Una tsunami di pragmatismo ha mutato il clima del Consiglio Energia della UE

Giovedì 26 novembre a Bruxelles, durante il dibattito sui Piani nazionali per il conseguimento degli obiettivi europei nella lotta al cambiamento climatico per il periodo 2021-2030, il Consiglio Energia ha ridimensionato il ruolo della Commissione nell’elaborazione dei Piani, ha enfatizzato il principio della flessibilità in base alle specificità nazionali nella scelta delle politiche più efficaci dal punto di vista dei costi in relazione agli obiettivi, ha rinviato la presentazione dei Piani al 2019 e, per quanto riguarda le rinnovabili, ha previsto eventuali azioni correttive solo a metà del prossimo decennio.

Forse è dipeso dal desiderio di prevenire i tempi e non finire travolti dalle conseguenze delle ondate retoriche di ecologismo facilone e terzomondista che si annunciavano in arrivo dalla conferenza sul clima di Parigi (COP 21) della settimana successiva e che si stanno puntualmente concretizzando proprio in questi giorni.

Forse è dipeso dall’interpretazione simbolica delle stragi parigine del 13 novembre, secondo cui esse avrebbero segnato la fine, proprio là dove era cominciata nel Maggio 68, dell’era dell’immaginazione al potere (solo l’immaginazione al potere ha permesso di credere che un moderno, sofisticatissimo sistema industriale avrebbe potuto continuare ad essere competitivo se alimentato dall’energia elettrica erratica fornita da migliaia e migliaia di mulini a vento giganti). La ricreazione (per usare il termine sprezzante rivolto dal Generale De Gaulle agli studenti barricaderi del Quartiere Latino) sarebbe dunque finita davvero, seppure con un paio di generazioni di ritardo: due generazioni di classi dirigenti dell’Occidente perdute nei fumi delle scalmane ideologiche, risoltesi, dopo il crollo del sistema – allora proposto come alternativo – del socialismo reale, nei deliri del buonismo politicamente corretto che ha portato il mondo sull’orlo non di uno, ma di numerosi baratri.

Forse, molto più semplicemente, qualcuno, al potere in alcuni Paesi dell’Unione, ha fatto i conti sulla fallimentare lotta preventiva ai cambiamenti climatici fin qui condotta e si è trovato d’accordo con le posizioni di fondo, fortemente critiche sugli “impegni roboanti ma per niente rispettati dai potenti della terra” i cui “costi associati sono stratosferici e mancano totalmente indicazioni su quando, come e dove le risorse saranno reperite”, espresse (tra gli altri) da Fabio Pistella (già Presidente del CNR) e da Leonello Serva, ed efficacemente sintetizzate nell’articolo pubblicato dall’Astrolabio dell’ 11 novembre sotto il titolo “Il mare dei cambiamenti climatici e il secchiello europeo“:

Particolarmente difficile comprendere la posizione dell’UE, che con un programma lacrime e sangue vuole dare il suo “decisivo” contributo: scendere dagli attuali 3,4 miliardi (di tonnellate di emissioni di CO2 in atmosfera. Ndr) a 2,4. Un suicidio economico – se va bene, una drammatica automutilazione – per un contributo di 1 Gton a fronte di un mismatch di 10 Gtons“.

Forse è solo il naturale ed ineluttabile esito delle precedenti conclusioni del Consiglio europeo, ed in particolare quello dell’ottobre 2014, che hanno portato i primi refoli di un sano pragmatismo – a cui la burocrazia europea fatica però ad adeguarsi – portatori di movimenti assai più consistenti di masse d’aria fresca all’interno dei Parlamenti nazionali, come ben testimoniato, ad esempio, dalla sobria posizione – invero rivoluzionaria – assunta dal Senato italiano nella risoluzione sull’Unione dell’Energia  del giugno scorso.

E forse qualcuno è riuscito a convincere persino l’eroico Governo italiano che, se tutto va bene, dopo tutto l’affannarsi di questi ultimi anni e con il fardello di 12,5 miliardi annui di incentivi (solo quelli espliciti, ed a tacer d’altri immani fardelli accessori…) garantiti per venti anni a quelle FER elettriche che producono appena il 20% del fabbisogno nazionale di elettricità, siamo (già) rovinati, almeno fino al 2032, senza bisogno di ulteriori dimostrazioni di zelo tanto autolesionistico quanto inefficace in termini di limitazioni di emissioni inquinanti globali.

Fatto sta che, durante il dibattito sui Piani nazionali per il conseguimento degli obiettivi europei nella lotta al cambiamento climatico per il periodo 2021-2030 del Consiglio Energia del 26 novembre a Bruxelles (e nel colpevole disinteresse dei maggiori quotidiani nazionali), i 28 membri hanno stabilito sia alcune regole di condotta, basate su puro e semplice pragmatismo e buon senso, sia qualche correzione agli accordi precedenti, che si ricavano dalla lettura delle conclusioni dell’incontro e che qui elenchiamo in estrema sintesi, in attesa dei necessari esiti normativi:

1) Ridimensionamento del ruolo della Commissione nell’elaborazione dei Piani: “Gli Stati membri … possono ricevere raccomandazioni della Commissione … e considerarli se appropriati”.

2) La governance europea dovrà assicurare la “flessibilità … in base alle specificità nazionali, agli sviluppi tecnologici e al mutamento delle condizioni esterne” al fine di “scegliere le politiche più efficaci dal punto di vista dei costi in relazione agli obiettivi”.

3) Rinvio al 2019 della presentazione dei Piani definitivi, che l’esecutivo UE aveva fissato al 2018, ma con pubblicazione delle bozze preliminari già nel 2017.

4) Per quanto concerne le rinnovabili, solo qualora “alla metà del prossimo decennio dovesse essere identificato un gap rispetto alla traiettoria prevista dal Piano” potranno essere intraprese delle azioni aggiuntive, ma sempre tenendo “conto di quanto lo Stato membro contribuisca al target Ue”.

Dopo la riunione di giovedì appare dunque, di fatto, superata la precedente impostazione comunitaria (sinceramente troppo barocca persino per i mandarini di Bruxelles) che gli Amici della Terra, con valoroso spirito di servizio, avevano prima cercato di seguire, e poi di sintetizzare nell’articolo di Monica Tommasi sull’Astrolabio – pubblicato (per coincidenza?) proprio il giorno precedente la riunione di Bruxelles – dal titolo “L’Italia prima e dopo Parigi“.

Attendiamo però doverosamente, prima di analizzare le possibili ripercussioni di una simile, nuova, più flessibile e riflessiva impostazione del problema, che tali fondamentali principi siano formalizzati in leggi e regolamenti comunitari e che, nel frattempo, si siano sedimentati i materiali di risulta prodotti dal maremoto mediatico della conferenza di Parigi.

Per il momento osserviamo solo che tutta questa vicenda ha confermato, se mai ce ne fosse stato bisogno, il vecchio adagio secondo cui la fretta – specie se accompagnata, come troppo spesso accade nella politica italiana, dall’emotività – è cattiva consigliera. O, per meglio dire: è cattiva consigliera per gli interessi della Nazione, non certo per gli interessi dei percettori dei suddetti dodici miliardi e mezzo di miliardi di euro della collettività incassati tutti gli anni come incentivi. I rappresentanti di questi autentici miracolati affollano proprio in questi giorni Parigi, svolgendo alla COP 21 una violentissima azione di lobbying (o a viso scoperto oppure celati sotto i candidi manti dell’ecologismo più duro e puro) per rilanciare vieppiù l’impostazione drammaticamente sbagliata e le logiche perverse del protocollo di Kyoto. E di conseguenza (incidentalmente, si noti bene…) per perpetuare o accrescere la propria personale cuccagna, mentre i problemi globali si aggrovigliano sempre di più.

 

Alberto Cuppini

 

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Varie. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...