce con il puro e semplice trascorrere del tempo. Buona grazia se tra 20 anni funzionerà ancora, pur producendo pochissimo. Ma allora, si chiederà il profano, in che cosa consiste l’utilità di incentivare in questo modo manufatti destinati a vite così brevi? Rispondere al quesito rivelerebbe tutto il bluff di questa politica di sostegno delle rinnovabili elettriche e smaschererebbe la sostanziale vacuità di questo faraonico progetto, destinato ad essere sussidiato in perpetuo. I profitti dei produttori industriali di FV verrebbero quindi decurtati dalla spalmatura proposta dal Governo in modo notevole.

Ecco perchè tutti gli operatori opterebbero, potendo scegliere, per la tassazione secca, immediata, dell’otto per cento degli incentivi annui, così come previsto dal decreto. Ma così si tratterebbe davvero di poca roba, e la questione avrebbe solo un valore di principio, o poco più, e garantirebbe scarso sollievo alle bollette elettriche delle PMI. Facciamo un paio di conti grossolani. Gli incentivi diretti al FV valgono 6,7 miliardi all’anno. Il Governo sostiene che il provvedimento riguarda solo il 4% degli investitori, che concentra nelle proprie mani il 60% del potenziale FV installato. Il 60% di 6,7 miliardi sono 4 miliardi, euro più, euro meno. Al peggio (al peggio per la speculazione, naturalmente), dunque, i mancati extra profitti sarebbero l’otto per cento di 4 miliardi, cioè 320 milioni circa.

Considerando che il GSE stima che il tetto massimo di spesa prevista per gli incentivi alle rinnovabili elettriche (12,5 miliardi all’anno) sarà raggiunto quest’anno e che la spesa per i soli incentivi diretti alle FER elettriche nel 2016 supererà per inerzia (includendo gli incentivi impliciti ed il ritiro dedicato e lo scambio sul posto) i quindici miliardi, cioè l’uno per cento del PIL (anche nell’ipotesi, che noi auspichiamo, che non vengano distribuiti nuovi incentivi per nuovi impianti nei prossimi anni), questo significa che il taglio massimo teorico di 320 milioni rappresenterebbe appena il 2% di risparmio sulla spesa complessiva, e perciò qualcosa di poco più che simbolico. La spesa per il prossimo capacity payment sarà molto superiore.

Proprio per questo motivo le associazioni ambientaliste contrarie alla realizzazione indiscriminata degli impianti industriali FER, nel loro documento comune presentato in occasione dell’audizione presso le commissioni congiunte Industria ed Ambiente del Senato, hanno contestato, di questo decreto, sia la modesta efficacia del provvedimento (definito una “semplice puntura di spillo per la grande speculazione”), sia le scelte di una norma retroattiva (anzichè della tassazione alla fonte) e di limitarlo al solo settore del FV.

Il decreto spalma-incentivi ha raggiunto tuttavia l’immediato obiettivo di slatentizzare chi si stava accaparrando i profitti dell’enorme affare delle rinnovabili elettriche in Italia: i grandi fondi internazionali, che fanno incetta degli impianti italiani di fotovoltaico per lucrare sugli incentivi al settore (i più alti del mondo) e che minacciano ritorsioni contro il Governo, riportate da Elena Comelli nell’articolo del Corriere Economia “Rinnovabili, la carica degli investitori esteri contro lo spalma-incentivi“.

Tra gli altri innumerevoli – e acritici – articoli comparsi in questi giorni sui quotidiani (ad ulteriore testimonianza, se mai fosse stata necessaria, della sudditanza della stampa italiana al grande capitale finanziario) proponiamo quello di Luca Pagni su Repubblica del 15 luglio, intitolato “Per i tagli al fotovoltaico causa dei fondi al governo“.

L’articolo riferisce di “investitori pronti all’azione legale davanti all’Ue e al Tar” e che “l’iniziativa sarà formalizzata a meno che il decreto Competitività non sarà modificato“. Pagni riporta anche che “i fondi internazionali ribattono che i rendimenti elevati sono andati, per lo più, a chi ha sviluppato gli impianti e non a chi ha investito successivamente. E che, con le nuove regole, non ci sarebbe più ritorno finanziario per garantire la sostenibilità finanziaria dei progetti.”

Tale affermazione, peraltro riproposta da tutta la stampa italiana, viene smentita dal contenuto di un altro articolo, sempre di Repubblica nel supplemento Affari e Finanza, scritto da Giorgio Lonardi il 7 aprile scorso (cioè in tempi non sospetti), dall’esplicito titolo “Rinnovabili: norme incerte, prezzi giù – i fondi esteri fanno incetta a sconto”, in cui si riconoscevano esplicitamente le finalità speculative di questi fondi e il loro enorme margine di guadagno, che verrebbe appena intaccato dal provvedimento governativo, ai danni del nostro Paese.

Tuttavia il “comitato di rappresentanza” di questi “fondi” tranquillizza gli italiani. Ne dà notizia l’infaticabile Federico Rendina (nessuno merita le ferie come lui, dopo il super lavoro degli ultimi due mesi) nell’articolo del Sole del 17 luglio “Spalma incentivi per l’energia solare? Si fa largo il bond“.

La “nutrita compagine di più di 20 fondi di investimento italiani e internazionali che che hanno costituito un comitato di rappresentanza” precisa che “siamo fondi di natura non speculativa … focalizzati su investimenti a lungo termine per lo sviluppo di infrastrutture” (chi mai lo avrebbe dubitato?). Tale compagine rilancia poi ancora sull’incredibile pasticcio dei bond, proposti già al tempo del decreto “Destinazione Italia” di Zanonato e cassati con ignominia dal Ministero dell’Economia. Termina l’articolo di Rendina: “E comunque sia gli approfondimenti tecnici legati agli emendamenti presentati sia «autorevoli pareri di carattere giurisprudenziale» indicano che «il GSE non può ad oggi essere considerato parte del perimetro dello Stato». Ecco perché nulla osta – insistono i fondi nella loro memoria – all’ “operazione bond”. La stravagante affermazione che il GSE sia fuori dal “perimetro dello Stato” toglie autorevolezza a tutta la dichiarazione e induce a dubitare anche di quella secondo la quale questi fondi non avrebbero natura speculativa.

La controffensiva mediatica martellante sfonda persino nei punti più imprevisti. Capiamo la sprovvedutezza dei neofiti, ma neppure questa basta a spiegare la presenza nel blog di Beppe Grillo di una lettera di un pescecane della finanza internazionale, che con dubbie argomentazioni vorrebbe presentarsi come un benefattore, contro il provvedimento del Governo.

Ma non ci sarebbe neppure bisogno che si muovessero gli speculatori esteri in prima persona. Nei Palazzi del Potere capitolino i lobbysti sono agitatissimi: è in gioco un principio per loro fondamentale e una cascata di soldi senza fine di cui nessuno è politicamente responsabile, essendo addebitati surrettiziamente nelle bollette elettriche di tutti gli italiani e non prelevati dall’Erario. La prova di ciò, anche per chi non conosce l’aria che si respira nelle commissioni? Dall’articolo “In Senato è scontro sul decreto per la competitività” siglato R.E. comparso sul Messaggero del 13 luglio, qui consultabile, apprendiamo che, sul decreto Competitività, nelle commissioni Industria ed Ambiente da qualche giorno si stanno analizzando “gli oltre 1.600 emendamenti piovuti sul provvedimento. Una valanga degna di una legge di stabilità“, a testimonianza della sensibilità di alcune forze politiche all’intangibilità degli incentivi. “Il Movimento 5 Stelle è da sempre paladino di ogni tipo di istanza proveniente dal mondo green, considerato quasi intoccabile, ma anche nel Pd si fa strada l’idea che il nuovo spalma-incentivi sia troppo macchinoso e complicato, gravoso per molte imprese che hanno investito in Italia. Incidendo sui contratti in essere, spiega Laura Puppato, la misura finirebbe per penalizzare la credibilità del nostro Paese.”

Addirittura, secondo la Stampa del 19 luglio, nell’articolo dal sobrio titolo “L’Italia taglia gli incentivi – Fotovoltaico a rischio flop“, “il gruppo del Pd chiede che il taglio ai sussidi venga reso più soft e gestibile.” E ancora: “Vedremo se la pressione della maggioranza, che pare piuttosto determinata, costringerà il Ministro Guidi a più miti consigli.”

Di fronte a questo intensissimo ed imbarazzante fuoco amico, sparato da esponenti del partito di maggioranza alle spalle del Governo, deve intervenire lo stesso Presidente Pd della Commissione Industria del Senato Massimo Mucchetti, che si sente in obbligo di precisare che “l’obiettivo del Governo è di ridurre la bolletta per le piccole e medie imprese ed è un obiettivo giusto che va perseguito nel modo migliore. Il taglio del 10 per cento va garantito.”

Osserviamo dunque con vivo interesse che contro tutte le (timidissime) riforme renziane si sta sviluppando una resistenza multi-partisan, che include anche moltissimi esponenti il suo stesso partito, di cui peraltro Renzi è ancora segretario. Se per la riforma del Senato è in atto la rivolta dei peones di quello che già ai tempi di Spadolini e Craxi (che già allora lo volevano abolire) era stato definito “il partito della pagnotta”, esiste un grande partito trasversale che si oppone anche alla riduzione dei privilegi delle rinnovabili elettriche e che pare interessato al fatto che la pagnotta vada imbottita di abbondante e nutriente companatico.

Insomma: come titola in prima pagina il Quotidiano Nazionale del 22 luglio, “Le riforme nel pantano”.

La sensazione, comunque, è che il fronte del rigore (rigore relativo, intendiamoci) stia cedendo. La comunica, tra gli altri, questo articolo di Valerio Gualerzi di Affari e Finanza di Repubblica, in cui, dal titolo, apprendiamo che “imprese e sindacati criticano il decreto taglia bollette”.

Con una scusa o con l’altra, visto il fuoco di sbarramento e la presumibile mala parata, anche la Confindustria e l’AEEG si stanno dunque riposizionando, per evitare di rimanere travolte da un rifiuto esplicito del Parlamento ai contenuti di questo decreto, su cui le commissioni stanno lavorando a ritmi serrati perchè deve essere convertito in legge entro il 23 agosto.

Il pastrocchio capace di rinverdire i fasti dell’epica impresa del Ministro Zanonato incombe. Zanonato, il predecessore della Guidi al MISE, rimarrà negli annali perchè, proponendosi di tagliare la componente A3 di 4 miliardi (in seguito, più modestamente, di 3), dopo le prime pressioni delle lobby l’aveva lasciata invariata, aggiungendo anzi alle bollette un ulteriore aggravio di 600 (o 820?) milioni per sussidiare gli energivori, messi in difficoltà dai troppi incentivi pagati alle FER elettriche, e per i quali era stata appositamente creata, per non aumentare la A3, la nuova componente AE.

E così, mentre giungono conferme dal Centro Studi Confindustria che l’economia italiana non è mai uscita dalla crisi (come tutti gli italiani intuivano), pare che la Confindustria stessa abbia deciso di abbandonare l’impegno, da essa assunta qualche mese fa, di contribuire a ridurre il peso dei sussidi all’energia elettrica e di collocarsi piuttosto al calduccio sotto l’ala protettrice dello Stato, evitando i guai della concorrenza internazionale e l’adozione di scelte impopolari.

Lo si deduce dal Quotidiano nazionale del 22 luglio, nell’articolo siglato ol.po. dal titolo “Guidi boccia il rigore alla tedesca“, che così si conclude:

“Certo, ieri l’Istat non ha portato buone notizie su fatturato e ordinativi industriali. I dati di maggio, riconosce la Guidi, «non fanno piacere, sono influenzati dal calo dell’export verso Usa e Cina a livello europeo. Ma sono troppo vicini per aver beneficiato delle misure prese dal governo» (quali? Ndr). Per vederne gli effetti sull’economia «servono nervi saldi e pazienza». Ma c’è anche «l’esigenza di andare avanti con le riforme strutturali».
Con i suoi colleghi europei la Guidi ha invece concordato sulla necessità di approntare entro fine anno l’Industrial Compact, la strategia di rilancio per l’industria europea che fissa come obiettivo il raggiungimento del 20% del Pil dal manifatturiero entro il 2020.”

Che significa, senza troppi giri di parole, sussidi a pioggia per tutta l’industria manifatturiera sullo stesso modello di quelli assegnati alle rinnovabili per il raggiungimento dell’obiettivo 20-20-20. Evviva.

Ne prendiamo atto. Vorrà dire che le “riforme” in Italia verranno adottate quando la nave sarà certa di essere irrimediabilmente affondata, mentre gli italiani stanno annegando. E provvederà qualcun altro. Di certo non i grillini, che in questi giorni stanno dando pessima prova di sè, proponendosi di fatto come i più accaniti difensori delle iniquità dello status quo ante, specie nelle commissioni congiunte X e XIII del Senato, confermando così la validità della Quinta Legge Fondamentale della stupidità umana di Carlo Cipolla.

Nell’emergenza, a “raddrizzare l’albero nato storto” degli incentivi alle rinnovabili elettriche non saranno neppure necessari provvedimenti da economia di guerra. Basterà eliminare il privilegio della priorità di dispacciamento garantito alle FER elettriche intermittenti. Allora sì che gli speculatori saranno davvero rovinati. E il Paese ne sarà molto sollevato.

Alberto Cuppini

 

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