Una buona notizia dal vertice di Bruxelles! Niente valanga di pale! O almeno non subito…

Dal Consiglio europeo di Bruxelles emergono per la prima volta seri dubbi sulla efficacia della politica degli obiettivi vincolanti finora seguita per la protezione del clima. I valori-obiettivo europei per il 2030 saranno 40 – 27 – 27 (che sostituiscono il programma 20 – 20 – 20 al 2020), ma solo la riduzione del 40% della emissione dei gas clima-alteranti è vincolante per ciascun Paese. Prevista una clausola di revisione di questi obiettivi se alla conferenza di Parigi del prossimo anno anche i grandi inquinatori mondiali non si adegueranno agli standard europei. Affermata al vertice di Bruxelles la posizione di buon senso auspicata alla vigilia da Italia Nostra col suo comunicato stampa. Intanto il Presidente della Commissione Industria del Senato propone una carbon tax estesa anche ai beni di importazioni.

consiglio europeo

Sostanzialmente confermata la scorsa settimana dal Consiglio europeo di Bruxelles la già fin troppo eroica impostazione teorica sugli obiettivi in materia di clima ed energia per il 2030 indicata lo scorso gennaio dalla Commissione UE.

E quindi 27% di produzione da rinnovabili (non solo quelle elettriche) vincolante in rapporto ai consumi europei (e non nazionali).

Questo è un sollievo, visto quanto i lobbysti delle rinnovabili elettriche pretendevano e con quale “intensità” avevano lavorato in questi mesi per ottenerlo, e sposta il problema dell’aumento della produzione da FER dal livello decisionale europeo a quello italiano, con un conseguente minore grado di cogenza.

Non si potrà più sostenere che le pale eoliche – o i pannelli o le centrali a bioenergie o le dighe – dovranno essere collocate in ogni luogo, facendo così strame della legislazione italiana di tutela ambientale e paesaggistica, ed a tutti i costi perchè “ce lo ordina l’Europa”.

Questo complesso di decisioni del Consiglio, da un punto di vista di indirizzo politico, afferma che l’obiettivo prioritario a cui l’Europa deve mirare è la riduzione dei gas clima alteranti e non come questa riduzione deve essere conseguita. In particolare questa scelta appare una sconfessione implicita (sebbene parziale) della validità del programma 20 – 20 – 20 al 2020, dove ai tre differenti obiettivi veniva sciaguratamente concessa una pari dignità, al prezzo dei disastri che abbiamo visto realizzarsi in questi ultimi anni. Ora tale obiettivo per il 2030 diventa 40 – 27 -27 dove però solo il primo valore, cioè la riduzione del 40% dell’emissione dei gas a effetto serra, diventerà vincolante per ogni singolo Paese dell’Unione e non solo a livello europeo, affermandone, di fatto, la priorità. I restanti due 27 (la percentuale di energia che dovrà essere prodotta da rinnovabili e l’aumento dell’efficienza energetica) sono perciò depotenziati ed appaiono, tutt’al più, come sub-obiettivi strumentali al primo.

In realtà, prescindendo dalle più sgangherate (o interessate?) facilonerie, questo obiettivo del 40%, già indicato dalla Commissione, appare – esso solo – di realizzazione massimamente difficile, a patto di non fare crollare l’economia europea, come a suo tempo evidenziato dal nostro post, a cui rinviamo per una analisi più approfondita del problema.

A testimonianza del mutato atteggiamento dei Governi europei, persino più significativo appare l’inserimento, negli accordi scaturiti dal vertice UE, di una clausola di revisione, non prevista dalla Commissione, per riconsiderare gli obiettivi dopo i negoziati della conferenza di Parigi del dicembre 2015, qualora in quella sede non si raggiungesse un accordo altrettanto ambizioso a livello globale, con tutti i grandi inquinatori mondiali pronti a impegnarsi in questa materia allo stesso modo degli europei.

L’esito del vertice ha rappresentato l’affermazione delle tesi di puro buon senso contenute, proprio alla vigilia del vertice di Bruxelles, nel comunicato stampa di Italia Nostra, a cui va dato atto di essere stata in questi anni l’associazione ambientalista italiana più lungimirante in questa materia e di avere colto da subito i rischi per il nostro Paese che l’eccesso di rinnovabili elettriche avrebbe portato con sè. Per contro, sono state respinte le pretese di omologazione verso il peggio proposte dai soliti burocrati professionisti delle associazioni ambientaliste globalizzanti.

L’Italia ora dovrà prendere le sue decisioni autonomamente, ma nel quadro di regole europee meno rigide. Una sconfitta per i nostri finora onnipotenti avversari, che ora si ritrovano, per la prima volta, su posizioni indebolite. Il futuro rimane (almeno parzialmente) aperto ed in particolare aperto a quell’auspicata innovazione che le tecnologie mature, come l’eolico sovvenzionato all’inverosimile, avevano soffocato. Si apre oggi per l’Italia la possibilità di costruire il proprio futuro energetico green libera dalla ossessiva e rovinosa monocultura egemonica delle rinnovabili elettriche di questi ultimi anni.

Ci sarà dunque tempo per impostare il problema della diminuzione delle emissioni in modo diverso rispetto agli anni più recenti, senza la temuta improvvisa valanga di pale e distese di pannelli dappertutto.

Un sollievo in particolare per i comitati di cittadini in ansia per progetti eolici incombenti. Sarà difficile che il Governo italiano adesso, proprio dopo avere appena ridotto d’imperio alcuni incentivi già concessi con una norma retroattiva, indìca nuove aste per l’eolico oppure (a maggior ragione) destìni nuovi ed ancor più consistenti risorse pubbliche a tal fine, senza neppure un vincolo schiacciante ed urgente imposto dall’Europa, avendo l’Italia già abbondantemente superato tutti gli obiettivi riguardanti le rinnovabili elettriche, raggiunti a costo di trascurare tutti gli altri.

Non essendo riuscita la spallata europea dei lobbysti delle FER elettriche per ottenere obiettivi nazionali obbligatori che avrebbero reso automaticamente necessari nuovi ingenti stanziamenti governativi, dubitiamo che ci sarà una corsa tutta italiana, almeno nel breve periodo, per il conseguimento di tali costosissimi obiettivi autolesionistici.

Tuttavia non illudiamoci troppo: la guerra per preservare i nostri territori dalla speculazione delle rinnovabili industriali continua ed il livello di vigilanza deve rimanere inalterato.

Adesso bisogna attendere il calendario che l’UE assegnerà ai singoli Paesi per applicare le norme appena stabilite. Appare tuttavia improbabile che questo avvenga con l’urgenza temuta fino ad oggi e per un po’ si potrà tirare – meritatamente – il fiato.

Rassegna stampa

Vediamo di seguito una breve rassegna stampa, con altrettanto brevi commenti, sulle conclusioni del Consiglio europeo. Ci siamo avvalsi in larga misura del lavoro degli inviati del Sole 24 Ore, che ringraziamo per avere messo in linea e a disposizione del pubblico tutti gli articoli sull’avvenimento, deprecando altresì la scarsa – o nulla – attenzione dedicata dagli altri maggiori quotidiani nazionali a questo accordo, che avrebbe potuto essere foriero di ulteriori e irrimediabili disastri.

Già pochi minuti dopo l’annuncio delle decisioni, Beda Romano del Sole ci aveva fatto trovare in linea, all’alba del 24 ottobre, il suo articolo dal titolo “L’Europa taglierà le emissioni di gas serra del 40% entro il 2030“:

“Nelle prime ore di oggi, venerdì 24 ottobre, i Ventotto paesi dell’Unione hanno trovato un sofferto accordo su nuovi obiettivi climatici per il 2030. Tra questi, l’impegno di ridurre le emissioni nocive «di almeno il 40%», rispetto ai livelli del 1990. L’intesa è giunta dopo lunghissime trattative segnate da sensibilità nazionali diverse, in un contesto di crisi economica ed elevata disoccupazione… L’impegno di riduzione delle emissioni del 40% entro il 2030 è vincolante a livello europeo e a livello nazionale. Il secondo obiettivo su cui si sono messi d’accordo i Ventotto – una quota di rinnovabili nella produzione energetica di «almeno il 27%» entro il 2030 – è vincolante a livello europeo ma indicativo a livello nazionale… Si legge nel comunicato: «Questi obiettivi saranno raggiunti nel pieno rispetto della libertà degli stati membri di decidere il loro mix energetico. Non saranno tradotti in obiettivi vincolanti a livello nazionale».”

Lo stesso giorno, qualche ora dopo, la Stampa di Torino nell’articolo “Vertice Ue sul clima, intesa per ridurre i gas serra del 40 per cento entro il 2030

aveva però precisato che “Varsavia ed altre capitali sono riuscite ad ottenere una clausola di revisione per rivedere gli obiettivi dopo i negoziati del 2015, nel caso in cui non si raggiungesse un accordo altrettanto ambizioso a livello globale, con Cina, India e Stati Uniti pronti a impegnarsi allo stesso modo. Circostanza che fa temere un possibile annacquamento degli obiettivi”.

Appare verosimile che le prossime tappe verranno demandate ad una trattativa tecnica, augurandosi che vengano rispettate le pecularietà nazionali. Ma soprattutto confidando che continui a prevalere questo ritrovato buon senso e non il manicheismo fideistico del culto totemico di pale e pannelli fin qui professato dalle burocrazie di Bruxelles.

Prevedibili le reazioni all’accordo europeo dei “portatori di interessi” italiani. il Sole le riassume in un articolo di sabato 25 siglato J.G. dal titolo “Le imprese: un buon accordo. Ora si punti alla competitività“.

Apparentemente soddisfatti Renzi e il Ministro dell’Ambiente Galletti. Così invece la Confindustria, che ha molto ammorbidito i toni allarmistici usati lo scorso gennaio:

«Bene l’accordo politico raggiunto, ma ora è necessario puntare sulla competitività», commenta la Confindustria, la quale «esprime apprezzamento per il ruolo svolto dal governo italiano durante il difficile negoziato, per assicurare che gli obiettivi di sostenibilità ambientale siano perseguiti salvaguardando la competitività delle imprese». Secondo la confederazione «è positivo che sia stato accolto l’appello dell’industria europea ad adottare un unico obiettivo vincolante, quello relativo alla riduzione delle emissioni, lasciando flessibilità agli stati membri nella scelta delle soluzioni tecnologiche più efficienti ed efficaci». L’Europa non può essere lasciata sola nella lotta ai cambiamenti climatici e per questo motivo la Confindustria auspica che nella Conferenza di Parigi 2015 «si raggiunga un accordo per ristabilire condizioni di equità sul mercato internazionale, imponendo alle altre maggiori economie gli stessi obiettivi climatici dell’Ue» e vanno tolte le distorsioni di mercato e di competitività rispetto ai concorrenti europei e non europei”.

Comprensibilmente deluse, invece le “industrie” delle rinnovabili elettriche, fin qui abituate a vedere i propri desiderata prontamente tramutati in legge dai decisori politici, e quelle associazioni ambientaliste schierate da sempre al loro fianco nel nome del solito apodittico ed inaccettabile articolo di fede: “le rinnovabili elettriche: la cosa che più ce n’è meglio è”. E questo nonostante i disastri ormai palesati e l’inefficacia della politica climatica europea dei piani pluriennali di staliniana memoria con valori-obiettivo per ridurre l’emissione globale dei gas serra che, viceversa, aumentano costantemente proprio a causa di questi comportamenti buonisti dell’UE.

Perchè allora continuare ad infliggersi delle inutili sofferenze? Qual è dunque il male di fondo dell’Europa, e dell’Italia in particolare? Senza bisogno di scomodare i teorici del tramonto dell’Occidente, risponde indirettamente Jacopo Giliberto, soddisfatto dell’accordo (sebbene non sia “l’intesa migliore nel migliore dei mondi possibili”), nella sua analisi, sempre sul Sole di sabato, “Il meglio è nemico di ambiente ed economia“:

“L’Europa ha la tendenza a pretendere da sé il meglio-nemico-del-bene. L’Italia ha questa stessa tendenza, ma raddoppiata. Quando in Italia arriva una direttiva europea già sfidante, non si accontentano del bene e pretendono il meglio i parlamentari e i ministri, gli assessori e i consiglieri regionali, provinciali e comunali, e infine le schiere di funzionari pubblici e magistrati che eseguono controllano autorizzano indagano. Sono tutti bravi a esigere il meglio dagli altri… Il rischio c’è anche stavolta sulle emissioni”.

Mai come in questa grottesca vicenda degli obiettivi europei vincolanti e costosissimi e dei disastri da essi provocati al paesaggio e al proprio ambiente, mentre il resto del mondo gonfia di CO2 l’atmosfera approfittando proprio della deindustrializzazione autoinflitta dei Paesi europei, vale quanto affermato la settimana scorsa, giustappunto a Bruxelles, da un esasperato Matteo Renzi che così è sbottato:

“Persino Adenauer e De Gasperi diventerebbero euroscettici per le complicazioni della burocrazia e della tecnocrazia”.

Per chiarire meglio quali sono le critiche principali alla recente politica europea, ed italiana in particolare, in materia di ambiente e energia, conviene però leggere le considerazioni del Presidente PD della Commissione Industria del Senato Massimo Mucchetti, che così chiosa sul suo blog l’intervento del Presidente del Consiglio Renzi in Senato proprio alla vigilia del Consiglio europeo della scorsa settimana:

“Matteo Renzi si è tenuto largo questa mattina in Senato. Ma tre suoi punti meritano maggior precisione.

Il primo è l’impegno a schierare l’Italia per obiettivi di tutela ambientale delle “massima ambizione possibile”. Bene. Ma se l’Unione europea si dà gli stringenti vincoli ambientali indicati dalle democrazie nordiche mercantiliste e non si dà una carbon tax estesa anche alle importazioni dalle altre macroregioni del mondo, che ambientaliste non sono, questa stessa Unione Europea rischierà un doppio autogol: aumentando i costi di produzione favorirà la delocalizzazione di parte del suo apparato industriale, generando disoccupazione, e aumenterà l’inquinamento globale del pianeta, dato che le produzioni verranno fatte in Paesi a basso rispetto ambientale.

Il secondo punto di Renzi consiste nel fissare un obiettivo del 27% di copertura dei consumi energetici da fonti rinnovabili. Il testo non chiarisce bene se i consumi di cui sopra siano quelli totali, nel quale caso c’è ancora parecchio da fare essendo il Paese attorno al 15%, ovvero se i consumi di cui sopra sono quelli elettrici, nel qual caso avremmo già superato l’asticella. Resta che il premier ha criticato l’eccesso di incentivi erogati alle fonti rinnovabili nello scorso decennio. E ha fatto molto bene. Se si devono mettere soldi pubblici in sussidi più o meno mascherati, molto meglio l’efficienza energetica negli edifici e nei trasporti per le evidenti maggiori ricadute positive nel sistema economico nazionale…

Terzo punto, la Russia…”

Già, la Russia… Non è escluso che un colossale black out nel prossimo inverno per carenza di gas renda manifesta l’inutilità di pale e pannelli senza il supporto di un potenziale equivalente in impianti tradizionali per la produzione di energia elettrica. Una simile contingenza concluderebbe istantaneamente questa tragicomica vicenda del ventunesimo secolo, riportando gli europei – soprattutto gli italiani e i tedeschi – con i piedi per terra.

Alberto Cuppini

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