Il crollo del prezzo dell’energia elettrica fa saltare ogni previsione di contenimento degli incentivi alle FER entro il tetto massimo previsto dalla legge

In costanza dei prezzi dell’ultimo trimestre sul mercato elettrico all’ingrosso, lo sforamento dei limiti di spesa si verificherà all’inizio del 2017 anche senza gli ulteriori regali promessi agli eolici con l’incombente decreto del MISE. Ma già quest’anno il fabbisogno economico per la componente A3 della bolletta, dedicata agli incentivi alle rinnovabili, è previsto al massimo storico di 14,4 miliardi di euro: si sta realizzando esattamente quanto denunciato da 13 associazioni ambientaliste nel luglio scorso. L’ambiguo ruolo del GSE.

Proprio mentre in Italia ci si baloccava attorno al referendum – insulso ed inutile – delle trivelle, la realtà prendeva silenziosamente il sopravvento sulle fantasie di gran parte dell’ambientalismo italiano, che non ha perso l’occasione di far sfoggio ancora una volta della propria assoluta purezza ideologica anche a costo di andare incontro ad una sconfitta certa (consigliamo a questo proposito la lettura dell’articolo di Giovanni Ferraro sul Foglio del 20 aprile, dal titolo “Salviamo le energie rinnovabili dai rinnovabilisti e dai loro slogan“:

“La lobby verde ha perso il referendum, per sua fortuna”). Questa rigidità sulle questioni di principio, pur apprezzabile nei comportamenti individuali, in politica sconfina di frequente in atti di evidente autolesionismo a danno di tutto un movimento, come da noi peraltro già riscontrato, ad esempio, nel rigoroso adeguamento al karma dell’ “eolico senza se e senza ma” predicato dai vertici delle organizzazioni green più misticheggianti (che sono in genere anche quelle che svolgono la più intensa attività di lobby nei corridoi del potere a Roma e a Bruxelles).
Negli ultimi tre mesi, e nell’assoluta indifferenza dei media italiani (anche loro assorbiti nella appassionante disputa referendaria sulla dottrina dell’homooùsion tra trivelle in mare e Male Assoluto), è accaduto qualcosa, a livello geopolitico, che potrebbe rivelarsi epocale, a vantaggio (forse) dell’ambiente e per il contenimento della minaccia del riscaldamento globale nel medio periodo.
Tralasciamo tuttavia per il momento la geopolitica ed occupiamoci, qui ed ora, di alcune piccole miserie (relativamente piccole, ma dalle conseguenze incombenti) che riguardano il nostro orticello e che dei recenti sommovimenti geopolitici sono una flebile eco.

In febbraio il prezzo settimanale medio di acquisto dell’energia nella borsa elettrica (PUN) è improvvisamente crollato sotto i 40 euro al MWh e non è più risalito nei tre mesi successivi, collezionando anzi una serie consecutiva di record storici negativi, culminati nel minimo di 30.94 euro nella prima settimana di aprile. Ricordiamo che nel 2014 e nel 2015 il prezzo di acquisto medio dell’energia elettrica (che è alla base del calcolo degli incentivi per i certificati verdi) si era mantenuto costante attorno al valore di 52 euro per MWh, già relativamente basso (era a 75 euro nel 2012).

Facile immaginare le conseguenze sugli incentivi da pagare alle FER elettriche non fotovoltaiche (delle quali abbiamo intenzione di occuparci in questa sede), addebitati nella componente A3 delle bollette: tali incentivi sono per lo più calcolati partendo da una tariffa feed-in, cioè garantendo all’energia elettrica prodotta un ricavo fisso predeterminato. L’onere (pubblico) dell’incentivo si calcola quindi come differenza tra tale ricavo fisso ed un valore di mercato. Nel caso dei certificati verdi (o, per meglio dire, dell’incentivo equivalente che li ha sostituiti), ad esempio, questo valore di mercato è stato fissato proprio nel prezzo di acquisto medio dell’elettricità nell’anno precedente. Tale sistema di calcolo provoca un inevitabile sfasamento temporale di qualche mese tra le variazioni dei prezzi di mercato e le variazioni corrispondenti (ma di segno opposto) nell’entità degli incentivi. Morale della favola: se il prezzo medio in borsa del MWh elettrico, costante da ormai tre mesi a livelli di poco superiori ai 30 euro, sarà confermato per il resto dell’anno, il prossimo gennaio la spesa per incentivi alle FER non FV farà un balzo verso l’alto, schiantando il tetto massimo di spesa fissato dalla legge (5,8 miliardi all’anno), con buona pace di tutti gli sforzi dei lobbysti per dimostrare il contrario.
Per pura coincidenza, proprio a metà marzo il GSE aveva pubblicato il proprio Rapporto Attività 2015
con meritorio anticipo, sottolineato con giusto orgoglio dal suo nuovo presidente Francesco Sperandini, rispetto ad una consuetudine che voleva la pubblicazione di questo documento, fondamentale per i decisori politici, verso la fine dell’anno successivo a quello di riferimento. Purtroppo non sempre l’efficienza è premiante per la burocrazia: a pag. 79 del rapporto veniva infatti pubblicato lo scenario evolutivo del contatore GSE per gli incentivi alle FER non FV in cui si calcolava uno scenario “base” con il PUN previsto nel 2016 a 43,37 euro al MWh ed uno scenario “worst case” a 39,03 euro, che pure avrebbe sfondato il tetto massimo stabilito nei primi mesi del 2017. E’ evidente che, con i prezzi correnti così bassi, già in marzo tale scenario non era più valido, e quindi si è provveduto a correggerlo con un apposito documento, pubblicato in data 31 marzo, dal titolo “Scenari di evoluzione del contatore FER“.

Purtroppo il GSE ha perso un’ottima occasione per dimostrarsi super partes, rinunciando a denunciare il rischio ormai certo di sfondamento nel 2017 del tetto massimo di spesa per alcune centinaia di milioni di euro. In questo modo il GSE ha dato di nuovo la spiacevole impressione, già altre volte stigmatizzata dalla Rete della Resistenza sui Crinali, di “fare il tifo” incondizionato per le FER elettriche. E così nel nuovo documento si è scelto uno scenario base con il PUN 2016 a 38,07 euro e quello “peggiore” a 34,26 euro. Fin qui poco male, anche se si sarebbe dovuto prevedere qualcosa di peggio. Nel grafico della sensitività al prezzo dell’energia appare però evidente che è stata sottostimata la variabilità massima del costo complessivo degli incentivi alle FER non FV, indicata in appena 250 milioni (su un ordine di grandezza attorno ai 5,8 miliardi per sussidiare oltre 40 TWh, dove la maggior parte degli incentivi sono calcolati per differenza, sottraendo a un ricavo prefissato un prezzo di mercato dell’elettricità), per il 10% di variabilità massima prevista tra il caso “migliore” e quello “peggiore”. Inoltre, nella pagina successiva (“sintesi sensitività”), si nega addirittura l’evidenza grafica, facendo riferimento esplicito al solo scenario “worst case” e trascurando di dire che nel 2017 si prevede il superamento del tetto massimo degli incentivi previsti dalla legge anche per lo scenario di base (che, d’altronde, appare fin da ora troppo ottimista).

Questo sfondamento del contatore nel 2017 si va ad aggiungere all’altra brutta (bruttissima) notizia contenuta nel rapporto attività GSE a pag.119, dove viene stimato, con buona pace del limite massimo per incentivi alle FER elettriche fissato per legge a 12,5 miliardi (6,7 FV più 5,8 non FV) annui complessivi, che il fabbisogno economico A3 per il 2016 sarà di… 14,4 miliardi (di gran lunga il massimo storico e, come al solito, tutto a carico delle solite – maltrattate – bollette) per effetto della liquidazione del regime dei CV. Peccato però che di questa cosa il contatore del GSE non abbia mai mostrato traccia.
Noi avevamo denunciato già a metà dello scorso anno la grave omissione, dopo la pubblicazione della delibera 308/2015 dell’AEEG, intuendone i reconditi motivi. La denuncia aveva innescato un comunicato stampa dal titolo “Il governo cala le tasse e aumenta le bollette“, sottoscritto da tredici associazioni ambientaliste lo scorso luglio e colpevolmente trascurato dalle Autorità. Il tempo ci ha dato ragione, ma questo non ci basta. Ora (proprio in questi stessi giorni, come vedremo) sarebbe opportuno che quelle stesse Autorità abbandonassero la loro inerzia ed intervenissero per impedire ulteriori sciali di risorse pubbliche a favore dei lobbysti delle rinnovabili elettriche da addebitare in bolletta.
Un peccato davvero questo scivolone di Sperandini sulle previsioni per il contatore, anche perchè alcune dichiarazioni pubbliche del nuovo presidente del GSE ci avevano fatto sperare nel superamento del conformismo imperante verso un’acquiescenza e una spesa sempre maggiore a favore delle FER elettriche.
Riproponiamo, a titolo di esempio, quello che Beniamino Bonardi aveva riportato nella sua rubrica “Quel che c’è da sapere” sull’Astrolabio del 13 gennaio scorso:

Il 16 dicembre, nel corso di un’audizione presso la Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, il presidente e amministratore delegato del Gse, Francesco Sperandini, in carica dal 23 luglio 2015, ha sottolineato che il Gse gestisce incentivi per l’energia rinnovabile e l’efficienza energetica pari all’un per cento del Pil. I controlli sull’impiego di queste risorse hanno dato risultati definiti “allarmanti” da Sperandini. Infatti, le verifiche fatte nel 2014 evidenziano che il 10% degli impianti fotovoltaici è irregolare. Invece, degli impianti a fonte rinnovabile non fotovoltaica, risulta irregolare addirittura il 64%. “Sono cifre che fanno tremare le vene ai polsi e che indurrebbero a ripensare anche la modalità con la quale incentivare queste iniziative”.

Parole pesanti come pietre, soprattutto se pronunciate in una sede istituzionale. Ed ora questo pasticcetto dell’evoluzione del contatore… Siamo interdetti. Non vorremmo che il male fosse insito nella natura stessa del GSE, portato, a quanto pare, ad estendere continuamente i propri obblighi istituzionali – ed il proprio fatturato, assieme agli speculari costi per la collettività – fin dove possibile. In soli dieci anni dalla istituzione della società, il suo fatturato di 16,2 miliardi (costituito in grandissima parte dagli incentivi alle FER elettriche) ha permesso al gruppo GSE di essere il quarto soggetto per fatturato, nella classifica Mediobanca 2015, delle principali società italiane industriali e di servizi. C’è qualcosa che stride tra questa apoteosi aziendale senza precedenti e le sopravvenute distorsioni – e i costi – del sistema elettrico italiano. Presidenti e amministratori boni viri, GSE mala bestia? Si appalesa ormai il rischio di una sua degenerazione del tutto simile, per molti aspetti, a quella di una tecnostruttura sovietica.

La faccenda delle previsioni ottimistiche sul contatore appare ancora più disturbante se si considera che questa sottovalutazione della spesa per incentivi nel 2017 (di cui Sperandini avrà comunque la responsabilità) è collegata al nuovo decreto ministeriale per ulteriori incentivi alle FER non FV  bloccato negli ultimi mesi a Bruxelles, dove è stata valutata la sua conformità con la normativa comunitaria sugli aiuti alle imprese. La sgradevole sensazione che si ricava da questa coincidenza è che si sia voluto glissare sul verosimile sfondamento automatico del tetto massimo di spesa proprio all’inizio del 2017 e sul balzo del fabbisogno economico A3 nel 2016 per permettere lo svolgimento delle aste competitive di quest’anno previste dal nuovo decreto a condizione però che si sia ancora nei limiti di spesa massima prevista. Il tutto al fine ultimo di installare l’anno prossimo altri 400 MW di eolico da finanziare poi in ogni caso, sfondamento o non sfondamento, attraverso l’addebito automatico dei relativi incentivi nella componente A3 della bolletta elettrica per i prossimi venti anni.
Sì: l’eolico; perchè ormai è palese che tutti questi provvedimenti a favore delle FER elettriche non FV attraverso aste, registri ed accesso diretto agli incentivi vanno in realtà a vantaggio quasi esclusivo dell’eolico industriale onshore. Ne è chiara testimonianza il grafico a torta della figura 26 a pagina 73 del menzionato rapporto attività 2015 del GSE.

A parole, dunque, tutti sono d’accordo a ridurre gli incentivi e, con essi, gli sprechi e gli scandali. Poi la realtà si rivela tutt’altra cosa. Lo stesso Presidente del Consiglio Renzi, pur favorevole ad un aumento della produzione da FER, nel corso di una conferenza stampa a Washington due settimane fa ha affermato che “è finito il tempo degli incentivi, e li stiamo riducendo perchè nel momento in cui le rinnovabili funzionano non si può continuare con un mercato drogato”. Come ci riuscirà senza sconfessare (magari!) tutta la politica italiana di contrasto al cambiamento climatico – basata quasi esclusivamente sulle FER elettriche – fin qui condotta? Gli effetti della rimodulazione degli incentivi al FV sono stati modestissimi. Con due salti mortali, forse: uno in avanti e uno all’indietro. Difficile farli, ma impossibile farli contemporaneamente.

La riduzione del prezzo dell’elettricità peggiora ancor di più la situazione: prima vittima è l’eolico, almeno quello della tecnologia ad asse orizzontale, improponibile a questi prezzi senza incentivi perpetui ben superiori a quelli correnti.

Ora, a maggior ragione, è evidente la necessità di nuove politiche (nazionali, europee e mondiali) per una efficace lotta al cambiamento climatico affatto diverse da quelle condotte finora.

Ma che cos’è successo a livello geopolitico per causare questa rivoluzione dei prezzi sul mercato elettrico e dov’è il vantaggio per l’ambiente?

Ne parleremo la prossima volta: il piatto di oggi è già fin troppo condito e l’obiettivo immediato che ci preme è che il ministro dello Sviluppo Economico ad interim (Renzi stesso) o, meglio ancora, il ministro effettivo, che ci aspettiamo di conoscere a breve, eviti di porre la firma sull’inutile e dannoso decreto di ritorno da Bruxelles, dando così un forte segnale di discontinuità rispetto alla fin qui supina accettazione governativa delle brame, sempre più autoreferenziali, della lobby eolica.

Alberto Cuppini

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