A Roma si persevera con una politica schizofrenica a favore delle rinnovabili elettriche non programmabili

Nel 2014 produzione da rinnovabili in preoccupante calo sia nel settore termico che nel settore trasporti. Contro ogni evidenza, il Governo continua invece a riversare risorse pubbliche nel settore elettrico che, grazie all’idroelettrico non incentivato, ha permesso di raggiungere con sei anni di anticipo gli obiettivi energetici per il 2020. Nuovo decreto per finanziare altre aste a favore dell’eolico industriale. Quest’anno produzione idroelettrica – per scelta deliberata volta a favorire l’eolico – verso il minimo storico di produzione. Risultato: nel 2015 costi in aumento e produzione totale da FER prevista per la prima volta in calo.

 Estate stagione dei densi climi, dei grandi mattini e dei bilanci energetici dell’anno precedente per le energie rinnovabili.

In agosto è stata infatti pubblicata dal Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) “La situazione energetica nazionale nel 2014” ed in settembre il Gestore dei Servizi Energetici spa (GSE), che dal MISE dipende e che secondo la classifica di Mediobanca è la quarta azienda italiana per fatturato proprio grazie all’erogazione degli incentivi alle rinnovabili elettriche, ha pubblicato il “Rapporto attività 2014“.

Bilanci a luci ed ombre, ma che conducono a conclusioni inequivoche e, come inevitabile conseguenza, alla revisione della politica in materia di rinnovabili – sbilanciata verso le fonti non programmabili nel settore elettrico – fin qui perseguita da tutti i Governi della Repubblica succedutisi in questi ultimi anni. Ma forse sarebbe stato preferibile usare, in questa materia dove anche la logica applicata dai decisori politici appare spesso “rinnovabile” e “non programmabile”, il più prudente condizionale “condurrebbero”…

Alcune crepe logiche sono cominciate ad apparire già nella presentazione alla stampa dello studio MISE, che è stata riportata nell’articolo di Jacopo Giliberto sul “Sole” con l’impreciso titolo “Dalle rinnovabili quasi il 50% dell’energia prodotta in Italia” (in realtà il 50% viene – purtroppo – avvicinato solo per l’energia elettrica). L’articolo riprende l’enfasi posta in quella circostanza dal Sottosegretario del MISE Simona Vicari sull’imposizione fiscale (“L’Italia ha costi energetici troppo alti soprattutto per colpa della tassazione superba“), dimenticando di aggiungere che a tale tassazione già “superba” si dovrebbero aggiungere almeno altri dodici miliardi di incentivi alle rinnovabili elettriche che sono (nella sostanza anche se non nella forma) ulteriori tasse a carico degli italiani: tasse particolarmente odiose perchè celate nelle bollette elettriche e che quindi non compaiono nè nei bilanci pubblici e neppure nei dati della contabilità nazionale.

Cominciamo a leggere nel documento del MISE – dove i dati sono ancora (incredibile!) provvisori – alcuni passaggi ed alcuni numeri a cui non è stata attribuita particolare importanza ma che pure ci interessano moltissimo. Riportiamo da pag.15:

Il contributo fornito dalle fonti rinnovabili nel settore Termico è un fenomeno che è stato approfondito dal punto di vista statistico solo negli anni più recenti, grazie principalmente alle attività di rilevazione sviluppate dal GSE ai fini del monitoraggio degli obiettivi europei sugli impieghi di FER.” In una noterella si aggiunge che “ad esempio l’Indagine Istat 2013 sui consumi energetici delle famiglie italiane ha consentito di contabilizzare consumi di biomassa nel comparto residenziale in precedenza non puntualmente rilevati.”

Se controlliamo nella tabella a pag.145 del documento pubblicato dal GSE pochi giorni fa, scopriamo che tali consumi prima non contabilizzati hanno permesso di aumentare, nel 2012, di quasi il 50% (!) i consumi derivanti da FER nel settore termico registrati nel 2011. Un aumento colossale, che testimonia, oltre alla sciatteria statistica che ha pregiudicato una corretta programmazione, la potenzialità delle FER (e dell’efficienza energetica e del risparmio) in questo settore trascurato ma di enormi dimensioni, in cui si dovrebbero concentrare gli sforzi (e gli stanziamenti pubblici) maggiori per ridurre l’impiego di combustibili fossili.

A pag. 16 apprendiamo che nel settore trasporti il contributo delle FER ai consumi è davvero esiguo e tendenzialmente in diminuzione addirittura del 15% (!) rispetto al già deludente 2013.

Nella stessa pagina si conferma inoltre che nel 2013 l’incidenza delle FER sui consumi finali complessivi di energia era stata del 16,7%, ad un soffio del valore-obiettivo del 17% vincolante per l’Italia nei confronti dell’Unione Europea per il 2020. L’aumento di 8,5 TWh nella produzione da FER elettriche (dati definitivi, a pag. 143 del documento GSE), ottenuto lo scorso anno soprattutto grazie al settore idroelettrico non incentivato, è quindi stato abbondantemente in grado, da solo, di far raggiungere già nel 2014 questo obiettivo del 17% previsto per sei anni dopo.

A pag. 18 leggiamo che la potenza termoelettrica installata (così come la sua produzione) nel 2014 è molto diminuita, mentre è cresciuto ancora il potenziale non programmabile (eolico e fotovoltaico) che pure ha bisogno di essere affiancato da un potenziale equivalente di impianti tradizionali in funzione di back up.

Nella stessa pagina compare anche il valore (provvisorio) della domanda finale di energia “in diminuzione del 4,6% (In un solo anno! Ndr) rispetto all’anno precedente, attestandosi a 120,8 Mtep rappresentando il valore, in termini assoluti, più basso da 18 anni. Il trend decrescente si è manifestato a partire dal 2005 quando i consumi di energia si attestavano intorno ai 146,6 Mtep.” Una diminuzione dei consumi energetici del 17,5% in una decina di anni (in presenza oltre tutto di una popolazione residente sensibilmente aumentata per i flussi migratori) non si può certo spiegare solo con l’aumento dell’efficienza energetica. Forse non è un caso che, proprio attorno al 2005, si siano cominciati ad installare in modo massiccio gli impianti elettrici FER non programmabili ed iper-incentivati. Anche a causa di questa scellerata decisione, a cui sono seguiti inevitabili aumenti di costi ed inefficienze sistemiche, la produzione manifatturiera italiana si è drammaticamente contratta ed i consumi delle famiglie sono molto diminuiti.

Passando al Rapporto attività del GSE, a pag. 5, nella sintesi introduttiva, leggiamo che “di sempre maggior rilievo sono le attività dedicate alla promozione dell’efficienza energetica e delle rinnovabili termiche.” Si parla in particolare dell’aumento delle richieste per Cogenerazione ad Alto Rendimento, Conto Termico e Certificati Bianchi, operazioni – queste – davvero di successo (alcune più, alcune meno…) per le quali, però, qui si indicano solo le richieste presentate ma non gli importi erogati per supportarle. Non a caso, per evitare imbarazzanti confronti tra queste “briciole” (in senso relativo) e la “torta” degli incentivi alle rinnovabili elettriche.

L’importo di questi ultimi incentivi (al lordo della gestione dei servizi) viene infatti indicato nella stessa pagina: circa 15,8 miliardi di euro, a cui devono essere sottratti 2,4 miliardi di ricavi, in gran parte per la vendita dell’energia elettrica sul mercato, per ottenere un ciclopico fabbisogno economico netto della componente A3 (nella sintesi questa componente non viene neppure nominata: per i più interessati rimando alle pagine 78 e 79) di circa 13,4 miliardi di euro. Ricordiamo per l’ennesima volta che non tutti questi 13,4 miliardi di incentivi (addebitati nella componente A3 della bolletta elettrica nazionale che nel 2013 ammontava complessivamente a 45 miliardi prima delle imposte) sono a favore delle rinnovabili, ma anche delle “assimilate” (ricordate il famigerato CIP 6?), sebbene ormai marginali ed in via di rapido esaurimento. E’ vero altresì anche il contrario, e cioè che non tutti gli incentivi dello scorso anno che i consumatori italiani hanno pagato per le rinnovabili sono compresi in A3; e questi incentivi nel 2014 sembrano essere stati decisamente maggiori di quelli pagati per le “assimilate”.

In altre parole: nel 2014 gli italiani hanno pagato per le rinnovabili elettriche (anche trascurando l’alluvione di costi accessori che le rinnovabili elettriche non programmabili comportano) decisamente di più rispetto ai 12,5 miliardi di euro di tetto massimo di spesa previsto dai decreti del luglio 2012 (6,7 miliardi per il fotovoltaico più 5,8 per il non fotovoltaico).

Da segnalare, a pag. 53 del rapporto GSE, l’interessante tavola sinottica delle aste competitive tenute nel 2014, dove risulta che gli impianti eolici onshore partecipanti sono stati oltre tre volte e mezzo il contingente da assegnare, a dimostrazione di un eccesso di prodigalità nell’incentivazione di questo settore a danno di tutti gli altri che, molto spesso, sono rimasti al palo, come la tavola fa ben rilevare.

A pagina 143, finalmente, possiamo leggere le statistiche definitive sulla produzione elettrica da FER che “si attesta intorno ai 120,7 TWh (+7,8% rispetto al 2013), arrivando a coprire il 37,5% del consumo interno lordo nazionale, in netta crescita rispetto all’anno precedente (34%). In soli sei anni il contributo delle FER nella produzione elettrica nazionale è più che raddoppiato.Il risultato è stato dunque persino migliore di quanto prospettato in via provvisoria dal MISE, sfondando la quota di 120 TWh di produzione grazie al contributo incrementale delle bioenergie (+ 1,642 TWh) che non era specificato nei dati Terna a cui faceva riferimento il MISE. Un + 9,6% nella produzione elettrica da bioenergie rispetto al 2013 ottenuto evidentemente per miracolo, da tutti imprevisto (…) stante un aumento di incentivi assegnati ridottissimo per il preciso impegno in questo senso del Presidente del Consiglio Renzi in persona.

Molto grave – e sintomatico della monocultura energetica a favore delle FER elettriche – quanto riportato a pag. 144, dove si tratta del settore termico: I consumi finali di energia da fonti rinnovabili stimati dal GSE per il 2014 nel settore Termico ammontano a circa 10,2 Mtep … in lieve flessione rispetto all’anno precedente.” Una flessione delle FER nel settore energetico più importante: questo accade per la prima volta da quando questa grandezza viene monitorata.

Nella stessa pag. 144 si rileva, come già fatto dal MISE, un analogo andamento discendente per il settore trasporti: “I dati preliminari … consentono di valutare per il 2014 un’immissione in consumo di circa 1,2 milioni di tonnellate di biocarburanti; il relativo contenuto energetico ammonta a circa 1,1 Mtep, in flessione di circa 0,2 Mtep rispetto al 2013.

La flessione della produzione FER nei settori termico e trasporti (a fronte di un brillante risultato in quello elettrico) è tanto più grave perchè il settore elettrico, oltre ad essere quello che necessita di incentivi maggiori per ogni tep (tonnellata equivalente petrolio) risparmiata, nel 2013 (i dati che seguono si ricavano dalla tabella di pag. 45 del documento GSE e facendo alcune proporzioni e sottrazioni) pesava per “soli” 25,50 Mtep nel consumo finale lordo complessivo italiano di energia (124,07 Mtep), e quindi era quello dei tre settori energetici con il peso relativo minore (il 20,74% del totale).

Il settore termico, che invece ha il rapporto tra costi da incentivi e produzione da FER più basso, è anche quello che, al contrario, pesa di più (58,88 Mtep di cui appena il 10,60 Mtep da rinnovabili).

Il dato della componente trasporti (che pesava circa 40 Mtep di cui solo 1,47 da biocarburanti) dimostra invece quanta poca sia stata l’attenzione verso questo settore. Facile, soprattutto nell’infuocata temperie dello scandalo dei dati tedeschi sulle emissioni diesel truccati, pensare che potenti interessi precostituiti ne abbiano impedito lo sviluppo. Ci auguriamo che questa colossale truffa si risolva in uno stimolo alla ricerca di soluzioni alternative per il contenimento delle emissioni nocive fin qui bloccate – in sede UE – da chi mirava a mantenere lo status quo e le colossali rendite tedesche (e italiane…) derivanti da posizioni dominanti consolidate nel mercato automobilistico.

Tutte queste considerazioni consiglierebbero dunque una revisione della Strategia Energetica Nazionale (SEN) partorita dai Ministri montiani Clini e Passera. Forse per ottenere i minimi risultati con il massimo sforzo, la SEN aveva previsto (a pag. 72) che per raggiungere i propri obiettivi energetici in tema di FER venissero messi a disposizione, ogni anno, 12,5 miliardi per il settore elettrico, 900 milioni per il ben più ampio settore termico e circa un miliardo per il settore trasporti, ancora tutto da esplorare.

Facile pensare che quel documento di programmazione fosse stato redatto da un Governo (il non rimpianto Governo Monti) in cui qualcuno amava in modo smodato e irrazionale le rinnovabili elettriche. Difficile pensare che lo stesso ardore mistico sia stato presente anche nei Governi successivi ed in particolare in quello del Rottamatore, che ad ogni piè sospinto rivendica con orgoglio i propri meriti nella rottura di schemi di potere consolidati ma dannosi per il Paese.

 Logica vorrebbe – quindi – che si ammettesse l’errore commesso nella SEN, e invece…

Invece pochi giorni fa è stato reso pubblico il Decreto Ministeriale del MISE per nuovi incentivi alle FER elettriche non FV per il 2016 e il 2017, da assegnare soprattutto attraverso le aste competitive, che, secondo Qualenergia, sarebbe già stato firmato e inviato alla conferenza Stato Regioni ove dovrebbe essere discusso, stando al Corriere Economia di lunedì, nella seduta del 7 ottobre.

Rispetto alla prima bozza pubblicata, di cui si è occupato anche il sito della Rete della Resistenza sui Crinali nel post “Eolico da incentivare e idroelettrico trascurato: una inquietante coincidenza“, rileviamo che è stato persino aumentato il contingente da riservare all’eolico attraverso le aste (e dunque per gli impianti più grandi e più impattanti, di dimensioni superiori ai 5 MW) portandolo a 830 MW (rispetto ai 700 della prima bozza) su un totale di 960 da assegnare a tutte le FER non FV. Non sbagliamo di molto, quindi, se affermiamo che questo DM è un grazioso regalo dedicato all’eolico industriale. Invariato (60 MW) è invece il contingente eolico riservato agli impianti più piccoli, i cui incentivi saranno assegnati tramite l’iscrizione ai registri.

I contingenti degli impianti superiori ai 5 MW saranno distribuiti tramite due aste, la prima delle quali è prevista, in teoria, per la metà di ciascun contingente. La prima asta (prossima ventura) riguarderà quindi verosimilmente 400 MW di eolico onshore e 15 MW di eolico offshore. “In teoria” perchè queste aste si svolgeranno fino al raggiungimento del tetto di 5,8 miliardi di euro all’anno di incentivi riportato nel contatore delle FER non FV presente sulla home page del sito web del GSE, che in questo momento segna 5,736 miliardi già impegnati per i prossimi dodici mesi. Sarebbero dunque disponibili “solo” una sessantina di milioni per incentivare tutti questi impianti in attesa: troppo poco per finanziare tanto nuovo potenziale.

Ecco dunque perchè è in corso un tentativo per ammorbidire i criteri di previsione della spesa per incentivi nel contatore FER del GSE (i 5,8 miliardi pare rappresentino insieme il vero obiettivo da perseguire e le colonne d’Ercole da non oltrepassare) ed un altro per ridurre i requisiti per partecipare alle aste.

Tuttavia:

1) Dal testo governativo non si evidenzia la fattibilità di una riduzione potenziale immediata dell’attuale contatore di ben 450 milioni come riportato da Qualenergia, che si rifà ai calcoli di analisti notoriamente vicini – da molti anni – agli eolici. Il calcolo “ufficiale” rimane in ogni caso affidato ad una serie di valutazioni in gran parte (necessariamente) arbitrarie del GSE, che sappiamo essere soggetto a violente pressioni politiche. In ogni caso, l’avere accettato l’assurda e ingiustificata logica dei lobbysti che considerano i 5,8 miliardi annui un credito rotativo perenne a loro favore ha trasformato il Governo in un apprendista stregone.

2) La capitalizzazione minima delle aziende che partecipano alle aste è stata ridotta dal 10% del valore dell’investimento al 5%, ma solo per impianti che comportano investimenti superiori a 100 milioni, cioè superiori grosso modo ad una ottantina di MW (stiamo cioè parlando di impianti enormi e perciò di eccezioni).

Altresì confermato, all’articolo 1 del DM, il principio secondo cui gli incentivi servono al perseguimento degli obiettivi stabiliti nella SEN, e non più di quelli del PAN per ottemperare agli obblighi con l’Europa, come invece era previsto nel decreto del luglio 2012, per il quale – e non per altro – era stato fissato quel limite massimo di 5,8 miliardi.

Ciò significa che la decisione di queste ulteriori spese è una scelta autonoma del Governo italiano, essendo cessati gli obblighi con l’Europa per il perseguimento degli obiettivi UE al 2020 (il 17% della produzione da FER dell’energia TOTALE consumata in Italia è infatti, come abbiamo visto, ormai raggiunto). Questa distinzione non è questione di lana caprina, perchè, così facendo, l’Italia infrange la legislazione europea sulla concorrenza, che vieta gli aiuti di Stato alle imprese. E se non sono aiuti di Stato alle imprese eoliche questi…

Con questa variazione degli obiettivi percentuali da perseguire è forse spiegabile, almeno in parte, anche la riduzione della produzione da idroelettrico, che qualche lobbysta vorrebbe destinare interamente a riserva per le erratiche produzioni di eolico e fotovoltaico, a cui abbiamo assistito increduli quest’anno.

Nei primi otto mesi del 2015 la produzione idroelettrica è infatti diminuita, nonostante i bacini siano stati costantemente molto più pieni rispetto al 2014, di oltre 11 TWh, equivalenti ad una catastrofica riduzione percentuale del 24,1%. Se tale percentuale dovesse essere confermata anche nell’ultimo quadrimestre, alla fine dell’anno saranno andate perdute 14 TWh di energia pulita, compensate in gran parte da una produzione termoelettrica di nuovo in aumento e da maggiori importazioni di energia dall’estero, equivalenti al 4,5% del fabbisogno elettrico nazionale.

L’anno scorso, come abbiamo visto prima, è stato superato il 37,5% della produzione elettrica da FER sui consumi totali ed il 38% si sarebbe nettamente superato quest’anno (a parità di condizioni meteo) solo grazie all’apporto degli ultimi impianti costruiti ed entrati a pieno regime. Questo risultato avrebbe quindi superato già da quest’anno il limite superiore della forchetta prevista dalla SEN per il 2020 in questo settore (35 – 38% dei consumi). Con la riduzione della produzione idro per verosimili 14 TWh (cioè, per l’appunto, circa il 4,5% dei consumi elettrici nazionali), il risultato di quest’anno sarà (guarda caso!) inferiore al minimo previsto dalla SEN (il 35%) e rappresenterà la scusa per indire queste nuove aste e spendere altri soldi degli italiani.

Tutto questo accade mentre la finestra di incredibili opportunità macroeconomiche internazionali, che si era aperta per l’economia italiana all’inizio dell’anno, si sta chiudendo. Sebbene permanga una forte disponibilità di liquidità ed i tassi di interesse siano bassi, l’euro si è decisamente rivalutato nei confronti del dollaro e, soprattutto, la domanda extra UE (in particolare quella proveniente dai BRICS) rischia di diminuire drasticamente, e comunque in modo tale da annullare i pur notevoli vantaggi del basso costo delle materie prime.

Sembrerebbe proprio che abbiamo perduto l’ennesimo autobus per ripartire…

Così passa e declina, in questa estate di San Martino dell’economia italiana che incede con lentezza indicibile, il miglior tempo della nostra Repubblica. La Repubblica italiana, nata per caso da una disastrosa esperienza bellica, e prosperata perchè i vincitori le avevano imposto alcune scelte fondamentali – e impopolari – di politica estera e di politica economica di cui gli italiani si sono però dimostrati in grado di approfittare al meglio per una ventina d’anni, realizzando il Miracolo economico, è in grave affanno.

L’Italia rischia ora di ritornare, con la fine della prosperità economica causata da troppe e troppo semplicistiche decisioni politiche sbagliate di tanti Governi democratici troppo desiderosi di compiacere le pretese delle loro clientele, in quella stessa condizione di sviluppo bloccato che l’aveva perseguitata per almeno tre secoli prima dell’Unità. Mettendo così a rischio, oltre al benessere diffuso, la democrazia e la stessa unità nazionale.

Alberto Cuppini

 

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