Tutti in bolletta

Rassegna stampa degli aumenti di fine anno nelle bollette elettriche, che favoriscono sfacciatamente i poteri forti e i nuovi boiardi della green economy. Nonostante i costi fuori controllo e contro ogni evidenza, a Roma si prosegue senza vergogna ad escogitare nuovi balzelli per favorire le rinnovabili elettriche non programmabili, causa prima di tutti questi disastri, ed anzi, dopo che il Presidente della Repubblica ha sciolto le Camere, si è intensificato l’attivismo ministeriale in tal senso, prima delle imminenti elezioni.

L’attesa grandinata di costi (anche se è solo un assaggio di quella che ci aspetta con la nuova Sen) è arrivata. L’aumento del prezzo del gas naturale, che negli ultimi anni era crollato ed aveva permesso di nascondere nel totale della bolletta elettrica il peso schiacciante degli incentivi alle rinnovabili, ha fatto improvvisamente emergere i costi diretti ed indiretti della sgangheratissima transizione energetica all’italiana di questi ultimi anni.
Cominciamo la nostra rassegna stampa da un giornale politicamente scorretto. Leggiamo dall’articolo di Claudio Antonelli sulla Verità del 30 dicembre “Le bollette rincarano di 1,5 miliardi. Ringraziamo il governo e la Francia”:
“Era il 16 novembre del 2016. Il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, annunciando lo stanziamento di 1,2 miliardi di euro di incentivi a favore delle grande aziende che consumano energia, ebbe a dire: “Agiremo contemporaneamente per ridurre i costi della bolletta energetica, con misure strutturali già delineate nel mercato del gas e dell’elettricità, in modo da abbassare i costi delle forniture per tutti, migliorando il potere di acquisto delle famiglie oltre che la concorrenza internazionale delle imprese”. Tredici mesi dopo, l’Autorità per l’energia elettrica e il gas diffonde il consueto aggiornamento dei prezzi delle bollette. Detto e fatto. Gli italiani pagheranno dal primo gennaio 2018 il 5,3% in più per consumare la corrente elettrica e il 5% per il gas. Gli interventi strutturali non ci sono stati e gli incentivi alle grandi aziende di Confindustria si sono trasformati in una tassa… Il problema, come più volte ha spiegato Davide Tabarelli, è che si tratta di un pericolo crescente. Tant’è che il 5% di aumento rischia di peggiorare con l’avanzare del 2018… Non bisogna però pensare che a bastonare gli italiani sia solo la sfortuna… stanziare fondi per piani industriali di lungo termine non giova a chi è perennemente in campagna elettorale. E’ sicuramente meglio stanziare oltre 3 miliardi di euro per garantire ai dipendenti pubblici un aumento lineare dello stipendio… piuttosto che investire in rigassificatori che ci svincolerebbero almeno un po’ dalle crisi geo-politiche. Si sa le famiglie dei dipendenti pubblici valgono subito 8 milioni di voti, se fra 5 anni le bollette saranno aumentate di un altro 10% sarà un problema di un altro governo”.

Ma questa volta anche la stampa mainstream, senza eccezioni, non può non indignarsi. Un atto dovuto è l’articolo siglato C. Vol. del Corriere del 30 dicembre con l’intervista al presidente di Nomisma Energia Davide Tabarelli “Un triste primato Ue, ma paghiamo troppo per la rivoluzione verde“: “Abbiamo un triste primato, dopo la Danimarca siamo i primi in Europa per costi ricaduti sulle famiglie a causa dell’energia, non c’è da gioire. Solo che noi siamo anche i più virtuosi, i primi rivoluzionari del verde, ma questo ci costa… Nelle energie rinnovabili l’Italia è tra i Paesi più avanzati; spendiamo 16 miliardi l’anno per le politiche ambientali, appena poco meno della Germania, solo che loro producono più energia elettrica e hanno un Pil più alto. Vanno bene le rinnovabili, e la cosiddetta rivoluzione verde è condivisibile, ma va gestita, perché crea un sacco di problemi… Se puntiamo sul fotovoltaico… e il sole poi non c’è, chiaro che dobbiamo ricorrere ad altri tipi di energia: il prezzo che abbiamo raggiunto, 20,6 centesimi per kilowatt, è un record storico e non è un bene”.
Il prezzo, precisiamo, era quello precedente agli aumenti….
Proseguiamo con un altro articolo dello stesso 30 dicembre, questa volta su Repubblica, scritto da Luca Iezzi dal titolo “Una raffica di aumenti per luce e gas + 5% Ma sconti alle imprese“: “L’Autorità ha indicato nove cause diverse per il rialzo: tra questi i prezzi all’ingrosso, l’aumento della domanda, lo stop delle importazioni, ma l’attenzione e la rabbia di consumatori e imprese si concentra sul nuovo incentivo concesso alle aziende energivore. Loro consumano di più e pagano di meno: 1,5 miliardi presi dagli altri utenti. Il 30% arriverà dalle famiglie, il 70% dalle altre imprese… Lo sconto lo ha deciso il governo per limitare la fuga delle multinazionali che possono andare altrove in Europa dove l’elettricità costa tra il 30 – 60% in meno. L’Autorità si è adeguata e non ha nemmeno potuto spalmare l’impatto sui 12 mesi perché sugli oneri di sistema, che giustamente il Codacons chiama « tasse occulte che andrebbero invece addossate alla fiscalità generale » , già spingono altre voci di rincaro. Sullo sconto agli energivori ci sarà un aggiustamento in corso d’opera ( si stimano 200 milioni da coprire)… Altra novità è il mercato della capacità, un’opportunità di guadagno per i produttori che potranno essere pagati per aver messo a disposizione alcune centrali in caso di emergenza, ovvero quando l’offerta ormai consistente degli impianti alimentati da sole e vento dovesse mancare. Si chiama ” mercato della capacità”, in arrivo le prime aste e chi le vincerà sarà pagato, ancora una volta, dalle bollette di tutti noi. Già prevista una coda di aumenti per il 2019 quando sarà riformata la tariffazione generale con l’effetto che chi consuma poco, ancora una volta le famiglie, pagherà in proporzione un po’ di più. Doveva scattare già quest’anno, ma l’ingorgo degli aumenti ha convinto governo e Autorità a rimandare tutto di 12 mesi.”
Che gli aumenti non siano finiti lo conferma l’articolo della Staffetta Quotidiana dello stesso giorno dal titolo “Autorità: da gennaio elettricità + 5,3%, gas +5%”:
“Sulla base di una disposizione del decreto energivori l’Autorità… ha stabilito di trasferire gradualmente in bolletta la maggior raccolta che si stima possa essere necessaria per finanziare le agevolazioni, quindi con possibilità di successivi nuovi aumenti man mano che il fabbisogno effettivo si definirà”.
E dunque in bolletta mancano ancora 1) parte del finanziamento agli energivori, 2) il capacity market, 3) gli effetti del sistema degressivo (alla faccia del contenimento dei consumi e dei princìpi costituzionali), rinviato a dopo le elezioni, come riportato dal Sole del 14 dicembre “Energia, slitta al 2019 la riforma delle bollette elettriche“, 4) le conseguenze dell’abolizione del sistema della maggior tutela, anch’essa opportunamente rimandata al prossimo anno (si legga sul Sole “Energia e gas, la fine della “maggior tutela” slitta al 2019“) e, soprattutto, 5) il costo schiacciante dei nuovi incentivi alle rinnovabili previste nella nuova Sen.
Gli aumenti appena comunicati non fanno certo desistere la burocrazia dai propri propositi di appesantire vieppiù la bolletta elettrica degli italiani, anzi. Quanto da noi anticipato, viene confermato dall’articolo del Quotidiano Energia del 10 gennaio siglato C.M. “Decreto incentivi Fer (si punta ad avviare l’iter interno e presso la Ue)”:
“Nonostante la fine della legislatura e l’appuntamento elettorale del 4 marzo, l’attività dei ministeri in tema di energia non si ferma… A quanto risulta a QE, in tema di incentivi alle rinnovabili l’obiettivo del Governo è di predisporre il testo in queste settimane, per poter avviare l’iter presso la Commissione Ue e quello “interno” prima delle elezioni”.
Questa fretta dell’establishment rivela i timori di possibili imminenti cambiamenti post elettorali, da noi auspicati, anche nel campo della politica energetica.

Paradossalmente, l’aumento del prezzo di mercato all’ingrosso dell’energia elettrica potrebbe portare con sè anche un aumento degli incentivi alle rinnovabili, che vengono, in genere, calcolati come differenza tra una tariffa fissa garantita dallo Stato per l’energia prodotta ed il prezzo di mercato della medesima, fino al raggiungimento di un tetto massimo, ormai considerato dai mandarini dei ministeri un credito rotativo perpetuo. Questi ulteriori incentivi sarebbero poi destinati ad esplodere, travolgendo qualsiasi tetto, in caso di eventuale ribasso dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità. Ma di questo concreto pericolo, come ormai è appurato, ai suddetti mandarini non importa niente. Per loro si tratterebbe, nella peggiore delle ipotesi, di modificare di nuovo, in corso d’opera e per rispettare le forme, i criteri di calcolo del contatore Gse.

Il meccanismo incentivante, così come è stato concepito, è perverso ed a farne le spese è sempre l’utente. O meglio: l’utente che non dispone di grandi organi di stampa o di altri mezzi di difesa. E’ evidente che l’unica sua speranza di salvezza è l’abolizione degli incentivi futuri alle Fer elettriche non programmabili, sotto qualsiasi forma. Le forze politiche che si presenteranno alle prossime elezioni come alternativa all’attuale maggioranza governativa dovrebbero riflettere su questo fatto e proporre esplicitamente tale abolizione nel proprio programma elettorale.

Nell’occasione della mazzata di fine anno, si sono risvegliate da un pluriennale torpore anche le associazioni dei consumatori, che finora non avevano mai osato sfidare con decisione le colossali speculazioni di eolico e fotovoltaico, protette dal crisma delle “energie pulite”. Così nell’articolo di Marco Sabella su Corriere Economia del 29 dicembre “Bollette gas e luce, nel 2018 scattano aumenti“: “Gli incrementi delle tariffe luce e gas decisi dall’Autorità per l’energia configurano una vera e propria stangata per le tasche delle famiglie italiane anche secondo il Codacons. «Si tratta di aumenti delle tariffe del tutto sproporzionati e che avranno un impatto elevatissimo sui nuclei familiari numerosi e sulle famiglie a reddito medio-basso – spiega il presidente Carlo Rienzi. I rincari sono poi determinati da fattori speculativi che nulla hanno a che vedere con i costi reali di approvvigionamento: basti pensare che alla base del rialzo del +5% del gas vi è la prevista maggiore domanda per i mesi invernali, mentre l’incremento del +5,3% per l’elettricità è causato, tra i vari fattori, anche dagli oneri per la sicurezza del sistema elettrico, che così vengono scaricati interamente sui consumatori». Il Codacons ha elaborato una ricerca sull’andamento delle bollette negli ultimi 5 anni. Dalla tabella si vede che i balzi più pronunciati si sono avuti nel 2012, con un rialzo della bolletta elettrica del 16,8% e di quella del gas dell’8,2%. Dopo un calo nei quattro anni successivi, la corsa delle tariffe riparte con incrementi molto pronunciati proprio nel 2017 e continuerà nel 2018. «Ancora una volta siamo in presenza di un andamento anomalo del mercato dell’energia, che ha portato in 5 anni a forti rincari delle bollette elettriche a fronte di una riduzione delle tariffe del gas”.

Tra tutte le reazioni della stampa, ammettiamo di essere rimasti piacevolmente sbalorditi dall’articolo del vicedirettore di Repubblica Sergio Rizzo del 3 gennaio “La finzione dei difensori”:
“La valanga di rincari, dalla luce alle autostrade, che nel nuovo anno ha puntualmente investito le famiglie, non può non sollevare un interrogativo sul ruolo delle autorità indipendenti. Assolvono con serietà il compito assegnato loro dalla legge, ovvero la difesa dei cittadini da eventuali soprusi dei monopolisti dei servizi pubblici? A giudicare da ciò che accade i dubbi sono assai consistenti. Dal 2011, quando è entrata in carica l’authority per l’Energia attualmente presieduta da Guido Pier Paolo Bortoni, la bolletta elettrica tipo è cresciuta del 21,1%, contro un’inflazione del 5,4%. L’aumento reale è stato cioè del 15,7%, nonostante il costo dell’energia sia diminuito dell’ 1,7%. Nel frattempo, però, il prezzo del trasporto e della gestione del contatore è salito del 59,1% e quello degli oneri di sistema (fra cui gli incentivi alle fonti rinnovabili) addirittura del 95,4%. Voci che hanno poco a che fare con la produzione dell’energia, ma destinate a rimpinguare i bilanci delle grandi aziende statali e locali quotate in Borsa, il portafoglio di quanti si sono lanciati nel business del fotovoltaico e dell’eolico, nonché le tasche di certi speculatori che si arricchiscono con il business dei cosiddetti certificati bianchi. Il tutto caricato sulle spalle degli utenti. Idem per il gas. La bolletta in questo caso è scesa in sette anni del 4,5%. Benissimo. Se non fosse che dal 2011 il calo del prezzo della materia prima ha toccato il 90,9%… Sarebbe doveroso che qualcuno ci spiegasse come questo si concilia con la missione affidata dal Parlamento all’autorità per l’Energia. Cioè quella di definire «un sistema tariffario certo, trasparente e basato su criteri predefiniti, promuovendo la tutela degli interessi di utenti e consumatori». C’è scritto proprio così nell’articolo 1 della legge che ha istituito questa authority e il Garante delle comunicazioni nel lontano 1995… ogni aumento di efficienza dell’azienda che eroga servizi pubblici dovrebbe tradursi in un risparmio per gli utenti. Una regola, prevista addirittura espressamente nella legge istitutiva dell’authority per l’Energia (articolo 2, comma 18), che qui funziona al contrario. In un mercato finto, con sceriffi finti incaricati di far rispettare principi finti. Ma stabiliti, e qui è il problema, da leggi vere”.
Tra le righe dell’articolo di Rizzo leggiamo il vero motivo che ha reso possibile l’incredibile bolla speculativa degli incentivi all’eolico ed al fotovoltaico. Solo la caduta in picchiata negli ultimi anni del prezzo del gas naturale, che in Italia è il driver principale del prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso, ha permesso di scialacquare miliardi e miliardi ogni anno per pagare inverosimili incentivi all’energia elettrica prodotta da pale e pannelli senza che la bolletta elettrica esplodesse. Ne aveva risentito enormemente la competitività dell’industria italiana rivolta all’esportazione, che non aveva potuto approfittare del vantaggio del crollo del prezzo del gas, ma in generale gli aumenti in bolletta erano apparsi tollerabili agli utenti ed alle arrendevoli associazioni dei consumatori.
Ora la realtà appare molto più cruda. Non ci saremmo aspettati un simile attacco proprio da Repubblica, storicamente favorevole a queste politiche sibaritiche di incentivazione di eolico e fotovoltaico per favorire i profitti abnormi degli impianti rinnovabili installati dalla Sorgenia, a suo tempo appartenente alla stessa holding CIR di De Benedetti. Nessuno però, alla CIR, si era accorto che alla fine la Sorgenia, così facendo, si sarebbe auto-cannibalizzata, annullando la profittabilità del proprio settore termoelettrico. Auspichiamo che quello di Repubblica sia un rinsavimento. Non vorremmo che l’articolo di Rizzo fosse stato solo un attacco personale a Bortoni, che attende di essere sostituito nel suo incarico, oppure, come asserisce il Foglio, che si sia trattato di “una condanna indistinta per fare restare, dopo la tempesta, tutto come prima”.
Quanto sostenuto da Rizzo contrasta con quanto affermato dalla Stampa nell’articolo del 29/12 di Luigi Grassia “Parte la raffica dei rincari“:
“Non che l’Autorità della luce e del gas abbia colpe: decide in modo quasi automatico, basandosi sull’andamento dei prezzi del petrolio e del gas nei mesi precedenti l’entrata in vigore delle nuove tariffe, con limitati poteri discrezionali, come quello di tagliare le punte e di spalmare gli eccessivi rincari (o anche i ribassi, perché ce ne sono stati e anche molto forti in anni recenti) su periodi più lunghi”.
In realtà le colpe dell’AEEG per il mancato controllo sulle politiche sconsiderate a favore delle Fer non programmabili sono state enormi. L’avallo concesso alla nuova Sen, che intende raddoppiare (!) per il 2030 l’energia elettrica da rinnovabili incentivata, concentrando tutti gli sforzi su eolico e fotovoltaico, garantisce un ulteriore drammatico peggioramento della situazione.
Parlava di “sceriffi finti” anche Ernesto Galli della Loggia nel suo sagace intervento sul Corriere del 18 dicembre, e dunque precedente la notizia degli aumenti, “Lo Stato che non controlla e le regole senza più sanzioni“:
“la perdurante ostilità di tanti italiani verso il mercato ha una spiegazione molto concreta (e fondata): ed è il modo come il mercato funziona qui da noi. Mi spiego: nel mercato, se si vuole che esso raccolga il consenso di tutti i partecipanti, non devono essere ammessi giochi sporchi, trucchi e soprattutto disparità di accesso alla fissazione delle sue regole; e quando si verifica uno di questi casi devono seguire immediatamente le sanzioni. Anche perciò, come è ampiamente risaputo, il mercato ha bisogno di regole precise — che evidentemente non possono essere stabilite che dallo Stato… Ora, nel nostro Paese, almeno in linea generale, regole stabilite dallo Stato — per il mercato come per qualsiasi altra cosa — non mancano davvero. Ce ne sono pure troppe. In questo senso esiste in Italia un reale e soffocante statalismo diciamo così istituzionale. Quello che invece manca è lo Stato. Manca cioè un’autorità che controlli effettivamente l’osservanza delle regole stesse e che in caso d’inosservanza emetta le relative sanzioni senza guardare in faccia a nessuno. Da noi un’autorità del genere ha sempre fatto difetto, ma oggi la sua assenza è addirittura drammatica… Esemplare in questo senso è il caso di quando in alcuni settori si è cercato di «creare il mercato» attuando la privatizzazione di un certo numero di asset pubblici. C’è qualcuno che oggi possa sostenere che quelle privatizzazioni abbiano messo sullo stesso piano, sempre per fare un esempio, da un lato il gruppo Benetton che acquistò Autostrade o il gruppo che acquistò la Telecom e dall’altro gli interessi dei venditori, cioè dei cittadini italiani proprietari di quei beni e insieme futuri clienti dei nuovi proprietari? È un esempio cui ne potrebbero seguire moltissimi altri. La disparità di forza, di organizzazione e di influenza tra gli attori… conduce regolarmente … a un gioco truccato. Vale, per fare altri esempi, nel caso del mercato dei servizi bancari o in quello dei prodotti energetici, ma la lista è lunghissima. Di fatto, a chi stabilisce le regole e ne controlla l’attuazione, cioè allo Stato o alle quasi sempre inette Autorità e Agenzie che lo coadiuvano o ne hanno preso il posto, la voce degli interessi proprietari arriva chiara e convincente, quella dei cittadini consumatori fiochissima. So bene che tutto ciò ha una formidabile, oggettiva, giustificazione in quel complesso di fenomeni che si chiama globalizzazione. Ma bisogna convenire che è alquanto difficile che una simile giustificazione possa valere più di tanto per chi si trova a farne le spese. E allora a chi altro costui dovrebbe rivolgersi per aiuto e protezione se non alla politica, cioè in ultima analisi allo Stato? E a chi dovrebbero rivolgersi i milioni e milioni di italiani che le statistiche accertano versare in condizioni di più o meno forte, spesso fortissimo disagio?… Lo statalismo, insomma, per la maggior parte di chi gli dà voce non è una fisima ideologica come invece è quasi sempre per le élite intellettuali. Risponde a una condizione reale di svantaggio ed è considerato il solo mezzo per porvi rimedio”.
I motivi dell’aumento delle bollette elettriche vengono efficacemente elencati e analizzati nell’articolo di Jacopo Giliberto sul Sole del 29 dicembre “Ecco perchè l’elettricità sarà più cara soprattutto per le famiglie“, a cui rimandiamo. Si tratta quindi, oltre che della contingenza dell’aumento del prezzo del gas naturale e, in misura minore, della ripresa dei consumi, di conseguenze dirette e indirette della sciagurata scelta di favorire le rinnovabili elettriche non programmabili. Gli “elettrodotti inefficienti” dovevano essere messi in conto quando si è installato nel sud e nelle isole un potenziale inverosimile di Fer non programmabili. Le “dighe vuote” sono in gran parte il frutto non della siccità quanto della scelta di destinare l’acqua delle grandi dighe ad altri usi e di privilegiare le Fer intermittenti a discapito dell’idroelettrico, come denunciato da Italia Nostra.
Gli “sconti per l’industria interrompibile” e le “centrali essenziali” sono normali strategie, con relative ingenti spese da sostenere in assenza di margini di riserva affidabile (cioè programmabile), per mantenere il sistema elettrico in equilibrio: solo queste spese hanno impedito blackout elettrici a catena la scorsa estate. Le attività speculative dei “furbetti del dispacciamento” sono comportamenti da attendersi in presenza di una normativa assurda e contraddittoria; essa rende il dispacciamento un problema tanto più complesso quanto più aumenta il potenziale non programmabile che gode, appunto, di un’iniqua priorità di dispacciamento che obbliga le pur necessarie centrali termoelettriche alla chiusura per mancanza di redditività (per questo presto sarà necessario pagare anche il capacity market che le dovrà sostenere mantenendole in esercizio). Gli “sconti agli energivori” sono diretta conseguenza di questi maggiori costi causati dalle rinnovabili a vantaggio di chi dispone di potere contrattuale. Infine, il mancato apporto delle centrali nucleari francesi dovrebbe essere considerato, nel medio periodo, un fatto strutturale, stanti i piani di dismissioni accelerate degli impianti nucleari del nord Europa, che toglieranno per sempre queste essenziali riserve al sistema elettrico italiano. Insomma: difficile pensare ad una situazione più ingarbugliata di così; eppure a Roma, con la nuova Sen, la nostra classe dirigente intende raddoppiare questi costi e queste disfunzioni entro il 2030.
Niente di nuovo, del resto, conoscendo l’aria che tira. Come già previsto dalle associazioni ambientaliste che la scorsa estate scrivevano nelle loro osservazioni critiche sulla nuova Sen, inascoltate dal governo, che
“confermando le stesse priorità sostanziali del passato, e quindi gli stessi rapporti relativi di spesa, il documento in oggetto appare essenzialmente una Strategia “Elettrica” (più che Energetica) Nazionale. Come novità, essa suggerisce solo una nuova ripartizione del maggior costo dell’elettricità tra le categorie di utenti, a danno di famiglie e piccole e medie imprese”.
Un altro facile profeta è stato il Professor Giuseppe Zollino sul Foglio del 4 dicembre nell’articolo “Il diavolo si nasconde nei dettagli”:
“C’è da attendersi che cresca il convincimento che un mix elettrico italiano 100% rinnovabile, basato prevalentemente sul fotovoltaico, sia a portata di mano, grazie al basso costo di generazione del kWh… Tuttavia, come noto, è anche necessario e persino più importante che la potenza elettrica disponibile sia in ogni istante pari alla potenza richiesta. La potenza generata da impianti eolici e fotovoltaici varia di ora in ora… In una parola si definisce “non modulabile”… In questo caso il costo medio del kWh generato, che oggi determina la convenienza economica di una tecnologia, non basta più a valutarne l’impatto complessivo. Infatti, i costi accessori indotti (reti, accumulo, back-up) possono crescere tanto da divenire preponderanti nella formazione del prezzo dell’energia elettrica… il consumatore finale, in presenza di decisioni poco accorte del legislatore e del regolatore, rischia in futuro di pagare un conto assai più salato di quello già alto attuale.”
Sempre sul Foglio, lo stesso problema era stato affrontato, sia pure da una prospettiva diversa, nell’articolo “Sull’energia, dialogo non ideologie” di Stefano Bevacqua dell’otto gennaio, riguardante il convegno della fondazione Ottimisti&Razionali “L’evoluzione del mercato energetico tra realtà e percezione”:
“il mix di obiettivi… sono almeno tre: 1, il contenimento del costo dell’energia e la sua disponibilità per tutti; 2, la sicurezza di approvvigionamento; 3, il contenimento degli impatti ambientali… Fin qui tutto bene. I guai cominciano quando si entra nel merito di questo mix di obiettivi: il fatto che gli ingredienti non sono commisurabili… basta assumere un dato con un’approssimazione più alta o più bassa e diventa vero tutto e il contrario di tutto… Da una parte, appare come l’aspetto ambientale sia stato privilegiato a scapito di quello dei costi (oggi circa un terzo delle fatture dell’energia elettrica è fatta da oneri per l’incentivazione delle rinnovabili…), dall’altra parte, i risultati in termini di riduzione della dipendenza energetica e di contenimento delle emissioni climalteranti sono stati molto limitati. Il nodo è costituito dal fatto che gli incentivi sono scappati di mano, fino a compromettere la funzionalità del sistema elettrico… E’ un rischio paventato anche dal gestore della rete di trasmissione: che la crescita della generazione non programmabile, pure auspicabile ai fini ambientali, costringa a dirottare altre risorse non più per incentivare impianti di produzione, ma per garantire il necessario bilanciamento del sistema, attraverso la realizzazione di costose batterie, per accumulare elettricità quando non richiesta dall’utenza e di nuovi diffusi impianti di compensazione alimentati a combustibili fossili, per lo più poco efficienti, ma capaci di entrare in funzione in tempi rapidissimi. E’ mancato un progetto complessivo; si è andati avanti a colpi di decreti e di ripensamenti, senza una strategia coerente… Bisogna… affrontare i problemi non per il loro aspetto (il tutto verde è sempre il più bello, le ciminiere fanno sempre schifo) ma per il loro fondamento e la loro efficacia.”
In realtà, per correttezza di analisi, Catia Bastioli, presidente della Terna (che in Italia è il monopolista di fatto della trasmissione elettrica), imprenditrice nel settore dei sacchetti biodegradabili e grande elettrice di Matteo Renzi, non “paventa” granchè. E neppure paventano rischi gli altri onnipotenti boiardi della green economy, creati proprio dagli “incentivi scappati di mano”.
Si tratta in definitiva di un trionfo postumo delle tesi del Professor Mario Silvestri del Politecnico di Milano, che si era battuto come un leone, dopo il referendum post Chernobyl, per evitare di sostituire le centrali nucleari italiane con pale eoliche e pannelli fotovoltaici. Le sue tesi, analoghe a quelle degli Ottimisti&Razionali qui accennate, possono essere ritrovate nel suo libro del 1988 “Il futuro dell’energia”, in cui Silvestri esplicitamente concludeva che era “penoso parlare di eolico” come fonte alternativa, nonostante all’epoca si pensasse che la produttività dell’eolico in Italia sarebbe stata di 3.000 ore all’anno (il doppio di quella rivelatasi reale) e che quindi non sarebbero stati necessari incentivi. I problemi tecnici delle fonti non modulabili già trent’anni fa apparivano, anche solo in teoria, assolutamente dirimenti pur senza considerare la pazzesca spesa annua di 14,4 miliardi di euro raggiunta nel 2016 per incentivi finalizzati a produrre appena il 20% dell’energia elettrica consumata in Italia. I Professori del Politecnico di Milano della passata generazione, evidentemente, erano di una tempra ben diversa rispetto ai loro indegni epigoni.

Alberto Cuppini

 

 

 

 

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