L’impianto eolico della Cappelletta immagine simbolo della faciloneria ecologista sull’alto Appennino

Un articolo su Repubblica ha ravvivato il dibattito sulle speculazioni facili e sugli eco-mostri celati sotto il mantra dell’ “energia pulita”

passo cappelletta 01

Foto m.d.g

Parliamo del “piccolo” impianto eolico del passo della Cappelletta, tra Varese Ligure (SP) e Albareto (PR): il prototipo del “parco” eolico nell’alto Appennino, citato tante volte come esempio di buona amministrazione e di struttura non invasiva del territorio montano. Vediamo come vanno in realtà le cose:

“Le sue torri, evidentemente ormai non più produttive, appaiono abbandonate a se stesse, prive di manutenzione, nessun cartello, nessuna indicazione; le grandi pale dei generatori di sommità giacciono, come un monumento all’abbandono, completamente ferme”.

Così lo descrive Mauro Delgrosso su Repubblica Parma del 25 agosto scorso, nell’articolo “I rottami del parco eolico della Cappelletta.

Riportiamo ancora da questo articolo, che invitiamo a leggere nel dettaglio dal sito web di Repubblica per la sua lucidità di analisi:

“Nonostante questo sia il posto più ventoso, e quindi potenzialmente redditivo, della zona, della provincia: viene il dubbio, come molti dei comitati anti-eolico sostengono da anni, che sfruttati gli incentivi, guadagnato con facilità quello che si doveva guadagnare, delle energie verdi e rinnovabili non freghi realmente niente a nessuno; un semplice giro finanziario, senza nessuna garanzia di ripristino, di continuità, di sviluppo; una produzione ed un’economia drogata dai contributi pubblici, con enormi e indecenti rottami che alla fine non hanno mai padroni, come in questo caso; con i danni, evidenti a tutti, prodotti a livello paesaggistico, e ambientale, a carico del cittadino… La follia di vedere due gruppi di pale che frullano veloci il vento, e, in mezzo, altri due gruppi che fischiano perché immobili”.

passo cappelletta 02

Foto m.d.g

Al passo della Cappelletta, a quanto pare, sono state installate, a distanza di qualche anno l’una dall’altra, due coppie di aerogeneratori. Sempre in apparenza, la manutenzione della prima coppia di pale, una volta terminato il periodo previsto per l’incentivazione dell’energia elettrica da loro prodotta, non interessa ormai più a nessuno; e loro rimangono ferme…

Se così fosse, questa sarebbe la prova provata della tesi sempre sostenuta dai comitati della Rete della Resistenza sui Crinali, secondo cui, senza cospicui incentivi pubblici perpetui, l’eolico industriale su queste montagne non avrebbe alcuna possibilità di esistere.

E così si dimostrerebbe che, alla fine del periodo di incentivazione e quando le pale smettono di funzionare per guasti ed usura, cessa completamente la produzione di elettricità e con essa i relativi flussi di cassa. Con loro svaniscono inevitabilmente anche le royalty e tutte le altre belle promesse fatte alle amministrazioni locali, che si ritrovano senza soldi e con i rottami (e che rottami!) da smaltire.

Sebbene si tratti di un impianto di dimensioni relativamente modeste, il caso appare particolarmente significativo perchè è il primo, sulle nostre montagne, ad avere fatto questa fine (che noi riteniamo inevitabile anche per tutti gli altri). Questo articolo di Delgrosso, che ha sempre seguito con attenzione vicende analoghe, merita dunque di essere approfondito. Attendiamo perciò contributi e riflessioni su questa vicenda, ed in particolare quella dei diretti responsabili, per chiarimenti e precisazioni.

Altrimenti, per concludere con le stesse parole dell’articolo di Repubblica di martedì scorso,

“la gente della montagna, con questi esempi, con questi monumenti all’inutilità, che gli si presentano, per chilometri di distanza, davanti agli occhi tutti i giorni, diventa alla fine completamente rassegnata, frustrata; anzi, completamente malfidente: nelle imprese che si propongono in progetti dalla valenza ambientale, ma soprattutto nelle istituzioni, che dimostrano ancora una volta, come se ce ne fosse ancora bisogno, di non saper alla fine fare il lavoro per cui esistono: fare gli interessi dei cittadini, a partire dall’ambiente in cui vivono”.


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Una risposta a L’impianto eolico della Cappelletta immagine simbolo della faciloneria ecologista sull’alto Appennino

  1. admin ha detto:

    Mauro Delgrosso è stato fondamentale per noi quando la FERA devastò la foresta dei Due Santi nell’impresa di allargamento della strada che da Albareto avrebbe dovuto (e così ha fatto) permettere alle mega pale di raggiungere il sito di Zeri. Con una cronaca quasi quotidiana ha documentato prima la devastazione e poi l’intervento dei carabinieri. Ha documentato anche le battaglie per il Santa Donna e ha partecipato ad una riunione pubblica contro le pale del passo della Cisa. Per quanto riguarda le pale “storiche” della Cappelletta: sono sorte in un periodo quando ancora non esisteva un comitato specifico, ma diedero lo spunto per la formazione del CISATEL, che sarebbe poi entrato in attività quando fu proposto l’impianto di Oppimitti sul monte Croce di Ferro (6 mega pale su area archeologica). Ora le pale non funzionanti dell’impianto della Cappelletta, che per tanto furono sbandierate come manifesto del buon governo illuminato di Varese Ligure, sono un manifesto per gli antieolici sui crinali, che lo additano come ecomostro non funzionante ma devastante. Bisogna purtroppo dire che per altri (i più giovani, naturalmente) esse sono diventate elementi “naturali” del paesaggio, dato che se lo ricordano sempre così. E proprio questa variazione nella percezione della nostra terra è ciò che ci preoccupa di più. Ciao a tutti.
    Per il CISATEL
    Ivano Vignali.

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