Elettricità senza furboni

In memoriam Ernesto Rossi (1897 – 1967)

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La scorsa settimana – non senza una certa sorpresa – abbiamo ricevuto un plico dattiloscritto a firma Ernesto Rossi, di cui giovedì prossimo ricorre il cinquantenario della morte.
Qualcosa ci induce a temere che si tratti di un apocrifo. Nondimeno, per le argomentazioni tutt’altro che banali su un tema a noi caro, lo sottoponiamo al giudizio dei nostri lettori.

 

 

 
L’industria elettrica è sempre stata, in Italia, un’industria politica: un’industria che ha fatto i suoi migliori affari nei gabinetti dei ministeri e nelle aule parlamentari. Da quando la sua nazionalizzazione divenne un punto programmatico del primo governo italiano di “centro-sinistra”, i baroni elettrici scoprirono tutte le loro batterie per sparare a zero contro quel governo: fecero sostenere le loro tesi, sui grandi giornali così detti indipendenti, dagli economisti più noti al grosso pubblico; fecero pubblicare due volumi pseudo-scientifici sotto l’etichetta dell’Istituto delle fonti d’energia di un’università privata da essi stessi finanziata; fecero diffondere in gran copia gli opuscoli di propaganda. Come si è visto recentemente nella campagna di sostegno alle rinnovabili elettriche, da allora le cose non sono cambiate molto: una nuova dimostrazione – mi sembra sia stata questa – del grado di asservimento ai “padroni del vapore” cui sono ormai giunti la nostra stampa e troppi nostri accademici.

Per principio, io non me la sono mai presa con gli imprenditori perché guadagnano facendo il loro mestiere, poiché ritengo sia meglio che gli uomini si muovano per il guadagno che per il timore del carcere e del plotone di esecuzione, e, poiché apprezzo i vantaggi del progresso e del dinamismo economico, voglio anche i mezzi adeguati al raggiungimento di quei fini. Io me la prendo con gli industriali che, finanziando i giornali, le campagne elettorali, i partiti, ricattando il governo, mantenendo uomini di loro fiducia nei gangli più vitali dei ministeri economici, riescono ad ottenere privilegi indebiti, compresi gli incentivi, per ampliare il loro potere di controllo su tutta la vita economica del Paese e, in generale, per continuare nel comodo sistema della privatizzazione dei profitti e della nazionalizzazione delle perdite. Non mi scandalizzo affatto che ci siano degli imprenditori che non hanno coscienza di esercitare un pubblico servizio. Quasi tutti gli imprenditori pensano solo a far quattrini e, se è più facile far quattrini trafficando nella hall dei grandi alberghi romani – o di Bruxelles e di Strasburgo – e negli uffici dei ministeri – o dei commissari europei – che scervellandosi per soddisfare meglio i bisogni dei consumatori e per ridurre i costi di produzione, è naturale preferiscano le hall degli alberghi e gli uffici dei politici alle loro officine. Ma credo anche sia nostro dovere di mettere in guardia il governo, il Parlamento, i consumatori e i contribuenti, in modo che far miliardi con questi metodi diventi, anche per gli imprenditori politicanti, una strada più difficile e pericolosa della strada della buona imprenditoria.
Anche per questo motivo, in conferenze e in pubblici dibattiti, dal 1950 fino alla creazione dell’Enel nel 1962, io ho continuato ininterrottamente a battere e ribattere lo stesso chiodo: la nazionalizzazione integrale del sistema elettrico, con la rigorosa esclusione degli autoproduttori, contro pagamento di un indennizzo ai proprietari degli impianti.
A seguito della liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica, ma in realtà soprattutto per fare cassa, nel 1999 l’Enel venne privatizzata. Da allora hanno cominciato a riproporsi, in peggio, gli stessi problemi esistenti fino al 1962, prima della nazionalizzazione. Della fine dell’Enel come ente pubblico monopolista si sono subito accorti gli utenti, scorrendo le proprie bollette elettriche.
Eppure ciò che ha fatto precipitare la situazione, per quanto strano possa sembrare, è stata l’adozione di una serie di provvedimenti amministrativi volti a conseguire gli obiettivi di produzione di energia da fonti rinnovabili, previsti dalle direttive dell’Unione Europea per il contrasto ai cambiamenti climatici. Per raggiungere cotali obiettivi il più rapidamente possibile e a qualunque costo, si sono concessi incentivi esagerati ai produttori, che stanno ora affaccendandosi per ottenerne sempre di più dai decisori politici e per perpetuare il sistema.
Chi afferma che bisogna raggiungere un obiettivo “a qualunque costo” non ragiona più in termini razionali. Il costo è rappresentato dal sacrificio delle alternative a cui occorre rinunciare tutte le volte che scegliamo di fare una cosa piuttosto che un’altra. Solo un maniaco o un pazzo può agire senza tenere conto del costo. E le azioni dei maniaci e dei pazzi possono, forse, interessare i frenologi; non gli economisti né gli ecologisti.
Non per niente sono stati concessi incentivi a tutti quelli che proponevano energia rinnovabile, anche nei modi più bislacchi: si è arricchito anche chi ha messo pale eoliche su monti senza vento, chi ha creato le colline di cristallo ricoprendole di pannelli fotovoltaici, chi ha utilizzato il gas delle deiezioni suine fermentate. Io stesso mi sarei potuto arricchire con un “conto energia” producendo elettricità strusciando contropelo il mio gatto sdraiato al sole. Facile prevedere che si sarebbero attirate le bramosie anche dei più furbi e dei più spregiudicati.
La richiesta di liberare l’industria elettrica rinnovabile da ogni pastoia o vincolo corrisponde alla richiesta che alla fine del periodo feudale i baroni continuamente rivolgevano al sovrano di ridar loro la completa “libertà” di levar taglie e balzelli. Questa “libertà” non è più consentita in alcun paese civile.
Le moderne forme di propaganda consentono però di modificare i gusti, i sentimenti e gli stessi pensieri delle “masse” in qualsiasi direzione si voglia muoverle. Anche in questo caso è tutta questione di quattrini. Le grandi masse non si conquistano con i ragionamenti, ma facendo appello agli istinti e ai sentimenti più elementari, con i metodi di imbonimento con i quali vengono indotte a entrare nel baraccone delle meraviglie. Slogan di poche martellanti parole, promesse irrealizzabili, suoni di trombe, sventolio di bandiere. “La salvezza del pianeta”, “l’energia pulita”, “il vento e il sole non costano niente”…
Non credo di andare molto lontano dal vero calcolando in 15 miliardi annui gli incentivi che le imprese elettriche rinnovabili ricavano oggi dalla produzione del 20% dell’energia elettrica consumata in Italia. Il banale trucco alla base di questa prodigalità sibaritica negli “investimenti” in un unico settore dell’economia consiste nell’addebito di tutte le spese non nel bilancio dello Stato, cosa impossibile specie ora che esso è sottoposto alla occhiuta vigilanza dell’Unione, ma nelle bollette elettriche. Come del resto fanno anche i tedeschi che, in una Unione Europea siffatta, sono tornati ad essere i nostri padroni ed ai cui interessati comportamenti pare ci si debba tutti conformare. Dico Unione Europea “siffatta” perché essa appare la negazione stessa dei principi dell’europeismo tracciati nel manifesto federalista da me elaborato nel 1941 assieme ad Altiero Spinelli dal confino di Ventotene.
Se si vuole che la democrazia cominci a funzionare sul serio, e non solo sulla carta, bisogna che i ministri (e ancor più che i funzionari che preparano i provvedimenti che i ministri in genere firmano senza leggere) la smettano di sperperare alla leggera i miliardi dei contribuenti, prendendo, con dei provvedimenti amministrativi interni, degli impegni nella sostanza, se non nella forma, a carico del bilancio dello Stato, senza alcun riguardo all’articolo 81 della Costituzione e senza la preventiva autorizzazione del Parlamento.
Così i nostri “rinnovabili” hanno ottenuto il diritto di riscuotere una taglia su ogni italiano, in proporzione all’energia elettrica rinnovabile prodotta, che direttamente o indirettamente ciascun cittadino consuma. Se questa taglia fosse chiesta in modo aperto, da agenti che andassero in giro con scritto in oro ben visibile sul berretto, per esempio: “Energia Pulita srl”, e se venisse chiaramente spiegato come e qualmente ogni italiano sia costretto a pagare una somma di danaro per consentire a degli industriali privati di fare dei fenomenali profitti con la produzione rinnovabile, tutti protesterebbero, tutti vorrebbero fare i conti in tasca a Energia Pulita srl, nessuno vorrebbe pagare. Ma siccome la taglia viene riscossa attraverso l’aumento dei prezzi in bolletta, i consumatori non possono rifiutare di pagarla e ben pochi si accorgono che ogni anno i rinnovabili portano via, in questo modo, qualche biglietto da cento dal loro portafoglio.
Oltre agli incentivi, le fonti rinnovabili godono pure della priorità nel dispacciamento dell’energia elettrica prodotta. Questo loro privilegio ha messo in crisi i produttori tradizionali, che hanno visto improvvisamente ridursi sia la loro quota di mercato che i ricavi, e hanno subito cessato di investire. Benissimo. Era proprio quello che si voleva, si dirà. Ma a peggiorare la situazione in modo irrimediabile ha contribuito la natura intermittente di alcune delle nuove fonti di energia, come l’eolico ed il solare, che necessitano di avere come supporto un potenziale corrispondente in impianti tradizionali, pronti da utilizzare a richiesta quando non c’è il sole o il vento sufficiente. E così, adesso i produttori del settore termoelettrico richiedono a gran voce – e ottengono – dallo Stato sussidi per sostituire i perduti ricavi di mercato e mantenere in funzione impianti che andrebbero chiusi in quanto improduttivi, ma che sono altresì vitali al sistema come supporto alle rinnovabili, la cui energia non si può accumulare. Persino le grandi industrie energivore hanno reclamato, ed ottenuto dal governo, molte centinaia di milioni ogni anno per compensare questi maggiori oneri in bolletta. La quota della bolletta elettrica che si forma sul mercato è così diventata minoritaria, tra incentivi, oneri di sistema e tasse, e tenderà a diventare sempre più marginale. Ogni servizio dovrà presto essere tariffato.
Io non sono competente come ingegnere elettrico per dare un giudizio sulla sostenibilità tecnica del sistema, ma dico che la politica delle rinnovabili ha creato un nodo gordiano che si aggroviglia sempre più. Non potendo più andare avanti senza ulteriori complicazioni, a me pare che il governo dovrebbe cercare di fermarsi a riflettere. A forza di battere la testa contro il muro, anche i burocrati che l’avevano più dura si stanno ormai convincendo che qualcosa deve cambiare in questo perseguimento di vane utopie. Il meglio si è rivelato, una volta di più, nemico del bene.
Fin dall’inizio delle concessioni degli incentivi alle rinnovabili elettriche, tutte le persone di buon senso rilevarono che questo sistema era un assurdo, tanto dal punto di vista tecnico che dal punto di vista amministrativo e finanziario. Questo spezzatino di centrali rendeva molto più difficile il coordinamento degli investimenti; moltiplicava le centrali e le reti; provocava ingenti sperperi, complicando all’inverosimile il sistema e causando duplicità di organi, di impianti e di apparecchi di diverso tipo, per lo più prodotti all’estero; portava a instradamenti per linee più lunghe, obbligando a collegamenti di centinaia di chilometri, anche per le minori distanze, per rispettare la priorità di dispacciamento; costringeva a costosissimi conteggi per i relativi rimborsi ai servizi resi…
La storia si ripete sempre. Gli incentivi fanno fiorire un illecito commercio delle autorizzazioni: danno agli uomini politici i mezzi per crearsi una clientela elettorale e per finanziare i giornali e i partiti; inducono in troppe pericolose tentazioni i poveri cristi posti in immediato contatto con potenti gruppi finanziari, facendo dipendere dal loro giudizio la distribuzione di miliardi e miliardi ogni anno; consentono spesso agli autorizzati di diventare proprietari di attrezzature pagate più volte coi quattrini ottenuti dallo Stato; tolgono ogni stimolo al miglioramento dei prodotti e alla riduzione dei costi, mettendo gli imprenditori al riparo da qualsiasi rischio di perdite con la fissazione dei “giusti prezzi”, che adesso, nel linguaggio della globalizzazione che non mi è proprio, si chiamano “tariffe feed-in”. L’efficienza del sistema dipende essenzialmente dai quattrini disponibili. E per trovare i quattrini si abbandonano tutti i principi morali; figuriamoci la tutela del paesaggio prevista nell’articolo 9 della Costituzione.
In questo caso specifico, il numero e l’ubiquità degli impianti moltiplicano le occasioni di collusione tra i burocrati controllori, spesso remunerati con miserevoli stipendi specie presso le piccole amministrazioni locali, e gli imprenditori controllati, che dispongono di ingentissimi mezzi per acquistare la benevolenza dei pubblici funzionari, degli uomini politici, dei giornali e dei partiti.
Le ragioni dei rinnovabili sono le stesse che un tempo venivano portate a difesa della politica autarchica. Non regge la ragione della necessità di assicurare la produzione elettrica rispetto a mal fidi fornitori esteri di materie prime, perché avrebbe poco senso raggiungere l’indipendenza per l’energia elettrica mentre non è possibile raggiungerla per altri generi altrettanto necessari. Non regge certo la ragione del risparmio. Non regge la ragione dell’occupazione di mano d’opera che è tutt’al più sporadica, mentre i manufatti sono realizzati all’estero. Non regge neppure la ragione della tutela del clima globale: le industrie inquinanti si spostano altrove e le emissioni nocive aumentano.
Gli intricatissimi rapporti che passano tra i componenti di questo novello gruppo eco-finanziario, ormai uno dei più potenti del nostro Paese, rimangono un mistero per i non iniziati, perché la vita delle srl con capitale sociale da 10 mila euro che fa investimenti in impianti anche di centinaia di milioni per volta è in Italia più segreta della vita della setta indiana dei thugs nei romanzi di Salgari. Si sa soltanto per sentito dire e da qualche cronaca giudiziaria, come il processo sulla “P3” attualmente in svolgimento a Roma sul sistema perverso costituito in Sardegna per l’eolico, che certe aree del nostro Paese costituiscono il feudo di Tizio o di Caio. Nessuno, fuori dalla ristretta cerchia degli iniziati, riesce a conoscere i dati essenziali della loro gestione. Il controllo dello Stato si riduce così, da noi, ad una ridicola farsa.
Il capriccioso monopolio burocratico nella definizione degli obiettivi di produzione, che sembrano ragionevoli solo a chi non sa ragionare, i contingentamenti per fonte, le compensazioni, la velleitaria scelta autarchica, la priorità di dispacciamento per le rinnovabili e tutte le altre diavolerie dello stesso genere, che inciampano l’economicità nella produzione di energia e la sicurezza della stabilità del sistema elettrico, non possono in nessun modo servire agli scopi per i quali sono stati istituiti, e cioè a impedire l’aumento dei gas ad effetto serra, a indirizzare gli investimenti in modo razionale, a vendere all’estero prodotti italiani, a ridurre il disavanzo energetico.
Questa volta servo soltanto la metà del pasticcio rinnovabili, perché non mi sta tutto nel piatto. Un’altra volta esaminerò particolarmente quali sono state le conseguenze sull’economia e gli enti locali della concessione di simili privilegi alle rinnovabili elettriche, illustrando, a titolo di esempio, come si sono comportati i venditori di vento fritto con gli amministratori del comune di Citrullopoli, che sono stati i primi a comprendere le opportunità dell’eolico industriale.

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