Il poco misterioso mistero dell’aumento delle bollette elettriche

Una rassegna stampa sulla telenovela dell’aumento delle bollette a causa dei costi di dispacciamento, in forte – ed inevitabile – crescita per l’impossibilità di programmare la produzione elettrica da fotovoltaico e, soprattutto, da eolico. Dopo mesi di aspro conflitto istituzionale tra TAR della Lombardia e AEEG, con severi interventi censorii di Governo, Parlamento, Confindustria e associazioni dei consumatori, i cittadini utenti si ritrovano, com’è ormai consuetudine quando si tratta di FER elettriche, becchi e bastonati. Scherziamoci un po’ su, in attesa dell’enorme balzo della spesa per conseguire i nuovi obiettivi energetici per il 2030, per aumentare i quali (e renderli vincolanti) la lobby delle rinnovabili elettriche, proprio in questi giorni, a Roma è scatenata, senza che nessuno la contrasti. Sarà poi inutile piangere sul latte versato; e questa volta si piangerà davvero…

Contrordine compagni! Anzi: contro contrordine, in attesa di un possibile ulteriore contrordine con la sentenza “finale” promessa per il prossimo febbraio. E così, come si poteva facilmente prevedere, il TAR della Lombardia la scorsa settimana ha sbloccato i rincari della bolletta della luce – attribuiti da qualcuno a presunte speculazioni sul mercato del dispacciamento – che lo stesso TAR aveva bloccato, con grande clamore mediatico, in giugno. Nella sua ordinanza, però, il TAR ha invitato l’AEEG a predisporre subito i “rimborsi spettanti (ai clienti finali) in caso di esito favorevole della controversia”.

La vicenda non si può definire kafkiana solo perché il castello di Kafka non era allacciato alla rete Terna (o perlomeno il sistema elettrico dell’Impero austro ungarico non era alimentato da FER non programmabili) ed il suo processo non era stato sottoposto al vaglio del TAR del Lombardo Veneto.

Per carità di patria risparmiamo ai lettori di riportare il testo integrale dell’ultima ordinanza TAR, rinviando piuttosto gli interessati alla sintesi contenuta nell’articolo di Repubblica “Bollette: Tar, ok ad aumenti ma subito un piano per i rimborsi” che, nella sua seriosità, ne aumenta l’effetto grottesco. A chi invece non interessa lo stravagante periodare della Magistratura amministrativa, ma apprezza piuttosto uno stile giornalistico meno formale e più brioso, consigliamo, per provare a capirci qualcosa, la lettura dell’articolo del Corriere “Tar (per ora) sblocca i rialzi“, in cui il giornalista Lorenzo Salvia ammette, forse con un pizzico di ironia, che “la questione è complessa, non c’è dubbio” e che “gli stessi magistrati l’hanno definita una «misura cautelare atipica». Ed in effetti si tratta di una scelta un po’ complicata e senza precedenti”, concludendo che “forse ancora più apprezzabile sarebbe stata una decisione nel merito più veloce e definitiva”.

Analogo l’atteggiamento di Achille Perego, che a sua volta riconosce che “la storia è un po’ complicata” nell’articolo “Il Tar sblocca i rincari della luce” sul Quotidiano nazionale, che si conclude con la constatazione di Federconsumatori, secondo cui “siamo di fronte al solito pasticcio all’italiana”.
Le organizzazioni dei consumatori, appunto, dalla cui iniziativa del giugno scorso è scoppiato il bubbone dei costi di dispacciamento. Ci sarebbe da chiedersi perchè tali associazioni si siano attivate con tanto ritardo sui costi in bolletta elettrica imputabili alle FER non programmabili, e per una vicenda il cui importo è relativamente basso (“solo” 300 milioni), quando l’onere annuo complessivo per incentivare la produzione da FER ammonta ormai ad una cifra superiore all’ 1% del PIL, sebbene con tutti questi soldi sia incentivato appena il 20% dell’energia elettrica consumata in Italia.
Persino noi della Rete della Resistenza sui Crinali, all’inizio dello scorso anno, avevamo denunciato lo scandalo, evidente ormai da tempo, dei costi ancillari imputabili alle FER non programmabili, nell’articolo “Rapporto RSE: eolico fuori mercato, sistema elettrico troppo oneroso“, dove già nel sottotitolo scrivevamo che “i costi di dispacciamento aumentano di circa 500 milioni all’anno (e 100 milioni quelli delle nuove reti) per compensare l’improvviso incremento del potenziale non programmabile”. In questo nostro articolo, che invitiamo a rileggere per non ripeterci, il problema di questi extra-costi era trattato nelle osservazioni attinenti alle pagine 21, 27, 28 e 29 del rapporto RSE.

Difficile immaginare che, se era perfettamente noto a noi poveri comitati di cittadini contro l’eolico industriale selvaggio, il problema fosse sfuggito alle potentissime organizzazioni dei consumatori, che dispongono di autorevoli entrature e di ben altri mezzi di indagine rispetto ai nostri.

Maliziosamente si potrebbe pensare che l’innesco della reazione a catena sia stata la lettera aperta inviata dal coordinamento consorzi di Confindustria per denunciare pubblicamente, con i nomi dei presunti responsabili, i 300 milioni spesi in costi di dispacciamento nel solo mese di aprile scorso. Una Confindustria, bisogna riconoscere, diventata stranamente silenziosa sull’argomento dal 2013, dopo il principesco omaggio elargito dal governo Monti agli energivori  (anch’esso addebitato nelle bollette dei comuni mortali!) proprio per dare sollievo all’industria pesante dalle insopportabili spese causate dagli incentivi alle FER.

A maggior ragione appare strano che si sia reagito con tanta veemenza sul tema dei costi di dispacciamento (che rappresentano, almeno per il momento, un fardello sulle bollette elettriche di “pochi” miliardi all’anno) quando quest’anno è prevista, dallo stesso GSE, una spesa per incentivi alle rinnovabili elettriche di 14,4 miliardi, previsione che pure non considera gli aumenti, ormai certi, di tale spesa dovuta alla diminuzione dei costi dell’energia elettrica sul mercato all’ingrosso, come da noi denunciato nell’articolo “Il crollo del prezzo dell’energia fa saltare ogni previsione di contenimento degli incentivi alle FER entro il tetto massimo previsto dalla legge“.

Ad ogni modo: meglio tardi che mai; sperando che l’esperienza, anche in materia di FER, sia maestra di vita.
Riassumiamo ora brevemente,a beneficio del nostro vasto pubblico (forse più interessato all’aumento delle bollette e alla cupa prospettiva delle pale giganti su tutti i crinali appenninici che all’esegesi quotidiana dei testi prodotti in gran copia dalla nostra Nomenklatura in materia di FER), le puntate precedenti della telenovela.

Per non appesantire ulteriormente la nostra già greve esposizione di questa ponderosa bega, evitiamo di riportarne qui per esteso tutti i passaggi, consigliando piuttosto, a chi volesse capirci qualcosa di più, di leggere direttamente gli articoli di stampa che suggeriamo di seguito.
Si comincia con quello di Federico Rendina del Sole del 20 giugno, dal titolo “Bollette con 300 milioni di costi extra“,  in cui si viene anche informati che “l’energia elettrica non si può immagazzinare. E’ quindi necessario produrre, istante per istante, la quantità di energia richiesta… e gestirne la trasmissione in modo che l’offerta e la domanda siano sempre in equilibrio, garantendo così la continuità e la sicurezza della fornitura del servizio. La gestione di questi flussi di energia sulla rete si chiama dispacciamento”.

La logica conseguenza di questa elementare constatazione, che però il pur ottimo Rendina non esplicita, è che le fonti di energia elettrica non programmabili non sono alternative alle fonti tradizionali, ma piuttosto aggiuntive, e che quindi richiedono un potenziale di generazione elettrica affidabile – ed equivalente – di riserva. Potenziale di riserva che, ovviamente, duplica gli impianti e moltiplica i costi. Tale conseguenza, scontata ma sempre sottaciuta, basterebbe da sola a togliere qualsiasi ragion d’essere, dopo un certo limite (in Italia ormai superato già da qualche anno) alla installazione di ulteriore potenziale eolico e fotovoltaico.

In caso contrario, l’aumento di questi costi “ancillari” sarebbe persino in grado di annullare rapidamente la fortunata coincidenza – verificatasi in questi ultimissimi anni – della forte diminuzione del prezzo di mercato del gas naturale, che in Italia è il driver primario del prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica. Grazie alla conseguente diminuzione dei costi di produzione, ciò ha permesso di neutralizzare, almeno in parte, l’abnorme aumento della spesa per incentivi alle FER.

Chi volesse farsi del male cercando di capire, sia pure a grandi linee, in che cosa consistono i termini tecnici del problema dei costi di dispacciamento esploso in aprile, potrebbe leggere l’articolo di Qualenergia dello stesso 20 giugno, dal titolo “Allarme costi sul mercato del dispacciamento elettrico. Chi ci sta guadagnando?“, significativa testimonianza di un sistema contorto e completamente sfuggito di mano agli apprendisti stregoni delle rinnovabili.
Questo ennesimo svantaggio competitivo per il “sistema Italia” appare oggi alla Confindustria ancora più grave perchè l’aumento ingiustificato dei costi energetici coincide con un momento di contrazione della domanda aggregata, come evidenzia l’articolo del Sole “Il dissonante aumento delle bollette di gas e luce“.

La denuncia della Confindustria provoca, come detto, la reazione (in ritardo di qualche anno e, in verità, un po’ troppo scomposta) di alcune associazioni di consumatori, come si ricava, ad esempio, dall’articolo del Corriere del 28 giugno “Caro bollette a luglio: rincari del 4,3% per l’elettricità“.

Facile immaginare, a cascata, le molteplici – e violente – reazioni politiche, del Governo e del Parlamento, a cui fa riferimento, tra gli altri, l’articolo di Qualenergia “Speculazione su MSD. Calenda: procedimento Aeegsi sia concluso entro i 60 giorni“.

L’incredibile risultato di tanto agitarsi è la sospensione degli aumenti da parte del Tar della Lombardia, con la comprensibile – furiosa – reazione dell’Authority, come riporta l’articolo del Fatto Quotidiano “Bollette luce, il Tar Lombardia sospende gli aumenti dal 1° luglio. Ma l’Authority energia si oppone al decreto” e la susseguente, ancor più incredibile, denuncia del Codacons contro l’AEEG, come riferisce, ad esempio, il Corriere della Sera nell’articolo “Elettricità, il Codacons denuncia l’Autorità per l’energia dopo i rincari“.

Ma l’articolo più esplicito sull’inverecondo pasticcio che ci è stato cucinato in questi anni ci viene dal Resto del Carlino del 21 luglio (che spara a nove colonne sulla prima pagina dell’edizione nazionale il titolo “Stop al rincaro della luce”) nell’articolo di Antonio Troise “Benvenuti al teatrino delle tariffe. Pagare meno resta un sogno“, di cui riportiamo di seguito qualche passaggio dell’interessante analisi del problema, qui trattato con argomenti più dettagliati rispetto ad altri quotidiani.
In una finestra leggiamo: “Che cosa non va. Lobby e troppi costi fissi frenano la legge dell’offerta. I prezzi più alti d’Europa”
Spiega Troise:
“C’è effettivamente qualcosa che non torna, infatti, se i costi delle materie prime continuano a crollare mentre le tariffe energetiche in Italia continuano ad essere le più alte in Europa, il 9% in più per il gas e oltre il 10% per l’elettricità. Le cause? Sono tante e sono, da anni, sotto gli occhi di tutti. Pochi sanno, ad esempio, che sulle nostre bollette ci sono ancora i cosiddetti «oneri indiretti» o «oneri generali di sistemi». Messi insieme raggiungono circa il 20% (in realtà il 30%, prima delle tasse. Ndr) di quello che ogni mese pagano i cittadini. Sono i fondi necessari per finanziare gli incentivi per le rinnovabili, per l’eolico, per le cosiddette energie pulite. Ma non solo. Dentro ci sono anche i costi di funzionamento e di gestione della rete. Finalità nobili. Fondamentali. Ma anche su queste voci, che sfiorano i 14 miliardi, gli italiani pagano le tasse. Una sorta, cioè, di imposta sull’imposta. Che non risparmia neanche il calcolo dell’Iva sulle accise pagate in bolletta”.
E ancora:
“Ma ancora più paradossale è che gli aumenti decisi dall’Authority siano stati determinati dai cosiddetti costi di dispacciamento, quelli cioè che il gestore della Rete, Terna, è costretto a sopportare (e a scaricare sui consumatori) per mantenere in equilibrio il sistema evitando i rischi di black out. Costi che sono dovuti soprattutto alle oscillazioni nelle erogazioni di energia determinati dai produttori da fonti rinnovabili. Elettricità sicuramente più pulita ma soggetta a variazioni incontrollabili perché legate al clima. Anche qui, per il consumatore, il danno è doppio: finanzia le rinnovabili ma poi paga di più per evitare che il sistema vada in tilt”.
Sullo stesso Carlino la questione è vieppiù chiarita il giorno dopo, nell’articolo-intervista di Alessia Gozzi dal titolo “L’esperto: tariffe destinate a salire. Il problema sono i costi fissi”, in cui il professore della Bocconi Matteo Di Castelnuovo, esperto di economia energetica, osserva:
“Da tre anni il mercato all’ingrosso sta diventando sempre più irrilevante, mentre i costi fissi pesano per il 60% sulla bolletta… Paghiamo il costo delle rinnovabili, costi fissi di trasporto e distribuzione non decisi dal mercato, tasse…”
Spiega Di Castelnuovo:
“Gli operatori, naturalmente, cercano il guadagno: siccome i profitti sul mercato della materia prima si sono ridotti, li cercano nelle pieghe del mercato di dispacciamento”.
Così prosegue:
“Se alcuni costi fissi sono indispensabili,il governo può decidere come allocarli: quanto farli pagare agli utenti e quanti alla fiscalità generale. La Germania, ad esempio, ha deciso di esentare le industrie dai costi per gli incentivi alle rinnovabili (attuando perciò, secondo i principi UE, una pratica illecita di aiuti di Stato, ancorchè indiretti, alle imprese tedesche. Ndr). Sono scelte di politica industriale. In Italia il governo può decidere di ridurre progressivamente gli incentivi alle rinnovabili spingendo per un mercato più maturo”.
Pochi giorni dopo, il 28 luglio, come riporta l’articolo del Fatto Quotidiano “Bollette luce, il Tar Lombardia conferma la sospensione degli aumenti dal 1 luglio“, il Tar della Lombardia è di nuovo durissimo con l’AEEG: “le iniziative intraprese dalla citata Autorità per contenere i rilevati fenomeni distorsivi non hanno ancora ottenuto alcun effetto utile soprattutto atto a tutelare, quantomeno provvisoriamente, una vastissima platea di utenti vulnerabili“, che di fatto si vedono “imposto dall’esterno un aumento del prezzo della cosiddetta bolletta” in un mercato dove si agitano “posizioni dominanti tendenzialmente monopolistiche e/o cartelli dinamici”.
Tutto questo lo si può ritrovare, commentato per esteso, nel sito web di Qualenergia, nell’articolo “Nuova pronuncia TAR: aumento bollette elettriche resta congelato” in cui si possono anche reperire (per apprezzarne i toni ben oltre i limiti della rissa istituzionale) i testi completi del primo decreto del Tar, la delibera dell’AEEG, ed il secondo decreto, la cui conclusione è che “Il Tar “dichiara inammissibile la sedicente domanda” presentata dall’Aeegsi e “conferma i presupposti e i disposti tutti di cui al decreto monocratico 911 del 19/07/2016″, con il quale aveva disposto la prima sospensione degli aumenti”.
E ora questo nuovo colpo di scena dello sblocco degli aumenti, in attesa della prossima – immancabile – puntata.
Non sappiamo più che cosa dire, tranne che a noi non interessa tanto questa particolare contingenza, cioè se queste specifiche operazioni di arbitraggio rientrano o meno nei limiti della legalità, quanto piuttosto la mancanza di coesione nelle Amministrazioni nella ricerca del bene comune e soprattutto il pericolo che presto il problema dei costi di dispaccciamento si dilati ulteriormente, nei termini a suo tempo previsti da Alberto Brambilla, che nell’articolo del Foglio “Pericolosi paradossi verdi” del 27 aprile dello scorso anno scriveva:
“Tuttavia ci sarà ancora bisogno delle centrali termoelettriche per garantire la modulazione dell’energia – che le rinnovabili per loro natura non permettono – e per supplire all’intermittenza del solare e dell’eolico, inefficaci in giorni di pioggia o bonaccia. Gli operatori tradizionali invocano anch’essi compensazioni per i soldi persi, con schemi di remunerazione della capacità produttiva. E se, come segnala l’Ispi, gli incentivi pubblici “verdi” si stanno mangiando il mercato, finiremo col dovere offrire una stampella di stato anche al gas, dopo averlo umiliato”.
In un prossimo post esporremo le nostre considerazioni (e le nostre preoccupazioni) a questo riguardo.
Ma adesso tutti, e non solo Confindustria e Codacons, devono prestare attenzione affinchè la già drammatica situazione dei costi, indotti da una politica fideisticamente e pervicacemente favorevole alle rinnovabili elettriche non programmabili, non peggiori ulteriormente: sarebbe urgentissimo intervenire per evitare l’enorme balzo della spesa insito nei nuovi obiettivi energetici per il 2030, per aumentare i quali (e renderli vincolanti) la lobby delle rinnovabili elettriche, proprio in questi giorni, a Roma è scatenata, senza che nessuno la contrasti. In caso di inerzia ulteriormente protratta, sarebbe inutile, poi, piangere di nuovo sul latte versato; e questa volta ci sarebbero davvero da piangere lacrime di sangue…

Alberto Cuppini

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