Altri dubbi sulla bontà della politica dell’Unione Europea contro il cambiamento climatico

Sull’ultimo numero dell’Astrolabio un articolo fortemente critico che ripropone alcune nostre obiezioni

Appena pubblicato sull’Astrolabio, la newsletter degli Amici della Terra, un contributo al dibattito sulla efficacia delle politiche europee per il contrasto alla emissione di gas clima alteranti (“tali lodevoli sforzi sono perseguiti mediante misure burocratiche complesse, sovente poco efficaci ed economicamente dannose, ma, soprattutto, prese in pressoché assoluto isolamento”).

Si tratta dell’articolo “La mosca cocchiera“, scritto da Giovannangelo Montecchi Palazzi (qui ripreso da Radio radicale (2h,10m) durante la sesta conferenza nazionale per l’efficienza energetica del dicembre scorso), presidente del comitato scientifico di Confindustria Assafrica & Mediterraneo.

Il titolo dell’articolo è esplicito. Ne riportiamo di seguito l’introduzione, raccomandando però di leggerlo integralmente sull’Astrolabio e di ben ponderare la logica sottesa:

“L’Europa contribuisce alla produzione totale di CO2 per l’11%, una quota destinata a ridursi per il prevedibile aumento delle quantità prodotte da altri Paesi che non hanno ratificato il Protocollo di Kyoto e, soprattutto, Paesi in via di sviluppo. Si è posta inoltre, per la prossima decade, obiettivi molto ambiziosi, confidando di proporsi con ciò come il modello da seguire, in un politica di “leading by example”. Si può tuttavia dubitare della bontà di tale politica e della sua efficacia, rispetto ad un più rude approccio “Coercing through interest”.

Per chiarire: per “Coercing through interest” si intende il prelievo di una carbon tax sui beni di importazione pari a quella applicata sulle produzioni interne, che anche noi auspichiamo.

L’articolo così si conclude:

“In contropartita i benefici ambientali ottenuti mediante azioni interne sono modesti e sproporzionati ai costi, mentre a livello globale sono pressoché ininfluenti. L’ambizione dell’Unione di essere “leader by example” appare, quindi, velleitaria. E’ necessario un ripensamento radicale, aperto alla realtà dell’atmosfera terrestre che non è solo quella sopra Bruxelles, ma riguarda l’intero pianeta. Nell’interesse precipuo dell’ambiente cercasi un nuovo McSharry (il Commissario europeo che ha riformato la Politica Agricola Comune. Ndr) per una politica comune davvero valida”.

Ci siano permesse un paio di brevissime note a margine dell’articolo, per contribuire ad allargare il dibattito ad altri soggetti senza recitare, a nostra volta, il ruolo della mosca cocchiera.

  1. A) Le dinamiche implicite nei numeri dello sviluppo economico previsto nei prossimi decenni nei Paesi in via di sviluppo escludono che quello dell’efficienza energetica sia qualcosa di più di un espediente tattico di breve periodo, per guadagnare tempo in attesa di una soluzione radicalmente nuova, ancora da trovare. A maggior ragione, tali esplosive dinamiche demografiche di popoli che ambiscono a livelli di consumo “occidentali” escludono che il risparmio energetico possa dare qualcosa di più che un simbolico contributo alla causa, salvo optare per nuove forme di pauperismo globalizzato o di esplicito anti-industrialismo (soluzioni che in Europa – ed a Roma in particolare, di qua e di là dal Tevere – raccoglierebbero entusiastici consensi). Innovare necesse. In assenza di nuovi contributi della scienza, l’altra opzione politica percorribile in seguito ad inevitabili catastrofi ecologiche, oppure all’esaurimento delle materie prime o “semplicemente” alla riduzione dello spazio vitale (Lebensraum in tedesco…) a causa della sovrappopolazione sarebbe il neo-colonialismo (la soluzione che appare al momento la più probabile), dove però gli europei, questa volta, non sarebbero i colonizzatori. O qualcosa di peggio ancora, vista l’improvvisa riproposizione – ed il successo ottenuto tra le masse dei sottoproletari globalizzati – di sanguinose logiche eliminazionistiche, che si pensavano sepolte in un remoto passato.
  2. B) Ottimi i consigli di “rottamare i sussidi alle tecnologie inefficienti e superate come il fotovoltaico tradizionale” (e – ci permettiamo di aggiungere – anche l’eolico ad asse orizzontale) e di “dirottare le ingenti risorse così risparmiate a sostegno della ricerca, delle nuove tecnologie”. Ma per fare questo, prima della proverbiale “volontà politica”, la scienza e la tecnica devono fornire soluzioni percorribili, per non ricadere in velleitarismi e buonismi. Appare dubbio che in Italia qualsivoglia ricercatore si stia impegnando a prospettare alla politica un simile salto paradigmatico. Certamente nessuno lavora in modo coordinato con gli altri ricercatori europei per proporre il menzionato “ripensamento radicale”. Ci piacerebbe essere smentiti. I (pochi) fondi destinati agli enti di ricerca italiana si disperdono verso le solite soluzioni “velleitarie”, che insistono in modo fideistico sulle rinnovabili e sui sistemi di accumulo dell’energia elettrica, costosissimi e forieri di sempre nuovi problemi.

La sola cosa efficace da proporre alla imminente conferenza di Parigi per il clima sarebbe di affidare il “ripensamento radicale” ai più brillanti – e perciò costosi – ingegni del Pianeta, che, finora, non sono stati coinvolti. E che anzi, visti i poco nobili interessi davvero in ballo, si sono tenuti alla larga da questi consessi ecumenici, dove, al contrario, impazzano i lobbisti delle rinnovabili elettriche, ammantati dal pudico velame dell’ecologia.

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