Rapporto RSE: eolico fuori mercato, sistema elettrico troppo oneroso

Giudizi severi sui costi del sistema elettrico nel recente studio dell’ RSE, che però poi rilancia sugli stessi errori già commessi.

rseIn Italia il costo effettivo dell’eolico, data la sua produttività storica, andrebbe collocato sui 140-150 €/MWh, cioè completamente fuori mercato. Si stima in 4,5 miliardi all’anno l’extra costo per un mix di fonti diverso da quello medio europeo, eppure i soli incentivi alle FER elettriche in Italia incidono ogni anno sulle bollette per il triplo. Almeno 3 miliardi di euro potrebbero essere recuperabili attraverso una sopportabile tassazione dell’insostenibile rendita alle rinnovabili elettriche. I costi di dispacciamento aumentano di circa 500 milioni all’anno (e 100 milioni quelli delle nuove reti) per compensare l’improvviso incremento del potenziale non programmabile. In pochissimi anni la spesa complessiva a carico delle bollette per le FER elettriche (incentivi più oneri aggiuntivi da esse determinati) raggiungerà il totale di 20 miliardi annui. Questa spesa, gravata dall’IVA, supererà perciò l’ 1,5% del PIL, per garantire una produzione che equivale appena al 20% del fabbisogno elettrico nazionale. Eppure l’esperienza del disastro fin qui combinato non è servita a niente ed a Roma si intende rilanciare nella scommessa già perduta. Previsto a regime un capacity payment annuo di 1,7 miliardi.

Chi è l’ RSE? Con un brutale traslato, e saltando un paio di passaggi, rispondiamo sinteticamente: l’ RSE è il Governo italiano. Per essere più precisi: Ricerca sul Sistema Energetico spa è una società per l’attività di ricerca nel settore energetico – ed elettrico in particolare – controllata dal GSE. Il Gestore Servizi Energetici spa, a sua volta, è una società controllata dal Ministero dell’Economia. E dunque… Recentemente il GSE (per fatturato la quarta azienda italiana a causa soprattutto dell’entità delle incentivazioni alle rinnovabili elettriche, che è solo uno dei suoi compiti istituzionali) è stato oggetto di un articolo fortemente critico di Claudio Gatti (“Quanta politica nell’energia“) del Sole 24 Ore. Nell’articolo, di cui raccomandiamo la lettura integrale, si parla senza mezzi termini di “propensione ai rapporti a rischio incesto”. In questo contesto istituzionale pieno di ambiguità quello che più preoccupa è però che, anche quando cambiano i Governi, questo GSE rimane. E la tecnostruttura del GSE, per sua stessa natura, è portata ad aumentare i propri poteri discrezionali, ampliando gli ambiti di intervento ed il fatturato. Ma di questo ci occuperemo un’altra volta.

Quello che ci interessa oggi è “solo” la presentazione – e la nostra critica – di un denso studio dell’ RSE intitolato “Energia elettrica, anatomia dei costi“, presentato lo scorso 9 dicembre e di cui si è occupato il Sole dello stesso giorno con un articolo di Federico Rendina dal titolo “Elettricità, 10% dei costi ingiustificati“, a cui rinviamo volentieri come introduzione. Ci pare tuttavia che all’ottimo Rendina siano sfuggiti alcuni punti fondamentali di questa ricerca sull’attuale – drammatica – situazione del sistema elettrico italiano e sulle sue prospettive al 2030. Integriamo quindi volentieri il lavoro del Sole con alcune osservazioni, sfruttando il potenziale della interattività e facendo costante riferimento, per essere meglio compresi, alle slide utilizzate dallo stesso RSE durante la presentazione.

Per questo motivo preferiamo commentare l’enorme messe di informazioni, che l’ RSE ci fornisce, in modo non sistematico, ma seguendo, per favorire i nostri lettori, rigorosamente l’ordine degli argomenti così come vengono proposti dagli autori, pagina per pagina. Consigliamo perciò a chi ci legge in linea di tenere aperto anche il PDF della presentazione dell’ RSE o, meglio ancora, di stampare le pagine che lo interessano della presentazione, da noi qui commentate ad una ad una, prima di proseguire la lettura di questa nostra analisi critica.
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Il prezzo dell’energia elettrica in Italia è esageratamente alto. Questo si sapeva. Gli autori proveranno in seguito (senza riuscirci bene) a dimostrare il perchè. Due osservazioni su questa pagina:

1) Cominciamo dalla meno importante: l’alto prezzo dell’energia elettrica in Italia colpisce in particolare, anche in termini percentuali, chi consuma molta energia e non ha il potere contrattuale dei grandi gruppi industriali energivori di farsi concedere dei sussidi statali a parziale ristorno degli extra-costi indotti dalle FER elettriche. Ci riferiamo dunque alle PMI, spina dorsale del “sistema Italia”. I consumi domestici per chi consuma poco appaiono l’unico prezzo al consumo sotto la media UE.

2) Si conferma anche in questo lavoro di analisi un drammatico errore di prospettiva. Si offre una tavola per un meritorio – ed imbarazzante – confronto con gli altri Paesi UE ma manca qualunque riferimento a tutti gli altri nostri concorrenti globali. Quest’anno ricorre il centenario dello scoppio della prima guerra mondiale: qualcuno crede ancora, dopo un secolo, che la politica e l’economia siano, come allora, eurocentriche. Se fossero stati inseriti nella tavola i prezzi dell’energia elettrica anche solamente degli Stati Uniti e della Cina (che sono i grandi inquinatori mondiali e che si disinteressano delle politiche per il controllo del clima per tenere bassi i propri costi industriali) si sarebbe ufficialmente certificato la causa della morte prossima ventura del nostro sistema economico.

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Facciamo rilevare una grave scorrettezza formale per avere utilizzato, sull’asse delle ordinate del grafico, dove sono riportate le potenze installate, una unità di misura diversa nel primo segmento (tra zero e 10 TW) rispetto ai successivi. La qual cosa, anche se fatta per evidenziare l’improvviso sviluppo di uno stato patologico nel settore degli impianti eolici e fotovoltaici negli ultimi anni, andrebbe accuratamente evitata per non compromettere la credibilità scientifica del lavoro. Un’altra grave lacuna è la mancanza del grafico dedicato agli impianti a bioenergie. Appare tuttavia chiaro, anche graficamente, l’effetto immediato sull’innaturale esplosione delle rinnovabili elettriche (e dei costi relativi) di tre importanti decisioni politiche degli ultimi anni:

1) La grande apertura dei cordoni della borsa degli incentivi dell’ultimo Governo Prodi nel 2007, con una raffica di provvedimenti a favore di fotovoltaico ed eolico. Quel Governo ha scoperchiato il vaso di Pandora, facendo impennare il trend di crescita di questi settori e fornendo ad un numero relativamente piccolo di soggetti privati enormi risorse economiche pubbliche in grado di condizionare le scelte della politica anche negli anni successivi. Tale sistema perverso di incentivi è presto diventato eterodiretto ed appare ora in grado di autoalimentarsi in eterno con i soldi dei consumatori.

2) L’ultimo conto energia a favore del FV inserito surrettiziamente nel cosiddetto “decreto salva-Alcoa” voluto nel 2010 dall’ultimo Governo Berlusconi. Quel decreto ha immediatamente trasformato il grafico del settore eolico-FV, già in crescita esplosiva, in una linea asintotica, culminando con l’inopinata installazione di quasi 10 GW di pannelli FV nel solo 2011.

3) L’intervento correttivo del 2012 ad opera di Passera, Ministro dello Sviluppo Economico del Governo Monti, che ha cercato di limitare l’esplosione della spesa per incentivi ormai fuori controllo attraverso la modifica dei sistemi incentivanti e la fissazione di un tetto massimo annuale di spesa per incentivi (ma che adesso il Viceministro del MiSE De Vincenti vorrebbe alzare).

Nonostante questo, la spesa per incentivi precedentemente garantiti ci perseguiterà, senza una adeguata tassazione di queste rendite del tutto ingiustificate in simili dimensioni, fino al 2032. L’effetto immediato dei provvedimenti voluti da Passera si possono osservare nel flesso della curva del grafico di eolico e FV, che da quel momento assume una concavità rivolta verso il basso.

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Si illustra in maggiore dettaglio l’effetto delle politiche di incentivazione delle FER elettriche. Faccio notare che in questo diagramma ci si occupa della produzione di energia elettrica, e non di potenza installata come in quello di pag. 5. Gravissima, anche perchè dà l’impressione di essere volontaria, la mancanza del grafico della produzione da fonte idroelettrica, che sarebbe andato fuori scala. La presenza di questo grafico avrebbe fatto sorgere ovvie domande al lettore sul perchè, sebbene con potenziale elettrico inferiore alla somma del FV e dell’eolico, l’idroelettrico produca immensamente di più. Forse non si vuole fare notare la cosa perchè le grandi dighe hanno costi ormai da tempo ammortizzati ed investire nella loro manutenzione, che porterebbe ad enormi aumenti di produzione di energia pulita, non permetterebbe di distribuire regalie sotto forma di incentivi?

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Qui viene applicato il parametro “oggettivo” del Lcoe (vedi articolo del Sole). Ma ci sono troppe differenze minimo-massimo per giudicare e confrontare le diverse FER, anche prescindendo dal fondamentale problema delle “esternalità” che lo studio trascura completamente ed a cui accenneremo in seguito. Lo studio RSE per quanto riguarda il costo di generazione dell’eolico dà un range di 100-150 €/MWh, ma se si guarda nel dettaglio (a pagina 48 del testo integrale dello studio) si scopre che i 100 euro a MWh si riferiscono a siti con una producibilità pari a 2350 ore all’anno, mentre i 150 euro riguardano i siti a 1500 ore. Risulta di conseguenza che in Italia il costo effettivo dell’eolico, data la sua produttività storica, andrebbe collocato sui 140-150 €/MWh. E cioè completamente fuori mercato, ovviamente escludendo l’ipotesi di sussidi eterni alla produzione.

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L’analisi dei grandi numeri nella differenza nel mix delle fonti rende evidenti quelle conclusioni tratte dall’articolista del Sole che servono, ma solo in parte, a giustificare una differenza di prezzo dell’energia italiana rispetto ai partner UE. Solo in parte, ripetiamo, perchè la grande differenza è rappresentata dagli incentivi alle rinnovabili, andati fuori controllo. Ma lo vedremo in seguito.

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A dimostrazione di quanto precedentemente affermato, qui si stima in 4,5 miliardi all’anno l’extra costo per un mix di fonti diverso da quello medio europeo. Facciamo notare che i soli incentivi alle FER elettriche in Italia incidono ogni anno sulle bollette per il triplo! Un ordine di grandezza analogo a questi 4,5 miliardi sarà invece molto presto raggiunto per i soli oneri di dispacciamento provocati dalle rinnovabili non programmabili, dei quali però nessuno, in Italia, si occupa nel dettaglio.

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Osserviamo con sorpresa che le “esternalità” considerate (in base a parametri proposti dall’Agenzia Europea per l’Ambiente) riguardano esclusivamente l’emissione di gas con effetti sull’atmosfera. Tutte le altre “esternalità” (che sono proprio quelle che i comitati della Rete della Resistenza sui Crinali combattono) non vengono minimamente prese in considerazione. Eppure sarebbe stato possibile farlo. Gli strumenti offerti da una moderna analisi costi-benefici in un’ottica di utilità pubblica (ECBA – Environmental Cost Benefit Analysis, che si accompagna allo strumentario convenzionale dell’analisi costi-benefici) permetterebbe la valutazione economica di tutte le esternalità ambientali. Che da questo studio vengono volutamente ignorate. E dunque niente danni al paesaggio, all’ambiente, alla salute eccetera eccetera, giungendo perciò artatamente a risultati artificiosi e del tutto fuorvianti riguardo alla competitività dell’eolico-industriale. In questo modo la fonte eolica, cioè scontando solo i costi dei gas e non quelli corrispondenti ad altre evidenti negatività, sembrerebbe aumentare la propria competitività rispetto ad altre fonti. Del pari vedremo in seguito che saranno ignorati da questo studio i recenti aumenti dei costi di dispacciamento, di fatto attribuibili in toto alle FER non programmabili.

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Ecco la prova provata: l’eolico, secondo i ricercatori dell’ RSE, non ha praticamente costi esterni. E non ne ha neppure l’idroelettrico… Tutte le organizzazioni ambientaliste italiane, che hanno firmato il recente appello per la salvaguardia dei corsi d’acqua dall’eccesso di sfruttamento idroelettrico, hanno quindi preso un clamoroso abbaglio collettivo. Pare dunque che non ci sia niente da preoccuparsi. Cadono le braccia di fronte a tanta (apparente) ottusità.

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Questi risultati sono volutamente fuorvianti. Si dovrebbe provare a calcolare il “merit order” con l’Environmental Cost Benefit Analysis. I risultati cambierebbero drasticamente e l’eolico perderebbe posizioni. A maggio ragione, come vedremo poi, ne perderebbe se venissero conteggiati quei costi di dispacciamento che sono da attribuire alle sole FER non programmabili.

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Dal grafico a torta si può osservare con immediatezza come gli oneri indotti dalle rinnovabili (ed in particolare quelle non programmabili come il FV e l’eolico) hanno ormai lo stesso ordine di grandezza dei costi di approvvigionamento e vendita di tutta l’energia consumata in Italia. Tratteremo più in dettaglio la cosa in seguito. Per il momento vorremmo fare notare che la pur enorme percentuale dei costi imputati al dispacciamento (il 6% secondo l’ RSE) non coincide con quella (9,77%) recentemente calcolata in un analogo studio del Nus Consulting Group, di cui si è occupato il Sole 24 Ore dello scorso 17 novembre nell’articolo di Enrico Netti “Gli oneri appesantiscono la bolletta“.

Raccomandiamo l’attenta lettura di questo articolo nell’edizione cartacea del giornale, se possibile, dove è presente una tavola molto esplicativa dell’aumento degli oneri ancillari provocati dalle rinnovabili non programmabili. Si tratta, per la sola percentuale del dispacciamento, di una differenza enorme, nell’ordine di oltre il 50% in più, e cioè di circa un miliardo e mezzo di euro. La differenza a che cosa è dovuta? Forse l’ RSE tende a sottostimare la crescita impetuosa dei costi di dispacciamento (nell’ordine dei 500 milioni all’anno) che il Nus Consulting stigmatizza e che (per deduzione) andrebbero ascritti all’improvvisa irruzione del massiccio potenziale eolico e FV degli ultimi anni? Qualcuno se ne potrebbe occupare con più chiarezza, specificando anche chi sono i beneficiari di queste enormi somme?

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Qui si ammette onestamente (noi non avevamo dubbi) che il costo di approvigionamento dell’energia elettrica in Italia nel 2013 (proseguito anche nel 2014) è calato, oltre che per la riduzione dei consumi, per la diminuzione del prezzo delle fonti (del gas, in particolare). L’aumento dell’offerta di energia elettrica prodotta da FER non ha quindi avuto, nella riduzione del prezzo di mercato all’ingrosso dell’energia elettrica, quel ruolo decisivo che si vorrebbe contrabbandare. Altrimenti non si sarebbe potuto spiegare come mai l’effetto di riduzione di costi dovuta alla massiccia installazione di pale e pannelli non fosse già apparso nel 2011 e nel 2012. E neppure si giustificherebbe il rimbalzo del prezzo di Borsa dell’energia elettrica avvenuto lo scorso ottobre.

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Auspichiamo che Governo, GSE ed AEEG, in futuro, dedichino maggiore attenzione e forniscano maggiori informazioni al pubblico circa i costi di dispacciamento. Questi costi, come si osserva dal grafico della pagina successiva, aumentano di circa 500 milioni all’anno per compensare l’improvviso incremento del potenziale non programmabile installato. Non sono una sorpresa. Durante il dibattito parlamentare per la scelta della fonte energetica che avrebbe dovuto sostituire il nucleare dopo il referendum del 1987, in seguito all’incidente di Chernobyl, proprio i costi di dispacciamento vennero considerati dirimenti – essi soli, perchè nessuno allora considerava la necessità di incentivare l’eolico, di cui si prevedeva una produttività di 3000 ore all’anno – per la scelta dell’eolico. La spesa, allora giustamente prevista come esorbitante ed inaccettabile, per equilibrare un sistema elettrico alimentato con fonti intermittenti di energia, viene perciò confermata dai fatti. E in più, rispetto a quanto previsto nel 1987, adesso ci sarebbe pure la spesa per l’incentivazione delle FER, attesa all’uno per cento del PIL ( ! ) nel 2016…

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L’andamento dei costi di dispacciamento viene reso con maggiore drammaticità in questi grafici, ed in particolare in quello di sinistra (Totale). L’ RSE denuncia esplicitamente un “incremento costante negli anni, determinato dalla crescita delle fonti rinnovabili non programmabili”. Osserviamo che i costi totali annui di dispacciamento dal 2010 al 2013 sono aumentati di circa 2 miliardi ( ! ) Se, per correttezza di analisi, imputassimo questi 2 miliardi di maggiori costi alla sola installazione di un enorme potenziale di FER elettriche non programmabili che produce non più di 40 TWh annue complessive, per calcolare i costi dei MWh prodotti con eolico e FV (e poco altro) dovremmo aggiungere altri 50 euro per ogni Mwh non programmabile prodotto in Italia (due miliardi di euro diviso 40 milioni di MWh), modificando così drammaticamente in peggio il costo “sociale” di tale forma di energia e quindi la sua competitività. Al punto da renderla improponibile.

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Al contrario di quanto sarebbe stato logico attendersi, in questo grafico l’ RSE commette invece una palese scorrettezza, spalmando i costi di dispacciamento su tutta l’energia elettrica consumata in Italia, e non solo sulla produzione di quella non programmabile, che cagiona gran parte di questi costi. In questo modo si lascerebbe intendere che il corrispettivo unitario medio annuo in bolletta di tali costi per il 2013 sarebbe di poco superiore a 11 euro per ogni MWh (1,1 centesimo di euro al kWh), perchè l’enorme spesa totale per il dispacciamento è stata divisa per i 300 TWh consumati, mentre abbiamo visto che, per correttezza, essa andrebbe imputata solo alle rinnovabili non programmabili, con risultati per MWh ben più impressionanti.

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Da questa tavola osserviamo che, in costanza di spesa per la voce “Distribuzione e misura”, la spesa per la voce “Trasmissione” si dimostra in sensibile, costante aumento dal 2009 (in media 100 milioni in più all’anno). Non ci sono dubbi che gran parte di questi aumenti siano provocati dalle ingenti spese per sviluppare la rete elettrica e collegare ad essa le migliaia di impianti FER disseminati ovunque che sono stati costruiti in quegli stessi anni. Anche queste sono cifre che andrebbero indagate con molta maggiore cura dalle pubbliche autorità, come nel caso della voce “Dispacciamento”. A questo proposito va tuttavia precisato che, rispetto al dispacciamento ed agli incentivi, gli extra oneri di rete sono decisamente inferiori (nel 2013 la spesa per le reti è stata di 500 milioni in più rispetto al 2009) e che la spesa per le reti, una volta costruite, non deve essere, al contrario delle altre due categorie di oneri, reiterata annualmente. Dal punto di vista delle popolazioni interessate, invece, il vero problema delle reti, enormemente incrementate nella lunghezza complessiva e nella dimensione dei tralicci, non appare tanto quello dei costi, quanto piuttosto quello della loro intrusività nel territorio, che va ad aggiungersi a quelle tante esternalità negative degli impianti FER che non vengono riconosciute in questo studio.

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In questa pagina vengono brevemente descritti gli oneri di sistema che gravano sulle bollette elettriche. L’analisi quantitativa di tali oneri viene invece mostrata nella tavola della pagina successiva. La cosa più interessante da notare in questa pagina si trova in corrispondenza della descrizione della nuova componente Ae, dove si specifica che tale onere, a favore degli energivori e di dubbia legittimità, è comparso solo nelle bollette del 2014 e perciò è rimasto escluso da questo studio. Non siamo perciò ancora in grado di sapere neppure se tale cortese omaggio agli energivori sia stato di 600 milioni annui, come annunciato a suo tempo dal Governo Letta alla stampa, oppure 820 milioni, come affermato da Assoelettrica.

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E dunque al totale degli oneri di sistema presenti in questa tavola dovranno essere sommati, dal 2014, pure le molte centinaia di milioni per la componente Ae. Anche da un’occhiata superficiale a questa tavola si evince che, ormai, la voce “Oneri di sistema” è quasi tutta da imputare agli incentivi alle rinnovabili che, è bene ricordarlo, non sono neppure tutti compresi in A3. Per togliere validità al trito argomento che gli oneri di sistema servono anche per lo smantellamento delle centrali nucleari (sebbene in realtà ormai non venga più smantellato niente e questi soldi – 170 milioni nel 2013 – prendano chissà quale destinazione) è utile fare notare che la componente relativa (A2) rappresenta appena l’uno per cento della spesa della componente A3. Lo stesso RSE riconosce: “Crescita imponente degli oneri di sistema dovuta alla componente A3 (fonti rinnovabili non programmabili)”. Cioè eolico e fotovoltaico.

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Ripetiamo che non tutti gli incentivi, neppure quelli espliciti che compaiono sul contatore del GSE, finiscono nella componente A3. In particolare sono esclusi da A3 quei certificati verdi che non vengono acquistati dal GSE e che sono perciò calcolati nel contatore attraverso procedimenti deduttivi. Specularmente, non tutti gli incentivi che compaiono in A3 riguardano le rinnovabili, essendovi ricomprese anche le “assimilate CIP 6”. Queste incentivazioni CIP 6 sono peraltro ormai in via di esaurimento e lo stesso RSE le definisce qui “marginali”. Interessante leggere che “dei quasi 11 miliardi di euro di incentivi alle rinnovabili (e si fa riferimento solo agli incentivi in A3. Ndr), RSE stima che 3-4 miliardi eccedano il corrispondente valore basato sugli attuali LCOE”. Noi siamo convinti che tale valore in eccedenza sia di gran lunga superiore, ma, anche così, questa è una prova concreta del fatto che almeno 3 miliardi di euro potrebbero essere recuperabili attraverso una adeguata tassazione di una insostenibile rendita che appare sempre più chiaramente un puro scambio clientelare a favore di piccole ma organizzatissime ed aggressive lobby.

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Questa pagina dà l’idea di quanto pesino le imposte sull’energia elettrica. Divertente (e sintomatico del clima da basso impero che si sta vivendo) apprendere che in Italia si paga l’IVA anche sulle accise. Naturalmente si paga l’IVA anche sugli incentivi (un’altra tassa su una tassa, ancorchè occulta). Fa piacere apprendere che, a quanto si legge qui, la maggior parte delle tasse sugli incentivi vengono gravate da una aliquota IVA non del 10 ma del 22%. Considerando che nel 2016, come da noi calcolato su dati AEEG, si pagheranno in totale 15 miliardi di soli incentivi, lasciamo ai lettori il piacere di determinare grosso modo l’entità dell’IVA corrispondente. Ma comunque, anche senza IVA, in pochi anni la spesa complessiva per le FER elettriche (incentivi più oneri aggiuntivi da esse determinati) a carico delle bollette raggiungerà il totale di 20 miliardi annui. Questa spesa, gravata dall’IVA, supererà perciò presto l’ 1,5% del PIL. Un costo niente male per una produzione incentivata che equivale appena al 20% dei consumi elettrici nazionali.

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Dal riassunto della bolletta elettrica nazionale (al netto delle imposte), che nel 2013 è ammontata a 45 miliardi, si può osservare che la diminuzione di oltre 4 miliardi del prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica (la voce “approvvigionamento”) ha più che compensato il balzo di 2,5 miliardi delle componenti A (abbiamo visto che si tratta sostanzialmente della sola A3 e cioè degli incentivi alle rinnovabili) e di 0,5 miliardi degli oneri di dispacciamento. Sappiamo che la stessa tendenza si è verificata anche nel 2014, determinando quella diminuzione della bolletta elettrica del 3% recentemente annunciata dall’AEEG. Qualora il prezzo di mercato della materia prima (e del gas in particolare) dovesse risalire, però, il peso in bolletta di tutti gli extra costi per lo sviluppo delle FER elettriche si manifesterebbe in tutta la sua drammaticità, trascinando definitivamente a fondo l’economia italiana.

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Qui c’è il riassunto della bolletta elettrica nazionale con le imposte, che assommano a oltre 7 miliardi di IVA e ad oltre 2 miliardi di accisa. E dunque il totale delle bollette pagate nel 2013 dagli italiani ammonta a circa 55 miliardi. Faccio notare che la spesa totale delle bollette è diminuita rispetto al 2012 di circa il 2%, ma i consumi si sono ridotti del 3%. Mi preme qui sottolineare, per un prossimo utilizzo, che il totale dei consumi finali del 2013 è stato di 296,5 TWh, in diminuzione di oltre 10 TWh rispetto al 2012. Già sappiamo che anche i consumi 2014 sono diminuiti di circa 10 TWh. Per tre anni consecutivi, quindi, – dal 2012 al 2014 – si è registrata una diminuzione dei consumi elettrici della stessa entità. Difficile pensare ad un caso… Molto utile notare che il costo unitario medio di fornitura è stato nel 2013 di 18,53 centesimi di euro al kWh, cioè di 185,3 euro al MWh. Anche se tale valore (calcolato dividendo il totale della bolletta per i consumi finali) viene riportato “a puri fini esemplificativi”, desta una forte sensazione sapere che il prezzo medio di Borsa dell’energia elettrica nel 2014 è oscillato per molti mesi attorno ai 50 euro per MWh. Questo a conferma che, nel prezzo finale dell’energia elettrica in bolletta, la componente di mercato è diventata ormai nettamente minoritaria e la tendenza in atto mostra un ritorno ad un prezzo vieppiù in regime di tariffazione, come ai tempi del monopolio pubblico dell’ENEL, quando però il prezzo da far pagare alla comunità per l’energia elettrica (comprese le passività accumulate dall’ENEL non riportate in bolletta) era enormemente inferiore. Dopo una ventina d’anni di liberalizzazione del settore elettrico questo esito è sconfortante. Se poi consideriamo che, tranne per la telefonia, la tendenza ad un enorme aumento dei costi di tutte le utilities, dopo le privatizzazioni degli anni Novanta, è un fatto ormai acclarato, le conclusioni da trarre non depongono certo a favore di un felice connubio tra Italia e liberalismo. I gruppi privati appaiono in grado di fare il bello e il cattivo tempo, condizionando le strutture stesse dello Stato, a prescindere da quale sia il Governo in carica. Con tutte le ulteriori conseguenze che da ciò potranno derivare.

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Eppure il peggio deve ancora arrivare. Finora nello studio dell’ RSE si è parlato di dati storici. Da questo momento in avanti si parlerà di scenari al 2030, sviluppati in collaborazione con l’ENEA. Si capirà che l’esperienza del disastro fin qui combinato non è servita a niente e che si intende rilanciare nella scommessa, già perduta, sulle rinnovabili elettriche. Nella migliore delle ipotesi, gran parte degli scenari che vengono proposti di seguito derivano infatti non da considerazioni razionali basate sull’esperienza ma da un articolo di fede in queste tecnologie fallimentari. Se errare umano, perseverare è diabolico.

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Proponendo la prima tavola, concernente la prevista evoluzione della domanda elettrica al 2030 ripartita tra i diversi settori dell’economia, si parte subito malissimo. Si fanno i calcoli su una richiesta annua della rete di 328 TWh nel 2012, mentre, come abbiamo detto, sappiamo già fin da ora che sono una ventina di meno. Rifacciamo dunque i calcoli, più correttamente, partendo da un fabbisogno base ipotizzato di 308 TWh nel 2014. Il valore obiettivo di 384 TWh al 2030 (che oltre tutto tiene in considerazione auspicabili ma non probabili “azioni di efficientamento” per ridurre i consumi) prefigura dunque un aumento complessivo, al netto dell’ “efficientamento”, del 24% del fabbisogno elettrico nazionale. Eppure si viene, come abbiamo visto, da un collasso triennale di tale fabbisogno (effetto ed insieme causa della crisi economica) di oltre il 3% all’anno. Proporre come base di lavoro, per elaborare uno scenario al 2030, un simile aumento, senza la comparsa di alcun valido motivo di interruzione di una tendenza alla diminuzione dei consumi elettrici in atto ormai dal 2007, è, per l’appunto, un atteggiamento fideistico. Evidentemente a Roma ci si attende, chissà perchè e comunque contro l’esperienza ed il senso comune, un imminente nuovo miracolo economico italiano. Se la tecnocrazia che guida l’Italia inizia a ragionare in termini miracolistici, il Paese non avrà vita lunga. L’annunciato “incremento nell’utilizzo di pompe di calore per il riscaldamento” sarebbe in teoria una splendida iniziativa governativa per rompere l’attuale tendenza pluriennale al declino. Un simile volano per l’economia nazionale sarebbe da incentivare con la massima determinazione, se non fosse che, nella realtà, tutti gli incentivi sono stati, sono e (come si intuisce leggendo tra le righe di questo studio) saranno drenati senza motivazioni (accettabili) dalle inefficienti rinnovabili elettriche.

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Nella seconda tavola si tratta dell’aumento della produzione nazionale di energia elettrica al 2030, disaggregandolo nelle sue componenti. Naturalmente anche qui si parte rendendo omaggio al sacro dogma dell’incremento della produzione da FER. In realtà, analizzando i dati in dettaglio, il maggiore sforzo per l’aumento della produzione elettrica nazionale, prevista a 360 TWh nel 2030 (pari a + 29% rispetto al 2012), viene in gran parte riservato al gas (+ 66%). Una simile scelta lascia attoniti, specie dopo avere deprecato in precedenza la scelta di un mix di fonti troppo costoso, ma soprattutto in un contesto internazionale in cui la sicurezza delle forniture di gas dall’estero è esposta a fortissimi rischi. Una tale opzione può essere giustificata solo dall’ipotesi che si intenda sovradimensionare, ignorando la drammatica fine di Sorgenia, il settore degli impianti a ciclo combinato come supporto alle rinnovabili non programmabili. Tutto, come sempre, è questione di volontà (una volontà alfieriana, in questo caso) piuttosto che di prezzo, ma non ci si può nascondere un forte sconcerto. La produzione da FER si intenderebbe in aumento del 23%, con un incremento record (indovinate un po’!) dell’energia da eolico, ed in particolare dell’eolico on-shore. L’aumento proposto per quest’ultimo è del 46%. In costanza di produttività di questi impianti, ci sarebbe quindi da attendersi (ma scopriremo che non è così) da oggi al 2030 un aumento di potenziale eolico installato a terra di circa 4,5 GW (attualmente siamo infatti attorno ai 9 GW). Ossia, per intenderci con un esempio, altre 4.500 pale da un MW, alte complessivamente 100 metri ciascuna, sui crinali italiani. Ammesso di trovare ancora siti con una ventosità almeno equivalente a quelli già sfruttati, auspicabilmente senza sfregiare zone di particolare pregio, anche se questo particolare, agli ingegneri dell’ RSE, non interessa niente. Molta parte di questa maggiore produzione eolica, si deduce dalla tabella, verrà destinata ai pompaggi. Con ulteriore deduzione si ricava che si dovranno, per questo fine, approntare nuovi invasi, e quindi nuove spese ed ulteriori danni ambientali.

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E invece no. Nella tavola che illustra lo sviluppo progressivo della nuova capacità di produzione da FER nel periodo 2014-2030 non ritroviamo gli attesi 4,5 GW di nuovo eolico on-shore al 2030, ma ben 12 GW! Come spiegare una simile incongruenza? Evidentemente nel totale al 2030 sono comprese anche le sostituzioni delle pale già esistenti. Pare dunque che si dia per scontato (come noi stessi riteniamo) che quasi nessuno degli aerogeneratori attualmente esistenti sarà ancora attivo nel 2030, ma dovrà essere rimpiazzato. Questa, tuttavia, è solo un’ipotesi, che andrebbe confermata. Sarebbe la dimostrazione implicita del fallimento dell’incentivazione fin qui effettuata nell’eolico, che attualmente risulta essere, nel contatore del GSE, pari a 1,4 miliardi di euro all’anno, per sussidiare molte migliaia di pale che dovranno essere rottamate – e subito sostituite – entro il 2030. Esilarante leggere, in fondo alla pagina, che il costo cumulato degli investimenti (si suppone che si stia parlando di incentivi) in questi nuovi 32 GW di impianti FER nel periodo 2014-2030 sarà “appena” di complessivi 48 miliardi. Ricordo che il costo cumulato, calcolato da Assoelettrica nel 2012, di una quantità inferiore di FER già incentivate assommava a 230 miliardi (ripeto: duecentotrenta miliardi di euro).

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Ora vediamo come si ricava questa spesa futura miracolosamente bassa. In buona sostanza, si intuisce, in due modi: a) confidando vanamente, come già si fa ormai da una dozzina d’anni, in un miracoloso avvicinamento alla grid parity, con incentivi ridotti ad un ruolo puramente marginale e b) utilizzando in misura maggiore i cosiddetti “incentivi impliciti”, che sono incentivi come gli altri ma che, per decisione arbitraria del GSE contro il dettato del decreto attuativo del 6 luglio 2012, non vengono fatti comparire nel contatore e che perciò sono estremamente difficili da monitorare. L’ RSE in questa pagina ne elenca tre categorie, ma lascia intendere che ce ne possano essere altre:

1) Autoconsumo esentato da oneri

Si fa evidente riferimento a due forme di incentivazione: il ritiro dedicato e lo scambio sul posto. Attualmente esse comportano spese molto considerevoli: nella “relazione sullo stato dei servizi” di quest’anno, l’AEEG fa rilevare che, per il 2013, sono stati posti a carico della componente tariffaria A3 338 milioni di euro per il ritiro dedicato e 105 milioni per lo scambio sul posto. In buona sostanza: un altro mezzo miliardo di incentivi che dovrebbe essere aggiunto al contatore del GSE ma che viene invece tenuto celato.

2) SEU (Sistemi Efficienti di Utenza)

Si tratta di uno dei tanti oneri ingentissimi definiti “impliciti” dall’AEEG. L’Authority, nella memoria per l’audizione presso la X Commissione Industria del Senato sui prezzi dell’energia elettrica del 9 luglio del 2013, li stima complessivamente in 1,2 miliardi all’anno. E’ opportuno ripetere alla lettera quanto sostenuto dall’AEEG in quella alta sede istituzionale, che dovrebbe suonare come un preciso monito all’ RSE ed al GSE in genere: “L’entità delle agevolazioni implicite rischia di sfuggire al controllo e … può portare a realizzare iniziative inefficienti: per esempio, oggi l’extra-onere derivante dall’esenzione del pagamento della A3 per reti interne di utenza (RIU), i SEU e i sistemi ad essi equiparati (SESEU), è stimabile in circa 1,2 miliardi di euro all’anno. L’Autorità ritiene che questi meccanismi debbano essere adeguati agli obiettivi di efficienza allocativa e di sostenibilità ambientale e che, dunque, debbano in primis essere resi espliciti”.

3) Sgravi fiscali

Questi sono, tra tutti, gli “incentivi impliciti” più occulti. Non c’è traccia alcuna della loro entità, salvo errore, in nessun documento ufficiale. Proprio per questo motivo, l’attuale strategia dei lobbysti pare essere quella di pretendere il trasferimento dei sussidi di cui attualmente godono dalle forme di incentivazioni tradizionali a questi incentivi più opachi e di più difficile quantificazione e controllo. Auspichiamo che l’AEEG fornisca in futuro una propria stima anche dell’entità annuale di tali sgravi, come ha fatto per le altre due tipologie prima illustrate.

Ma, tornando agli incentivi tradizionali, scopriamo, con divertita sorpresa, che, nel grafico di pagina 42, questi incentivi per l’eolico on-shore al 2030 vengono previsti attorno ai 200 milioni di euro all’anno. 200 milioni per sussidiare 12 GW di nuovo (o rinnovato) eolico a terra quando attualmente, per sussidiarne “solo” 9 GW, si spendono 1,4 miliardi all’anno! Si tratta di una previsione inaccettabile. Ci possono essere tre spiegazioni (o una combinazione di esse) per un simile svarione: a) i ricercatori dell’ RSE sono dei mattacchioni superficiali che amano scherzare; b) i ricercatori dell’ RSE sono ingegneri purissimi e, così come non hanno alcuna percezione dei danni paesaggistici, ambientali e sociali dell’eolico, hanno scarsa dimestichezza anche con la ferrea logica economica dei costi e dei ricavi; c) queste previsioni di spesa vengono volutamente sottostimate (come si fa d’altronde da una dozzina d’anni) per proseguire la costosissima e disastrosa politica energetica basata sulle rinnovabili elettriche senza allarmare i politici e l’opinione pubblica.

Pagina 43

Ecco allora compiersi il miracolo in questo grafico: al 2030 si installerà una quantità impressionante di nuovi impianti FER con costi aggiuntivi trascurabili rispetto agli attuali, che da soli stanno trascinando a fondo la competitività delle aziende italiane. Così l’ RSE descrive l’evoluzione virtuosa dei costi per incentivi: “l’ulteriore crescita delle Rinnovabili Elettriche (si notino le iniziali in maiuscolo. Ndr) avviene con una spesa per incentivazione che sostanzialmente non supera mai i livelli attuali e anzi tende a decrescere”. Se questo fosse vero (e non lo è, evidentemente) sarebbe opportuno che la Magistratura contabile (e forse anche l’ordinaria) indagasse il motivo per cui attualmente stiamo spendendo 12 miliardi all’anno per incentivi espliciti alle rinnovabili quando questi stessi impianti si sarebbero potuti costruire da qui al 2030 spendendo solo una piccola frazione di tale cifra. Questo grafico basta, da solo, a togliere credibilità a tutta questa ricerca sullo scenario energetico al 2030.

Pagina 44

Magnanimamente vengono messe in conto altre spese: si tratta di somme enormi, ma che scompaiono di fronte alle centinaia di miliardi di debito occulto già accumulato per gli incentivi attualmente in essere. Si riconosce in primo luogo che si dovrà remunerare tutta la generazione programmabile: si sta parlando, senza nominarlo, del famigerato capacity payment per permettere di sostenere, senza farli produrre, quegli impianti programmabili che dovranno fungere da tampone per le rinnovabili non programmabili. Vedremo in seguito l’entità (impressionante) di tale onere. La seconda voce di spesa che ci interessa è quella del “potenziamento” della rete: 9 miliardi alla Terna per collegare le centinaia (o migliaia?) di nuove centrali al proprio sistema ad alta tensione e 7 miliardi per rendere la rete “smart”. Queste cifre, in valore assoluto, sono ingentissime, eppure appaiono, a prima vista, molto sottostimate. Anche sull’ordine di grandezza di queste voci previsionali di spesa mancano, al momento, attendibili analisi costi-benefici realizzate da organismi indipendenti.

Pagina 45

Eppure, nonostante queste visioni molto ottimistiche (un ottimismo al limite del misticismo) sui costi delle nuove rinnovabili elettriche, il costo medio dell’energia elettrica in Italia, già ora a livelli insostenibili, viene previsto in aumento (del 9%) al 2030. La causa principale è l’aumento della voce “costo dell’energia”. Si immagina che questo sia imputabile alla scelta di privilegiare ancora di più il gas come combustibile e, ci pare di intuire, di trasformare gli attuali incentivi espliciti alle rinnovabili in incentivi impliciti (e quindi compresi nel costo dell’energia), come illustrato nel commento alla pagina 42. Notiamo in particolare, nel bilancio previsionale al 2030, che il capacity payment atteso a regime viene ufficialmente quantificato: 1,7 miliardi all’anno. Cifra enorme, ma che non appare sufficiente neppure a sostenere gli investimenti a lungo termine per costruire nuovi impianti di back up (in sostituzione di quelli tuttora esistenti ma in via di dismissione, i cui costi sono stati già in gran parte ammortizzati) alle sole rinnovabili non programmabili attualmente in funzione. A maggior ragione i 1.700 milioni annui previsti non basteranno se si intenderà tamponare efficacemente i nuovi impianti FV ed eolici al 2030 che sono previsti in questo studio. Saranno necessarie cifre (cioè tariffe…) molto superiori per convincere i privati a fare nuovi investimenti negli impianti termoelettrici, sapendo che non ci saranno adeguati ritorni sotto forma di ricavi di mercato, proprio perchè le rinnovabili godono della priorità di dispacciamento. A meno che gli investitori privati non intendano installare questi impianti tradizionali con l’intenzione suicida di seguire il triste destino della Sorgenia… In un simile clima di sgangherata pianificazione statale (ed anche europea), esasperata in nome della lotta ai cambiamenti climatici, non ci sentiamo neppure di escludere, per tutta una serie di motivi, un paradossale ritorno allo Stato imprenditore nel settore della produzione di energia.

Pagina 46

In questa pagina vengono elencati alcuni obiettivi di un “pacchetto Clima-Energia” che solo gli esegeti sono in grado di riconoscere. Gli analoghi obiettivi al 2030 indicati nel recente Consiglio dei Ministri europei sono tutt’altri. Spieghiamo l’arcano: si fa qui riferimento, senza nominarla, alla “famosa” Road map Low Carbon Economy, approvata nel 2011 dalla Commissione Europea. Si trattava di una “comunicazione della Commissione” al Parlamento, agli Stati membri eccetera. E dunque, come valore normativo era basso. Ma è indicativo del clima politico del 2011. Tale clima politico, dopo tutti i costi ed i disastri nel frattempo derivati dalle rinnovabili elettriche, è cambiato. Resta tuttavia significativo che l’ RSE utilizzi questi vecchi obiettivi e non quelli (meno sciagurati) fissati recentemente a Bruxelles, a dimostrazione che le tesi (o gli interessi?) dei “climatisti” hanno trionfato su tutta la linea nei Palazzi del Potere romano. In particolare la riduzione, evocata in questa pagina, al 2030 delle emissioni del sistema elettrico del 50% rispetto al 2005 appare come il cavallo di Troia per mettere pale eoliche dappertutto. In ogni caso, all’annuncio degli obiettivi del Consiglio dei Ministri europei di Bruxelles dovrà seguire l’implementazione di politiche idonee in tutte le aree settoriali interessate. Ma, ancor prima di giungere a questo, si dovranno attendere, come avevamo a suo tempo fatto osservare, gli esiti della conferenza di Parigi del 2015. Perciò la pubblicazione in questo preciso momento, con qualche mese di anticipo rispetto alla conferenza di Parigi, di questa ricerca compiuta da un organo istituzionale italiano appare il tentativo, da parte del GSE (che appare ormai apertamente schierato a fianco degli “stakeholders” delle rinnovabili), di forzare la mano al Governo italiano.

Pagina 48

Tre affermazioni che meritano un breve commento.

1) Ci rassicura notare che in questa pagina, a differenza di pag. 46, viene proposto il vero obiettivo di “decarbonizzazione” indicato dall’Unione Europea. Ci rassicura meno osservare che un aumento del 9% del costo dell’energia elettrica al 2030 rispetto a quello attuale – già insostenibile nel lungo termine per l’economia – venga presentato, sebbene tra due pudibondi apici, come “solo” un 9%. E’ l’ultima pagliuzza a spezzare la gobba al cammello; e questo aumento è una pagliuzza che, anche in costanza dei livelli correnti di consumo elettrico, peserebbe sulle tasche degli italiani del 2030 “solo” per altri 5 miliardi di euro all’anno.

2) La “fisiologica” (anche qui il pudore ha imposto di usare gli apici) riduzione dei costi delle tecnologie FER non è affatto fisiologica. Anzi: ormai da molti anni non esiste affatto, almeno per quello che riguarda i costi dell’eolico. L’avvenuta riduzione dei costi del fotovoltaico è stata invece determinata non da un salto tecnologico quanto dall’immissione sul mercato di pannelli cinesi venduti sotto costo e della cui qualità già da ora si inizia a dubitare.

3) Questa affermazione sugli effetti virtuosi di una innovazione mirata ci trova invece pienamente d’accordo. Ma allora è inutile insistere su pale e pannelli, che sono tecnologie ormai mature ed i cui invalicabili limiti intrinseci sono ormai perfettamente noti. I “miglioramenti tecnologici” e la “riduzione dei costi” nella produzione di energia elettrica, nel rispetto dell’ipotesi di base della riduzione dei gas clima-alteranti, devono essere cercati ricorrendo a tecnologie completamente nuove, senza trascurare di esplorare la possibilità di effettuare salti paradigmatici. Gli ingegneri americani stanno lavorando in questa direzione; in Italia gli ingegneri, o perlomeno quelli dell’ RSE e dell’ENEA, si baloccano in attese miracolistiche per compiacere interessi economici diventati ormai schiaccianti. Ci piace pensare che almeno qualcuno (qualche eroe solitario nella palude del conformismo italiano in questo settore), nell’Università italiana, si stia occupando del problema negli stessi termini innovativi dei ricercatori degli States.

Pagina 49

Di conseguenza, le “priorità per la ricerca” che vengono indicate a conclusione dello studio ci appaiono mal indirizzate. Si continua ad insistere su obiettivi tecnologici che si sono già dimostrati in gran parte impercorribili e che comunque appaiono poco sfidanti. Ne è la prova provata il fatto che, se tutte queste aspettative fideistiche venissero realizzate, si realizzerebbero risparmi di 3,5 o 4 miliardi all’anno, persino inferiori, quindi, agli aumenti attesi di cui parlavamo trattando del bilancio di pag. 45. Anche l’ RSE lo ammette esplicitamente, concludendo che la massima aspirazione in termini di costi, continuando ad insistere su queste stesse rinnovabili e nell’ipotesi di improbabilissimi successi della ricerca, sarebbe il mantenimento del costo dell’energia elettrica “sostanzialmente invariato rispetto all’attuale”. Considerando che l’ipotesi di base di questo ragionamento prevede la realizzazione di alcuni miracoli tecnologici, non ci sembra una prospettiva molto entusiasmante. Avremmo invece bisogno di una classe dirigente capace di volare alto e di farci sognare; e che, quando si invocano i miracoli, almeno venissero presentati come tali ed apparissero insieme ambiziosi e praticabili. Senza repentini e coraggiosi cambiamenti nella sua conformistica cultura dominante, l’Italia non ha futuro.

Alberto Cuppini

 

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