Pro memoria per i sostenitori dell’eolico industriale: avete perso le elezioni

Dopo la débâcle elettorale del governo Gentiloni, contro tutte le evidenze e nonostante gli obiettivi al 2020 siano stati già da tempo raggiunti a costi altissimi, a Roma prosegue l’iter del decreto ministeriale per incentivare un enorme numero di grandi impianti Fer non programmabili nel prossimo triennio.

A Roma business as usual.
Sta accadendo qualcosa di paradossale e che ci lascia sconcertati: nei Sacri Palazzi del Potere (amministrativo, economico, mediatico, culturale, religioso ecc.) gli esiti del voto alle recenti elezioni politiche sono stati rimossi.
Per scrupolo ci siamo precipitati in una libreria giuridica per consultare la più recente edizione della Costituzione italiana, nel timore che qualcosa fosse cambiato, all’insaputa di tutti, tra il 4 marzo ed oggi. Falso allarme: abbiamo avuto conferma che – almeno per il momento – in Italia, secondo l’articolo 1, la sovranità appartiene ancora al popolo.
Stando così le cose, non sappiamo se le ragioni di questo comportamento delle nostre élite siano di natura psicanalitica, come pure alcuni sintomi indurrebbero a credere, oppure se non sia già in atto una strategia per svuotare di significato e di contenuti la fortissima espressione della volontà popolare di cambiamento.
Anche nel nostro piccolo (ma neanche troppo piccolo, visto che nel 2016 i costi diretti e indiretti dell’incentivazione delle sole Fer elettriche sono stati superiori all’uno per cento del PIL e sono destinati ad un inevitabile raddoppio nel caso di un raddoppio della produzione incentivata per il 2030, come previsto dalla Sen di Calenda e Galletti) abbiamo testimonianze di questa grave (anzi: gravissima!) patologia in atto.
Dopo la débâcle elettorale del governo Gentiloni, contro tutte le evidenze e nonostante gli obiettivi al 2020 già da tempo raggiunti, i rischi di blackout, i costi in bolletta esorbitanti, gli aumenti preannunciati, a cui si somma l’ultimo balzello, considerato dall’opinione pubblica particolarmente odioso, di “spalmatura” degli oneri di sistema (cioè in larghissima parte gli incentivi alle rinnovabili) dei clienti morosi nelle bollette degli altri utenti per salvare i conti delle società di distribuzione elettrica più spregiudicate e superficiali, prosegue infatti l’iter del decreto ministeriale (c.d. decreto Fer 1) per incentivare un enorme numero di grandi impianti Fer non programmabili anche nel prossimo triennio.

Come leggiamo dall’articolo di Antonio Spampinato su Libero del 24 marzo dal titolo “Beffa dell’energia verde. Gli incentivi? All’estero”, il ministro dello Sviluppo Economico Calenda “non ha evidentemente seguito in prima persona l’estensione del decreto. Errore fatale. La sproporzione nella divisione dei fondi… a favore di alcuni comparti a scapito di altri, spinge le imprese dei primi e mette a rischio la sopravvivenza di quelle dei secondi. Vengono poi esclusi, senza preavviso e motivo apparente, interi settori. In particolare sembra che il governo in scadenza voglia ancora riempire il Paese di pannelli solari e gigantesche pale eoliche a terra, spesso criticate per l’eccessivo impatto ambientale.”
Così, nel convegno organizzato il 27 marzo da Anev, Anie Rinnovabili ed Elettricità Futura (ex Assoelettrica) presso il Gse, abbiamo assistito ad un emblematico esempio di questo tentativo di rimozione.
In quell’occasione, il capo della segreteria tecnica del dipartimento energia del ministero dello Sviluppo Economico Luciano Barra si è augurato un “passo sostenuto” per i nuovi (inutili) incentivi. Più esattamente, come riportato dal Quotidiano Energia del 28 marzo nell’articolo di Romina Maurizi “Si fa presto a dire decreto Fer”:
“Un passo sostenuto” come modo migliore per traguardare gli obiettivi Ue 2030. Perchè, e in questo i relatori che hanno preso parte al dibattito al Gse erano tutti concordi (dalle associazioni al Tso elettrico), anche se la Sen dovesse essere rivista dal futuro esecutivo i target europei restano”.
A prescindere dal fatto che
a) la nuova Sen, pretesa a gran voce proprio da tutte le associazioni partecipanti al convegno e dal Tso elettrico (la Terna), ha superato, senza motivi razionali che non quelli di profitti maggiori per gli “stakeholders”, gli “obiettivi Ue 2030”, già in grado da soli – anche senza l’ulteriore zelo italico – di auto-mutilare l’economia europea a vantaggio dei concorrenti esterni, e che
b) gli obiettivi in materia di produzione da rinnovabili non sono obbligatori per i singoli Stati membri,
anche in questa occasione è apparso chiaro che, per il nostro establishment, il popolo italiano può chiedere quello che vuole con le elezioni, perchè tanto conta quello che decide “l’Europa”. O l’ONU, sotto la bandiera delle sgangheratissime “COP” (Conferenze delle Parti). O “i mercati”. O, per dire le cose come stanno evitando ipocrisie, conta quello che decidono gli oligarchi nostrani, i quali, dopo essersi impadroniti di tutto il potere, lo hanno blindato durante l’ultima legislatura, a costo di affidarsi vieppiù alla tutela di entità estranee e indifferenti, se non ostili, al bene della Nazione.
Ecco un breve estratto dell’articolo, pubblicato sul Corriere della Sera del 28 marzo da Ernesto Galli della Loggia (forse l’unica – flebile – voce di dissenso sulla grande stampa nazionale verso i comandamenti del Pensiero Unico Globalizzato, ivi compresa l’adorazione delle pale eoliche giganti sui crinali appenninici), “La crisi di identità a sinistra“, che meriterebbe di essere letto nella sua interezza:
“L’immagine del Pd emersa dalla campagna elettorale è stata quella di un partito di fatto identificato con l’esistente e con la sua difesa: fino al punto di considerare tale difesa il proprio compito principale. L’immagine tipica di un partito dell’establishment.”
Non per niente sui giornali confindustriali appare ogni giorno più evidente il tentativo di far scendere il PD dall’Aventino per appoggiare il M5S, considerato dalle élite non solo italiane il minore dei mali, per sterilizzarne più facilmente il potenziale eversivo, nei modi già sperimentati in Grecia, in corpore vili, con Syriza.
Un altro preoccupante sintomo della rimozione in atto del risultato elettorale si può ritrovare nel malaccorto intervento, pubblicato sul Sole del 29 marzo sotto il titolo “Rinnovabili, alleanza tra produttori e settori energivori”, a firma del presidente di Federacciai Antonio Gozzi e del presidente di Elettricità Futura Simone Mori:
“Tra i tanti miti da sfatare nel sistema economico nazionale vi è sicuramente quello della presunta dicotomia tra le esigenze dell’industria manifatturiera e dell’ambiente. Se è vero che le politiche di contrasto al riscaldamento climatico hanno contribuito ad aumentare inizialmente i costi dell’energia, tale dualismo tuttavia appare superato per almeno due ragioni.”
Oltre che da una “rapida riduzione dei costi degli impianti a fonte rinnovabile” che “ha condotto tale modalità di approvvigionamento energetico ad essere la più economica in molti paesi al mondo” (ma non in Italia, evidentemente, visto che si pretendono nuovi incentivi), ecco come argomentano Federacciai ed Elettricità Futura al fine ultimo di ottenere i “Power Purchase Agreement” (PPA, che sono incentivi mascherati):
“I grandi consumatori di energia sono ormai schermati dagli extra-costi in bolletta per le politiche ambientali, grazie alle misure ad hoc previste per gli “energivori” dall’art. 39 del DL 83/2012, coerentemente con una impostazione della commissione europea tesa a non penalizzarne la competitività compensando gli extra costi degli incentivi alle rinnovabili.”
“Sono ormai schermati”! Ma che bravi… Gli improvvidi autori del documento fingono di non rendersi conto che la prima vittima dei provvedimenti del prossimo governo, vuoi che sia a guida leghista o peggio ancora grillina, sarà proprio il DL 83, che non è stato inciso con il fuoco su tavole di pietra, e soprattutto la sua successiva integrazione, fresca di pochi mesi, con cui Calenda ha regalato un miliardone all’anno agli energivori. A spese di tutti gli altri utenti delle bollette elettriche, tra cui i piccoli e medi imprenditori, che sono soffocati dai costi imposti dalla irresponsabile ed intoccabile (intoccabile?) burocrazia romana e che hanno sostenuto l’affermazione leghista.
A seguire, cadranno, uno dopo l’altro, gli altri provvedimenti voluti da Calenda per corazzare gli interessi dei furbissimi delle rinnovabili elettriche e garantire allo stesso tempo la prosperità ai grandi gruppi industriali, abituati ormai da tempi immemorabili alla propria auto-perpetuazione sulla base dell’aureo principio dei profitti privati e delle perdite pubbliche. In particolare verrà sacrificato il capacity market, che i 5 Stelle aborriscono, confidando essi nelle virtù salvifiche delle rinnovabili, ed il sistema degressivo sui consumi in bolletta elettrica, che grida vendetta al cospetto, oltre che del buon senso, dei principi più elementari della democrazia e, insieme, della tutela dell’ambiente attraverso l’efficienza ed il risparmio energetico. Tutti i bluff delle Fer elettriche non programmabili costruiti in questi anni verranno presto scoperti proprio dall’ingenuo fidelismo dei loro adoratori grillini.
Tra questi bluff sono comprese tutte le recenti argomentazioni farisaiche per ottenere, dopo il 2020, non più incentivi ma “garanzie”, come se gli incentivi correnti alle Fer non fossero essi stessi nient’altro che garanzie (di un prezzo minimo) e, specularmente, le nuove “garanzie” invocate non comportassero comunque un esborso a carico della collettività.
Abbiamo poi motivo di ritenere che i nuovi protagonisti della politica italiana non svilupperanno un proficuo feeling con il padre-padrone dell’Anev Oreste Vigorito e i suoi pretoriani. Siamo pronti a scommettere che i leghisti non apprezzeranno molto il loro modo di porgersi, profondamente alieno rispetto allo “stile” lümbard; e i 5 Stelle, che finora sono stati i più fieri avversari politici, a fianco dei comitati, di chi voleva imporre impianti eolici del tutto fuori scala attraverso grossolani metodi di controllo del territorio e sbrigativi convincimenti dei riottosi, non vorranno negare, proprio nel momento dell’approdo al potere statale, la loro conclamata natura di forza moralizzatrice.
Ancor prima di sapere se il nuovo ministro dello Sviluppo Economico sarà un leghista o un 5 Stelle, possiamo però prevedere che, quando si tratterà di ridiscutere la Sen di Calenda, ben difficilmente un Segretario Generale del Mise che voglia fare carriera (verso l’alto) interverrà alla Giornata del Vento invitando i padroni di casa dell’Anev “a partecipare in modo proattivo alla consultazione sulla Sen nell’auspicio che condividiate l’approccio mirato a rendere le rinnovabili come l’eolico un asse portante del sistema” e “ad incontrarsi nuovamente questo mese e non solo a scriverci” per avere una Sen il più possibile “condivisa”, come grottescamente accaduto lo scorso anno alla vigilia della pubblicazione del testo definitivo.
A conclusione di quella non edificate vicenda scrivevamo, da fin troppo facili profeti:
“Ma adesso… prima di presentare il Piano Nazionale all’Europa si voterà per le elezioni politiche. Voteranno 40 milioni di italiani, e non i 14,4 miliardi di incentivi regalati lo scorso anno alle FER elettriche. Abbiamo motivo di ritenere che qualcuno, tra questi 40 milioni di italiani, non sia stato molto contento di quanto realizzato dai Governi di questa legislatura. Di sicuro possiamo garantire al Governo Gentiloni che, con questa SEN, il numero degli scontenti è aumentato. E nei prossimi mesi questi scontenti non rimarranno con le mani in mano.”
Nell’occasione della presentazione della nuova Sen alla stampa ci era parsa particolarmente infelice un’uscita del ministro Calenda, allora in pole position come candidato della grande stampa per la guida del futuro governo di coalizione contro le “forze anti-sistema”:
“Chi deciderà di opporsi alle nuove infrastrutture deve essere consapevole che ostacolerà anche il processo di decarbonizzazione”.
Così argomentando, Calenda avrebbe voluto far passare le vittime della nuova Strategia energetica nazionale da carnefici.
Come si sostiene nell’ultimo capoverso dell’articolo di Alessandro Giuli comparso su Libero del 29 marzo dal titolo “Povero Calenda, confonde Twitter con la realtà”: “sono quelli come lui ad avere spinto l’elettorato medio, mite fino all’altro ieri, a farsi sostenitore rabbioso della svolta populista. Spaventare gli spaventati non aiuterà a ridurre il danno.”

Alberto Cuppini

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