E’ la pioggia che va, e ritorna il termoelettrico

Nonostante un maggio di piogge torrenziali, nel sistema delle grandi dighe idroelettriche si è persa un’altra massa d’acqua davvero enorme, equivalente a 1,5 TWh di potenziale produzione elettrica rispetto al già deludentissimo maggio 2015. Cui prodest? Certamente al settore termoelettrico, ma anche al settore delle FER non programmabili, e soprattutto a quello dell’eolico industriale, che non si è lasciato sfuggire l’occasione del crollo della produzione idroelettrica degli ultimi 17 mesi per chiedere (ed incredibilmente farsi promettere) altri incentivi in misura abnorme per i prossimi 20 anni. I costi ed i problemi sistemici provocati dall’implementazione massiccia di FER elettriche non programmabili sono stati una causa primaria della crisi che ha colpito l’economia italiana, ma in particolare la produzione industriale e principalmente quella dei beni intermedi, ossia il settore a maggior consumo di energia. L’atteggiamento troppo compiacente da parte degli organi pubblici di supervisione.

Quanta pioggia questa primavera! E soprattutto: quanta pioggia in maggio. Pioggia su gli spogli ciliegi di Vignola, pioggia su i lungarni fiorentini, su gli stabilimenti balneari della costa romagnola, su gli aerogeneratori divini, su le colline pugliesi fulgenti di inutili pannelli fotovoltaici accolti, sulla pianura padana folta di impianti a biomasse aulenti. Insomma: pioggia pioggia pioggia da non poterne più, tanta pioggia dappertutto; tranne là dove quella massa d’acqua sarebbe stata davvero un dono dal cielo: sui bacini degli impianti idroelettrici.

Non è uno scherzo, anche se, come prima impressione, potrebbe sembrare la storiella della nuvola di Fantozzi alla rovescia. C’è la prova provata: il rapporto mensile di maggio sul sistema elettrico della Terna.

Nel contesto di una richiesta di energia elettrica che si conferma, come nei primi quattro mesi dell’anno, in flessione (vedi pag. 3), a testimonianza di una congiuntura economica di nuovo sofferente dopo il piccolo rimbalzo del PIL (e quello ancor minore dei consumi elettrici) dello scorso anno, si può osservare (a pag. 5) che la maggior flessione della produzione rispetto al maggio 2015, sia in termini assoluti (oltre un TWh in meno) che percentuali (-18,3%), si è riscontrata proprio nel settore idroelettrico.

Il fatto appare ancora più grave se si considera che anche il maggio 2015 era stato un mese orribile per l’idroelettrico rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (come si desume da pag. 5 del rapporto Terna del maggio 2015:  un altro TWh in meno).

In totale, paragonando i dati della produzione idroelettrica del piovosissimo maggio 2016 con quelli del maggio 2014, riscontriamo un disastroso meno 1.832 GWh (- 30,4%), di cui ha tratto massimo giovamento il settore termoelettrico, che ha prodotto 707 GWh in più per colmare il vuoto che si era creato.

Si potrà obiettare: forse, come nel 2015 (vedi pag. 22 del rapporto Terna di maggio 2015), si è ripetuta la scelta di privilegiare (chissà poi perchè?) il riempimento degli invasi delle dighe fin quasi ai massimi storici. Invece no: niente di tutto questo. L’obiezione non regge guardando la tavola di pag. 22 del rapporto Terna 2016: l’invaso dei serbatoi italiani non solo non è aumentato, ma è addirittura diminuito per una massa d’acqua equivalente ad altri 500 GWh ed oltre. Il coefficiente di invaso (le righe continue del grafico a pag. 23) in maggio ha così registrato il massimo gap negativo rispetto ai valori mensili del 2015. In totale, dopo un mese di piogge torrenziali si è dunque persa una massa d’acqua davvero enorme, equivalente a 1,5 TWh di potenziale produzione elettrica rispetto al già deludentissimo maggio 2015. Mistero!
Quali le possibili spiegazioni? Se ne possono dedurre alcune, pur in assenza di dati (almeno di dati resi pubblici) adeguati a dare risposte precise su dove sia finita tutta quell’acqua, ma nessuna di esse appare soddisfacente, almeno sulla base delle priorità strategiche che le pubbliche autorità si dovrebbero porre. Anzi: una simile pervicacia nel martoriare il settore idroelettrico, iniziata – ricordiamolo – nel gennaio del 2015, farebbe desiderare che si trattasse di pura negligenza e non di altro ben più grave.

Eppure, almeno in apparenza, aprile (si veda la tavola a pag. 30 del rapporto Terna del maggio 2016) aveva risvegliato la produzione idroelettrica sopita con la pioggia di primavera, dando l’impressione, dopo 15 mesi di incredibile sofferenza, che la politica ostile all’idro si fosse interrotta. Per la prima volta nel 2016, infatti, si era prodotta un po’ di energia idroelettrica in più rispetto allo stesso mese dell’anno precedente e gli invasi erano, sia pure leggerissimamente, più pieni. In realtà era solo una impressione relativa, trattandosi del confronto con un mese (vedi pag. 5 del rapporto Terna dell’aprile 2015)
in cui, senza che nessuno ne abbia mai spiegato il motivo, la produzione dell’energia idroelettrica era collassata del 31,3% (da 5.311 ad appena 3.653 GWh!) rispetto all’aprile del 2014.
I costi ed i danni ambientali di questi ultimi 17 mesi di trascuratezza sono stati immensi.
postf2Sembra che qualcuno, nei palazzi del Potere romano, stia scherzando col fuoco o, per meglio dire, con l’acqua. La qual cosa, trattandosi dell’unica risorsa naturale di cui l’Italia dispone in grande abbondanza, appare particolarmente sciagurata, specie se riferita all’attuale contingenza in cui la lotta ai cambiamenti climatici imporrebbe la massima attenzione nello sfruttamento dell’unica fonte “pulita” davvero alternativa ai combustibili fossili nella produzione dell’energia elettrica: il prometeico sistema di grandi dighe, creato dal lavoro di alcune generazioni di tecnici e di maestranze italiane, che permette, a differenza dell’eolico e del fotovoltaico, l’accumulo dell’energia potenziale ed il suo uso nel momento del bisogno.
Il risultato è un enorme sciupio della dote che una prodiga natura ci mette gentilmente a disposizione, abbinandola ad una orografia del territorio favorevole al suo sfruttamento come forse in nessun’altra parte del mondo.
Cui prodest? Certamente, come abbiamo visto, al settore termoelettrico. Certamente al settore delle FER non programmabili, e soprattutto a quello dell’eolico, che non si è lasciato sfuggire l’occasione per chiedere (ed incredibilmente farsi promettere) altri incentivi in misura abnorme per i prossimi 20 anni. Già: gli incentivi, come se non bastassero quelli che già paghiamo nascosti nella bolletta elettrica. Paradossalmente, in Italia, il peccato mortale dell’energia idroelettrica delle grandi dighe esistenti da decenni è che la sua produzione non è incentivata e perciò non attrae gli appetiti della speculazione e delle lobby.
A questo punto conviene affidarci a qualche grafico, per meglio comprendere alcune criticità della situazione. Ci soccorre a tal fine la nuovissima e lodevole iniziativa dell’ENEA, di cui si avvertiva l’urgente necessità: il bollettino “L’analisi trimestrale del sistema energetico italiano“.

Si tratta di una pubblicazione fondamentale per la comprensione di alcuni fenomeni in corso e molto densa di dati, ma alla quale, se vogliamo rimproverarle qualcosa, nuoce l’apparente desiderio di fondo di compiacere l’Esecutivo (e di riflesso anche i burocrati di Bruxelles). Niente di nuovo, d’altronde. Già avevamo denunciato lo stesso peccato originale, ad esempio, nel pregevole lavoro dell’ RSE del dicembre 2014 “Energia elettrica, anatomia dei costi“.

La “coerente strategia a lungo termine” dell’Unione Europea, di cui si parla nell’introduzione della pubblicazione dell’ENEA, e che appare la stella polare di tutto il lavoro, sarà pure coerente, ma è una roba da matti, un coacervo di controlli minuziosissimi che non avrebbero escogitato neppure i burocrati dei Piani Quinquennali dell’Unione Sovietica, anche prescindendo dalle considerazioni (fondamentali) sui prevedibili (disastrosi) risultati energetici, economici o, più semplicemente, finanziari che si otterranno da una simile strategia. Una strategia che ben simboleggia quella compenetrazione delle ottusità tecnocratiche di Bruxelles e degli egoismi delle politiche neo-mercantilistiche della Germania che stanno disgregando, operando assieme, l’Unione Europea.

Due righe di critica (gli argomenti non mancano!) a questo ostinato e cavilloso perseguimento di futuri disastri continentali nel nome delle “rinnovabili” a tutti i costi si sarebbero potute scrivere. Il ciclopico lavoro di analisi sotteso a questa pubblicazione non può non generare neppure una valutazione critica dell’ENEA rispetto al conformismo politicamente corretto (e utopico, più ancora che buonista) oggi imperante anche nel settore – assolutamente vitale per il futuro della Nazione – dell’energia, sotto la parola d’ordine della “decarbonizzazione integrale”.

La volontà di presentare uno scenario che corrisponda alle tesi conclamate dal Governo (e dalle potenti lobby che operano a Roma e, soprattutto, a Bruxelles) appare evidente proprio nel capitolo dell’idroelettrico, quando si afferma (a pag. 8), e senza alcun dato a sostegno, che “la riduzione delle fonti rinnovabili (nel 2015. Ndr) è spiegata dalla riduzione della generazione idroelettrica, dovuta a ragioni climatiche (Figura 13)”. Noi invece sappiamo (grazie ai dati degli invasi stracolmi che ha fornito mensilmente la Terna) che, almeno per i primi tre trimestri dello scorso anno, le “ragioni climatiche” non c’entravano niente, e che la scelta di sacrificare la generazione idro è stata deliberata; verosimilmente in alto loco. In realtà, infatti, la figura 13 non spiega niente circa le ragioni climatiche, perchè mancano i dati sia delle precipitazioni atmosferiche che dell’indice di riempimento degli invasi delle dighe.

Sarebbe basilare conoscere questi dati, oggi e in futuro, ed integrarli in quella stessa figura. Sappiamo infatti che un più intenso sfruttamento del sistema idroelettrico (almeno nel quinquennio 2009 – 2014, come peraltro risulta anche dallo stesso grafico 13) rispetto alla media degli anni precedenti è stato evidentemente determinato dalla volontà di conseguire una produttività da idro superiore a quella del più recente passato proprio per il raggiungimento degli obiettivi vincolanti di produzione elettrica da FER per il 2020. Il 2015 (ripeto: per pura volontà politica, che si sta riaffermando anche nel 2016) è quindi stato un catastrofico punto di svolta nella politica energetica italiana delle FER a favore di quelle non programmabili, cioè in senso contrario a quello auspicabile.

postf1Nell’articolo “Umile, preziosa e sprecata“dell’Astrolabio del 31 marzo dell’anno scorso, riccamente integrato nello stesso numero dal contributo di Fiorenzo Fumanti e Leonello Serva “L’interrimento degli invasi; cause, effetti e rimedi“, sostenevo che il potenziale idro dell’esistente sistema delle grandi dighe avrebbe potuto permettere, con adeguati investimenti nella manutenzione ordinaria e straordinaria, un ulteriore incremento di produzione di energia elettrica, rispetto al già brillante risultato conseguito nel 2014, nell’ordine delle decine di TWh l’anno.

La massima determinazione nel conseguire tale obiettivo sarebbe il logico corollario del principio della “priorità di dispacciamento” applicato anche all’acqua degli invasi montani esistenti. Tutta quell’energia potenziale dovrebbe essere dedicata prioritariamente (se davvero la produzione elettrica da FER va ottenuta a tutti i costi, come si afferma nel caso dell’eolico) a muovere le turbine degli impianti, e non ad altri usi, peraltro anch’essi strategici come l’irrigazione ed i consumi domestici ed industriali, che potrebbero (dovrebbero) invece essere garantiti da nuovi invasi, di minori dimensioni ma collocati a quote più basse, anche senza dislivelli – e quindi più facilmente individuabili -, essendo i “salti” da riservare esclusivamente alla produzione dell’energia elettrica.

Investimenti di questo tipo, di un ordine di grandezza inferiore alla spesa annua per gli incentivi (attesi attorno ai 14 miliardi di euro nel 2016!) alle altre FER, quasi tutte non programmabili, oltre ad obbedire all’imperativo della lotta ai cambiamenti climatici, permetterebbero anche di affrontare i cambiamenti climatici medesimi adattandosi ad essi, utilizzando cioè, in questo caso, in modo proficuo proprio quelle più intense precipitazioni provocate da un più rapido ciclo dell’acqua, che oggi causano, non essendo gestite correttamente, disastrose alluvioni.

Invece, come sappiamo, dal gennaio 2015 è stata compiuta la scelta scellerata – e non dichiarata ufficialmente – di destinare ai grandi invasi idro il compito di fungere da riserva alla produzione non programmabile degli impianti eolici e FV (se vogliamo essere generosi e magnanimi verso chi ha preso quella decisione: al fine di ridurre i drammatici aumenti dei costi di dispacciamento determinati dalla necessità di prevenire i rischi cagionati dalla sempre maggiore presenza di enormi quantità di energia erratica nel sistema elettrico italiano), con la conseguente, enorme, perdita di produzione di “energia pulita” dello scorso anno.

A questo proposito segnalo un palese errore, che rende incomprensibile tutto il ragionamento, nel primo paragrafo a pag. 9, dove si afferma che “Degli 1,7 TWh di mancata produzione idroelettrica nel 2015, circa 1,2 TWh sono stati compensati da una maggiore produzione termoelettrica”.
In realtà si deve leggere: “Degli 1,7 TWh di mancata produzione idroelettrica nel primo trimestre 2016, circa 1,2 TWh sono stati compensati da una maggiore produzione termoelettrica”. Nel 2015, infatti, si è conseguito lo spaventoso risultato di diminuire di ben 15 (!) TWh la produzione da idro.

Non enfatizzo a caso (e neppure per una mia fissazione) il ruolo dell’idroelettrico: lo ritengo infatti il modo migliore di raggiungere non tanto gli obiettivi europei al 2030 (i nuovi idola fori) quanto piuttosto una effettiva riduzione globale, cioè senza carbon leakage, dell’emissione di CO2 nella produzione di energia elettrica in Italia.
Di riflesso, nel modo che ho grossolanamente tracciato sopra, si potrebbero anche raggiungere splendidi risultati per far contenti pure i mandarini di Bruxelles. Infatti, con il solo sfruttamento dinamico dell’idroelettrico a bacino “storico”, sarebbe ragionevole attendersi per la fine del prossimo decennio il conseguimento del 50% del consumo nazionale di energia elettrica da rinnovabili, che Renzi ha di recente millantato di voler raggiungere entro la fine della legislatura, e senza ulteriori spese aggiuntive per incentivi.

Un simile risultato sarebbe essenziale anche in considerazione del fatto che la fine degli spropositati incentivi (ventennali) al FV concessi nel 2011 si esauriranno solo nel 2031. Tali incentivi costituiscono la gran parte di quelli attualmente in essere per le nuove FER, e rischiano (essi soli, anche trascurando i costi ancillari che saranno presto resi espliciti dall’adozione dell’inevitabile “capacity payment”, destinato a diventare insopportabile per l’economia nel lungo periodo) di soffocare sul nascere le speranze di ripresa economica per questa generazione di italiani.

Una tale strategia innovativa sarebbe ancor più augurabile perchè una politica energetica fatta di passi ragionevoli, al posto degli slanci “eroici” precedenti alla riforma degli incentivi del luglio 2012 e risoltisi a vantaggio esclusivo della peggiore speculazione, consentirebbe di farci guadagnare quattordici anni di tempo in attesa di quelle energie veramente alternative al termoelettrico che oggi non esistono (escludendo il nucleare a fissione, naturalmente).
Ciò eviterebbe di continuare a gettare inutilmente ulteriori risorse (e ad imporre ulteriori sacrifici territoriali) a favore di inutili, effimere e costosissime performance da produzioni intermittenti come eolico e FV, destinate ad essere presto abbandonate da chi non vorrà suicidarsi economicamente. I costi ed i problemi sistemici (alcuni dei quali si stanno manifestando proprio in questi giorni causando extra-costi da 300 milioni nel solo mese di aprile e conseguenti gravi riflessi sulle prossime bollette) provocati dall’implementazione massiccia di FER elettriche non programmabili sono stati infatti una causa primaria della crisi che ha colpito, guarda caso proprio dal 2011, l’economia italiana ed il suo PIL, ed in particolare la produzione industriale e principalmente quella dei beni intermedi (vedi figura 5), ossia il settore a maggior consumo di energia. A tacere degli effetti a lungo termine, non ancora manifestatisi, della ormai pluriennale frenata degli investimenti produttivi in quei medesimi settori economici, peraltro non compensata da equivalenti investimenti in settori innovativi a bassa intensità energetica.

Per trarre almeno una conclusione inequivoca da questo ennesimo pasticciaccio romano realizzato da tanti pasticceri, possiamo affermare che il trasferimento – voluto dal Governo Monti – del sistema idrico sotto la potestà dell’ AEEG (Autorità per l’energia elettrica ed il gas, ora AEEGSI) ha dato finora dei risultati sconfortanti. Sarà sicuramente stata colpa della carenza di investimenti destinati a quel comparto dall’Esecutivo a bloccare qualsiasi iniziativa di rilievo, ma il presidente dell’Authority avrebbe almeno potuto far rilevare pubblicamente tutte queste incongruenze, di cui invece non si trova alcuna traccia nella sua recentissima (e prolissa) presentazione della relazione 2016 sullo stato dei servizi e sull’attività svolta.

Tutti questi comportamenti supini hanno contribuito a creare quell’ambiente favorevole che ha permesso giovedì scorso a Renzi di affermare, durante la conferenza stampa di presentazione del nuovo decreto per altri incentivi alle FER non FV per il 2017, che il neo Ministro dello Sviluppo Economico Calend «firmerà un decreto da 9 miliardi di euro nei prossimi 20 anni sulle rinnovabili», in cui la parte del leone la farà l’eolico on-shore. Per commentare alcune affermazioni del premier decisamente fuori controllo attendiamo però che l’annunciato decreto compaia in Gazzetta Ufficiale. Il Presidente del Consiglio ci ha infatti abituato a non fare troppo affidamento su queste sue slides presentate alla stampa. Ma le sue parole sono state comunque gravissime ed appaiono un ulteriore passo in avanti verso una prossima rottamazione di se medesimo.

Alberto Cuppini

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