Senato: trionfa il buon senso nella risoluzione sulla “Unione dell’Energia”

Nella risoluzione approvata la scorsa settimana dalle Commissioni congiunte Industria e Ambiente sconfitti i parlamentari iper-ambientalisti. L’Italia allineata alle conclusioni del Consiglio Europeo dello scorso marzo, per garantire ai propri cittadini energia sicura, sostenibile ed a costi accessibili. Abbandonate tutte le posizioni misticheggianti che hanno condotto in questi anni l’Italia ad una disastrosa politica energetica basata sulle rinnovabili elettriche non programmabili.

 “Nella lotta al global warming lo sforzo di un singolo Stato o gruppo di Stati ha senso solo se inserito all’interno di analogo impegno nel resto del pianeta. Oggi l’UE emette solo il 9 per cento dei gas-serra del pianeta e tale percentuale è in diminuzione ed ha un Pil PPP (Pil a parità di potere d’acquisto) e una popolazione rispettivamente pari al 17 per cento e al 7 per cento di quelli mondiali. Di conseguenza, per dare un senso compiuto alle azioni politiche interne, l’UE dovrà impiegare tutta la sua forza diplomatica affinché obiettivi analoghi o più ambiziosi vengano perseguiti anche dal resto del mondo“.

 E’ questa la premessa della risoluzione approvata in Senato lo scorso 4 giugno dalle Commissioni X e XIII, riunite sotto la presidenza di Massimo Mucchetti, sul pacchetto europeo cosiddetto “Unione dell’Energia”, una risoluzione redatta al termine di un intenso ciclo di audizioni iniziato due mesi fa.

Appare dunque per sempre finito lo slancio eroico, molto spesso spinto ben oltre i limiti dell’autolesionismo e del senso comune, che ha accompagnato l’ultimo quindicennio della politica energetica europea, ed italiana in particolare, e che ha portato, insieme, sprechi, inefficienze e – soprattutto – l’aumento del 50% delle emissioni globali clima-alteranti rispetto al momento della firma dei protocolli di Kyoto. Una implicita conferma che questi protocolli, a cui solo l’Europa si è attenuta, si sono rivelati, nei fatti ed al di là delle buone intenzioni, un autentico disastro.

Il pacchetto europeo “Unione dell’Energia” interviene infatti per porvi (parziale) rimedio, con una serie di iniziative condivise dai partner continentali e di affermazioni di principio portatrici di forte discontinuità rispetto al recente passato. E proprio in Italia, una volta tanto, la risoluzione su questo tema delle Commissioni senatoriali appare particolarmente bene ispirata, non guardando in faccia alle onnipotenti lobby del settore ed alle attivissime minoranze degli ultras presenti in tutte le formazioni politiche, ed in particolare agli “Ecodem” del partito di maggioranza.

Riportiamo di seguito, con un brevissimo commento finale, alcuni rilievi espressi dalle Commissioni congiunte proprio sul tema finora più dolente: quello delle rinnovabili elettriche (i grassetti sono nostri).

“L’impegno unilaterale della UE a ridurre le emissioni del 40 per cento rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030 deve essere promosso come punto di riferimento per le altre macroregioni del mondo. Tale impegno va tuttavia considerato in relazione alle scelte che le altre macroregioni del mondo sono disposte a prendere nella stessa materia.

La strada delle energie verdi e dell’efficienza energetica, intrapresa con la dovuta decisione consentirà obiettivi più ambiziosi. Tuttavia, poiché tali obiettivi, più ambiziosi rispetto a quelli della Strategia Europa 2020, possono oggettivamente generare distorsioni della concorrenza globale e spiazzare l’industria europea, favorendo la delocalizzazione di attività produttive energy intensive in altre macroregioni del mondo meno rispettose dell’ambiente con il duplice effetto negativo di aumentare l’inquinamento globale e la disoccupazione nella UE, gli impegni per il 2030 vanno realizzati nel contesto di adeguati accordi che coinvolgano tutte le principali economie del mondo, con particolare riferimento alla prossima Conferenza di Parigi e ai negoziati sul Partenariato Transatlantico su commercio e investimenti (TTIP).

Poiché l’Emission Trading System (UE ETS), contrariamente alle ambizioni globali originarie, è stato adottato solo dall’Europa e non è riuscito nel tempo a formare prezzi di mercato utili agli scopi istitutivi, si invita a valutare se il progetto di riforma dell’UE ETS, ipotizzato dalla Commissione europea, sia in grado di rendere il mercato delle quote di emissione di gas a effetto serra finalmente liquido e remunerativo in misura sufficiente ad attivare un adeguato ciclo di investimenti contro i cambiamenti climatici o se, invece, il progetto della Commissione non rischi di introdurre nuove forme di sussidio nel quadro di un sistema di prezzi sostanzialmente amministrati, nel qual caso andrebbe riconsiderata l’alternativa dell’introduzione graduale di forme articolate di carbon tax a valere sia sulle merci prodotte nella UE sia su quelle di importazione, così da evitare, nel rispetto degli accordi WTO, negativi effetti di spiazzamento dell’Europa nel commercio mondiale; nel perseguimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni e di sicurezza degli approvvigionamenti si sottolinea inoltre l’importanza di interventi volti a promuovere il risparmio energetico e l’uso di risorse domestiche. Con riferimento al nuovo sistema ETS, al fine di evitare i rischi di carbon leakage diretto e indiretto, si ritiene importante promuovere un sistema di compensazione non nazionale ma a livello europeo.

 Quanto ai mercati della capacità produttiva nel settore elettrico, in attesa di una riforma più ambiziosa dei mercati all’ingrosso capace di remunerare le riserve di sicurezza già nel normale sistema dei prezzi, si auspica grande prudenza nell’introdurre prezzi minimi garantiti, che di fatto ricostituirebbero sistemi di capacity payment, e si suggerisce di legarli in ogni caso a scadenze di lungo termine.

 Quanto all’incentivazione delle fonti energetiche fossili, si ritiene che – coerentemente con la volontà di accelerare il processo di decarbonizzazione – l’UE dovrebbe spingere gli Stati membri a progressivi processi di riduzione, che dovrebbero essere più intensi per le fonti a maggiori emissioni di CO2, in vista di una loro eliminazione.

 Quanto alla incentivazione delle fonti energetiche rinnovabili, si ritiene che essa debba essere inserita nel contributo che l’industria elettrica dà, Paese per Paese, assieme ad altri macrosettori dell’economia (trasporti, edifici, siti produttivi) al più generale obiettivo di riduzione delle emissioni; che debba rispettare il principio di neutralità tecnologica nell’assegnazione delle risorse di origine fiscale e parafiscale; che debba infine dispiegarsi nel tempo così da raggiungere gli obiettivi finali capitalizzando i miglioramenti delle tecnologie e lo sviluppo delle infrastrutture, in particolare delle smart grid, al quale dovranno contribuire, anche se non in misura esclusiva, i produttori che le utilizzeranno.

 In tema di sviluppo e integrazione delle fonti rinnovabili di energia elettrica, al fine di favorire lo sviluppo di un mercato all’ingrosso europeo, si ritengono necessari meccanismi d’asta efficienti e competitivi a livello europeo.

 Allo scopo di accrescere la competitività dell’economia europea, si considera fondamentale agevolare gli investimenti nelle imprese ad alta tecnologia, che sviluppano prodotti e tecnologie per l’efficienza energetica e la riduzione delle emissioni.

 Sembra opportuno puntare a norme regolatrici dei mercati che favoriscono il passaggio verso sistemi energetici e di produzione a bassa emissione di gas-serra, piuttosto che introdurre incentivi o disincentivi diretti, perché questi ultimi possono drogare i mercati e divenire fonti di inefficienza, se mantenuti troppo a lungo nel tempo e se mal calibrati.

 Fermi restando gli obiettivi di riduzione di gas-serra al 2030 e al 2050 fissati per ogni Paese da determinare prima della COP21 di Parigi, si ritiene inoltre opportuno lasciare libertà ai Paesi della UE nel determinare il proprio specifico mix fra efficientamento energetico e ricorso alle energie rinnovabili, viste le grandi differenze fra i Paesi della UE: nel mix energetico, nel clima, nella struttura produttiva, nel sistema urbanistico, nella tecnologia di costruzione degli edifici.

 Si ritiene opportuno valutare la possibilità di permettere ai Paesi che, attraverso detrazioni o altri strumenti di tipo fiscale, favoriscono i privati e le aziende che si indirizzano verso tecnologie green, di computare le relative spese mediante una contabilità non limitata al singolo anno fiscale, ma che tenga conto in modo completo dei costi e dei benefici fiscali di medio e lungo periodo.

 L’UE e ogni suo Paese profondano il massimo impegno affinché, come indicato alla COP20 di Lima, alla COP21 di Parigi, ogni Stato del mondo adotti obiettivi ambiziosi e misurabili di riduzione di gas-serra, indicando l’anno in cui raggiungere il picco di emissioni e la successiva velocità di riduzione. L’Europa, essendo stata araldo della lotta al global warming, gode di tutta la credibilità per intraprendere azioni diplomatiche a tutti i livelli su queste tematiche.

 L’UE eviti di raggiungere i suoi obiettivi di riduzione delle emissioni mediante delocalizzazione degli impianti ad alta emissione di gas-serra nei paesi extra UE”.

 Insomma: un’autentica rivoluzione copernicana. E dunque (riepilogando a casaccio):

Fine della parte da capro espiatorio fin qui recitata dall’Europa. Orgogliosa affermazione dei propri meriti e del proprio ruolo (ritrovato?) di guida geo-politica.

Fine con gli inesistenti sensi di colpa. Fine dell’anti-industrialismo ideologico. Fine del terzomondismo più sgangherato. Fine delle logiche da piani quinquennali sovietici o da balzi in avanti maoisti.

Fine del ruolo europeo da (insopportabile) primo della classe e tutela (anche) dei propri interessi economici.

Rispetto delle specificità nazionali.

La finalità da perseguire dovrà essere la riduzione delle emissioni globali e non i sub-obiettivi parziali e locali, che hanno solo un ruolo strumentale: l’obiettivo comune è la riduzione dei gas serra e non come ottenerla.

Abbandono di strumenti operativi validi in teoria ma fallimentari in pratica.

Introduzione di una carbon tax sui beni di importazione, che da sempre noi abbiamo indicato come primo passo per l’unica soluzione del problema dell’eccesso nell’uso dei combustibili fossili: la soluzione di mercato per favorire quell’innovazione che fin qui è mancata e che ha fatto propendere verso l’adozione di logiche e rituali fideistici ed irrazionali, giungendo persino ai culti totemici.

Riconoscimento degli esiti infausti del carbon leakage a cui sono pervenute le politiche incentivanti delle rinnovabili elettriche.

Massima cautela con i capacity payment (o comunque li si vogliano chiamare).

Riduzione al minimo dello strumento, protratto e perverso, dell’incentivazione, sia per le fonti fossili che per le rinnovabili.

Principio della neutralità tecnologica negli aiuti pubblici.

Contributi dei produttori alle spese extra di trasmissione da essi cagionate.

Meccanismi d’asta e logiche europee (e non nazionali) di selezione e compensazione.

Priorità di agevolazioni a chi risparmia molto e non a chi produce molto.

Logiche economiche, energetiche e fiscali di lungo periodo per evitare i troppi casi di investimenti (investimenti?) mordi e fuggi….

Eccetera eccetera.

Vaste programme, en effet

Il Senato questa volta ha volato alto, ma ci sarà bisogno di ben più forti colpi d’ala in futuro, se non altro per sollevare la zavorra dei 200 miliardi di incentivi (euro più euro meno) alle sole rinnovabili elettriche che ancora gravano sul futuro energetico della prossima generazione di italiani. E il primo colpo d’ala del Parlamento – giusto per evitare un crash landing capace di annullare fin da subito tutte queste belle parole – dovrebbe essere dato proprio in questi giorni: si tratterebbe di evitare l’adozione del nuovo Decreto Ministeriale per la concessione di ulteriori incentivi all’eolico.

Sarebbe la sconfessione di tutti questi principi innovatori in un sol colpo di restaurazione del passato peggiore. Sarebbe difficile, in particolare, parlare di “grande prudenza” nella concessione dei capacity payment se poi li si rendono di fatto obbligatori con l’installazione di potenziali sempre maggiori di energia elettrica non programmabile.

Senatori! Sia il vostro grido: Ricerca Ricerca Ricerca! Innovazione Innovazione Innovazione!

Alberto Cuppini

 

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Una risposta a Senato: trionfa il buon senso nella risoluzione sulla “Unione dell’Energia”

  1. flavio santoro ha detto:

    Naturalmente sarebbe una ottima notizia…,se non si tratterebbe “solo” di una risoluzione…Dubito che le lobby del settore stiano passivamente a subire una sicura riduzione dei pingui incentivi perenni che oramai sono abituati,è naturalmente dalla politica ci aspettiamo che confermino questa nuova linea con il nuovo decreto….
    Fermo restando che i disastri paesaggisti sono sotto gli occhi di tutti (ma non li vedono solo chi non li vuole vedere) il problema è che non si capisce cosa altro bisogna aspettare per veder toccare il fondo ,per il resto come al solito condivido in toto l’ottimo articolo di ALBERTO CUPPINI.

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