Raggiunti già quest’anno gli obiettivi della SEN al 2020 anche senza il contributo dell’eolico

Dimostrata dai fatti l’inutilità delle principesche incentivazioni concesse ai colossali impianti industriali sui crinali. E perciò… il Governo promette alla lobby altri incentivi subito! Prosegue senza più pudori l’assalto all’indifesa diligenza delle bollette elettriche degli italiani. Ignorate da tutti le potenzialità derivanti dalla semplice manutenzione degli impianti idroelettrici esistenti.

Pubblicato il rapporto mensile Terna per il dicembre 2014 e, di conseguenza, i risultati provvisori della produzione e dei consumi elettrici dell’anno 2014 (vedi a pag. 6 e pag. 30 del rapporto).

Confermate le infauste previsioni che prendevano sempre più corpo con il trascorrere dei mesi: anche nel 2014, per il terzo anno consecutivo, si è consolidata la tendenza ad una preoccupante diminuzione dei consumi elettrici, da ormai tre anni stabile nell’ordine delle 10 Twh, senza significativi aumenti in termini di efficienza energetica, a testimonianza di una inarrestabile deindustrializzazione del Paese.

Eccellenti risultati, invece, per quanto riguarda la produzione da FER elettriche.

L’aumento della produzione annua da idroelettrico (+ 4 Twh) e da FV, pur orfano degli esagerati incentivi del conto energia, (+ 2 Twh) porterebbero da soli il totale FER rilevato l’anno precedente (112 TWh pari al 34% del fabbisogno come risulta a pag. 137 del Rapporto attività 2013 del GSE) a 118 TWh. Questo risultato, rapportato al fabbisogno 2013 di 330 TWh diminuito quest’anno di 10 TWh, fa sì che, ancor prima della comunicazione dei dati sulle biomasse (che Terna comprende nel computo totale del settore termoelettrico), si possa dire raggiunto ALMENO il 37% della produzione da FER sul consumo interno LORDO nazionale. Ricordo per l’ennesima volta che l’obiettivo vincolante per l’Italia per il 2020 dovrebbe essere il … 26,39%! Non ci sarebbe da meravigliarsi se, con il contributo degli impianti a bioenergie, si fossero raggiunti già quest’anno il valore obiettivo minimo di produzione previsto per il 2020 dalla famigerata SEN di Passera e Clini del 2013, e cioè i 120 MWh annui da FER, ed il valore massimo (il 38%) in termini percentuali sul fabbisogno.

Se poi, anzichè ai consumi, si rapportassero i 118 TWh alla produzione elettrica nazionale (che è diminuita all’ 85% dei consumi a causa di un imprevisto aumento delle importazioni) scesa a 265 MWh, rilevati a pag. 30 dal documento della Terna, il rapporto della produzione da FER sul totale salirebbe al 44,5%! Senza neppure l’incremento annuo della produzione da biomasse…

Per quello che riguarda l’eolico, il discreto risultato della produzione di dicembre ha riportato in extremis in (lieve) attivo la variazione della produzione del 2014 sul 2013 (+ 1% complessivo), nonostante le centinaia di pale in più nel frattempo installate. Una produttività eolica in calo, quindi, in attesa, speriamo già dal 2015, di vedere ridursi anche la produzione a seguito del rapido logorio degli impianti eolici esistenti.

E dunque, a seguito di questi dati oggettivi, non ci sarebbe più nessunissima necessità di ulteriore eolico incentivato (e quindi di nuove aste).

E invece no! Leggiamo infatti dall’articolo “De Vincenti: Febbraio decisivo per Fer non FV e capacity payment” pubblicato sul “Quotidiano Energia” del 27 gennaio:

“Febbraio si annuncia un mese decisivo sul fronte incentivazione, sia per le rinnovabili che per il termoelettrico. In occasione del convegno Free  sulla riforma del mercato elettrico, De Vincenti ha infatti annunciato che il decreto sulle Fer non FV sarà pronto “non oltre la fine di febbraio“.

Claudio De Vincenti è Viceministro allo Sviluppo economico del Governo Renzi. Per lui una tripletta senza pari! Renzi gli ha infatti rinnovato l’incarico da Sottosegretario al Ministero dello Sviluppo economico, già affidatogli sia dal Governo Monti che dal Governo Letta. Il Professor De Vincenti, per qualche arcano motivo, è dunque l’imprescindibile fil rouge che lega tutti i Governi della Repubblica in questi anni tormentosi, che ben difficilmente saranno ricordati con nostalgia dagli italiani. Avevamo già avuto recentemente opportunità di occuparci di lui per una sconcertante dichiarazione  a questo stesso proposito, rilasciata lo scorso novembre ad un altro convegno Free (di cui pare un indefesso frequentatore) e che ora viene ulteriormente confermata. Così De Vincenti, Professore di Economia Politica alla Sapienza, si candida addirittura a diventare l’incarnazione di quel tradimento dei chierici, da noi più volte denunciato, che tanto ha contribuito a condurre al disastro l’economia italiana. E non solo l’economia…

Ma torniamo all’articolo di Quotidiano Energia sulle sue dichiarazione al convegno degli stakeholder (adesso si dice così: in materia di rinnovabili il termine “lobbisti” non viene ritenuto degno, trattandosi di disinteressati benefattori dell’umanità che si propongono di salvare il Pianeta dal surriscaldamento globale) delle rinnovabili:

“A margine, l’esponente dell’Esecutivo ha aggiunto che l’atteso provvedimento sul capacity payment transitorio … dovrebbe arrivare molto prima della fine di febbraio”.

Ce n’è per tutti, dunque, col business delle rinnovabili elettriche! Tranne che per chi deve pagare, attraverso il solito addebito di tutte queste tasse occulte in bolletta. Ma se chi deve sempre pagare (i cittadini italiani) elegge come propri rappresentanti in Parlamento persone che acconsentono entusiasticamente alla loro spietata tosatura, diventa poi difficile lamentarsi.

Proseguiamo con il QE:

Tornando alle rinnovabili, De Vincenti ha spiegato che il ministero vuole muoversi prima di esaurire i 5,8 miliardi di euro di incentivi messi a disposizione (ora siamo a quota 5,1 miliardi, ha precisato) (in realtà, secondo il contatore GSE siamo già a 5,4 miliardi. Ndr) per “sbloccare gli investimenti e… raggiungere gli obiettivi europei“.

Come abbiamo visto, gli obiettivi europei al 2020, a cui gli incentivi avrebbero dovuto essere finalizzati, non sono stati solo raggiunti, ma persino travolti. Ormai non è più neppure necessario al Governo di turno predisporre nuovi documenti (come già la SEN) con obiettivi di produzione sempre più alti, perchè tanto ormai tutti hanno capito che si tratterebbe di un trucco strumentale e che il fine ultimo di questa abnorme ortogenesi delle Fer elettriche non programmabili è, sic et simpliciter, quello di reperire risorse finanziarie illimitate per i produttori, pur perseverando in una politica energetica rivelatasi disastrosa per tutto il Paese.

In questo modo si rischia di perdere anche l’ultima fortunata coincidenza astrale fatta di tassi di interessi minimi sui mercati internazionali, domanda globale di beni senza precedenti nella storia, costo degli idrocarburi fossili in picchiata ed improvvisa svalutazione competitiva dell’euro (chiedo ancora venia, ma inciampo sempre nel politicamente scorretto: “svalutazione competitiva” si diceva ai tempi della liretta. Adesso che siamo in Europa si dice “quantitative easing“). Infatti, mentre le bollette elettriche dei nostri concorrenti (in particolare quelli extra UE) si ridurranno per la diminuzione dei costi delle materie prime, le nostre aumenteranno per i maggiori “oneri di sistema” che annulleranno tale diminuzione.

Suggeriamo fin da ora al Professor De Vincenti, quando verrà il momento del suo ritorno in servizio permanente nelle aule dell’Università pubblica che lo stipendia, di mettere a frutto l’esperienza ministeriale maturata per scrivere un saggio onde magnificare i brillanti risultati fatti conseguire all’industria italiana dai vari Governi succedutisi negli anni della sua permanenza al Mise. Lo potrebbe intitolare, parafrasando lievemente un best seller di qualche anno fa del suo collega di Harvard Michael Porter, “Lo svantaggio competitivo della Nazione”.

Ma non vorremmo dare l’impressione di far ricadere tutte le colpe del disastro sul pur colpevole Viceministro. Tutt’altro. Per giustificare i maggiori costi di queste nuove incentivazioni, il Ministro Federica Guidi ha persino sproloquiato, dopo avere riempito nei mesi precedenti le pagine dei giornali con interviste sulla necessità di ridurre del 10% i costi delle bollette per le PMI, di fornire l’ulteriore costosissima elettricità italiana da Fer non programmabili, di cui nessuno saprebbe che cosa farsi, al nord Africa! Un Desertec – di cui nessuno ha mai chiarito chi dovrebbe sopportare gli insopportabili costi di impianto – alla rovescia! Non è uno scherzo: lo riportava Federico Rendina in un articolo del Sole del 20 novembre scorso, subito di seguito all’inopinata uscita del suo vice De Vincenti al convegno Free di Rimini. Leggiamo direttamente dall’articolo, intitolato appunto “Elettricità italiana per il Nord Africa:

“Cooperazione. La proposta del ministro Federica Guidi: potremmo contribuire allo sviluppo di quei Paesi e garantire un futuro alle nostre imprese.

«Potremmo esportare elettricità nel Nord Africa. Per avviare anche così una nuova cooperazione energetica nell’area a Sud del Mediterraneo, piena di opportunità sia per lo sviluppo e la definitiva stabilizzazione di quei paesi sia per il futuro energetico dell’Italia e dell’Europa». Federica Guidi, ministro dello Sviluppo, battezza così la conferenza intergovernativa “Building a Euro-mediterranean energy bridge”.

Che cosa mai sarà successo per giustificare un simile repentino mutamento di rotta della titolare del Mise? Mistero.

Difficile immaginare che lo stesso giovane ed impetuoso capo del Governo sia all’oscuro della vicenda del rilancio in grande stile degli incentivi alle rinnovabili, dopo essersi impegnato, da rottamatore appena nominato Presidente del Consiglio, a ridurne l’impatto in bolletta… Ma nella vicenda delle Fer elettriche dappertutto ed a tutti i costi, purchè incentivate, in questi anni abbiamo assistito ad un crollo sistemico di tutti gli antemurali istituzionali destinati al controllo della proliferazione indiscriminata di simili fenomeni degenerativi.

Non si spiegherebbe altrimenti il perchè in Italia, anche partendo come ipotesi di lavoro dal sacro dogma di privilegiare sempre e comunque le rinnovabili elettriche, nessun politico, o scienziato, o tecnico o giornalista abbia mai preso in minima considerazione la prima mossa sensata da compiere: valorizzare la principale risorsa GIA’ esistente nel nostro Paese, senza provocare ulteriori costosi danni o sfregi, e cioè la manutenzione del patrimonio idroelettrico GIA’ presente. Tale patrimonio da rivalorizzare oggi avrebbe anche il vantaggio di essere il back up ideale per le Fer non programmabili, che per la loro imprevedibilità stanno causando tanti guai alle reti e tanti oneri di dispacciamento. Leggiamo a questo proposito quanto scritto, pur senza giungere alle inevitabili conclusioni logiche, a pagina 41 del recente studio dell’ RSE Energia elettrica, anatomia dei costi”:

“Per la sua estrema flessibilità, l’idroelettrico a bacino e a serbatoio, così come gli impianti di pompaggio, si presta bene alla fornitura di servizi di riserva e bilanciamento, ad esempio per compensare la variabilità della generazione da fonti rinnovabili non programmabili – quali l’eolico e il solare – garantendo in tal modo un esercizio in sicurezza del sistema elettrico”.

Perchè allora non approfittarne con la massima determinazione? Continuiamo con lo studio dell’RSE, a pag. 42:

“La potenza efficiente lorda degli impianti idroelettrici operativi è quasi raddoppiata dal 1963 ad oggi, mentre… la produzione lorda nello stesso periodo è aumentata in maniera più ridotta (a dire il vero non è aumentata affatto, attestandosi attorno ad una media di 50 TWh l’anno. Ndr); è quindi evidente che il concorso dei fattori suddetti (interrimento dei serbatoi, necessità di riserva perla laminazione delle piene, DMV e invecchiamento delle infrastrutture) ha prodotto una consistente riduzione di producibilità per gli impianti più vecchi, in particolare di quelli di grande e media taglia”.

 In altre parole: si potrebbe recuperare un potenziale idroelettrico tale da garantire un aumento annuo della produzione di energia – in questo caso veramente pulita – nell’ordine delle decine di Twh, raggiungendo perciò automaticamente pure gli obiettivi europei al 2030, anche solo cominciando a scavare con i bulldozer i fondali dei bacini che già ci sono per ripulirli! I costi? Una frazione di quei 20 miliardi che si spenderanno ogni anno nei prossimi anni (anche senza ulteriori incentivi) per garantire i sussidi già promessi in questi ultimi anni alle altre Fer e per i costi di dispacciamento in crescita astronomica. Anzi: con un’equa tassazione di scopo delle rendite già in essere a favore delle Fer non programmabili, che sono la sola causa di questi oneri (ad esempio il capacity payment) in crescita insostenibile, il programma di manutenzione ordinaria e straordinaria delle dighe storiche italiane avverrebbe a costo zero per i consumatori.

Non è fantascienza. Anzi: paradossalmente, è tutto troppo bello per essere realizzabile. Una strategia di questo tipo, infatti, eliminerebbe quello che più sembra interessare oggi alla nostra classe dirigente: l’ingentissimo flusso di cassa – diretto e indiretto – indotto dalle incentivazioni verso la politica.

Il giovane Alessandro di Pontassieve ne è al corrente? E, se sì, che cosa ne pensa? Per lui sarebbe un’eccezionale occasione per raggiungere contemporaneamente due obiettivi politici fondamentali per un futuro prospero dell’Italia: la liberazione di enormi risorse energetiche a costo zero per la collettività accompagnata dall’allontanamento dei responsabili (politici e tecnici) delle strategie energetiche seguite in questi anni. Improponibile? Forse, ma sarebbe forse l’ultima possibilità per essere ricordato dai posteri come Alessandro il rottamatore e non come il Gran Mogol dell’inane Governo delle giovani marmotte.

Alberto Cuppini

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Una risposta a Raggiunti già quest’anno gli obiettivi della SEN al 2020 anche senza il contributo dell’eolico

  1. tamerlano ha detto:

    “quello che più sembra interessare oggi alla nostra classe dirigente: l’ingentissimo flusso di cassa – diretto e indiretto – indotto dalle incentivazioni verso la politica”
    C’è poco da commentare o da rispondere, soprattutto quando si tiene presente che questo “flusso di cassa” parte dalle tasche di CHIUNQUE abbia una bolletta elettrica da pagare, compresi precari, pensionati al minimo, imprenditori alla canna del gas, disoccupati, artigiani e commercianti sull’orlo del fallimento, cassintegrati ecc. ecc.. Tutta gente di cui, a questo governo (e a chi lo manovra da fuori) non interessa una cippa di niente.
    O, meglio, interessa solo perchè caccia quei pochi soldi che gli sono rimasti.

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