Il Deserto dei Vescovi: attese destinate all’eternità

Qualche elementare riflessione sulla giustizia amministrativa scaturita dalla interminabile vicenda del progetto dell’impianto eolico di Poggio Tre Vescovi.

Il paradosso è sempre in agguato. E non solo nelle storie di Dino Buzzati.
Lo stiamo vedendo nell’interminabile, tragicomica vicenda del progetto di impianto eolico del Poggio Tre Vescovi, a cavallo fra i territori delle regioni l’Emilia-Romagna e Toscana, fra le province di Arezzo, Rimini e Forlì-Cesena.
Proviamo a delineare tale vicenda con un linguaggio da enoteca di basso rango.
Anni fa, in sede di Conferenza dei Servizi Interregionale, non risultò possibile trovare un accordo fra i vari enti coinvolti nella valutazione del progetto. Alcuni di essi si pronunciarono a favore, altri invece non riuscivano proprio a trovare una compatibilità dell’impianto, sulla base e nell’ambito delle rispettive competenze. Il progetto dovette quindi essere rinviato alla valutazione del Consiglio dei Ministri. Che però neppure riuscì a comporre i dissensi fra i vari enti: chi aveva espresso contrarietà… continuava a esprimere contrarietà.
A quel livello il progetto venne bocciato (Delibera Cons. Min. 27/01/2012). Fine, direte voi.
Fine un piffero, ahinoi.

Contro il provvedimento di “bocciatura” del progetto, il proponente del progetto dell’impianto eolico di Poggio Tre Vescovi presentò (come suo diritto, intendiamoci) un ricorso amministrativo al TAR del Lazio, territorialmente competente a valutare la legittimità anche degli atti adottati dalle amministrazioni dello Stato con sede a Roma: nel ricorso si asseriva una carenza di motivazioni espresse nel provvedimento stesso.
Serve a questo punto una piccola puntualizzazione, forse non per tutti banale: la giustizia amministrativa NON valuta il MERITO degli atti che le sono sottoposti, ma li vede sotto il profilo della LEGITTIMITA’. Il giudice amministrativo non è quindi chiamato a decidere se le valutazioni degli enti coinvolti in una Conferenza dei Servizi possano essere più o meno giuste o sbagliate, e quindi se il provvedimento finale sia giusto o sbagliato. I giudici amministrativi (che non sono tecnici, se non della “meccanica” amministrativa) devono solo esaminare, cioè, il rispetto delle “regole” in tema di procedimenti, adempimenti, formalità, notifiche, scadenze, termini, competenze, coinvolgimento di enti, autorità e gestori di pubblici servizi interessati, e così via. E una regola, generale, abbastanza importante, per quanto intuitiva, è che i provvedimenti amministrativi devono essere esaustivamente motivati.
Il ricorso amministrativo presentato dal proponente venne accolto (sentenza TAR Lazio n.2338/2015).
In pratica, il TAR non intendeva contestare, nel merito, l’opportunità o meno della bocciatura del progetto (come dicevamo prima, nel merito nemmeno avrebbe potuto entrarci), ma obiettava al Consiglio dei Ministri che avrebbe dovuto esplicitare in modo adeguato la motivazione per cui non era riuscito a mettere d’accordo i vari enti sull’opportunità (o meno) di autorizzare l’impianto. Per chi s’impuntasse a chiedere quale fosse il “cuore” della sentenza della giustizia amministrativa, chiediamo al legale a cui si è rivolta Italia Nostra di riferirci cosa abbia scritto, in sostanza, il TAR.
Scrisse il TAR del Lazio che il Consiglio dei Ministri avrebbe dovuto “.. avvalersi del potere conferitogli dalla legge, quale organo di ultima istanza in chiave semplificatoria, esprimendo le ragioni per le quali l’intesa (fra i vari enti ndr) non si era raggiunta, specificando esattamente attraverso quali strumenti l’intesa era stata ricercata, per poi approfondire le ragioni strategiche, di vantaggio economico o meno per le popolazioni interessate, di tutela del paesaggio e del territorio, che esitavano nel senso di negare (leggasi “che avevano indotto a negare” ndr) l’accoglimento della richiesta di rilascio dell’autorizzazione unica alla realizzazione del parco eolico …”.
Ci piacerebbe descrivervi tutto ciò con un fumetto (ma non sappiamo disegnare) in cui compaiono due ometti: uno è il TAR del Lazio, l’altro é il Consiglio dei Ministri, che inscenano un dialogo più o meno così:
TAR: “Allora quell’impianto non andava fatto?”
CM: “Certo che no!”
TAR: “E perché?”
CM: “Eh, non c’è stato verso di convincere Regioni e Sovrintendenze che fosse il caso di farlo!”
TAR: “Beh, avranno avuto i loro buoni motivi…”
CM: “Ah, certo non potevo mica contestarglieli: applicavano normative, principi e criteri di loro rispettiva competenza. A quel punto lì, che puoi dirgli?”
TAR: “Non dico di no, solo che qui è arrivato qualcuno a dirci che nell’atto con cui hai, come dire, ‘alzato bandiera bianca’, non hai raccontato come hai provato a farli tornare sulle loro decisioni, e perché erano irrevocabili…”
CM: “Perché, dovevo scriverlo?”
TAR: “Certo che sì, figliuolo: ogni provvedimento deve essere motivato: se un Comune qualsiasi decidesse, che so, di chiudere la scuola in cui mando mio figlio, bisogna pure che nell’apposita delibera io ci possa leggere il ‘perché’…”
CM: “Dai, vabbé, è chiaro che c’è un ‘perché’, e pure legittimo…”
TAR: “Lo so anch’io, mica te lo contesto, ma ‘sto ‘perché’ lo devi raccontare e scrivere!”
CM: “Madavéro?”
TAR: “Eh, sì…”
CM: “E quindi, adesso?”
TAR: “E quindi, adesso, ti rimando il tutto, entro i sessanta giorni di legge tu fai un ultimo tentativo di metterli d’accordo, e se non ti riuscirà, riporterai nell’atto finale le loro argomentazioni e il perché sono insuperabili: tanto, te lo diranno loro.”
CM: “Ma ti ho già detto che non li metto d’accordo! Non c’è verso! E c’hanno pure raggione! Cioè, intendo, la loro, legittima ragione. Scusa, volevo dire così!”
TAR: “Embé? Tu queste ragioni le scrivi, e sei a posto.”
CM: “Tutto qui?”
TAR: “Sì, tutto qui. Dai, che ce la puoi fare…”
Non era difficile, vero?
Eppure, dopo quella sentenza del TAR è successo l’incredibile. Perché? Perché è tornato alla carica… il proponente dell’impianto. Che c’entra? direte voi. E lo diciamo pure noi: il proponente aveva già fatto ciò che doveva fare, cioè… proporre (il suo progetto): quindi doveva solo attendere che fosse articolata una sentenza, ahilui, di bocciatura. Invece, fingendo di aver capito fischi per fiaschi, ha iniziato a inondare gli enti di nuove, diverse, approssimative ipotesi di progetto, sempre al ribasso. E’ troppo impattante un impianto di 36 turbine? Facciamo 31? Facciamo 27? Anzi no, meno, meno. Facciamo DIECI, no, meglio ancora OTTO!… Insomma fatemelo fare ‘sto impianto.
L’impressione ricavata da più di un soggetto era quella di essere.. al mercato (su questo, la prossima volta, potremo almeno divertirci un attimo…).
Un tale atteggiamento, di per sé, non sarebbe un problema. Basterebbe chiedere al proponente di starsene, cortesemente, al suo posto. E invece il Consiglio dei Ministri ha semplicemente… riaperto l’istruttoria di merito, riammettendo il proponente come interlocutore attivo, cioè “consentendo al privato di proporre – fino ad oggi – almeno 10 distinte ipotesi progettuali senza che NESSUNA (il tutto maiuscolo è nostro) possedesse i crismi necessari per essere definita tale in senso tecnico, e senza che NESSUNA (come sopra), per altro verso, fosse in grado di fornire una risposta alle problematiche evidenziate dagli enti dissenzienti.” (Citiamo qui le argomentazioni dell’avvocato di Italia Nostra, uomo di infinita pazienza).
Abbiamo poi visto che il proponente non solo si impegna a cambiare continuamente le carte in tavola, come se avesse un senso farlo, ma evita di rispondere ai quesiti (dirimenti) che gli vengono posti dagli Enti. Del tipo: “Ma, scusi Lei, Sig. proponente, vuole piantare dei fiorellini rotanti di acciaio, alti sì e no 200 metri, su terreni per i quali Le abbiamo chiesto, da un pezzo, una relazione geologica adeguata… che Lei non ci esibisce?”. E il proponente cosa risponde? Nulla, assolutamente nulla. E il Consiglio dei Ministri, invece di chiudere tutto, che fa? Ricomincia, e manda avanti una specie di supplemento di Valutazione di Impatto Ambientale. Riapre le valutazioni di MERITO, e continua a dare tempo al proponente, laddove il TAR gli aveva chiesto SEMPLICEMENTE di LEGITTIMARE il provvedimento già adottato.
All’ultima ennesima… “riunione di coordinamento istruttorio”, a cui ha chiamato i vari Enti poco prima di Natale (il 19 dicembre 2016, a Roma: chiaro, a spese della collettività), sui ventinove enti convocati, si sono presentati i tecnici di quattro enti in tutto: le due Regioni, la Provincia di Arezzo e il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali. Tutti e quattro hanno confermato, ancora una volta, il loro dissenso, su tutte le ipotesi di progetto, non solo sulla sua versione originaria (che, diciamocelo, a rigore dovrebbe essere l’unica degna di far perdere il tempo delle pubbliche amministrazioni, sulla base dell’elementare esigenza di chiarezza di fronte al quesito fondamentale che suona “DI COSA stiamo parlando?”). Qualcuno dei quattro ha anche lamentato che ancora mancano le analisi geologiche (richieste da tempo) necessarie per superare le criticità che affliggono il progetto dalla sua originaria presentazione, e che, in merito all’incidenza sui siti Natura 2000 interessati, gli effetti dell’impianto sarebbero in ogni modo negativi, non mitigabili, insuperabili. Inaccettabile sarebbe comunque anche il suo impatto paesaggistico. Degli altri (venticinque) enti, ventitrè (favorevoli o contrari che fossero) hanno semplicemente ignorato la convocazione (probabilmente sfiniti dal dover ancora pronunciarsi su questo impianto), e due amministrazioni comunali hanno inviato una nota scritta.
Ora, come si possa ipotizzare la possibilità di un’intesa fra chi, dopo averne già manifestato l’impossibilità, neppure si fa più vedere, resta un mistero la cui soluzione può chiedersi solo al Consiglio dei Ministri. Il quale, invece di stilare un atto in cui relazionare, e motivare, tale incontrovertibile impossibilità di comporre un dissenso (in cui, fra l’altro, la più gran parte degli enti ha già ripetutamente messo a verbale l’inopportunità dell’impianto), che fa? Cede alle suppliche del privato proponente del progetto (che, secondo noi, avrebbe dovuto attendere, zitto zitto in un angolo, i responsi delle autorità) e… convoca UN’ALTRA riunione di “coordinamento istruttorio”: per il 3 luglio 2017, cioè la prossima estate…
Attenzione:il termine di legge entro cui il Consiglio dei Ministri avrebbe dovuto comporre il dissenso fra gli enti, o sancirne l’impossibilità, era di sessanta giorni dalla notifica della sentenza del TAR del Lazio. Il 3 luglio ne saranno passati oltre 550, cioè nove volte tanto.
Kafka, in confronto, era un dilettante.
Ah, a proposito!
Il 19 dicembre 2016 sarebbe anche stata data al proponente la possibilità di presentare, entro il 31 dicembre successivo, gli approfondimenti geologici richiesti a suo tempo (e mai pervenuti), e la nuova, ennesima versione “mini” del progetto che aveva adombrato (a maggior gloria della certezza del diritto, cioè della certezza del “di che cosa stiamo parlando”…): termine che il proponente ha tranquillamente, come al solito, ignorato.
Ma a questo punto ci dobbiamo chiedere: tutta questa (indebita) indulgenza nei riguardi del progetto di un intervento ritenuto (ripetutamente, da più parti e da anni) incompatibile con il contesto in cui è collocato, oltre a sfinire la pazienza delle comunità locali e degli enti coinvolti (e farci chiedere se siamo “al mercato”), quanto ci costa?

Tamerlano

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