Brandelli d’Italia: di pale eoliche s’è cinta la testa!

Antonio Cederna: “Il tema è il malgoverno del territorio. Abbiamo assistito all’indiscriminata depredazione di un bene (il territorio appunto) considerato, anzichè patrimonio collettivo e risorsa per definizione limitata e non reintegrabile, terra di nessuno: ovvero terra di conquista per le truppe d’assalto della speculazione, grazie all’incoscienza, al cinismo, all’avidità delle forze politiche al potere. Hanno saputo ammantarsi di demagogia, corrompere le classi umili e farsele spesso alleate, conquistarle a modelli di sfruttamento del suolo che nulla hanno a che fare con gli interessi locali, e che procurano profitti solo agli imprenditori-colonizzatori. Tutta l’Italia va trattata come un parco, e alla rigorosa salvaguardia dei valori del suo territorio va rigorosamente subordinata ogni ipotesi di trasformazione e sviluppo: perchè non venga definitivamente distrutta l’identità culturale e l’integrità fisica del nostro Paese”.

ced3Dopo “I vandali sui crinali“, proponiamo, qui di seguito, la seconda delle tre parti del compendio dei testi di Antonio Cederna che ci siamo riproposti di sottoporre ai nostri lettori per metterli in guardia dai troppi (sedicenti) alfieri della sua eredità culturale. In particolare intendiamo smascherare chi utilizza tale eredità per “sdoganare” le FER elettriche industriali, ossia le distese infinite di pannelli fotovoltaici nei campi e sulle colline, il sequestro delle acque dei torrenti montani, gli impianti a bio-massa più ammorbanti e, soprattutto, le ciclopiche pale eoliche sui crinali.
A questo proposito teniamo a precisare con nettezza che non consideriamo affatto “compagni che sbagliano” – ma piuttosto nostri inconciliabili avversari e negatori del pensiero di Cederna – chi sostiene, per attaccare le Soprintendenze a suo avviso troppo rigorose o per altri fini, “il paesaggio eolico“, “la cui bellezza e fascino è ormai trasfusa in tecniche di progettazione oggetto di corsi universitari”. Cogliamo anzi l’occasione per affermare con orgoglio che sì, è proprio vero quanto i nostri avversari affermano: “l’opposizione all’eolico si basa su una vecchia concezione del paesaggio”; concezione trasmessaci, tra gli altri, proprio da Antonio Cederna con il rigore inflessibile che gli era proprio.
Dobbiamo purtroppo constatare, con amarezza, che simili enormità compaiono sul portale della “versione elettronica” della rivista promossa da Legambiente “QualEnergia”, “dedicata all’energia sostenibile”.
L’indefessa politica dei vertici di Legambiente di questi ultimi anni a favore dell’impiego massivo, ubiquo e per ciò stesso indiscriminato dell’eolico industriale “per la salvezza del Pianeta dal surriscaldamento climatico” si rivela in aperto contrasto con l’insegnamento di Cederna, che esplicitamente e ripetutamente, nella sua opera, esortava alla rinuncia a sollevarsi alle “sublimità pericolose” dell’Ecologia.
Questo approccio spurio di Legambiente al problema, sicuro indice di scarsa attenzione agli ammonimenti di Cederna oppure di lettura superficiale dei suoi lavori, appare particolarmente grave a causa dei costanti richiami dell’altrimenti benemerita associazione al magistero del grande ambientalista. Una sua rilettura più attenta forse non guasterebbe.
Ribadiamo che anche i brani di Cederna che seguono (estratti per lo più dal volume “Brandelli d’Italia”, un’antologia di suoi articoli pubblicata da Newton Compton nel 1991) sono stati, inevitabilmente, selezionati, accorciati ed accostati in modo arbitrario dai curatori di questo lavoro di sintesi.

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Questo libro tratta della rapina del territorio nazionale e dei suoi valori naturali paesistici culturali. Esso ci aiuta a ricordare misfatti che sarebbe peccato aver dimenticato, e a riscoprire quei vizi perenni che sono all’origine dei problemi che tuttora dobbiamo continuare ad affrontare. In particolare, esso ci invita a riconoscere le piaghe lasciate dal saccheggio di città e campagne: e quindi può metterci in guardia contro i pericoli dell’accettazione e dell’assuefazione a quanto di assurdo e di turpe è stato fatto o progettato in passato. Un genere letterario che normalmente riscuote poco interesse presso gli addetti ai lavori (che preferiscono le innocue discussioni sui massimi sistemi) e presso la stampa, affetta da un culto insensato per l’ “attualità” e la “notizia” (normalmente identificata col fatto compiuto).
Al pari dell’anonimo manzoniano che di fronte alla Storia evita di aggirarsi tra i labirinti dei politici maneggi e il rimbombo dei bellici oricalchi, così l’autore di queste pagine rinuncia a sollevarsi alle “sublimità pericolose” dell’Ecologia, e preferisce affrontare un argomento che può essere definito vile, meccanico, ma non certo “di piccolo affare”: cerca cioè di illustrare con alcuni esempi quanto egli, insieme ad altri, ritiene essere il male di fondo che da decenni sta irresistibilmente sfigurando, devastando e corrompendo il corpo di quello che fu chiamato il bel paese e il giardino d’Europa.
Il tema è il malgoverno del territorio, il disfacimento delle città, l’abrogazione del paesaggio, la distruzione della natura, l’eliminazione dello spazio fisico necessario alla salute pubblica, lo smantellamento di un’immensa e insostituibile eredità di cultura, la privatizzazione sistematica del suolo nazionale in nome della rendita parassitaria. Abbiamo assistito all’indiscriminata depredazione di un bene (il territorio appunto) considerato, anzichè patrimonio collettivo e risorsa per definizione limitata e non reintegrabile, terra di nessuno: ovvero terra di conquista per le truppe d’assalto della speculazione, grazie all’incoscienza, al cinismo, all’avidità delle forze politiche al potere. L’opera di corruzione di coloro che traggono le loro fortune dalla rapina del suolo ha agito in profondità. La loro propaganda attraverso tutti i mezzi di informazione ha per lungo tempo conculcato nella gente fin la coscienza delle esigenze elementari, del diritto a un ambiente civile ed umano: nei luoghi turistici e della vacanza gli energumeni del cemento armato hanno saputo ammantarsi di demagogia, corrompere le classi umili e farsele spesso alleate, conquistarle a modelli di sfruttamento del suolo che nulla hanno a che fare con gli interessi locali, e che procurano profitti solo agli imprenditori-colonizzatori.
La situazione sembra così, a volte, essere senza speranza. E c’è da chiedersi se al di là della violenza delle forze economiche e politiche dominanti non esista qualche congenita malformazione mentale contro cui sia ancora più difficile combattere. In realtà, nella maggioranza dei politici al potere si riscontra (parliamo in generale) prima ancora di ogni comprovata malizia, una vera e propria forma di imbecillità. Uomini di scarsa, lacunosa o inesistente cultura, essi sono incapaci di concepire qualsiasi programma che non sia la semplice sommatoria delle più disparate e contrastanti iniziative, senza distinguere le utili dalle rovinose: fa loro difetto l’elementare capacità di dedurre gli effetti dalle cause. Non li sfiora nemmeno il sospetto che l’entità e la velocità delle trasformazioni causate dalla rivoluzione industriale e tecnologica imponga, pena il disastro e il caos, drastici controlli, scelte meditate di tempo e luogo, impegni del tutto nuovi rispetto il passato.
Che l’Italia sia un Paese straricco che si permette degli sciali e dei lussi straordinari, lo dimostra lo scempio che abbiamo fatto di quella risorsa limitata e irriproducibile che è il territorio.
Tra tre o quattro generazioni tutta l’Italia sarà consumata e finita, ricoperta da un capo all’altro da un’ininterrotta e repellente crosta che tra qualche decennio, se le cose non cambiano, ne cancellerà praticamente ogni carattere e fisionomia, con tutte le catastrofiche conseguenze immaginabili, inquinamento, dissesto idrogeologico, cancellazione di paesaggio e natura. I sentimenti di frustrazione e di rabbia che si provano percorrendo il bel paese nascono dalla sensazione che tutto quello che ancora di intatto e incontaminato possiamo ammirare, è tale solo in via temporanea e provvisoria. Il disastro imminente è rappresentato da quello che amministratori comunali, enti pubblici e privati imprenditori prevedono nei loro piani. L’Italia è dunque un Paese a termine, dalla topografia provvisoria. E lo diciamo sapendo che il peggio deve ancora venire.
Da qui al Duemila le prospettive non sono incoraggianti, a meno di cambiare radicalmente registro. Potenti gruppi finanziari sono pronti a investire miliardi in “grandi opere”: il nostro capitalismo arretrato fonda ancora le sue fortune sul saccheggio del territorio.
Tutta l’Italia va trattata come un parco, e alla rigorosa salvaguardia dei valori del suo territorio va rigorosamente subordinata ogni ipotesi di trasformazione e sviluppo: perchè non venga definitivamente distrutta l’identità culturale e l’integrità fisica del nostro Paese.

 

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