Sfondato già nel 2015 il tetto dei 5,8 miliardi annui di incentivi alle FER non fotovoltaiche

Spesa per i certificati verdi fuori controllo per quest’anno ed il prossimo: secondo l’AEEG, extra costo in bolletta dei ritiri dei CV aggiornato a due miliardi, di cui 600/800 milioni già nel 2015. Impatto complessivo annuo dei CV di 5 miliardi, che porterà la componente A3 della bolletta a 14 miliardi nel 2016. Mentre l’Autorità valuta “l’assunzione di apposite misure finalizzate a rendere sostenibile tale rilevante incremento degli oneri”, il GSE ignora l’allarme, lasciando inalterato il contatore degli incentivi alle FER non fotovoltaiche. Il Mise si appresta così a pubblicare un decreto per concedere, nel limite di un tetto massimo alla cui attendibilità non crede ormai più nessuno, ulteriori ingiustificati incentivi all’eolico, il cui contingente – proprio per le aste del 2015 e 2016 – pare che sarà addirittura aumentato rispetto alla prima bozza di decreto resa nota lo scorso maggio.

L’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas (AEEG) già dallo scorso anno aveva messo in guardia che nel 2016 ci sarebbe stato un extra-costo di un miliardo di euro, da addebitare in bolletta, per il ritiro degli ultimi certificati verdi, che in futuro saranno sostituiti da una forma di incentivazione alle FER elettriche ad essi equivalente.

Ma ancora più preoccupante appare quanto si legge nella recente delibera AEEG 308/2015: l’onere per il 2016 sarebbe decisamente superiore al miliardo paventato (e confermato in occasione dell’aggiornamento tariffario del secondo trimestre). Leggiamo dalla delibera:

“Per quanto riguarda gli oneri derivanti dal pagamento degli incentivi a valere sul conto A3, essi sono attualmente pari a circa 13,4 miliardi di euro (dato 2014), di cui circa 12,2 miliardi di euro imputabili alle fonti rinnovabili, a cui si aggiungono gli oneri “filtrati dal mercato dell’energia” e associati ai certificati verdi oggetto di negoziazione (stimati, per l’anno 2014 in circa 700 milioni di euro)“.

 Già così i conti non tornano più, neppure per il 2014: 12,2 miliardi in A3 imputabili alle sole fonti rinnovabili più 0,7 miliardi per “oneri associati ai certificati verdi” dà una somma di 12,9 miliardi per incentivi alle rinnovabili elettriche, superiore alla somma di 12,5 miliardi dei tetti massimi (6,7 per il FV + 5,8 per il non FV) previsti dai decreti del luglio 2012 per tali incentivi. Ma non è finita qui. Leggiamo oltre:

“Per l’anno 2015 gli oneri derivanti dal pagamento degli incentivi a valere sul conto A3 dovrebbero essere in calo fino a circa 12,5 miliardi di euro sia per effetto del termine al diritto di alcuni incentivi sia per effetto delle misure introdotte dal decreto legge 91/14 (il cosiddetto “Decreto Competitività”. Ndr). Tuttavia, per l’anno 2016 si attende un consistente aumento di tali oneri per effetto del termine del meccanismo dei certificati verdi. Infatti, nel 2016, oltre ai costi derivanti dalle tariffe incentivanti che ne prenderanno il posto (stimabili in circa 3 miliardi di euro), si sosterranno i costi associati al ritiro, da parte del GSE, degli ultimi certificati invenduti. Si tratta di circa la metà di quelli emessi nel 2015 e rimasti invenduti, oltre agli altri CV eventualmente rimasti nei conti proprietà dei produttori, per un totale stimabile in circa 2 miliardi di euro. Ci si attende pertanto che, nel 2016, il costo totale derivante dalla fine del meccanismo dei certificati verdi e dalle nuove tariffe incentivanti che ne prenderanno il posto sia pari a circa 5 miliardi di euro. Tale aumento, combinato con le variazioni attese su altri strumenti incentivanti, porta a ritenere che gli oneri derivanti dal pagamento degli incentivi a valere sul conto A3 nel 2016 potranno superare abbondantemente i 14 miliardi di euro.

 Record italiano frantumato! Con buona pace delle roboanti dichiarazioni del Presidente del Consiglio Renzi in occasione del suo discorso di insediamento (quello con le famose slide) per contenere la spesa degli incentivi in bolletta… Roba da far impallidire la tela di Penelope!

Questo brillante risultato (per produrre solo il 20% dell’energia elettrica consumata in Italia, ricordiamolo) è opera di un’attività normativa quindicennale inesausta, in cui si hanno dato il loro peggio tutti i Governi, senza esclusioni, via via succedutisi, tra complicità o benigne noncuranze di tutte le altre istituzioni pubbliche votate al loro controllo.

Nel 2016, 2 miliardi di extra costi per i CV in più in bolletta, dunque… La situazione appariva all’AEEG grave al punto di affermare che

 “l’Autorità sta valutando l’assunzione di apposite misure finalizzate a rendere sostenibile tale rilevante incremento di oneri”.

Ma a peggiorare ulteriormente le cose, in occasione dell’ultimo aggiornamento trimestrale, l’Autorità ha stimato che già da quest’anno ci sarà un costo “inatteso” di oltre 600/800 milioni di euro per questi ritiri.

Ricordiamo che in questi documenti dell’Autorità, come recita la stessa AEEG, “tutti i dati numerici … derivano da rielaborazioni a partire da dati tratti dalle pubblicazioni di Terna (in relazione al mix produttivo) e dai dati più recentemente resi disponibili dal GSE (in relazione ai regimi commerciali speciali e agli strumenti incentivanti) o da Terna (in relazione al dispacciamento)”.

Il Gse è quindi perfettamente a conoscenza di quanto sta avvenendo in questi stessi mesi, e si suppone che, oltre ad informare il Ministero dello Sviluppo Economico della grave emorragia, riporti queste variazioni di spesa nel suo contatore degli oneri delle fonti rinnovabili elettriche che, nelle parole dello stesso GSE, è

“lo strumento operativo che serve a visualizzare, sul sito internet del GSE, il “costo indicativo cumulato annuo degli incentivi” riconosciuti agli impianti alimentati da fonti rinnovabili diversi da quelli fotovoltaici, definito all’art. 2 del D.M. 6/7/2012.

Tale costo rappresenta una stima dell’onere annuo potenziale, già impegnato anche se non ancora interamente sostenuto, degli incentivi riconosciuti agli impianti a fonti rinnovabili non fotovoltaici, in attuazione dei vari provvedimenti di incentivazione statali che si sono succeduti in questo settore.

In base all’art. 3 del D.M. 6/7/2012, il “costo indicativo cumulato annuo degli incentivi” non potrà superare i 5,8 miliardi di euro annui“.

Invece: niente risulta dei “costi inattesi” denunciati dall’AEEG negli aggiornamenti mensili del contatore, in cui i costi per C.V. rimangono stabilmente attorno ai 3 miliardi di euro. E’ un nuovo caso, dopo quelli da noi denunciate in passato, di una interpretazione – a nostro avviso arbitraria – del GSE favorevole all’eolico. La quota del contatore delle FER non FV si mantiene così al di sotto della fatidico tetto di spesa dei 5,8 miliardi di euro, che – chissà perchè – pare essere ora diventato, esauriti gli obiettivi vincolanti che venivano di volta in volta proposti per giustificare l’aumento dei sussidi pubblici, il nuovo obiettivo che il MISE si prefigge di raggiungere ad ogni costo.

Questa discutibile tesi (per giustificare le nuove aste da tenersi proprio nel 2015 e 2016) è quella sostenuta nella bozza del decreto ministeriale resa nota lo scorso maggio, che aveva indotto 13 associazioni ambientaliste contrarie alle “mega” pale eoliche a scrivere una lettera al Governo.

Una lettera i cui validi argomenti sono però stati, a quanto pare, ignorati, se è vero quanto riportano alcune fonti, secondo cui il contingente riservato all’eolico onshore in una nuova bozza del decreto sarebbe stato addirittura aumentato di 100 MW.

Il Mise si appresta così a pubblicare un decreto per concedere, nel limite di un tetto massimo alla cui attendibilità non crede ormai più nessuno, ulteriori ingiustificati incentivi all’eolico. Siamo al teatro dell’assurdo: mentre una pubblica istituzione italiana “sta valutando apposite misure finalizzate a rendere sostenibile tale rilevante incremento di oneri”, una seconda pubblica istituzione sta valutando, violando un proprio punto programmatico, un altro insostenibile incremento di quegli stessi oneri, decretando nuovi incentivi con aste da tenersi proprio nello stesso biennio.

Nel frattempo, le stime provvisorie per il 2014 del rapporto tra produzione elettrica da FER e fabbisogno sono salite al 38,6%, togliendo anche la giustificazione del perseguimento dell’ambizioso obiettivo (35-38%) previsto dalla Strategia Energetica Nazionale per il 2020 all’impiego di altre risorse collettive da destinare a nuovi sussidi per l’eolico.

Questa pervicacia ministeriale induce quindi anche i meno sospettosi a pensar male. In quest’ottica anche l’inspiegabile collasso (- 27,6%) della produzione da idroelettrico,   pur a bacini più pieni, nel primo quadrimestre 2015 rispetto allo stesso periodo del 2014 suscita inevitabili e spiacevoli dietrologie.

Quest’ultimo episodio della telenovela dell’aumento senza fine della spesa per incentivi alle FER elettriche in bolletta viene perpetrato, come al solito, nel disinteresse generale di stampa, Parlamento e Magistratura contabile. Anche il presidente dell’Authority per l’energia quest’anno non ha ritenuto opportuno dedicare all’argomento una sola parola in occasione del suo discorso per la presentazione della relazione annuale, lo scorso 24 giugno alla Camera.

Lo sfondamento ormai certo del tetto dei 5,8 miliardi per quest’anno ed il prossimo è ancora più grave se si considera che i prezzi dell’elettricità sul mercato all’ingrosso sono previsti in ulteriore discesa. Almeno questo è quanto sostiene Moody’s Investor Service nel rapporto “I mercati dell’elettricità in Europa”, in cui si sostiene che i prezzi italiani si manterranno tra i 42 e i 47 euro per MWh fino al 2020, ossia ancora in diminuzione rispetto agli attuali 48-51 euro. Secondo il rapporto, questo ulteriore calo sarà – di nuovo – ascrivibile principalmente alla combinazione di “bassi prezzi del gas, domanda sottotono ed eccesso di capacità produttiva”.

Splendido, si dirà in prima battuta.

Ma questa prevista riduzione comporterà un ulteriore aumento degli incentivi alle FER non FV, calcolati per lo più come differenza tra una tariffa fissa feed-in ed il prezzo di mercato dell’energia. Se tale prezzo fosse in calo, la spesa per l’energia incentivata prodotta in Italia risulterebbe automaticamente in aumento, e proprio nella stessa misura.

E quindi, con tutti i suoi impianti FER per la produzione dell’energia elettrica, non solo l’Italia si potrà avvantaggiare solo parzialmente dalla diminuzione dei prezzi della materia prima come accade ai suoi concorrenti (in particolare quelli extra-europei, che hanno ignorato il protocollo di Kyoto), ma sarà ancor più affardellata da questo aumento automatico della spesa per incentivi.

Un bel risultato, non c’è che dire, che si va ad aggiungere alle già note storture di un sistema basato in gran parte sulla produzione elettrica non programmabile, le cui contraddizioni esploderanno in futuro, con la progressiva chiusura degli impianti termoelettrici esistenti, resi non più redditizi dalla priorità di dispacciamento concessa all’energia elettrica prodotta dalle rinnovabili, ma che fungono da imprescindibile “tampone” per le erratiche produzioni da fotovoltaico ed eolico.

Per il futuro si può fin da ora prevedere, oltre ad un cospicuo aumento del capacity payment, la necessità di un intervento statale per costruire questi impianti “tampone”, in sostituzione di quelli ora esistenti, alcuni dei quali minacciano addirittura di essere smantellati e trasferiti all’estero a breve termine.

Un bel risultato, dicevo. E non sembra neppure finita qui…

 

Alberto Cuppini

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