Perché resistiamo

La nostra ferma opposizione all’invasione sregolata degli impianti eolici non rappresenta l’ossessione di un gruppo di irresponsabili poeti, patetici cultori di un estetismo di retroguardia, come i nostri detrattori amano dipingerci. Noi lottiamo per la sopravvivenza delle mille e mille forme visibili di un patrimonio culturale in cui vive la nostra identità di italiani“.
Così il regista Carlo Alberto Pinelli, presidente di Mountain Wilderness, conclude il suo articolo “L’energia eolica e il paesaggio massacrato“, scritto per il blog di BANFF.

La Rete della Resistenza sui Crinali ripropone di seguito la parte più significativa di quell’articolo, trascurando per una volta le pur validissime obiezioni di natura economica, finanziaria ed ingegneristica all’eolico industriale, perché le tesi culturali qui espresse da Pinelli rappresentano un autentico manifesto dello sfaccettato movimento avverso alla colossale speculazione eolica di questi ultimi anni. “E’ ormai tempo di concedere anche ai paesaggi naturali la stessa dignità universale che la società moderna ha finalmente imparato a concedere alle opere d’arte”.

Con questo mio testo intendo affrontare l’argomento delle energie rinnovabili prodotte dal vento, prendendo come punto di partenza – e anche come stella polare – la mia esperienza personale; una esperienza in cui credo si riflettano – al di là delle diversissime articolazioni individuali – le esperienze e i vissuti di tutti coloro per i quali il paesaggio non è soltanto qualcosa che si può ammirare affacciandosi da un belvedere ben protetto, magari raggiunto con una funivia, o fermando per qualche frettoloso minuto la propria auto ai margini del guard-rail di una strada carrozzabile.
Ho la pretesa di interpretare i sentimenti e le convinzioni di quella non marginale minoranza di abitanti del Pianeta che non si riconosce nella mentalità di chi riduce il paesaggio ad una gigantesca diapositiva a colori, collocata prudentemente sullo sfondo e destinata a suscitare di conseguenza solo effimere fibrillazioni estetiche. Il senso del paesaggio, per me e per tanti nostri simili, non si esaurisce nella scenografia del panorama, per quanto suggestiva essa possa apparire. Io appartengo alla schiera di quelli che i guard-rail li scavalcano, non soltanto metaforicamente e che la sera, quando si voltano a osservare un panorama, ripercorrono con lo sguardo e col cuore un paesaggio nel quale sono stati immersi per tutta la giornata e di cui conoscono ogni piega e ogni sfumatura, per averle interiorizzate, passo dopo passo, quinta dopo quinta, dislivello dopo dislivello.
Insomma uno sguardo partecipe, familiare, affettuoso come quello che si riserva a un amico, o al focolare della propria dimora materna.
Chi mi conosce immagina che i paesaggi ai quali istintivamente sto facendo riferimento siano principalmente quelli – immensi e selvaggi – che si possono ammirare dalla vetta di una montagna raggiunta dopo ore o settimane di sforzi, anche affrontando seri pericoli; paesaggi che rientrano nella categoria estetica ed etica del sublime di matrice romantica; e questo è in parte vero, non posso né voglio negarlo.

Però le immagini che si affacciano in questo momento alla mia mente appartengono a paesaggi diversi: dolci profili di colline coltivate, boschi, vigneti, pascoli, campi di grano: una natura profondamente intrisa di vicende umane e da queste minuziosamente rimodellata attraverso il paziente e saggio lavoro dei secoli. Paesaggi “non-eroici” che hanno accompagnato e sorretto emotivamente il cammino della vita di tanti di noi, dall’infanzia ad oggi e che vorremmo vedere ancora in grado di illuminare con la loro serena, sfaccettata (e mai totalmente prevedibile) armonia le esistenze dei nostri figli e dei nostri nipoti.
Già gli antichi romani dividevano il territorio fisico in due ambiti distinti: l’Ager, ordinato, organizzato e tranquillizzante regno dell’agricoltura da un lato; e dall’altro, in netta contrapposizione, il Saltus, ossia il mondo dei pascoli alpestri, dei boschi primigeni, degli incolti, delle forre, dei ghiaioni rocciosi che salgono verso le creste delle montagne, dei ghiacciai: luoghi impervi, non ancora del tutto assoggettati (pascoli e boschi) o non assoggettabili in alcun modo (loci horridi) alle esigenze materiali dell’uomo. Questi ultimi erano visti con sospetto e inquietudine, a volte addirittura con repulsione, a volte con quel timore reverenziale che si accompagna alle ierofanie del sacro. Ma in ogni caso erano luoghi collocati all’esterno, o ai margini estremi dell’oikos rasserenante, addomesticato dalle attività umane. Bisognerà attendere l’illuminismo e poi il romanticismo per assistere all’ingresso del Saltus entro l’orizzonte praticabile della cultura occidentale, anche nei suoi aspetti estremi, i più disarmonici e pittoreschi.
L’argomento odierno, legato come è al problema dell’invasione degli aerogeneratori per la produzione di energia dal vento, mi suggerisce di non affrontare il tema, di per sé affascinante (e a me particolarmente caro) del paesaggio “sublime”: quel radicale rovesciamento di prospettiva culturale che porterà, tra l’altro, alla invenzione dell’alta montagna e all’alpinismo. Gli impianti eolici minacciano le dorsali appenniniche e le colline dell’Italia centro-meridionale e insulare. Luoghi naturali tutt’altro che selvaggi. Perciò il perno del mio intervento riguarderà l’Ager: i luoghi della vita.
Cominciamo allora col collocare nella giusta prospettiva e nei giusti rapporti reciproci i termini “panorama” e “paesaggio”; termini che spesso nell’uso corrente vengono intesi a torto come sinonimi. Entrambi sono i precipitati di una evoluzione storica dello sguardo; perché, senza dubbio alcuno, negli spazi naturali ciascuno di noi vede solo cosa ha imparato a vedere; vale a dire cosa la sua cultura di appartenenza gli suggerisce di vedere. Però poi il primo – il panorama – fa riferimento esclusivamente alla dimensione estetico/scenografica della percezione e possiede una preminente ambizione spettacolare. Potremmo anche dire che rappresenta la cornice esteriore in cui si iscrive la forma del paesaggio.
Il paesaggio invece è molto di più. Anche nei suoi riguardi sarebbe futile negare l’importanza cruciale della qualità estetica. Tuttavia tale qualità non può essere scissa, “come una efflorescenza senza radici”, dall’identità culturale dei luoghi. Una identità che si è venuta formando nel tempo, attraverso la lenta sedimentazione di memorie, saperi, attività pratiche e simboliche. Il paesaggio è, in una parola, natura che si è fatta storia. Occorre insomma una mediazione simbolica, non priva di sottili connotazioni etiche, per far sì che un contesto naturale assurga al valore di paesaggio.
Il filosofo Joachim Ritter, una ventina di anni fa, scriveva a questo proposito che “il paesaggio è natura che si rivela esteticamente a chi la contempla con sentimento”. Questa ultima annotazione – con sentimento – è insieme particolarmente significativa e incompleta. Significativa: perché suggerisce che l’ordito etico su cui si radica il valore estetico del paesaggio è direttamente proporzionale alla intensità dell’investimento affettivo compiuto dal soggetto osservante. Incompleta perché sembra suggerire che sia sufficiente la contemplazione passiva a propiziare quel necessario investimento affettivo. Invece non è così. Il paesaggio non si può metabolizzare fino in fondo, cioè non può divenire carne della nostra carne, solo “sedendo e mirando”. Esso deve rappresentare il momento di sistemazione e di sintesi di un percorso concreto, fatto di mille diverse sollecitazioni emotive, intellettuali, fisiche. Un percorso che coinvolge e mette alla prova l’intero individuo, dagli occhi alle piante dei piedi.
Ma a chi appartengono i paesaggi? Dal momento che la loro forma, così come è giunta fino a noi, è il risultato di una millenaria interazione tra gli antichi abitanti e l’aspetto naturale del luogo, da molte parti si è sostenuto che il diritto – per lo meno morale – di deciderne le trasformazioni appartenga esclusivamente agli eredi diretti: cioè a coloro che vi sono nati o attualmente vi vivono e lavorano. Però questa conclusione è solo in parte condivisibile. Si è spesso sentito parlare dei montanari o dei contadini come “gelosi custodi del loro patrimonio naturale”. Sono frasi che possiedono un suono accattivante, ma che troppo spesso, purtroppo, trovano scarse corrispondenze nella realtà.
La svendita delle proprie radici culturali – e del paesaggio in cui quelle radici affondano e trovano alimento – compiuta da tante comunità rurali, ha naturalmente molte giustificazioni sui versanti delle convenienze economiche, degli stili di vita, dell’aspirazione al benessere, della psicologia; e, ancora prima, di una storia pesantemente segnata da un lungo destino di subalternità nei confronti dei modelli provenienti dai ceti dominanti. Si tratta di giustificazioni serie che ci vietano di pronunciare alla leggera giudizi supponenti.
Tuttavia resta vero che spesso l’apprezzamento per il valore culturale ed estetico del paesaggio fa difetto in chi ha con quel particolare paesaggio una quotidiana dimestichezza. Abbiamo a che fare qui con quella che è stata descritta come “la sindrome del sagrestano”. La costante, ripetitiva contiguità di questo personaggio con gli aspetti più prosaici della gestione della chiesa in cui lavora, in molti casi finisce col renderlo insensibile alle suggestioni mistiche che il luogo sacro continua a suscitare invece negli altri fedeli. Sembra dunque che non abbiano poi tutti i torti coloro i quali sostengono che il paesaggio è opera dello sguardo di chi va verso di esso e vi si inoltra provenendo da altrove.
Sia quel che sia, ogni posizione esasperatamente localistica ci riporta molto indietro nel tempo. Nel Medioevo e nel Rinascimento gli abitanti del quartiere Labicano, contiguo al Colosseo, avevano il diritto esclusivo di utilizzare l’antico anfiteatro come una cava di pietra. Oggi se gli abitanti di quello stesso quartiere invocassero un analogo diritto per trasformare – faccio un esempio – il Colosseo in un grande silos multipiano per parcheggiare le loro ingombranti automobili, tutti i cittadini del pianeta avrebbero il diritto di ribellarsi e di intervenire per bloccare lo scempio. Il Colosseo è un bene universale, sottratto alle immediate convenienze di chi è nato nei suoi dintorni.
E allora? Allora è ormai tempo di concedere anche ai paesaggi naturali la stessa dignità “universale” che la società moderna ha finalmente imparato a concedere alle opere d’arte. Se queste rappresentano la testimonianza preziosa della creatività umana, quelli – i paesaggi – della nostra creatività sono i necessari presupposti. Ciò non equivale naturalmente a privare le popolazioni locali di ogni diritto decisionale. Significa semplicemente armonizzare quel diritto con gli eguali diritti e con gli interessi diffusi di una più vasta comunità.
Speculare alla “sindrome del sagrestano” è poi la cosiddetta “sindrome di Bali”. Ne sono contagiate quelle comunità che per catturare l’interesse dei turisti in cerca di sensazioni “esotiche”, mantengono artificialmente in vita abitudini, rituali e paesaggi, che non rispondono più alle loro reali esigenze, non derivano da un sincero bisogno identitario, ma sono solo vuote crisalidi folkloristiche. Non ci sarebbe neppure bisogno di dirlo: noi non siamo favorevoli a un simile tipo di museificazione superficiale delle tradizioni culturali e del paesaggio in cui esse si collocano. Diffidiamo di queste mummificazioni di basso conio che si avvicinano pericolosamente ai parchi tematici in stile disneyano. Il paesaggio è e deve restare una realtà viva e in divenire.
Ma attenzione: questa consapevolezza non può giustificare la supina accettazione di manomissioni e abusi, anche se a compierli sono le comunità del posto, accecate dal fascino mistificatorio di modelli urbani. Al contrario, quella medesima consapevolezza deve assumere per noi il ruolo di una arma efficace, da utilizzare contro ogni tentativo di designificazione e appiattimento delle specificità paesaggistiche. I luoghi possono certamente evolvere lentamente, lungo archi temporali molto lunghi; ma non debbono trasformarsi, da un giorno all’altro, in non-luoghi privi di anima e orfani di senso.
Questo è esattamente il rischio che sta correndo la campagna italiana a causa dell’invasione delle gigantesche pale eoliche.
Non mancano, anche nel mondo degli ambientalisti, coloro che sostengono che gli aerogeneratori sono oggetti belli, dai quali il paesaggio verrebbe “arricchito”. Ho il sospetto che dietro a una simile avventata affermazione – anche qualora venisse fatta in perfetta buona fede – si celi un equivoco psicologico. Siccome le pale eoliche dovrebbero produrre energia pulita e rinnovabile, vengono sentite dai loro sostenitori come un qualcosa di totalmente e apoditticamente positivo; e quel loro giudizio (o pregiudizio?) finisce col travalicare i propri confini per invadere anche, indebitamente, la dimensione estetica. A incrinare la credibilità di tali affermazioni basterebbe però la constatazione che i loro stessi autori raccomandano poi di non invadere con gli impianti eolici i paesaggi di maggior pregio. Alla faccia del preteso arricchimento.
Rende sgomenti constatare come intere associazioni che si erano battute al nostro fianco contro nuovi tracciati autostradali, linee ferroviarie superflue, elettrodotti trasfrontalieri, porti turistici, cementificazioni edilizie; e lo avevano fatto motivate da inequivoche considerazioni di tutela della qualità dell’ambiente naturale, ora assistano plaudenti a un massacro del paesaggio italiano certamente assai più barbarico per estensione e gravità di tutto quanto si era visto fin’ora. Per poter far digerire ai loro associati un simile voltafaccia sono costretti a sostenere che gli aerogeneratori sono belli. Francamente il tentativo fa un po’ pena.
Comunque il punto è un altro. Non importa se gli impianti eolici sono belli od orrendi. Ciascuno può pensare (o fingere di pensare) quello che vuole. Il problema è che gli aerogeneratori industriali sono troppi e troppo ingombranti. Invadere la maggior parte dei profili collinari italiani, così ricchi di echi e di storia, con migliaia e migliaia di manufatti rotanti, alti più o meno come la Mole Antonelliana di Torino, equivale a una radicale e brutale omogeneizzazione dei paesaggi. Le selve delle torri eoliche, a causa del loro numero e delle loro spropositate dimensioni, diventeranno l’elemento dominante – schiacciante – dei paesaggi in cui verranno innalzate. La loro presenza cannibalizzerà, sottometterà e umilierà tutte le altre forme, spesso sottili e delicate, dei tessuti territoriali locali, danneggiandone l’armonica percezione.
Ciò equivale a una irreversibile semplificazione a senso unico dei paesaggi tradizionali; a una definiva obliterazione di quanto resta ancora delle loro così diverse sedimentazioni storiche e delle loro valenze simboliche e emotive. Una drammatica perdita di identità, passaggio obbligato verso la loro degradazione in avamposti delle periferie urbane: non-luoghi indistinguibili gli uni dagli altri.
Stiamo assistendo, insomma, all’ultimo atto della conquista “coloniale” del mondo rurale da parte delle logiche e degli interessi nati nelle metropoli. Del resto una configurazione unitaria dello spazio fisico fa parte dei segni distintivi di ogni regime autoritario e di ogni ambizione imperiale. Il “leccamano contento” delle genti locali, anche dove ciò si sta verificando, nulla toglie a questa triste verità e non ci porta davvero verso orizzonti più democratici e partecipativi.
Gli aerogeneratori, almeno qui da noi (ma credo anche in altri paesi), rappresentano gli stendardi di una avida e strisciante dittatura globalizzatrice, ammantata di pseudo-giustificazioni ecologiche. Il professor James Lovelock, famoso maître à penser dell’ambientalismo britannico, in un articolo comparso sul Guardian di qualche anno fa ha parlato di “fascismo eolico”. La definizione, anche se volutamente provocatoria e paradossale, coglie un aspetto non secondario del problema con cui oggi dobbiamo confrontarci.
Spero che questo mio intervento, per quanto necessariamente sintetico, sia stato sufficiente a dimostrare che la nostra ferma opposizione all’invasione sregolata degli impianti eolici non rappresenta l’ossessione di un gruppo di irresponsabili poeti, patetici cultori di un estetismo di retroguardia, come i nostri detrattori amano dipingerci. Noi lottiamo per la sopravvivenza delle mille e mille forme visibili di un patrimonio culturale in cui vive la nostra identità di italiani.

Carlo Alberto Pinelli

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3 risposte a Perché resistiamo

  1. Flavio Santoro ha detto:

    Condividiamo questa riflessione sul massacro dei paesaggi italiani ,dell’eolico selvaggio.
    Quando alcuni anni fà abbiamo intrapreso la strada della difesa dei nostri territori dall’invasione dell’eolico selvaggio,il nostro pensiero era anche quello di difendere il paesaggio italiano come bene inestimabile è sancito dall’art. 9 della costituzione italiana.
    Ma il grande Carlo Alberto Pinelli và oltre,(giustamente)il paesaggio naturale è una opera d’arte ,è come tale va preservato!

  2. Flavio Santoro ha detto:

    Quando alcuni anni fà, abbiamo intrapreso la strada per la difesa dei nostri territori dall’invasione dell’eolico selvaggio,il motivo principale era propio la difesa del paesaggio italiano come bene di valore inestimabile è sancito anche dall’art.9 della costituzione italiana.
    Ma il grande Carlo Alberto Pinelli va oltre,(giustamente)con la sua elevatura ed ispirazione ,ci dice che il paesaggio è una opera d’arte è come tale va preservato!

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