La sera del dì di festa a Marrakech

Dopo gli eccessi della sgangherata retorica ambientalista che aveva accompagnato – e seguito – la COP21 di Parigi dello scorso dicembre, a Marrakech l’atmosfera al termine della COP22 era quella di una lunga festa appena finita e che forse non si ripeterà mai più.

“Un nuovo uragano di irragionevolezza rischia di abbattersi sul mondo in coincidenza con l’apertura — oggi a Marrakech — della Conferenza sui cambiamenti climatici”. Chi scriveva queste righe il 6 novembre scorso non era un ultras della lobby del carbone ma Paolo Mieli, sulle pagine del compassato Corriere della Sera – fin qui schierato a sostegno delle tesi mistiche della transizione energetica verso le rinnovabili – nell’articolo “I dati, i dubbi e gli eccessi sul cambiamento climatico“.

Il mutato atteggiamento del Corriere e di molta parte dell’informazione verso la Conferenza delle Parti (COP22) di Marrakech non era solo una reazione agli eccessi della sgangherata retorica ambientalista che aveva accompagnato – e seguito – la COP21 di Parigi dello scorso dicembre, ma il risultato di alcuni fatti inoppugnabili che sollecitavano un differente approccio al problema del cambiamento climatico.
Per suprema ironia del Fato, alcune repentine ed inattese transizioni politiche e tecniche che hanno indebolito gli argomenti degli “ecologisti global” (adesso bisogna chiamarli così) si sono verificate proprio alla vigilia, se non addirittura durante lo svolgimento degli stanchi rituali della COP22.
Sebbene l’atmosfera al termine del Concilio Ecumenico di Marrakech non fosse così lugubre come quella descritta da chi ritiene che la COP22 sia stata un “baraccone di ipocrisie“,
in cui “imprese e nazioni… pensano molto alle proprie tasche e assai poco alla cappa di anidride”, ciò nondimeno si poteva percepire con chiarezza, dai resoconti di tutta la stampa internazionale, un importante ed innegabile mutamento climatico, evidentemente intervenuto anche sotto i tendoni falsi-berberi tirati su per l’occasione nella fascinosa città marocchina.
Il clima era quello di una lunga festa appena finita e che forse non si ripeterà mai più.
Un grosso guaio per molti partecipanti, compresi i funzionari professionisti – e lautamente retribuiti – di alcune (poche) onlus ambientaliste italiane, sempre più invisi ai volontari delle medesime associazioni, lasciati sempre più in bolletta, che spesso vedono il proprio territorio compromesso dalle installazioni di inverosimili impianti elettrici a fonti rinnovabili sponsorizzati dalle loro stesse direzioni.
Molteplici sono le concause che hanno condotto ad un cambiamento di feeling così radicale nell’arco di pochi mesi dalla trionfale conclusione della COP parigina. Vediamo quelle più significative, elencate a caso, senza ordine cronologico nè di importanza.

Sono finiti i soldi da sperperare.
Leggiamo dall’articolo di Euronews del 18 novembre “Cop22: i risultati sono scarsi“:
“196 gli Stati che hanno preso parte alla Cop22. Ma i progressi fatti in Marocco sono stati pochi e niente affatto spettacolari. Ora l’obiettivo è quello di riuscire a mobilitare almeno 100 miliardi di dollari all’anno da versare ai Paesi più poveri per aiutarli a sviluppare fonti di energia meno inquinanti. Un’impresa che se da un lato appare titanica, dall’altro è totalmente insufficiente visto che, secondo le stime Onu, servirebbero dai 5 ai 7mila miliardi di dollari annui per raggiungere un modello di sviluppo sostenibile che sia in grado di aiutare i Paesi in difficoltà”.

In altre parole, e per semplificare: alla Conferenza delle Parti partecipano tutti i Paesi del mondo col massimo entusiasmo perchè tutti si attendono di incassare, nella convinzione che a pagare siano altri; ad impegnarsi dovrebbero essere solo pochi – infelici pochi – Paesi occidentali. Così facendo, questi Paesi, in particolare quelli europei, in appena pochi anni hanno affossato le proprie industrie, attraverso “un suicidio economico o, se va bene, una drammatica automutilazione“,  che ha permesso di realizzare, come ha scritto Agime Gerbeti sull’ultimo numero dell’Astrolabio nell’articolo “In difesa dell’industria europea“,
“un perverso Piano Marshall” capace di “finanziare le economie in via di sviluppo e l’incremento delle loro emissioni”. Ottenendo così il brillante esito di aumentare di oltre il 50% l’emissione globale di CO2 in atmosfera dal 1997, anno della firma del famoso “protocollo di Kyoto”.
E, per di più, il “titanico” sforzo previsto dalla COP22, come da tutti ormai riconosciuto, sarebbe “totalmente insufficiente”. Non c’è che dire: bei risultati complessivi e, soprattutto, belle prospettive.

La crisi dell’Unione Europea.
“La UE si è data traguardi di riduzione molto ambiziosi e tanto più lodevoli dal momento che i suoi 28 Stati membri producono solo il 9% delle emissioni globali. Ma li ha perseguiti esclusivamente mediante misure interne, prive di ogni proiezione internazionale, ignorando financo il CDM, Clean Development Mechanism, il meccanismo di collaborazione coi PVS previsto dal Protocollo di Kyoto. L’ambizione esplicita è stata quella di fungere da esempio – “to lead by example” – al resto del mondo. Un atteggiamento alquanto pretenzioso e autocompiaciuto dagli effetti limitati a livello globale”. Così Giovannangelo Montecchi Palazzi, ancora sull’Astrolabio, nell’articolo “Le frontiere finanziarie del clima globale“.
Ottusità ideologiche, peggiorate dalla sclerosi burocratica degli organismi comunitari (inaccessibili ai comuni mortali ma accessibilissimi ai lobbysti), come il perverso sistema ETS e l’idea bislacca di far funzionare l’economia europea con la costosissima energia erratica proveniente da pannelli solari e pale eoliche, hanno dato un fortissimo contributo alla crisi dell’Unione ed alla “Brexit” in particolare. E’ solo un esempio, come un esempio sono le velleitarie politiche di immigrazione illimitata, ma un esempio che da solo potrebbe bastare a seppellire l’idea di Unione Europea, ormai in permanente attesa delle prossime – inevitabili – “exit”.

Il Governo tedesco si spacca su clima ed energia.
La frattura all’interno del Governo tedesco non è stata affatto pubblicizzata in Italia, ma appare nondimeno di importanza capitale. La si è appresa da Euractiv.
Salvo errore, nessun quotidiano italiano ha ripreso la notizia che l’attento Beniamino Bonardi, sull’Astrolabio,  non si è lasciato sfuggire.
“La Germania si è presentata alla conferenza di Marrakesh sui cambiamenti climatici (COP22) senza un piano nazionale di riduzione delle emissioni per il 2050, contenente misure concrete e non solo percentuali, dopo che il ministro dell’Economia e vice-cancelliere, Sigmar Gabriel, ha stoppato la proposta del ministro dell’Ambiente, Barbara Hendricks, entrambi socialdemocratici. In assenza di un impegno ufficiale della Germania, la cancelliera Angela Merkel ha deciso di non partecipare alla COP22, a differenza di altri capi di Stato e di governo europei”. E ancora: “L’assenza della cancelliera tedesca a Marrakesh, osserva Euractiv, è il simbolo di una politica europea su clima ed energia afflitta da indecisioni e lotte intestine”.
E dunque persino la Germania, da anni immarcescibile paladina delle rinnovabili elettriche e della Energiewende (la svolta energetica), si mostra titubante. Il motivo? Leggiamo di nuovo Bonardi:
“Il punto di maggior scontro all’interno del governo tedesco riguarda la lignite. Infatti, secondo il ministro dell’Economia, il carbone dovrebbe rimanere a far parte del mix energetico tedesco fino al 2040”.
Un basso interesse di bottega, quindi, che svela gli altarini, peraltro a noi ben noti, dello zelo ecologista del Governo tedesco. L’Energiewende nasconde in realtà una politica economica neomercantilistica degna del Reich bismarckiano. I princìpi base della politica ecologista dell’accoppiata Merkel-Gabriel vedono concatenati, in un abnorme connubio, gli interessi dei produttori di pale eoliche (le stesse che infestano i crinali italiani) e di altre tecnologie per le FER elettriche esportate nel resto d’Europa (e che contribuiscono in misura determinante a far conseguire alla Germania il surplus della bilancia commerciale che sta mettendo in difficoltà i conti di tutti gli altri Paesi dell’Unione Europea) e quelli dell’industria carbonifera nazionale.
L’Unione Europea, ancor più sfacciatamente a guida tedesca dopo la Brexit, si vede dunque stretta tra una politica, di cui è paladino il ministro Gabriel, utile solo alla economia della Germania in alternativa a scelte autolesionistiche, come quelle auspicate dal ministro Hendricks. E così, per assurdo, in Italia ci dobbiamo pure augurare che il neomercantilismo tedesco prevalga, onde evitare di cadere nella voragine delle utopie anti-industriali e terzomondiste.

La Cina fa retromarcia.
La Cina (nientemeno!) era improvvisamente diventata, per gli “ecologisti globali”, il nuovo Salvatore che avrebbe dovuto preservare il Pianeta dall’avvento dell’Anticristo Trump.
Così scriveva Qualenergia il 3 novembre nell’articolo “La Cina critica le idee di Trump sull’energia“:
“Un politico saggio, fanno sapere da Pechino, dovrebbe seguire le tendenze globali. Porte aperte, anche se tra molte contraddizioni, agli investimenti in fonti rinnovabili e alle misure per ridurre le emissioni di gas serra”.
Ma se un simile atteggiamento a proposito della Cina può essere comprensibile da chi è parte in causa, hanno lasciato allibiti i toni ancor più irrealistici contenuti nell’articolo di Sara Gandolfi, sul Corriere del 16 novembre, dal titolo “Clima, Cina in prima linea, rischio Trump“:
“Irreversibile. È la parola chiave con cui politici e scienziati riuniti a Marrakech per il XXII vertice dell’Onu sul clima hanno voluto blindare l’accordo di Parigi raggiunto lo scorso anno. L’hanno pronunciata il segretario generale Ban Ki-moon, il francese Hollande, i delegati cinesi e, con più forza di tutti, l’uscente Segretario di Stato Usa, John Kerry. Non sfugge però che attorno a quella parola, «irreversibile», si sia attorcigliato un dubbio inquietante: che farà l’imprevedibile Donald Trump, il «negazionista» convinto che ha promesso di stracciare gli impegni ambientalisti del suo predecessore? … La Cina, il Paese che oggi inquina di più il pianeta per emissioni di CO2, davanti agli Usa, ha risposto «presente» all’appello e, soprattutto, ha intensificato la cooperazione con il Sud del mondo. Finora ha lavorato in tandem con l’America di Obama sul palcoscenico geopolitico della lotta al clima che cambia, ma è pronta ad assumerne la leadership, se Trump si farà da parte”.
La Cina, evidentemente, esercita un fascino esotico irresistibile ed inesauribile sui radical-chic nostrani. Così era stato in occasione della Rivoluzione Culturale (una delle peggiori disgrazie sociali mai messe in atto da un Governo) e così accade anche oggi per gli italiani innamorati del terzomondismo, che sono convinti che la Cina sia ancora terzo mondo. E che, allo stesso tempo, sono ignari che i cinesi sono più attaccati al principio del libero mercato – ed ai vantaggi consumistici che ha loro comportato negli ultimi anni – degli stessi americani.
Per questo motivo, le formule scaramantiche pronunciate nel corso di rituali misticheggianti e la celebrazione di culti totemici di massa fanno, in realtà, scarsa breccia negli animi dei cinesi in carne ed ossa.
Per amarissima ironia della sorte, lo stesso Corriere pubblicava, appena due giorni dopo, un (apparentemente) innocuo trafiletto, ignorato dagli altri media italiani, dal titolo “Carbone. La Cina fa marcia indietro sui tagli” che così recitava: “Pechino ha riportato a 330 il numero delle giornate lavorative consentite nelle miniere di carbone. La riduzione a 276 giorni, imposta in settembre, aveva innescato fortissimi rialzi di prezzo per la materia prima… Il premier Li Keqiang ha commentato che bisogna che la Cina trovi un equilibrio tra la necessità di tutelare l’ambiente e di fornire riscaldamento”. Amen.

Trump vince le elezioni USA.
Non c’è bisogno di commentare l’avvenimento anche in questa sede: già lo stanno facendo tutti. Tra i tanti articoli che cercano di prevedere quali saranno le reazioni del neo Presidente americano verso gli accordi di Parigi sul clima e le Conferenze delle Parti, di cui gli Stati Uniti sono i principali finanziatori, consigliamo, per profondità di analisi e capacità di sintesi, l’articolo “Trump alla guerra anti ambientalista” di Alessandro Farruggia sul Resto del Carlino del 14 novembre, che così si conclude: “Ergo, se su altri temi forse Trump medierà, sull’ambiente va alla guerra. Obiettivo, cancellare lo sviluppo sostenibile e tornare al passato: petrolio, gas, carbone e vietato vietare”.
Ritorno al passato, sic et simpliciter: un risultato mica male, dunque, ottenuto – per inevitabile contrappasso – anche da chi, in questi anni, ha perseguito con la massima tenacia politiche energetiche fideistiche ed irrazionali, e, insieme, inefficaci e costosissime.

Fine della priorità di dispacciamento per le rinnovabili elettriche.
Per combinazione, la notizia – un autentico fulmine a ciel sereno e un chiaro indizio delle difficoltà dell’industria europea indotte dalle FER elettriche non programmabili, al di là della retorica ufficiale – è apparsa proprio alla immediata vigilia della conferenza di Marrakesh, in seguito ad una indiscrezione rivelata dal quotidiano britannico The Guardian.
Una simile prospettiva, sufficiente da sola a mettere fine alla speculazione dell’eolico industriale, ha scatenato la violentissima reazione del Governo tedesco e dell’ANEV.
La questione merita una nostra riflessione a sè stante, quando sarà noto il testo definitivo dell’imminente direttiva UE, che temiamo sarà molto annacquato rispetto alle prime anticipazioni ed ai nostri auspici. Ma se son rose…
Intanto, però, il solo effetto-annuncio ha seminato il panico tra i lobbysti.

La crisi energetica in Francia.
Chi non ha seguito la gravissima vicenda può leggere l’articolo del Sole “La Francia ferma i reattori nucleari per controlli: bollette più care“.
In teoria, secondo le puerili tesi dei rinnovabilisti, ci si dovrebbe attendere che la drammatica crisi (il Corriere della Sera evoca esplicitamente il black out: “In Francia fermi 12 reattori nucleari. Si rischia il black out elettrico“) della sicurezza di molte centrali nucleari in Francia (e in Belgio?) sia una spinta per l’adozione di più eolico e fotovoltaico. In realtà la crisi svelerà definitivamente il bluff delle rinnovabili non programmabili, per le quali l’esistenza di un enorme potenziale elettrico nucleare nell’Europa centrale garantiva un enorme backup a sostegno proprio di eolico e fotovoltaico.
Questo scandalo rischia di anticipare lo scenario da noi esplicitamente previsto nel recente post “Verso il baratro energetico“:
“La situazione sarà ulteriormente aggravata dall’abbandono, specie da parte tedesca e francese, del programma nucleare e dalla dismissione progressiva degli impianti esistenti, in grado di funzionare in teoria 24 ore al giorno tutto l’anno. Già cominciano a giungere da Oltralpe i primi segnali infausti e già se ne intravedono le prime allarmanti conseguenze. Senza nucleare, il sistema europeo delle dighe (in particolare quelle alpine) che in questi anni era stato, per l’esistenza delle centrali nucleari centroeuropee, considerato come una riserva strategica ed una colossale batteria di accumulo, dovrà quindi svolgere il ruolo di produttore di prima istanza, riducendo gli invasi destinati a riserva e limitando perciò ulteriormente la possibilità di affrontare una crisi (potenzialmente istantanea!) di carenza di energia elettrica a livello continentale”.
La crisi francese potrebbe dunque rappresentare un esperimento in corpore vili del futuro energetico europeo. Sulla pelle dei cittadini francesi, appunto, che quest’inverno rischiano di rimanere al freddo e al buio a riflettere sulle loro costosissime pale eoliche ferme e sugli inutili pannelli fotovoltaici. Oltre che sul portafoglio (solo il portafoglio se tutto andrà bene) dei cittadini italiani e sulle loro bollette, in cui emergeranno improvvisamente e con violenza i costi dei sussidi a pale e pannelli, finora parzialmente nascosti dal crollo dei prezzi del gas naturale, che in Italia è, generalmente, la fonte marginale che determina il prezzo dell’energia elettrica sul mercato all’ingrosso. In questo modo verrà presto sbugiardata anche la balla che la diminuzione del costo dell’elettricità in Italia (ma non delle bollette) era dovuta all’installazione di enormi quantità di rinnovabili.

Conclusioni.
Consoliamoci, dunque: oportet ut scandala eveniant. Appare infatti sempre più evidente che, anche prescindendo dai cambiamenti climatici, il vero problema che l’umanità sta affrontando è che, con il progressivo arricchimento delle più popolose nazioni asiatiche, la pressione globale sulle riserve di energia, sul cibo e sull’acqua potabile diventerà in breve insostenibile; in attesa dell’ulteriore contributo delle nazioni africane, oggi relativamente meno numerose ma molto più prolifiche, che già cercano di anticipare l’inevitabile (?) promesso arricchimento affluendo in massa in Europa per godere fin da subito dei benefici del deprecatissimo consumismo occidentale.
Negare il problema con la censura del politicamente corretto, come si continua a fare nella ricca (ma fino a quando?) Europa occidentale, equivale a quella che in psicanalisi sarebbe chiamata rimozione, con tutte le conseguenze che ciò potrebbe comportare.
La prospettiva più probabile è che America e Cina si accordino tra loro per affrontare il (vero) problema della scarsità delle risorse globali. Non saranno più necessarie le assemblee ecumeniche di stampo sessantottesco, tanto amate dalle irresponsabili élites europee: per una nuova Yalta basterà una piccola stanza dove si incontreranno Donald Trump e Xi Jinping.
Ovvio che sarebbe augurabile una determinata azione politica europea, sia verso la vecchia (e declinante) superpotenza sia verso quella nuova (e immatura), per cercare di mantenere il tenore di vita dei propri cittadini e per temperare gli esiti più brutali sottesi alle soluzioni spartitorie neoimperialistiche che verranno – con ogni probabilità – proposte in quella sede.
L’Unione Europea sarà capace di essere la terza gamba del tavolo? Con statisti del calibro del Presidente della Commissione UE Jean-Claude Juncker e di “Lady Pesc” Federica Mogherini non abbiamo dubbi. Purtroppo.

Alberto Cuppini

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