Lo sventramento del paesaggio appenninico

Antonio Cederna: “L’impegno ecologico si è concentrato sui temi dell’inquinamento. Troppi politici e amministratori considerano il territorio come merce da barattare, terra di nessuno, ovvero proprietà di chi riesce ad arraffarlo. Il mondo accademico è assorto nei propri pensieri, ossequioso verso il potere, incapace salvo eccezioni di azioni coraggiose. Gli uomini di cultura sono da sempre indifferenti ai problemi della vita associata, e considerano “anime belle” chi si batte per la difesa del paesaggio”.

Pubblichiamo oggi la terza ed ultima parte, dopo “I vandali sui crinali” e “Brandelli d’Italia? Di pale eoliche s’è cinta la testa“, del compendio dei testi di Antonio Cederna che abbiamo voluto riproporre ai nostri lettori, nel ventennale della sua scomparsa, per metterli in guardia dai troppi non disinteressati paladini della sua eredità culturale.

ced1I brani di Cederna di seguito riportati sono stati ricavati da una molteplicità di suoi articoli e sono tutti di suo pugno, tranne il titolo, evidentemente ispirato a “Lo sventramento del paesaggio”, contenuto nell’antologia “La distruzione della natura in Italia”, edita nel 1975 da Einaudi. La parte che ci appare più interessante è però ricavata dallo scritto “Territorio ambiente e dintorni”, tratto dal catalogo della mostra del 1987 “Il rovescio della città”, a cura del Comune di Bologna. In “Territorio ambiente e dintorni”, Cederna, con felice sintesi e implacabile giudizio, già trent’anni fa affermava quello che oggi sempre più italiani pensano ma non osano dire, e cioè che alla base di tutto (e non solo per ciò che riguarda la mancata tutela del territorio e del paesaggio patrio) in Italia esiste “una qualche radicata malformazione culturale” e che “le radici di questa arretratezza sono profonde e diffuse”, concludendo che “le principali componenti della nostra cultura non hanno dato buoni frutti”. Ogni discorso sui rimedi all’ormai decennale decadenza dell’Italia dovrebbe partire da questo forte assunto, derivandone altrettanto forti conclusioni.

Nel testo che segue compare anche un’implicita onorificenza, conferita postuma da Cederna, al valor civile degli innumerevoli cittadini della Rete della Resistenza sui Crinali, il coordinamento dei comitati dell’alto Appennino contro l’eolico industriale selvaggio, e delle associazioni loro amiche che in quest’ultimo decennio hanno realizzato insieme “il poco o il molto che può essere ottenuto con l’azione quotidiana”, così che potessero “essere smascherate le lusinghe dei demagoghi, le mene degli amministratori ladri, le manovre dei nemici del genere umano” e contemporaneamente potesse “maturare quella coscienza del territorio come bene e patrimonio comune, da difendere con le unghie e coi denti, perchè una volta perduto non si recupera più e se ne resta mutilati per sempre”.
A differenza dei riferimenti generici delle altre volte, oggi intendiamo dedicare questa nostra fatica, con un pressante invito alla riflessione, ad un ben individuato personaggio pubblico che si picca di essere discepolo di Antonio Cederna: il Presidente della Commissione Ambiente della Camera dei Deputati Ermete Realacci, Presidente onorario di Legambiente e sommo apologeta dell’eolico in Parlamento.
ermete-realacci
Non a caso: nei prossimi mesi verrà pubblicata dal Governo la nuova Strategia Energetica Nazionale (SEN) per il 2030, per adeguarla alle conclusioni della COP21 di Parigi di un anno fa. Proprio in questi giorni è in corso a Roma il tentativo di aumentare a dismisura l’obiettivo per le FER elettriche, a danno delle altre fonti ad energie rinnovabili e della ricerca di vere alternative ai combustibili fossili (che non sia il nucleare…), e di rendere tale obiettivo vincolante, pur in assenza di un obbligo in tal senso dettato dall’Unione Europea. Ciò porterebbe inevitabilmente ad un ipertrofico sviluppo dell’eolico industriale, tale da ricoprire con decine di migliaia di pale giganti l’intero Appennino: attualmente ne dovrebbero già essere state installate, in pochi anni e con tutti i disastri che abbiamo sotto gli occhi, quasi ottomila, anche se, incredibilmente, nessuno ne conosce il numero esatto.
Realacci rischia di diventare, per le prossime generazioni, l’eponimo della nuova Italia ridotta ad un osceno puntaspilli.
Gli vorremmo ricordare anche di essersi detto concorde (“…non solo la bellezza fa parte del patrimonio genetico e dell’identità dell’Italia, ma è parte determinante della sfida per il futuro del Paese…”), durante l’ultima campagna elettorale per le politiche, con il manifesto del Comitato per la Bellezza, nato nel 1998 proprio “sul nome e sul lavoro di Antonio Cederna”, che in quell’occasione, tra l’altro, esplicitamente chiedeva ai candidati alle elezioni:
“Ha senso una diffusione sfrenata di pale eoliche (che richiedono strade e sbancamenti di terreni collinari e montani già fragili) anche laddove non c’è vento sufficiente, persino in zone di alto pregio paesaggistico e archeologico, di pannelli solari senza limiti di sorta, spesso su terreni coltivati, oppure la creazione di maxi-impianti fotovoltaici?”.
Ribadiamo anche questa volta che i brani di Cederna qui di seguito sono stati, inevitabilmente, selezionati, accorciati ed accostati in modo arbitrario dai curatori di questo lavoro di sintesi.

Se nella considerazione del traffico urbano abbiamo potuto osservare un qualche timido progresso, questo progresso noi ci rifiutiamo di estenderlo al resto del territorio, al patrimonio, non certo inesauribile, dei nostri beni paesistici e naturali: verso i quali continuiamo a comportarci da autentici irresponsabili sventratori. In effetti noi continuiamo a considerare il territorio come res nullius, anzi come terra di conquista da sfruttare e razziare impunemente. C’è da chiedersi fino a quando continueremo a sventrare impunemente il territorio, fino a quando ci rifiuteremo di fare un bilancio degli spaventosi costi economici e sociali di una risorsa per definizione limitata e non riproducibile.
La distruzione del territorio e dell’ambiente naturale italiano non è stata ancora oggetto, come meriterebbe, di trattazioni generali. L’impegno ecologico si è piuttosto concentrato sui temi dell’inquinamento, cioè su una conseguenza della mancata pianificazione: col pericolo, spesso, di presentare come problema tecnico un problema essenzialmente di scelte politiche.
Chi oggi intraprendesse il grand tour potrebbe alla fine scrivere quella “guida dell’Italia alla rovescia” di cui da gran tempo si sente la mancanza, in cui illustrare i maggiori scempi e disastri. Le radici di questa arretratezza sono profonde e diffuse. Troppi politici e amministratori considerano anche il territorio come merce da barattare, terra di nessuno, ovvero proprietà di chi riesce ad arraffarlo. Il mondo accademico è assorto nei propri pensieri, ossequioso verso il potere, incapace salvo eccezioni di azioni coraggiose. Gli uomini di cultura sono da sempre indifferenti ai problemi della vita associata, e considerano “anime belle” chi si batte per la difesa del paesaggio. La stampa, per quanto più attenta di una volta, è vittima del culto demenziale della notizia, e “notizia” significa fatto clamoroso, catastrofe eccetera. Al fondo di tutto ciò ci dev’essere una qualche radicata malformazione culturale. Semplificando si può dire che le principali componenti della nostra cultura non hanno dato buoni frutti. L’idealismo ci ha insegnato che la natura non esiste, che il paesaggio è uno stato d’animo, cioè un’apparenza soggettiva e inafferrabile. Il cattolicesimo (ovvero, la tradizione giudaico-cristiana) ha dissacrato il concetto che della natura aveva il mondo classico, e ne ha fatto despota l’uomo. Il marxismo ha per troppo tempo sottovalutato i problemi del territorio, considerandoli sovrastrutturali, e rimandandone la soluzione alla palingenesi universale.
Ogni angolo del territorio è prezioso e insostituibile, qualunque sia la sua importanza storica o naturale. E’ quindi di importanza decisiva il poco o il molto che può essere ottenuto con l’azione quotidiana di associazioni, partiti, comitati, gruppi di cittadini per strappare alla speculazione il metro quadrato di verde, per salvare il prato, il pascolo o la spiaggia dall’accaparramento privato. Solo così potranno essere smascherate le lusinghe dei demagoghi, le mene degli amministratori ladri, le manovre dei nemici del genere umano: e potrà maturare quella coscienza del territorio come bene e patrimonio comune, da difendere con le unghie e coi denti, perchè una volta perduto non si recupera più e se ne resta mutilati per sempre. Chi ha un qualche interesse per la vita quotidiana rifiuta le chiacchiere, le fughe in avanti, l’ipertrofia ideologica, l’inerte attesa della palingenesi, per non farsi inconsapevole alleato del malgoverno. La lotta contro la turpitudine ambientale, la lotta per un ragionevole uso del territorio, dello spazio fisico, della natura in tutti i suoi aspetti, dal giardino alla foresta, dal litorale all’alta montagna, dalle periferie urbane al parco nazionale, dalla palude al fiume, dal lombrico allo stambecco, dall’albero lungo la strada al ghiacciaio, è la lotta stessa per la sicurezza del suolo, per lo sviluppo economico, per la giustizia sociale, per la promozione della cultura, per la salute e l’incolumità pubblica.
Conservazione della natura significa soltanto, alla fine, conservazione dell’uomo e del suo ambiente. A questo punto, gli ipocriti, gli affaristi, gli speculatori, i benpensanti dicono che bisogna “conciliare”, ovvero “contemperare” le “opposte esigenze”: come se davvero fosse possibile trovare una mediazione fra il rapinatore e la sua vittima. La difesa della patria è sacro dovere del cittadino (art. 52 della Costituzione). La lotta per la salvaguardia dei valori storico-naturali del nostro paese è la lotta stessa per l’affermazione della nostra dignità di cittadini, la lotta per il progresso e la coscienza civica contro la provocazione permanente di pochi privilegiati onnipotenti.

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