La campana della guerra eolica in Alta Irpinia suona anche per te

Un monito ai sindaci-apprendisti stregoni dell’alto Appennino che vorrebbero ricalcare le orme dei loro colleghi meridionali. Troppe esperienze ormai insegnano che scoperchiare per trenta denari il vaso di Pandora dell’eolico selvaggio in casa propria non è una saggia decisione. Il vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia Claudio Fava celebra il ruolo dei comitati come irrinunciabili presidi del territorio. Fava: “L’eolico può costituire la porta d’accesso attraverso la quale far permeare meccanismi criminali nell’economia locale.

Allontaniamoci per un momento dalle grane sulle nostre montagne per presentare una rassegna stampa delle tristi vicende dell’eolico impazzito nell’Irpinia orientale.
Ringraziamo tutti i giornali da cui abbiamo tratto i brani che seguono (rinviando ai rispettivi siti web chi desidera approfondire le loro inchieste), ma in particolare elogiamo, per il costante impegno civile profuso, “Il Ciriaco” e “La nostra voce”. Un apprezzamento speciale va riservato ai giornalisti Emma Barbaro e Domenico Bonaventura per il coraggio – non solo intellettuale – che dimostrano. Non c’è molto da aggiungere alle loro parole: limiteremo perciò i nostri commenti al minimo indispensabile.
E dunque l’Alta Irpinia… Pochi la conoscono perchè, fino a poco tempo fa, compariva di rado nelle cronache. Ma l’Alta Irpinia, dopo l’invasione improvvisa dell’eolico, ha perso l’aurea di essere una delle poche zone del Sud dove la presenza della criminalità organizzata non appariva endemica. Come la Basilicata, del resto, ed anche in Basilicata gli amministratori locali si stanno ora impegnando al massimo nell’autorizzare quanto più eolico possibile, per essere sicuri di ottenere poi lo stesso discutibile risultato.
Alla fine, il numero e la gravità degli episodi criminali concentrati nei Comuni dell’Irpinia orientale ha spinto anche il Corriere del Mezzogiorno ad occuparsene, con l’articolo di Emma Barbaro dell’ 8 febbraio “Irpinia, minacce e attacchi all’eolico con kalashnikov e camion incendiati“.

In Irpinia d’Oriente si spara ai centri di connessione in rete che convogliano l’energia prodotta dagli aerogeneratori sulla rete elettrica nazionale, si piazzano ordigni rudimentali alle spalle di sottostazioni Enel, si incendiano mezzi e si dà fuoco a rotoballe di pertinenza di consiglieri comunali troppo attivi sul fronte del dissenso. Tredici attentati solo a partire dal mese di agosto.
Nel numero non viene conteggiata la morte di Donato Tartaglia, attivista del comitato No eolico selvaggio, derubricata a suicidio (ancorchè “anomalo”) ma che, soprattutto perchè verificatasi in un simile contesto, desta enormi perplessità.

Prosegue il Corriere del Mezzogiorno:
Una escalation incredibile per un territorio che della tranquillità ha fatto la propria coperta di Linus. Sullo sfondo, il dilagare indiscriminato dell’affaire eolico. Quasi 300 gli aerogeneratori già installati, 21 i progetti autorizzati dalla Regione Campania per l’ammontare complessivo di circa 400 nuove pale. Senza contare, ovviamente, il proliferare indisturbato del mini eolico.
In un clima di fibrillazione i comitati, saturi, scelgono di denunciare i fatti direttamente al prefetto di Avellino. Questi, per la fine del mese di ottobre, convoca il Comitato per l’Ordine Pubblico e la Sicurezza e aumenta i controlli sul territorio. Arriva persino l’Antimafia con Rosy Bindi che (…) conferma la sua preoccupazione rispetto agli avvenimenti dell’Irpinia d’Oriente. La risposta, tuttavia, non si lascia attendere.
Il 17 novembre scorso due ordigni artigianali vengono piazzati da ignoti a ridosso della sottostazione Enel sita a meno di 700 metri dal casello autostradale di Lacedonia. Uno esplode, ma non fa danni evidenti. L’altro, successivamente, viene disinnescato dagli artificieri. «Un clima da vero e proprio far west, la situazione sta sfuggendo di mano a chi ha il compito di presidiare il territorio – arringa il coordinamento dei comitati -. La questione sta assumendo carattere diffuso e continuo, lo Stato faccia qualcosa». E lo Stato, con Claudio Fava, risponde alla chiamata“.
Già il 16 gennaio, prima dell’avvento di Fava, i sindaci della zona – disperati – si erano riuniti in assemblea ad Aquilonia,
dove peraltro nessuno aveva riconosciuto le proprie responsabilità per la situazione, ormai evidentemente sfuggita di mano alle autorità locali.
Alla vigilia della visita del vicepresidente della commissione Antimafia, Emma Barbaro aveva intervistato lo stesso Claudio Fava, nell’articolo sul Ciriaco del 4 febbraio “Eolico selvaggio, Fava: vigilanza necessaria, può essere la porta di ingresso di meccanismi criminali nell’economia locale“.

Ecco le sue parole (il grassetto è nel testo originale):
L’idea che ho maturato anche attraverso l’esperienza diretta in altre Regioni suggerisce che l’energia possa essere poco ‘pulita’ se non ci sono sul territorio i dovuti anticorpi e la debita attenzione. In Sicilia l’investimento più cospicuo ed oneroso sull’eolico è stato fatto da aziende legate a decine di prestanome di Matteo Messina Denaro. Le cosche criminali vanno considerate come vere e proprie entità finanziarie de-ideologizzate. Se per loro è più conveniente investire nell’eolico, piuttosto che nell’edilizia o nella grande distribuzione, non saranno certo le nostre buone intenzioni a fermarli. Li si può bloccare attraverso un’attenzione particolare e consapevole sul territorio e sugli insediamenti che vi sorgono. L’eolico può costituire la porta d’accesso attraverso la quale far permeare meccanismi criminali nell’economia locale. Tredici attentati di questo tipo fanno quantomeno pensare che si debba prestare la dovuta attenzione al mondo delle energie pulite, con un occhio particolare al sistema dei subappalti che ruotano attorno all’installazione di pale eoliche. Anche sull’affitto dei terreni si sta generando un vero e proprio business su cui sarebbe bene riflettere“.
Resta (…) la sensazione che ci sia una sorta di svalutazione complessiva della situazione da parte delle istituzioni politiche e degli altri grandi Enti territoriali deputati al controllo“.
E’ possibile che la criminalità giunga lì dove registra una maggiore disponibilità, ma dobbiamo ricordare che questi capitali criminali di fatto condizionano la società. Lì dove arrivano si fermano e creano una sorta di neocolonialismo criminale dal quale poi diventa complicato sottrarsi. E poi sono capitali che determinano investimenti e quindi lavoro, occupazione. La necessità è quella di garantire l’impermeabilità degli investimenti a risorse finanziarie malate: ritengo che questa via preventiva sia molto più utile ed efficace rispetto all’intervento ex post col sequestro”.
Occorre un’intesa forte tra le amministrazioni comunali, i comitati che presidiano il territorio e le Istituzioni dello Stato, anzitutto la Prefettura. Credo che l’incontro virtuoso tra queste presenze diverse possa contribuire ad una differente analisi della questione attraverso una pluralità di sguardi che si pongano come obbiettivo quello di costruire strumenti di impermeabilità. La magistratura interviene sul danno che è stato fatto, quando il reato si è già consumato. Invece è necessario intervenire in funzione preventiva, delineando le modalità di costruzione di processi virtuosi. Ma tutto ciò non è possibile se lo Stato non decide di coinvolgere direttamente tutte le parti in causa“.
Di nuovo sul Ciriaco, due giorni dopo l’intervista, la stessa Emma Barbaro ci presenta una cronaca della visita di Fava ai luoghi in cui si sono verificati gli episodi criminali: “Eolico Selvaggio, Fava: “L’Irpinia non è un’isola felice, la mafia va in giro in giacca e cravatta ad investire il suo patrimonio“:

La Commissione Antimafia arriva in Alta Irpinia. Dopo le denunce e le rimostranze dei comitati, dopo la convocazione del Comitato per l’Ordine pubblico e la sicurezza, si apre uno squarcio di verità. Osservato speciale è l’eolico selvaggio. O, per meglio dire, tutto quel reticolo di rapporti, tutti quegli intrecci che legano società a responsabilità limitata e ditte minori a sub appalti o prestazioni che mascherano uno scambio poco pulito. Il vice Presidente Claudio Fava ha lo sguardo di chi non è in visita di cortesia.
Il Coordinamento dei comitati altirpini presenta ad una ad una le criticità connesse ad uno sviluppo energetico sregolato”.
“Qui in Alta Irpinia la politica non ha avuto interesse a parlare di vocazione- arringa Enzo Tenore del Comitato per la tutela del paesaggio di Aquilonia– I territori sono stati destinati a discariche o a pale eoliche. I parametri di utilizzo delle risorse sono ormai da tempo superati, ora siamo decisamente allo sfruttamento indiscriminato“.
Ma a doverne prendere coscienza sono, innanzitutto, gli amministratori.
Mentre il sindaco di Calitri Michele Di Maio sembra avere le idee abbastanza chiare e non smette di far cenno alla moratoria contro l’eolico selvaggio o al Progetto Pilota, discorso inverso vale per il primo cittadino di Bisaccia Marcello Arminio. Trincerandosi dietro al noto cliché “ma che potere hanno i sindaci di opporsi“, scatena il dibattito e il clima si surriscalda. Il vice Presidente Fava prende le distanze e afferma: “Se si vuole, si può fare. Al di là degli strumenti di legge, se le rimostranze si trasformano in rivendicazioni di vocazione territoriale vanno ascoltate.
Colpi di klashnikov su centri di connessione in rete non rappresentano una faida tra società- arringa Fava– ma costituiscono un reato spia di matrice mafiosa. Il territorio, loro, lo conquistano così. Quando le vicende vengono regolate a colpi di dinamite si tratta di una vocazione criminale endemica che pretende grande attenzione. (…) piccole Srl potrebbero di fatto veicolare, come accaduto altrove, flussi di danaro sporco che vanno necessariamente ‘ripuliti’. L’idea è che qui si sia governato– sottolinea- in assenza di un programma di sviluppo. La Campania sembra aver scelto, di fatto, l’autogoverno locale. Capisco che questa sia una terra di vento, ma la concentrazione di insediamenti eolici che ho visto qui ha dell’incredibile. E pensare che tutto questo non ha alcuna forma di ricaduta in territori in cui ogni ricchezza dovrebbe essere risorsa collettiva e sociale“.
Da un altro punto di vista, più orientato alle ragioni dei comitati, la cronaca della visita di Fava fatta da Domenico Bonaventura sul giornale online “La nostra voce” del 5 febbraio, nell’articolo “Eolico e mafia, Fava: Paesaggio imbarazzante, moratoria necessaria“:

Il concetto della trasparenza degli atti e della “filiera del denaro” è stato enunciato da Enzo Tenore, del comitato di Aquilonia. “E’ possibile – si è chiesto l’architetto Tenore – che in un’attività deregolamentata possa venire in mente a qualcuno di comprare e a qualcun altro di vendersi?”. Un pensiero ribadito dal comitato Voria di Vallata per bocca di Valeriano Monaco: “Si può arrivare ad una commistione tra controllore e controllato”. Lo stesso Monaco ha poi parlato delle convenzioni. “Il D.M. Romani del 2010 – ha affermato – le vieta, e invece i sindaci le stipulano come compensazioni economiche e non ambientali”.
Mentre Pignatiello, del comitato No alta tensione di Lacedonia, ha richiamato l’attenzione sul rischio concreto che l’assenza di regole favorisce la nascita e lo sviluppo di un “sistema criminale”, Nicola Cicchetti, del comitato Voria, ha chiesto a Fava di andare via con impegni precisi. “La legge che regola il settore va modificata, e ci vuole una risposta dal Parlamento. La 387/03 favorisce società che spesso sono a capitale quasi nullo. Ci vogliono gare ad evidenza pubblica, certificati antimafia.” (…) Su un punto si sono trovati tutti concordi: “L’eolico è tutto selvaggio: non è regolamentato – ha aggiunto Tenore – e ha superato la fase della saturazione per passare in quella dello sfruttamento”.
Il giro che ho fatto oggi in queste zone mi ha presentato un paesaggio imbarazzante. La concentrazione di eolico che ho visto fa pensare ad una speculazione”, ha confermato il vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia. “Bisogna tenere in debita considerazione il rischio che le srl da 10mila euro di capitale facciano operazioni per ripulire denaro sporco, visto che si tratta di costruzioni da milioni di euro”.
Da domani, da Roma, il mio impegno sarà per la moratoria regionale… la moratoria è un’esigenza, non rappresenta un’elemosina”.
In realtà ad essere sotto esame è il modello di sviluppo. “Il concetto è più vasto. Acqua, aria e vento – conferma Fava – sono risorse pubbliche che sono diventate private e che garantiscono profitti privati. Si tratta di uno sviluppo malato, che non pone in discussione l’eolico tout court, ma il modello scelto. Tutto quello che è superfluo in territori essenziali come questo diventa saccheggio, occupazione. Ma la capacità di reazione che le vostre comunità hanno manifestato è evidente ed è aggregante. Dovete pretendere di più da chi vi governa, in primis dai sindaci – ha chiuso Fava -, tenendo gli occhi ben aperti su quello che accade. Alle volte una torre può essere installata nei terreni di un amministratore, e questo rappresenta il caso più vergognoso”.
Proprio come nel caso dell’incredibile scandalo del sindaco di Badia Tedalda – in provincia di Arezzo – scoppiato nel 2011 proprio in occasione della Conferenza dei Servizi per il colossale progetto eolico di Poggio Tre Vescovi (tra Toscana, Emilia-Romagna e Marche), a suo tempo rivelato all’opinione pubblica da un articolo di Repubblica.

Poichè era rientrato nella categoria del “caso più vergognoso”, a maggior ragione sbalordisce che lo stesso progetto di Poggio Tre Vescovi, a cui si erano dichiarati favorevoli solo i sindaci dei Comuni a cui erano state promesse le royalties, sia stato ora riproposto.

Ma, tornando al già citato articolo del Corriere del Mezzogiorno, ecco come si concludeva la relazione delle dichiarazioni di Fava:
«La sensazione è che questo territorio sia stato abbandonato a se stesso – dice Fava- e che gli amministratori locali e gli organi di governo regionale tendano a sottostimare la portata del problema. (…) Il sospetto è che questo sistema sia riuscito a permeare persino in Alta Irpinia lì dove piccole Srl, specie attraverso i subappalti, potrebbero di fatto veicolare il flusso di danaro sporco. Ai comitati, primi presidi territoriali, suggerisco di non abbassare la guardia. E poi, senza la giusta collaborazione con gli organi istituzionali, innanzitutto il prefetto, non si va da nessuna parte. La Commissione Antimafia prende a cuore la vostra battaglia e io mi farò carico di portarla sino a Roma. Solleciteremo un’attenzione supplementare per costruire anticorpi, bonificare le coscienze e far sì che certe vicende non passino più sotto silenzio».

L’infezione, al venir meno degli anticorpi istituzionali (in questo caso i sindaci, condizionati nello svolgimento del loro ruolo di pubblici ufficiali dai troppi soldi loro promessi come royalties), è sempre in agguato. Come morale della favola ed a dimostrazione che in Italia non ci sono isole felici al riparo dai rischi di un simile contagio, provocato dal denaro in eccesso messo a disposizione da un sistema incentivante sbagliato a favore delle sole rinnovabili elettriche, noi concludiamo con quanto scritto nell’articolo “Comuni in svendita” da Emanuele Chesi sul Resto del Carlino di Cesena del 21 febbraio, a commento della vicenda senza fine di Poggio Tre Vescovi:
Decine di pale eoliche alte come palazzi. La centrale ad energia eolica progettata a Poggio Tre Vescovi, sul crinale appenninico di Verghereto ha un impatto notevole sul paesaggio e sull’opinione pubblica. Così come altri progetti analoghi che fioriscono continuamente sui monti e lungo i fiumi. Impianti che, al di là di tutto, fanno gola ai Comuni per royalties che pagano alle esangui casse pubbliche.
Gli interessi dell’ambiente e, in fondo, dei cittadini, rischiano così di passare in secondo piano. O almeno di non essere adeguatamente tenuti in conto rispetto alla stringente necessità di far cassa (beninteso, per riparare strade o garantire i trasporti scolastici). Allo stesso modo lo Stato guarda con cupidigia a nuove piattaforme e nuovi pozzi in Adriatico, considerando con sufficienza le preoccupazioni di pescatori e operatori turistici.
In casi come questi la salvaguardia del territorio dovrebbe essere il principio irrinunciabile per ogni decisione. Ma in ogni caso è inammissibile che i benefici vadano a pochi mentre i costi sono scaricati sulla generalità dei cittadini.

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