Il sistema elettrico italiano sull’orlo del baratro

L’Italia si è colpevolmente ritrovata priva del margine di riserva elettrica proprio in occasione della crisi indotta dall’arresto delle centrali nucleari francesi e proprio nei giorni più freddi dell’anno. Quanto siamo andati vicini al disastro? Quali sono state le responsabilità del Governo e quali invece quelle proprie di Terna, Gse, AEEG e degli altri soggetti istituzionali che non avevano dato l’allarme, provocato dall’eccesso di impianti FER non programmabili, a tempo debito?

“Secondo il ministro Calenda e l’a. d. di Terna Del Fante la situazione di overcapacity non è più così scontata”.
Così scriveva il Quotidiano Energia nell’ultimo capoverso dell’articolo comparso il 16 gennaio dal titolo “Free: Apertura centrale Genova ingiustificata”.
Fin qui niente di nuovo, se già il 14 gennaio, ad esempio, Jacopo Giliberto sul Sole nell’articolo “Allarme freddo, le centrali non chiudono” ci informava che “da tempo il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, dice che la sovraccapacità italiana di centrali è solamente apparente”.
D’altronde, la criticità di un sistema elettrico ridondante di potenziale non programmabile era nota da anni anche ad Assoelettrica, sebbene, in passato, sia sempre stata sottovalutata, se non addirittura negata, da Terna.
Ciò che appare davvero interessante compare invece nell’ultima riga del citato articolo di Quotidiano Energia:
“In base ai dati del Tso (acronimo di Transmission System Operator, in questo caso la Terna. Ndr) già a fine 2015 il margine/riserva si era ridotto a circa 6 GW (60 GW di domanda di punta contro 65,4 di potenza effettivamente disponibile)”.

Anche qui, ma solo per i cultori della materia, niente di nuovo.

Per i nostri fini, intanto, è utile definire che cosa si intende per “margine di riserva”. Per fare questo, e per evitare improvvisi cambiamenti nella definizione onde celare il misfatto perpetrato, leggiamo da un documento del Sole del 2011
che
“ll margine di riserva della generazione elettrica si riferisce alla capacità di produzione eccedente la richiesta di potenza, che può essere prontamente attivata in caso di necessità (emergenze per guasti improvvisi o per interruzioni in parte delle linee). Un margine considerato “sicuro” è comunque al di sopra del 7% del consumo di picco. Se inferiore scattano procedure di emergenza progressiva”.
Ovviamente i vocaboli “prontamente” e “sicuro” presenti nella definizione escludono a priori dal computo del margine di riserva tutto il pletorico potenziale eolico e fotovoltaico forsennatamente installato in questi ultimi anni, orgoglio e vanto della nostra sciagurata classe dirigente, ma rivelatosi del tutto inutile (specie nelle più afose serate estive) in tante situazioni di picco.

Dalla definizione mi preme far notare, per utilizzarlo nei calcoli successivi, che il margine è fissato nel 7% e che, nel caso tale margine sia inferiore, si debba parlare esplicitamente di “emergenza” e di “insicurezza”.

A fine 2015, dunque, saremmo ancora stati, sia pure per poco, nei limiti della norma.
Il problema è che nel 2016 le cose sono, come era facilmente prevedibile, ulteriormente peggiorate. Leggiamo che cosa scriveva Il Fatto Quotidiano dell’ 11 gennaio nell’articolo di Stefano Feltri “La caccia al tesoro che i furbetti delle centrali ci devono restituire”:

“… al ministero dello Sviluppo hanno calcolato che dal 2012 al 2015 sono state chiuse centrali per 10 GigaWatt, altri 4 sono spariti nel 2016. Quel che resta è il minimo indispensabile e non si possono rischiare vuoti di fornitura”.
Ma c’è di peggio: nel 2017, come già preannunciato, molte altre centrali termoelettriche, non più profittevoli in quanto cannibalizzate dalle rinnovabili, sono inevitabilmente destinate a “sparire”.

Riepiloghiamo e facciamo un po’ di aritmetica elementare: la domanda elettrica considerata di picco (picco sfiorato in Italia nel luglio del 2015 e previsto in aumento) è di 60 GW; il margine di riserva, che è fissato nel 7% di tale picco deve essere dunque “al di sopra” di 4,2 GW (60 X 7 : 100); a fine 2015 tale margine era di 5,4 GW (65,4 – 60); a fine 2016 (senza la costruzione di nuove centrali tradizionali, messe tutte fuori mercato dalla priorità di dispacciamento concessa alle rinnovabili) tale margine si sarebbe ridotto a 1,4 Gw, cioè 5,4 meno i 4 “spariti nel 2016” secondo il Fatto Quotidiano. Sulla base di questi calcoli, il margine di riserva sarebbe dunque ora ridotto al 2% (1,4 : 60 X 100), ben al di sotto del margine considerato “sicuro”. La situazione potrebbe essere ancor più grave se consideriamo che il 2% di margine si riferisce ad un livello nazionale, e non a livello zonale.

Tranne per chi si rifiuta di guardare in faccia la realtà, anche qui niente di particolarmente nuovo, se già il 2 dicembre leggevamo esterrefatti la parola “miracolo” comparire nell’inquietante articolo di Jacopo Giliberto sul Sole 24 Ore “Ogni sera rischi blackout per inseguire il fotovoltaico”, che così commentava lo studio “Le rinnovabili nel sistema elettrico” redatto dal Wec (World energy council) e dal Cesi:

“Gli impianti termici ogni sera vengono forzati per riuscire a stare al passo con la caduta del sole, e ogni sera si ripete il miracolo che, in quel paio d’ore a piena manetta, tutto è andato liscio. L’avaria di una centrale potrebbe gettare nello scompiglio tutto il settore… Un guasto nella zona di Napoli (è l’esempio presentato nell’analisi del Wec) potrebbe creare conseguenze gravi su tutto il Centro-Sud”.

Del resto, sullo stesso Sole 24 Ore, l’evocazione del blackout era ormai diventata sempre più ricorrente nei tanti articoli di Federico Rendina dedicati al sistema elettrico nazionale.

E nel 2017 andrà persino peggio, considerando le centrali per le quali è già stata richiesta la dismissione. A proposito: qualche parlamentare si potrebbe informare per sapere esattamente di quanto potenziale “sicuro” in meno stiamo parlando per quest’anno?

Siamo dunque alla canna del gas. Anzi, siccome il problema è proprio che le centrali a gas esistenti potrebbero non bastare per evitare le temute “procedure di emergenza progressiva”, sarebbe meglio dire che siamo già sull’orlo del baratro energetico, addirittura in anticipo rispetto a quanto evocato in un recente post sul sito web della Rete della Resistenza sui Crinali, che potrebbe concretizzarsi, per ogni piccolo “imprevisto”, in blackout elettrici dalle dimensioni e dalle conseguenze imponderabili.

Tale imprevisto (non tanto piccolo, in verità) ha rischiato di verificarsi negli ultimi due mesi con la chiusura per manutenzione straordinaria di 21 centrali nucleari francesi, che venivano evidentemente utilizzate dalla Terna, pur senza dichiararlo, come fornitrici sicure di energia elettrica di ultima istanza. L’improvviso venir meno della fornitura di elettricità da fonte nucleare dalla Francia ha svelato, in un sol colpo, una serie di bluff che erano stati pietosamente coperti dai nostri “esperti” energetici, chiamati a vigilare (anche) sul comportamento di Terna, che è responsabile della sicurezza del sistema elettrico nazionale. Infatti, come leggiamo dal suo sito web, “Terna gestisce il Mercato per il Servizio di Dispacciamento attraverso il quale si approvvigiona delle risorse per i servizi di dispacciamento per la risoluzione delle congestioni, la costituzione degli adeguati margini di riserva ed il mantenimento dell’equilibrio tra immissioni e prelievi”.

I bluff sostenuti dall’establishment italiano (definirli “baggianate” non sarebbe elegante…) erano i seguenti:
1) L’eolico ed il fotovoltaico sono fonti “alternative” di produzione di energia elettrica.
2) Il capacity payment, che permetterebbe (pur con costi duplicati e altissimi, da sommare ai costi già insostenibili necessari per sussidiare eolico e fotovoltaico) alle centrali termoelettriche esistenti di rimane aperte e perciò di garantire la imprescindibile “riserva calda” ad eolico e fotovoltaico, non serve.
3) La decarbonizzazione totale è l’obiettivo da perseguire ad ogni costo.
4) Il nucleare è il Grande Satana: non per niente in Italia lo abbiamo bandito senza remissioni.
5) Il sistema elettrico italiano è in condizione di overcapacity.
6) Gli impianti di produzione di elettricità a combustibile fossile sono il Male Assoluto e devono essere tutti chiusi.
7) Ci dobbiamo fidare ciecamente di Terna, degli organi di supervisione e controllo sul suo operato (in primis GSE e AEEG), degli ecologisti “global” (i soliti dirigenti nazionali di Legambiente, WWF e Greenpeace onnipresenti sui media) e degli esperti italiani di energetica (Enea, Cnr, Rse, il sempre citato Politecnico di Milano ecc.) che, in virtù della loro autorevolezza (accademica e non), hanno presentato non solo come ineluttabile ma addirittura come desiderabile l’improvvisa installazione di una pletora di impianti industriali di “rinnovabili” non programmabili.

Ora il re è nudo ma, fortunatamente, la temuta – e prevedibile – crisi si è verificata prima del previsto e, almeno in teoria (ed affidandosi a ben altri esperti di energetica, a differenti dirigenti ministeriali ed a nuovi manager pubblici; e magari fidandosi degli ecologisti che hanno sempre rifiutato l’assurda dicotomia tra tutela dell’ambiente “locale” e “globale”), si potrebbe ancora porre rimedio al disastro combinato, impedendo, per cominciare, sia la prematura chiusura di altri impianti “sicuri” sia l’installazione di altre pale e pannelli.

Intanto, di fronte alla prospettiva di un disastro nel caso di un inverno dalle temperature particolarmente rigide, il Ministro dello Sviluppo Economico Calenda è già stato costretto a reagire con la massima determinazione. In tal modo sarebbero spiegabili alcune sue recenti iniziative apparentemente sconclusionate, “politicamente scorrette” e non collegate tra loro, che sono state tutte aspramente criticate dalla stampa, dagli “esperti” che in questi anni si sono spesi per le FER industriali e dal Parlamento:

1) Il forte impegno, anche in sede comunitaria, per ottenere l’autorizzazione a concedere un cospicuo capacity payment a sostegno delle ormai agonizzanti centrali termoelettriche residue (per un approfondimento sul tema vedi qui).
2) L’assegnazione ad una società straniera di consulenza della redazione della nuova Strategia Energetica Nazionale (SEN) (vedi qui).
3) L’improvviso ordine di slittamento dell’autorizzazione alla chiusura (non del riavvio come è stato fatto credere al volgo) di tre centrali elettriche, di cui due a carbone, destinate altrimenti ad una rapida dismissione. Non a caso due di queste centrali – a Genova e a Chivasso – sono site nel nordovest, non lontane dal confine francese (vedi qui).

La reazione del Parlamento a queste iniziative di Calenda si è concretizzata in una raffica di interrogazioni, generalmente obbedienti ad un impulso emotivo ma sempre improntate al conformismo imperante, talvolta sconfinante nell’infantilismo. Tutte queste interrogazioni, comunque, sono apparse completamente prive di una visione d’insieme del problema, originato da un eccesso di impianti FER non programmabili, che il Parlamento stesso, nell’ultimo quindicennio, ha contribuito a creare con la massima ostinazione.

Ora ci sarebbe da augurarsi che qualche parlamentare si prendesse la briga di chiedere esplicitamente in aula al Ministro dello Sviluppo Economico se è lui a mentire per la gola, drammatizzando di continuo la realtà per piegarla ai propri fini perversi, oppure se si è trovato di fronte ad un problema completamente sfuggito di mano e del quale lui e l’opinione pubblica erano stati tenuti all’oscuro dai tecnocrati e dalla stampa. Tertium non datur.

Anche dalla stampa, appunto, che troppo spesso in questa brutta faccenda, per opportunità e conformismo, è venuta meno al suo ruolo di cane da guardia. Come osservava Stefano Feltri nello scioccante articolo sul Fatto Quotidiano del 4 gennaio “Bollette e caselli: cittadini rapinati per ingrassare la lobby dei partiti”:

“Nessuno si è mai lamentato troppo dei 13 miliardi all’anno che dalle bollette vanno alle rinnovabili – a volte ai piccoli produttori, più spesso a banche e “intermediari” (talvolta criminali) – perchè la cosiddetta energia verde gode di buona stampa mentre l’acciaio no”.
Non sarebbe d’altronde la prima volta, per chi è ai vertici del MISE, di sperimentare di persona una analoga – drammatica – agnizione in tema di FER elettriche. Ricordiamo a questo proposito un’intervista del 20 novembre 2012 de “Linkiesta” all’allora Ministro Passera (quella del famoso “furto ai danni degli italiani” in riferimento agli incentivi folli concessi all’energia elettrica di fonte rinnovabile) e rileggiamone qui di seguito un passaggio:

“Abbiamo fatto arrabbiare tanti, perché abbiamo toccato i soldi a pioggia verso le energie rinnovabili. Il giorno più brutto nella mia esperienza di ministro è stato quando ho avuto la quantificazione dei 170 miliardi (che poi lui stesso ha aumentato di quasi il 50% concedendo per gli anni successivi ulteriori – inutili – sussidi. Ndr) di euro degli italiani che sono andati impegnati direttamente su questo. Con 170 miliardi uno cambia il mondo, e invece abbiamo comprato tecnologia a prezzi massimi senza aspettare che scendessero come accade sempre con le nuove tecnologie. Abbiamo distribuito soldi con incentivi doppi o tripli rispetto agli altri Paesi europei, e tutto questo, evidentemente, andava bene a tanti”.

Noi ci siamo fatti la nostra opinione: ci sono state troppe – per essere frutto del caso – mancate assunzioni di responsabilità ai vertici di quelle tecnostrutture dello Stato (o di partecipate dallo Stato) che avrebbero dovuto fungere da antemurale alla speculazione delle rinnovabili, e troppo grandi per essere ignorate e lasciate impunite.

E’ enorme, tanto per fare un esempio, rileggere oggi, dopo gli allarmi da lui stesso recentemente lanciati, le dichiarazioni in senso del tutto opposto rilasciate dall’amministratore delegato di Terna durante un’audizione di appena due anni fa davanti alla Commissione Industria del Senato, come si evidenzia in questo articolo del 27 ottobre 2014 dal significativo titolo “Del Fante (Terna): L’Italia è in una situazione di pesante overcapacity“.

A proposito di Strategia Energetica Nazionale, ci piace qui ricordare quella inattesa vampata di sincerità apparsa a pagina 105 della prima bozza resa pubblica nell’estate del 2012 (e subito censurata nella bozza successiva) in occasione dei lavori preparatori della prima SEN, il cui testo definitivo, smaccatamente favorevole alle FER elettriche (e non altre), è stato approvato nel marzo 2013 dal Governo Monti in articulo mortis:

“Spesso le associazioni di settore italiane svolgono azioni di lobby nei confronti dei soggetti comunitari, creando situazioni di promozione di interessi di settore a scapito dell’interesse generale del Paese”.

Ci sembra ormai evidente che queste “associazioni di settore”, che l’ignoto e coraggioso funzionario pubblico allora denunciava, non si limitino a svolgere le loro “azioni di lobby” solo nei confronti dei “soggetti comunitari”. Avere a disposizione senza colpo ferire ogni anno, solo considerando gli incentivi alle rinnovabili elettriche prelevati agli utenti nel 2016 attraverso le bollette, oltre 14 miliardi di euro (che hanno trasformato il GSE nella quarta azienda italiana per fatturato) è abnorme. A tacere dei miliardi collaterali sacrificati annualmente agli inevitabili, esorbitanti, maggiori costi di dispacciamento (e in attesa del capacity payment ormai in arrivo) e dei tanti soldi pubblici destinati sia alle nuove reti (in gran parte realizzate da Terna) che le FER elettriche non programmabili rendono necessarie, sia ai sistemi di accumulo dell’energia erratica prodotta da eolico e FV (il nuovo grande business per il prossimo futuro: sistemi inefficaci, inquinanti e costosissimi). Tutto questo fa sì che queste “associazioni di settore”, miracolate da tutti i vari Governi italiani fin qui succedutisi all’alba del nuovo secolo, possano considerarsi ormai onnipotenti nella “promozione degli interessi di settore a scapito dell’interesse generale del Paese” anche – e soprattutto – in patria.

La necessità primaria – e non solo per il sistema elettrico nazionale – appare ora evitare che nella SEN in corso di elaborazione, ed attesa per il prossimo aprile, siano presenti le condizioni per perpetuare questo stato di emergenza permanente. Per conseguire questo obiettivo di base il Ministro Calenda dovrebbe, per prima cosa e come pare abbia iniziato a fare, diffidare dei troppi aficionados delle FER elettriche non programmabili che ha intorno e che in questi anni hanno spadroneggiato, pregiudicando e mettendo a repentaglio il futuro, non solo economico, della Repubblica.

Alberto Cuppini

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Varie. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...