Eolico da incentivare e idroelettrico trascurato: una inquietante coincidenza

Crolla nel primo quadrimestre la produzione da fonte idroelettrica, nessuno segnala l’anomalia e intanto il Governo decide di stanziare altri incentivi per l’eolico per raggiungere l’obiettivo di produzione elettrica da FER previsto dalla SEN per il 2020. Ma questo obiettivo era già stato raggiunto e superato lo scorso anno… E i soldi sono finiti.

 “In merito alla fonte idroelettrica (in particolare quella di grandi dimensioni), non posso che ribadire che si tratta certamente di una risorsa di importanza strategica per il Paese. Il tema della manutenzione, come noto, si intreccia anche con competenze di altre amministrazioni, in particolare quelle regionali. In ogni caso, concordo sulla necessità di salvaguardare al massimo la produzione di energia idroelettrica e di continuare a sostenerla. Su questo tema, così come su quello della regolamentazione del settore, garantisco il massimo impegno e la massima attenzione del Ministero”.

Così si esprimeva in Senato il 7 maggio scorso il Ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi, durante il question time dedicato alle “iniziative in materia di energia, con particolare riguardo a fonti rinnovabili”, rispondendo alla interrogazione di un Senatore che faceva propri gli argomenti sollevati da un recente articolo dell’Astrolabio sulla trascuratezza nella manutenzione delle grandi dighe, in particolare nel contrastare l’interrimento degli invasi, ed il conseguente mancato sfruttamento di tutto il loro enorme potenziale di generazione elettrica.

Ma se, in tema di produzione di energia idroelettrica, nulla siamo in grado di dire circa l’affermato impegno del MISE, dobbiamo purtroppo constatare, in base a riscontri oggettivi, che, almeno negli ultimi mesi, è mancata non solo la massima attenzione, che pure il Ministro ha garantito in aula, ma persino una elementare diligenza. Questa analoga trascuratezza verso le recenti traversie dell’idroelettrico sembra dover essere addebitata, fino a prova contraria, anche ad altri organismi istituzionali: gli altri Ministeri interessati (e in particolare il Ministero dell’Ambiente), il GSE, l’Autorità per l’energia eccetera.

Che cosa è successo?

Nei primi quattro mesi del 2015 (come risulta dal rapporto mensile di aprile della Terna sul sistema elettrico) la produzione di energia da fonte idroelettrica in Italia è crollata, rispetto agli stessi mesi dello scorso anno, del 27,6%.

Si tratta di una perdita enorme (5 TWh in meno di energia prodotta) per metà compensata con l’aumento della produzione termoelettrica ed il resto, per la maggior parte, con l’incremento delle importazioni.

Un disastro, quindi, sia per l’aumento delle emissioni di gas clima-alteranti che per la bilancia commerciale italiana, che in questo modo ha perso una parte degli enormi vantaggi derivati – anche al PIL – dal crollo dei prezzi internazionali dei combustibili fossili.

Ma che cosa ci possiamo fare, si dirà, se, come già è accaduto in passato in occasione di analoghe diminuzioni della produzione idroelettrica mensile rispetto all’anno precedente, le precipitazioni sono state scarse e gli invasi sono vuoti? Del resto anche il grafico a pagina 23 del rapporto mensile della Terna ci assicura che non si è trattato di una anomalia: il coefficiente di invaso nel mese di aprile 2015 coincide esattamente con quello dell’aprile dello scorso anno. La linea nera, che rappresenta l’andamento nel corso dell’anno del coefficiente di invaso, interseca ad aprile la linea verde, che rappresenta l’andamento dello stesso coefficiente nel 2014. Anche rispetto ai grafici degli andamenti dei massimi e dei minimi storici (le linee tratteggiate) ci troviamo attualmente in una posizione mediana.

Tutto nella norma più assoluta, dunque. L’unico responsabile del disastro appare perciò essere stato Giove Pluvio.

Purtroppo non è così.

Per provare a spiegare che cosa è accaduto chiedo ai lettori, oltre alla consueta magnanimità, anche un po’ di pazienza, trattandosi di questioni tecniche e statistiche (quanto meno) un po’ noiose.

Cominciamo col definire il ruolo della società Terna spa, autrice del rapporto, ricordando di sfuggita che il suo nuovo presidente Catia Bastioli è presidente anche del Kyoto Club.

In seguito alla liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica, il ruolo dell’Enel, che dal 1962 era stato il monopolista pubblico di tutto il sistema elettrico nazionale, è stato ripartito tra una molteplicità di imprese. I settori della produzione e della distribuzione sono stati affidati al libero mercato, mentre nell’attività di trasmissione, e perciò nella gestione delle linee ad alta tensione, Terna è diventata, per decisione politica, monopolista di fatto. La produzione di energia elettrica è però ancora fortemente concentrata (Enel, Edison ed ENI si spartiscono il 70% del mercato) e nell’attività di distribuzione l’azienda leader rimane l’Enel (Enel Distribuzione).

Tutta una serie di attività che possono essere configurate come monopoli naturali, e che un tempo erano di pertinenza dell’ente pubblico Enel, sono perciò state assegnate a Terna spa. Per queste sue attività Terna riceve una remunerazione in base ad un sistema tariffario stabilito dall’Autorità per l’energia elettrica. Più precisamente, Terna viene remunerata sulla base di un corrispettivo tariffario riconosciutole dall’AEEGSI (aggiornato ogni quattro anni) per le attività di gestione del sistema elettrico, sulla base di voci tariffarie che seguono l’evoluzione delle regole sul mercato elettrico.

La redditività di Terna, testimoniata anche dall’andamento del suo titolo in Borsa, conferma ancora una volta, semmai ce ne fosse stato bisogno, che essere un monopolista, specialmente in Italia, garantisce enormi soddisfazioni. Alcuni suoi indici di bilancio, ed in particolare quelli di redditività, non hanno paragoni con le altre aziende quotate.

Terna gestisce per legge, oltre alla rete ad alta tensione, anche il servizio di dispacciamento. E’ doveroso aggiungere che, per il disturbo di gestire tale servizio, Terna nel 2013 ha percepito 183 milioni di euro. Lo si può ricavare dalla tabella a pagina 157 del recente rapporto RSE.

Infatti, citando lo stesso rapporto, a pagina 115,

“i costi operativi sostenuti da TERNA per lo svolgimento del servizio di dispacciamento e quelli relativi alle attività di monitoraggio vengono recuperati applicando un corrispettivo unitario all’energia prelevata dagli utenti finali. Il corrispettivo unitario (cosiddetto DIS) è fissato direttamente dall’AEEGSI e per l’anno 2013 è fissato al valore di 0,0615 centesimi di euro per unità di kWh di energia prelevata”.

Per i nostri scopi a noi qui interessa fare notare che Terna, anche per l’attività di monitoraggio, viene retribuita.

Va da sé che i maggiori problemi di dispacciamento creati dalle FER non programmabili aumentano sia il potere contrattuale della Terna nella fissazione del valore di questa tariffa unitaria sia la necessità di sempre nuove linee elettriche ad alta tensione, in particolare quelle a 380 mila volt, che in Germania hanno accompagnato il diffondersi degli impianti eolici industriali e che, ancor più degli impianti eolici, hanno provocato la reazione infuriata delle popolazioni residenti lungo il loro percorso, punteggiato da tralicci alti 85 metri.

I molti business generati dalle rinnovabili non programmabili, a cui si deve aggiungere, in prospettiva, anche quello – lucrosissimo – degli accumuli, hanno perciò contribuito agli spettacolari risultati di Terna in termini di redditività, migliorando in questi ultimi anni i suoi ratios aziendali già prima senza pari.

A questo riguardo vale la constatazione a cui giungeva Mario Pirani (a cui va un mio commosso ricordo anche come sostenitore del sito web “Via dal Vento”, l’osservatorio sull’impatto dell’energia eolica in Italia) nell’articolo su Repubblica del 29 dicembre scorso dal titolo “La cara e misteriosa bolletta della luce”. Pirani è stato il solo, sulla grande stampa, ad evidenziare alcune delle enormi incongruenze emerse dai dati del “corposo studio sui costi dell’energia elettrica in Italia … redatto da Rse“. Il suo articolo così si concludeva:

“… gli oneri pretesi dalle due società Terna ed Enel sono molto più alti rispetto a quelli praticati in Europa. Gli utili delle due società appaiono comunque eccessivi perché dovuti a questi elevati margini. Non sono necessarie strategie energetiche, ma urgenti misure di equità”.

Terna è anche, per legge, obbligata a fornire una serie di informazioni che sono di sua esclusiva disponibilità in quanto monopolista di fatto della Rete di Trasmissione Nazionale (RTN). E dunque, come leggiamo dal suo sito web,

“la pubblicazione “Dati Statistici sull’energia elettrica in Italia” è redatta annualmente da Terna. Elaborata fino al 1998 dall’Enel e in seguito dal GRTN, raccoglie i dati relativi alle principali grandezze del settore elettrico nazionale.Terna rende disponibile sul proprio sito, con cadenza giornaliera e mensile, i risultati tecnici di esercizio più significativi e gli indicatori della qualità del servizio elettrico. I risultati vengono elaborati sulla base di dati disponibili, in tempo reale, dal sistema di controllo della rete elettrica”.

Tra gli altri dati è disponibile il rapporto mensile sul sistema elettrico che

“contiene i risultati tecnici di esercizio del mese appena trascorso. Ovvero il fabbisogno in energia e potenza, indici di disalimentazione ed energia non fornita a causa di perturbazioni sul sistema elettrico; indici di producibilità idroelettrica ed ulteriori elaborazioni di dati relativi all’andamento dell’esercizio del sistema elettrico nazionale”.

Proprio degli indici di producibilità idroelettrica ci andremo ora ad occupare. Sarà utile esaminare con attenzione la tabella a pagina 22 del rapporto mensile di aprile.

Nella prima riga viene riportato, come sempre, l’invaso del mese corrente dei serbatoi idroelettrici (indicato non in litri ma in GWh di energia elettrica potenziale) e, nella seconda riga, un rapporto percentuale che rappresenta il coefficiente di invaso. Tale coefficiente, nella pagina seguente, viene definito come “la percentuale di invaso dei serbatoi riferita all’invaso massimo in energia”. I valori correnti vengono poi confrontati con quelli dello stesso mese dell’anno precedente (terza e quarta riga). Appare a tutti evidente, anche a prima vista, una incongruenza nell’ultima colonna di destra. A valori percentuali uguali (41%) corrispondono invasi decisamente diversi. Dove sta l’errore? Lo si ricava facendo due piccole proporzioni. Mentre per il 2014 (e per tutti gli anni precedenti almeno dall’anno 2000, come si può desumere, ad esempio, a pag.13 del rapporto mensile del dicembre 2000, dove il dato dell’invaso massimo veniva esplicitato con precisione: 5.903 GWh) il coefficiente di invaso massimo in energia delle dighe italiane era considerato 5.900 GWh, da quest’anno è stato portato a 6.800 GWh, con un improvviso aumento di oltre il 15%.

E’ molto probabile che la correzione sia stata fatta per considerare nel calcolo dell’invaso massimo i serbatoi che sono stati costruiti negli ultimi anni. Ma, ammesso che questa spiegazione sia quella vera, si sarebbero dovuto segnalare e giustificare adeguatamente l’avvenuta variazione, per non indurre in errore i lettori. Inoltre sarebbe stato quanto meno opportuno considerare nel calcolo di rettifica anche il contemporaneo interrimento dei serbatoi già esistenti, che, probabilmente, avrebbe annullato questo aumento dell’invaso massimo del sistema delle dighe italiane. Ma quello che assolutamente Terna non avrebbe dovuto fare è riportare il grafico dei coefficienti di invaso di quest’anno, modificati al denominatore, nel grafico storico proposto a pag. 23 dei rapporti mensili 2015, in cui i coefficienti storici sono ancora calcolati col vecchio denominatore. Terna ha dunque riunito nello stesso grafico dati tra loro non omogenei, e perciò non confrontabili.

Senza questo imperdonabile errore, il coefficiente corrente di invaso per il mese di aprile, se riferito al denominatore utilizzato fino allo scorso anno, sarebbe sui massimi storici dal 1970 (2.815 : 5.900 = 47,71%). Altrettanto si può dire per gli altri mesi del 2015. La produzione idroelettrica è dunque colassata rispetto a quella del primo quadrimestre del 2014 nonostante gli invasi, in particolare quelli alpini, fossero molto più pieni dello scorso anno!

Ad aggravare le responsabilità di Terna contribuisce anche l’improvvisa e ingiustificata sparizione, sempre ad iniziare dal rapporto di gennaio di quest’anno, dell’indice di producibilità idroelettrica, sempre presente, a pagina 22, nei rapporti mensili precedenti al 2015.

Secondo la definizione di Terna,

“la producibilità idroelettrica in un determinato periodo è la quantità massima di energia elettrica che può essere generata, in tale periodo ed in condizioni ottimali, da tutti gli impianti idroelettrici, utilizzando gli apporti di acqua conseguenti alle precipitazioni”.

Ecco perciò la definizione dell’indicatore omesso da quest’anno:

“L’indice di producibilità idroelettrica mensile è il rapporto tra la producibilità del mese considerato ed il valore medio della producibilità dello stesso mese calcolato su un lungo periodo”.

Si tratta dunque di un potente indicatore di sintesi, che avrebbe fatto immediatamente rilevare l’anomalia verificatasi nel settore idroelettrico nei primi quattro mesi dell’anno rispetto ad una media mobile di risultati degli stessi mesi degli anni precedenti.

Intanto però il tracollo si è realizzato. L’idroelettrico nel primo quadrimestre ha prodotto solo 13.112 GWh, perdendo oltre 5.000 MWh (il 27,6%) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Se una perdita della stessa entità fosse confermata per i prossimi due quadrimestri, a fine anno mancherebbero 15 TWh di energia idroelettrica, circa il 5% del fabbisogno nazionale di elettricità. Stando così le cose, nel primo quadrimestre l’eolico (6.678 GWh) e il fotovoltaico (7.142 GWh), sommati assieme (13.820 GWh), hanno superato l’idroelettrico nell’energia prodotta. La “Staffetta rinnovabili” del 15 maggio poteva trionfalmente titolare: “Eolico e fotovoltaico, la rivoluzione continua – Le “nuove” rinnovabili sorpassano il “vecchio” idroelettrico”.

Intanto, proprio in questi giorni sono state pubblicate le stime, ancora provvisorie, del rapporto tra energia elettrica prodotta nel 2014 da FER rispetto al fabbisogno nazionale. Le rinnovabili, grazie soprattutto all’apporto dell’idroelettrico, lo scorso anno hanno raggiunto il 38,2%, superiore persino alla forbice del 35 – 38% prevista come obiettivo dalla Strategia Energetica Nazionale (SEN) per il 2020. Se alla fine dell’anno, a parità di ogni altra condizione, mancasse questo 5% da idroelettrico, l’obiettivo della SEN tornerebbe ad allontanarsi.

Conviene qui riportare, per cercare di comprendere le ragioni di quanto è accaduto, altre due cose riferite in Senato dal Ministro Guidi durante il già ricordato question time del 7 maggio, rispondendo ad una ulteriore obiezione, già proposta, negli stessi termini, sul sito web della Rete della Resistenza sui Crinali nel post “Rapporto RSE: eolico fuori mercato, sistema elettrico troppo oneroso”.

Questo il testo dell’interrogazione:

“I Governi passati – per la verità non questo, che, forse anche con qualche forzatura, ha cercato e sta cercando di porre rimedio alla situazione – hanno puntato molto, con incentivi molto forti, forse esorbitanti, su fonti rinnovabili, come il fotovoltaico e l’eolico, che si sono rivelate molto costose e soprattutto non ancora programmabili. La componente A3 della bolletta energetica, sulla quale incidono tali incentivi, è infatti arrivata ormai quasi a 13 miliardi di euro, dei quali 7 circa sono dedicati esclusivamente al fotovoltaico. I costi di dispacciamento sono pressoché raddoppiati (in realtà sono più che raddoppiati. Ndr): nel quadriennio 2010-2013, nel quale si è maggiormente concentrata l’installazione di impianti, sono aumentati, proprio per la non programmabilità di tali fonti, al ritmo di 500 milioni di euro all’anno”.

Federica Guidi, pur glissando sul tema dei costi di dispacciamento, ha ammesso che:

1) già nel 2013 l’Italia aveva sostanzialmente raggiunto, con sette anni di anticipo, gli obiettivi europei di promozione delle fonti rinnovabili, perché esse coprivano il 16,7 per cento del consumo finale lordo di energia, a fronte di un obiettivo al 2020 del 17 per cento”.

Appare chiaro che l’obiettivo del 17% di produzione da rinnovabili sui consumi complessivi di energia, vincolante per gli impegni assunti dall’Italia con l’Unione Europea con il Piano di Azione Nazionale, e per conseguire il quale i decreti del luglio 2012 facevano dipendere gli incentivi alle FER elettriche (gli stessi decreti ne fissavano anche i tetti massimi di spesa), è stato già conseguito nel 2014, per pura inerzia. Non c’è quindi più nessun vincolo giuridico internazionale che ci obbliga a scialare altri soldi in pale e pannelli. Obiettivo raggiunto, dunque, a meno che, naturalmente, non si smetta di produrre l’energia idroelettrica…

2) “per il fotovoltaico, il tetto di 6,7 miliardi di euro annui è stato raggiunto a giugno 2013, quindi dal successivo luglio 2013 non sono più disponibili, per questa tecnologia, incentivi tariffari espliciti. Per le altre fonti – qui anticipo un prossimo decreto in procinto di essere emanato – il tetto, come è stato ricordato, è fissato in 5,8 miliardi di euro l’anno. Attualmente il contatore del GSE indica 5,7 miliardi di euro l’anno. Come Ministero emaneremo, entro il mese di maggio, un nuovo provvedimento che riutilizzi a favore del settore le risorse che si rendano via, via disponibili”.

Questo significa che anche al MISE si è affermata l’idea (sbagliata), diffusa dalla stampa amica delle rinnovabili elettriche, che i 5,8 miliardi di euro per i settori non fotovoltaici non rappresentano un tetto massimo di spesa per conseguire l’obiettivo europeo (già raggiunto) del 17% come pure prevedeva esplicitamente il D.M. del 6 luglio 2012, ma piuttosto un credito rotativo a fondo perduto perennemente rinnovabile a favore delle FER non FV e dell’eolico in particolare.

A conferma della promessa della Guidi, nei giorni scorsi è comparsa la bozza dell’annunciato decreto per attribuire altri incentivi alle rinnovabili non FV. Guarda caso, all’articolo 1 leggiamo che

“Il presente decreto ha la finalità di sostenere la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili attraverso la definizione di incentivi e modalità di accesso semplici, che promuovano l’efficacia, l’efficienza e la sostenibilità degli oneri di incentivazione in misura adeguata al perseguimento degli obbiettivi stabiliti nella Strategia Energetica Nazionale“. E non più nei “Piani di azione per le energie rinnovabili” come invece recitava la finalità indicata nell’articolo 1 del Decreto del 6/7/2012.

 Secondo l’articolo 3 della bozza del nuovo decreto, l’accettazione di richieste di nuovi incentivi, da assegnare entro il 2016, cesserà “al raggiungimento di un costo indicativo massimo degli incentivi di 5,8 miliardi di euro l’anno” calcolato dal contatore GSE.

La gran parte dei nuovi incentivi verrà assegnata tramite il sistema delle aste competitive (in totale 810 MW). Di essi all’eolico ne sono destinati… 700!

Osserviamo a questo proposito che:

a) Proprio il prossimo anno la spesa totale per incentivi alle FER elettriche, anche senza nuove installazioni sussidiate, aumenterà di un altro miliardo di euro. Lo leggiamo, ad esempio, in un articolo di Claudia Marin dal titolo “Gas e luce, tagli di 76 euro in bolletta – Ma nel 2016 c’è il rischio stangata” sul Quotidiano Nazionale dello scorso 28 marzo, dove leggiamo che “nel 2016 però emergeranno oneri straordinari stimati per oltre un miliardo che, a meno di interventi del governo, peseranno proprio sulle tariffe elettriche. Lo annuncia l’Autorità per l’energia nella nota trimestrale, sottolineando, dunque, per evitare il rischio “stangata 2016” la necessità di “intervenire con misure di spalmatura negli anni”. Perciò basterebbe “solo” questo previsto aggravio dei costi a sfondare il tetto dei 5,8 miliardi, anche senza nuove elargizioni.

b) Gli oneri generali di sistema stanno aumentando fuori da ogni previsione, per la complessità delle molteplici fonti normative, come leggiamo nell’articolo sul Messaggero del 22 aprile “”Energia, l’Authority: “Nel 2015 raddoppiano gli oneri in bolletta”. Rischio aumenti”:

“La situazione degli oneri generali, ha spiegato Bortoni, ”è una delle nostre principali preoccupazioni non solo in relazione ai livelli elevati di tali oneri, che gravano sulla competitività del sistema produttivo del nostro Paese e sul bilancio delle famiglie italiane, ma anche in relazione alla notevole complessità che si è venuta a creare per la sovrapposizione di diversi meccanismi originata da altrettanti fonti normative”, come le agevolazioni a favore delle imprese energivore”.

c) Il contatore del GSE non riporta la spese per alcune categorie di incentivazione (come il ritiro dedicato e lo scambio sul posto) nonostante il D.M. 6/7/2012 all’articolo 3, nel fissare il tetto di spesa a 5,8 miliardi di euro, indichi espressamente che “a tal fine il GSE aggiorna e pubblica mensilmente il costo indicativo cumulato degli incentivi alle fonti rinnovabili. E’ inspiegabile quindi il motivo per cui il GSE abbia sempre trascurato di riportare queste spese, che sono tutt’altro che trascurabili, da calcolare per deduzione come peraltro è avvenuto per i certificati verdi. L’Autorità per l’energia, nella sua relazione sullo stato dei servizi del 12 giugno 2014 riferisce che, per il 2013, “nell’ambito del ritiro dedicato… ha comportato un onere residuo in capo alla componente tariffaria A3 pari a circa 338 milioni di euro” e che “lo scambio sul posto… un onere complessivo in capo agli altri clienti finali, coperto tramite la componente tariffaria A3, di circa 105 milioni di euro”. Facile immaginare che, considerando anche questi valori ed il loro ordine di grandezza, il tetto massimo di spesa di 5,8 miliardi, che si discosta dal valore corrente del contatore per “soli” 95 milioni, sarebbe già stato sfondato. Faccio notare che ultimamente il calcolo di queste due componenti, presente fino a pochi anni fa, è scomparso dal rapporto statistico annuale del GSE sull’energia da fonti rinnovabili.

d) Aumenta la produzione da piccoli impianti FER (in particolare FV) che non godono degli incentivi che il Ministro Guidi ha definito “espliciti”, ma che, nonostante ciò, continuano ad essere installati in gran numero. Essi contribuiscono ad aumentare la produzione elettrica da fonti rinnovabili, come indica il cospicuo incremento, nel 2014, dell’energia solare pur senza il contributo di nuovi impianti industriali FV, che non vengono più costruiti perché non sono più incentivati. Ciò va ad ennesima testimonianza dell’errore commesso nel favorirli indiscriminatamente in passato, rovinando le nostre campagne. Lo conferma Federico Rendina nell’articolo del “Sole” del 20 maggio, intitolato “Pannelli solari, l’incentivo sparisce ma i piccoli impianti convengono ancora“,

che così esordisce:

Chi l’ha detto che non convengono più. Al contrario. I pannelli fotovoltaici per allestire anche i piccoli impianti, e non solo quelli domestici, possono costituire un buon affare. E lo saranno ancora di più, anche senza i poderosi incentivi diretti che sono definitivamente tramontati lo scorso anno con l’esaurimento del quinto e ultimo “conto energia “. Investire nell’energia solare, insomma, conviene ancora. E ancora di più in futuro. Merito del progresso tecnologico, dei guadagni di efficienza e anche degli aiuti pubblici che continuano ad esistere sotto forma dei bonus fiscali.

Si continuerà perciò a spendere ancora di più, attraverso l’addebito nelle bollette, per l’eolico in un momento in cui tutti gli altri investimenti pubblici finanziati in deficit sono impossibili per i vincoli di bilancio imposti dall’Europa. L’eolico potrà prosperare mentre gli altri – ben più promettenti – macro settori della produzione di energia rinnovabile (il riscaldamento – raffreddamento ed i trasporti) sono trascurati, e mentre all’efficienza energetica ed ai trasporti pubblici sono lasciate le briciole. Ma soprattutto si persevera nel distribuire sussidi alle FER elettriche non programmabili nonostante i “costi esorbitanti” (non solo di incentivazione ma anche quelli, crescenti, di dispacciamento) e le evidenti distorsioni che questa politica ha già creato.

Sembra dunque avvalorarsi una volta di più la teoria secondo cui, in Italia, l’energia rinnovabile cattiva scaccia quella buona. Gli incentivi in eccesso e prolungati all’infinito si confermano essere il peccato originale della politica energetica basata sulle rinnovabili elettriche. Può essere utile ricordare che, ad esempio, per produrre meno di 15 TWh annui da eolico, si spendono 1,5 miliardi di euro all’anno in soli incentivi “espliciti”, mentre la produzione da idroelettrico, che l’anno scorso è stata il quadruplo rispetto a quella dell’eolico, riceve incentivi di poco superiori al miliardo. Infatti gli impianti idro già esistenti ricevono gli incentivi solo se viene aumentata la loro potenza nominale, e perciò la loro manutenzione viene trascurata perché alle aziende elettriche conviene piuttosto investire in nuovi impianti industriali in altri settori FER, purché incentivati.

Questi dunque i fatti oggettivi e alcune ipotesi di lavoro. Le conclusioni possono essere molteplici, ma tutte le teorie che si possono ricavare per deduzione logica sono molto gravi e nessuna di esse ci fa sentire tranquilli circa la buona gestione della politica energetica nazionale.

Ci pare perciò che una spiegazione ufficiale dell’improvviso e apparentemente ingiustificato collasso della produzione idroelettrica nel primo quadrimestre sia dovuta.

Alberto Cuppini

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