Proposte RRC per linee guida E.R.

Al Presidente della Giunta e a tutti gli Assessori e Consiglieri della Regione Emilia Romagna.

Per conoscenza agli organi di informazione.

Bologna, 17/12/2010.

Oggetto: Linee guida regionali in materia di impianti eolico-industriali.

Stimatissimi Assessori e Consiglieri,

proprio in questi giorni l’Amministrazione dell’Emilia Romagna è impegnata a definire le linee guida regionali in materia di impianti ad energia rinnovabili, come previsto dalla delega contenuta nelle linee guida nazionali, finalmente pubblicate, dopo tanti anni di attesa, nel settembre scorso.

Dopo i lavori legislativi inerenti gli impianti fotovoltaici a terra, purtroppo dobbiamo constatare, almeno ad una prima impressione, che la volontà dell’Amministrazione regionale non appare improntata all’auspicato rigore ed al principio della limitazione del danno nè, tanto meno, è tale da tranquillizzarci per ciò che riguarderà la riduzione al minimo strettamente indispensabile di impianti così impattanti come quelli eolico industriali definiti dalla stessa direzione centrale del catasto “opifici” (e non “parchi”). Opifici dalle dimensioni inusitate e posti inopinatamente nelle aree più vulnerabili di tutto il territorio nazionale.

Paradossalmente questo è in aperto contrasto con l’attuale tendenza della legislazione nazionale, tendenza recentemente modificatasi in seguito all’enorme (in proporzione agli impianti eolici installati) numero degli scandali succedutisi negli ultimi mesi e derivati dall’attività giudiziaria, ai conseguenti innumerevoli titoli dei giornali ed alle ripetute inchieste televisive (alle ultime delle quali, recentissime, di “Report” e di “Crash” la nostra rete ha fornito un contributo) e soprattutto di fronte alla rivolta delle popolazioni, in tutto il territorio nazionale, vittime delle brutali conseguenze negative degli enormi aerogeneratori, fino a questo momento sottaciute all’opinione pubblica.

Queste conseguenze non si esauriscono in quelle che più preoccupano le migliaia di cittadini dei comitati dell’alto Appennino e cioè

  • Il conclamato rischio per la salute delle popolazioni residenti presso le pale (la così detta “sindrome da turbina eolica” che si suppone determinata dalle vibrazioni, specie a bassa frequenza, delle enormi pale che ruotano ad oltre 300 Km/h su una superficie equivalente ad un campo da calcio).
  • Il deprezzamento delle proprietà immobiliari che giunge, nelle zone più remote, fino alla impossibilità di trovare un qualsivoglia acquirente per le abitazioni più prossime alle pale.

Ma riguardano anche una molteplicità di altri aspetti negativi che pure devono essere valutati come un unico insieme dai pubblici amministratori in una ponderata analisi di costi-benefici collettivi:

  • Stravolgimento del paesaggio italiano, invidiatoci da tutti gli stranieri, in cambio di un modello standardizzato in grado di annullare le varietà che sono, da sempre, la nostra sola grande ricchezza.
  • Mutamento di un sistema plurisecolare di valori culturali.
  • Peggioramento della qualità della vita.
  • Compromissione dello sviluppo turistico
  • Effetti sull’equilibrio idrogeologico, in zone particolarmente sensibili come i crinali montani sottoposti a lavori infrastrutturali così impattanti
  • Collisioni delle pale con l’avifauna ed in particolare con le specie migratorie ed i rapaci.
  • Degrado e disturbo dell’avifauna e della fauna selvatica e suo conseguente allontanamento.

Ossia, più in generale:

  • Perdita di valore delle montagne come “aree di ricarica” per la conservazione di acqua e aria pulita (prodotta tramite le piante, non tramite le torri d’acciaio, l’asfalto e il cemento) e della biodiversità.

Tutte le suddette negatività sono state riscontrate, in misura più o meno accentuata, presso tutti gli impianti eolici già realizzati, unitamente ad altri effetti (di cui si occupano le Procure della Repubblica) innescati dall’eccessiva incentivazione e dal conseguente enorme flusso di denaro legato esclusivamente al rilascio di autorizzazioni a costruire, ma finora non ancora riscontrati, perlomeno non oltre certe dimensioni, nelle regioni del centro nord e di cui comunque non si avverte alcun bisogno:

  • Gravi rischi di condizionamento dei pubblici amministratori che possono degenerare in più gravi fenomeni di collusione o, peggio, di corruzione.
  • Aumento dell’interesse della criminalità organizzata per il controllo del territorio.

Ci preoccupano in particolare le recenti dichiarazioni dell’Assessore regionale alle attività produttive che ha risposto ad una interrogazione in Consiglio regionale sulla “costruzione massiva” di impianti eolici affermando che “l’individuazione della non idoneità delle aree sarà operata dalla Regione attraverso un’apposita istruttoria avente ad oggetto la ricognizione delle disposizioni volte alla tutela dell’ambiente, del paesaggio, del patrimonio storico e artistico, delle tradizioni agroalimentari locali, delle biodiversità e del paesaggio rurale che identificano obiettivi di protezione non compatibili con l’insediamento, in determinate aree, di specifiche tipologie e/o dimensione di impianti. L’individuazione delle aree non idonee dovrà inoltre essere effettuata in congruenza con la quota minima di produzione di energia da fonti rinnovabili assegnata alla Regione (burden sharing).”

Il principio che pare voglia essere seguito non ci convince soprattutto perchè, trattandosi di una “ricognizione”, essa riguarda disposizioni già esistenti prima della comparsa sui crinali montani degli aerogeneratori alti oltre 150 metri (e in preoccupante crescita dimensionale), manufatti cioè che non hanno mai avuto in precedenza niente con cui essere paragonati e che rendono totalmente inadeguata la legislazione ambientale e paesaggistica pre-esistente.

Il testo di riferimento per predisporre tutti gli adempimenti circa gli impianti ad energia rinnovabile è il PAN (Piano di Azione Nazionele) mandato al vaglio dell’Unione Europea in settembre. Per essere concretamente operativo gli manca però ancora la quantificazione del “burden sharing” per ciascuna regione, previsto dalla legge e di competenza del Governo nazionale. Ce n’è un assoluto bisogno in tempi rapidi affinchè le Amministrazioni regionali possano tornare ad essere soggetti attivi e non passivi della politica energetica che negli ultimi anni è stata caratterizzata dalla mancanza di una specifica regolamentazione nel settore dell’energia “rinnovabile”, è perciò dettata principalmente da considerazioni di natura finanziaria, innescate dal regime d’incentivazioni più alte dell’Unione Europea a spese delle bollette elettriche di tutti gli italiani. La mancanza di questo “burden sharing” dovrebbe indurre la Regione Emilia Romagna a non accelerare procedure autorizzative già fin troppo rapide e che hanno portato nel solo 2009 in Italia all’aumento del potenziale eolico installato di oltre il 38% con una costante diminuzione dell’efficienza dei nuovi impianti, per l’esaurimento progressivo dei siti utili.

A maggior ragione, l’allentamento di una tradizionale politica di rigore striderebbe con quanto dichiarato dall’Assessore regionale all’ambiente allora in carica, ancora poche settimane prima del voto per le ultime elezioni regionali, in materia di sviluppo delle fonti rinnovabili: “Tra queste ultime l’eolico ha un ruolo non primario, soprattutto in relazione all’impatto paesaggistico ed ambientale che comporta, data la presenza in Emilia Romagna di condizioni favorevoli limitata a poche zone di crinale montano. Proprio il rispetto scrupoloso dei vincoli paesistici e ambientali fa sì che, ad esempio, sia prevista al 2010 una potenza installata di 65 MW data da impianti fotovoltaici, mentre ci si ferma ai 40 MW da impianti eolici.” Riteniamo che sarebbe auspicabile la coerenza della politica energetica del Governo regionale, almeno nei confronti dei cittadini elettori e contribuenti che quest’anno lo hanno votato anche in base a queste garanzie di continuità. La programmazione è assolutamente necessaria, come necessari sono gli strumenti di monitoraggio. E’ paradossale che progetti così impattanti vengano tenuti sotto controllo, a titolo volontario, solo dai comitati di cittadini sparsi sul territorio montano. A titolo di esempio, sempre a proposito di fotovoltaico, la Regione è completamente all’oscuro del potenziale elettrico che in questo momento viene installato in misura massiccia in piccoli impianti (soprattutto sui tetti, dove sarebbe auspicabile che tali impianti venissero collocati) per i quali è prevista la sola DIA, così come le amministrazioni provinciali, a cui spetta la VIA (e quindi, a maggior ragione, l’amministrazione regionale), ignorano del tutto la quantità di progetti eolici incombenti sul territorio emiliano romagnolo per i quali non è ancora stata presentata la richiesta di autorizzazione, ma che si stanno accumulando senza controllo e arriveranno in massa, nei prossimi mesi, per approfittare, finchè possibile, della prodigalità degli incentivi statali che si prospettano in via di decisa riduzione.

Deve essere accuratamente impedito che prevalgano considerazioni speculative di questo tipo e, per questo motivo, è assolutamente necessario che le disposizioni delle linee guida regionali si applichino anche ai progetti i cui procedimenti autorizzativi sono in corso, evitando l’assurdo scempio che incombe sui crinali dell’alto Appennino, privo di vento utile, ancora più insensato dopo la messa fuori legge, nelle linee guida nazionali, delle così dette “royalties” ai Comuni ed il recentissimo schema di decreto legge che indica la volontà del Governo nazionale di eliminare in breve il meccanismo dei certificati verdi e di tagliare (finalmente!) fuori dagli appetiti degli speculatori eolici le zone meno ventose tramite una assegnazione degli incentivi agli impianti superiori ai 5 MW di potenza per mezzo di aste al ribasso. Ricordiamo anche che le linee guida nazionali prevedono espressamente disposizioni transitorie (parte V, punto 18.5) dove si prescrive imperativamente che “i procedimenti in corso al novantesimo giorno successivo all’entrata in vigore delle linee guida sono riferiti ai sensi della previgente normativa qualora riferiti a progetti completi della soluzione di connessione … e per i quali siano intervenuti i pareri ambientali prescritti.” Tutti i pareri ambientali.

Per tutto questo ci permettiamo di indicare all’Amministrazione alcuni argomenti che riteniamo imprescindibili.

Il loro principio ispiratore è che, laddove le amministrazioni individuino la pubblica utilità degli impianti FER industriali, non siano ulteriormente attuabili le deroghe ai sistemi di tutela e valorizzazione ambientali già previsti.

Si deve prima di tutto rafforzare il concetto che la pubblica utilità è principalmente quella ambientale esistente: sarebbe paradossale utilizzare lo strumento della pubblica utilità per gli impianti FER industriali in nome del presunto miglioramento ambientale globale così da annullare scelte, da lungo tempo riconosciute e condivise, di valorizzazione dell’ambiente stesso. Non è ammissibile distruggere l’ecologia. Nemmeno in nome dell’ecologia.

Tutela dei sistemi dei crinali e del sistema collinare.
Al fine di assicurare la visuale libera di ampi tratti di crinale:

  • Sia esclusa la localizzazione di impianti eolico industriali ad una altezza superiore ai 1.200 metri comprese le pale.
  • Sia esclusa altresì la localizzazione a distanza inferiore di 15 chilometri da impianti esistensi che abbiano rilevanza extra locale.
  • In queste zone, data la significatività paesaggistica, siano altresì escluse le aree relative ai crinali principali ritenuti di particolare interesse paesaggistico.

Zone ed elementi di interesse storico-archeologico.
Nelle zone di interesse storico archeologico sia esclusa la localizzazione di impianti eolici. Le zone relative a complessi archeologici e le aree di accertata e rilevante consistenza archeologica, intendendovi ricompresi anche i tracciati di viabilità storico archeologica, dovrebbero avere una zona di rispetto di almeno 500 metri.

Elementi di interesse storico-culturale.
Si preveda un’adeguata fascia di rispetto, comunque non inferiore ad 1 Km per gli impianti eolico industriali localizzati in prossimità degli immobili e delle aree dichiarate di notevole interesse pubblico ai sensi dell’art. 136 del Dlgs 42/2004:

  • Zone all’interno di coni visuali la cui immagine è storicizzata per la presenza di elementi e/o testimonianze di interesse storico-culturale.
  • Aree di particolare visibilità da punti di osservazione privilegiati (per esempio zone panoramiche e viabilità principali) per le possibili interferenze negative sul contesto paesaggistico e sulle reciproche relazioni con le strutture di interesse storico-archeologico, storico-testimoniale (es. ville, tracciati di viabilità storica, parchi ecc.) e con le strutture insediative storiche non urbane quali borghi e nuclei storici.

Elementi di interesse storico-testimoniale.
Un’ampia zona di rispetto va prevista anche nelle aree ove gli strumenti di pianificazione individuino e sottopongano a particolari prescrizioni alcuni elementi del territorio ed in particolare la viabilità storica urbana, la viabilità panoramica, oltre agli elementi puntuali quali gli edifici e le corti rurali, i nuclei storici in territorio agricolo ed i tracciati di riconosciuta frequentazione turistico-ricreativa.

Zone ed elementi caratterizzati da fenomeni di dissesto e instabilità.
Nelle zone individuate come frane recenti, frane di crollo, colate di fango recenti, non possono essere localizzabili impianti eolici, compresa la realizzazione di relative infrastrutture. Tali prescrizioni andrebero estese a tutte le zone di possibile ulteriore evoluzione del fenomeno franoso, cioè al perimetro sotteso alla zona di accumulo, nonchè al limite di eventuale massima invasione di blocchi rocciosi per frane di crollo. Nelle zone individuate come frane antiche valgono le medesime prescrizioni. Analogamente, in adiacenza alle scarpate rocciose non va consentita alcuna localizzazione di impianti eolici, particolarmente in presenza di terreni incoerenti o di rocce intensamente fratturate; in questi casi si dovrà stabilire una fascia di tutela comunque rapportata alle condizioni fisico-meccaniche e di giacitura delle litologie presenti, con particolare tutela per le zone classificate sismiche.

Sistema forestale e boschivo.
All’interno delle formazioni forestali e boschive, le realizzazioni di impianti eolico industriali non possono alterare l’assetto paesaggistico, idrogeologico, naturalistico e geomorfologico dei terreni interessati. Gli interventi di natura tecnologica-infrastrutturale devono comunque avere caratteristiche, dimensioni e densità tali da rispettare le caratteristiche del contesto paesaggistico e le emergenze naturali, interessando la minore superficie forestale e boschiva possibile e salvaguardando, in ogni caso, i sistemi boschivi di crinale, le radure, le fitocenosi forestali rare, i boschetti in terreni aperti o prati secchi, le praterie di vetta, le aree umide e i margini boschivi.

Sistemi naturalistici.
In questo ambito merita un particolare riguardo l’aspetto dell’avifauna. L’estensione dei territori interessati dal volo degli uccelli sono certamente extraregionali e per molte specie sono movimenti transnazionali. Pertanto non devono esser consentite installazioni di impianti eolici nei territori che rivestono un riconosciuto interesse come luogo di passaggio e sosta lungo le rotte migratorie. E’ altresì riconosciuto che i territori di caccia delle specie più rare interessano aree di raggio superiore ai 10 Km. La presenza di esemplari di tali specie deve essere accuratamente verificata.

Distanze da abitazioni, centri abitati e strade.
Questo ultimo argomento viene avvertito dai cittadini dei comitati come il più importante, concernendo la salute pubblica e la pubblica incolumità. Perciò, in attesa di determinare gli effetti a medio termine delle vibrazioni emesse da aerogeneratori sempre più grandi sugli organismi viventi ed in conformità con quanto suggerito a titolo precauzionale dall’Accademia nazionale di medicina francese, gli impianti, se di potenza inferiore al MW (soglia da calcolare sommando la potenza di tutti gli aerogeneratori troppo vicini) non dovrebbero essere costruiti a meno di 500 metri dalle abitazioni e dai luoghi di lavoro, 1.500 metri dai centri abitati e tali distanze dovrebbero essere aumentate di 500 metri per ogni MW di potenza oltre tale soglia. Per evitare incidenti in caso di lancio di materiali (in particolare di blocchi di ghiaccio), andrebbe prevista una distanza di 300 metri dalle strade pubbliche.

Vista la complessità dei sistemi di tutela e la sensibilità dei temi paesaggistici riteniamo che:

  • Gli impianti eolico industriali debbano comunque essere assoggettati a procedura autorizzativa di screening ambientale prima di essere ammessi alla procedura di VIA.
  • Non possano essere ammessi a VIA volontaria.
  • Qualora lo screening esprimesse un esito negativo rispetto alla fattibilità dell’intervento, non possano essere ammesse altre procedure valutative da parte di altri enti.
  • Le approvazioni di progetti di impianti eolico industriali possano avvenire esclusivamente in forma unanime fra gli enti coinvolti nei procedimenti valutativi.
  • Gli uffici che effettuano la Valutazione di Impatto Ambientale e quelli che rilasciano l’Autorizzazione Unica debbano essere separati.

Considerati i rischi di progetti puramente speculativi, riteniamo infine che si renda necessario:

La pubblicità dei dati anemometrici.
L’obbligo di rendere pubblici i dati PRIMA della costruzione dell’impianto ed il controllo a campione da parte della Pubblica Amministrazione di tali dati, per determinarne la sostenibilità nel medio periodo ed al possibile venir meno di qualsiasi incentivo, onde evitare i deludentissimi risultati in termini di produttività, molto discosti dalle promesse fatte dai proponenti, dei primi impianti realizzati in provincia di Bologna. Impianti che diventano tuttavia estremamente redditizi esclusivamente a causa del sistema perverso dei certificati verdi.

La definizione di soglie di competitività.
In ore di vento/utile l’anno. A titolo di esempio, si potrebbero richiedere 1.750 ore per gli impianti in pianura e prossimi alle centrali dell’alta tensione e  2.000 ore per quelli da collocare sui crinali. Il mancato raggiungimento della soglia minima nel medio periodo (ad esempio ogni 5 anni) dovrebbe essere sanzionata oppure escludere l’azienda costruttrice dalle aste future.

L’accensione di fidejussioni.
Una fidejussione bancaria ventennale per la rimozione di tutti i manufatti dell’impianto (compresi i plinti di calcestruzzo) ed il ripristino dell’area dismessa andrebbe resa obbligatoria prevedendone l’importo in base ai costi correnti per scaglioni standard predefiniti a livello regionale secondo le dimensioni delle pale installate.

Questo sistema di garanzie non deve essere considerato eccessivo anche perchè l’Emilia Romagna non viene considerata una regione vocata all’energia eolica neppure dai modelli previsionali della stessa ANEV (Associazione Nazionale Energia del Vento, membro di Confindustria Energia) che individua in regione 200 MW di potenza installabile rispetto alla sua previsione di 16.200 MW per l’anno 2020 (largamente superiore ai 12.000 del PAN) su tutto il territorio nazionale.

L’Emilia Romagna deve perciò essere considerata, per l’eolico, un’area appena marginale, nell’ambito di una tecnologia di efficacia energetica a sua volta marginale.

Sarebbe nostro desiderio che una nostra delegazione fosse ricevuta da codesta Amministrazione per portare una testimonianza personale del nostro acuto disagio e per offrire un modesto contributo al raggiungimento del bene comune.

Ringraziando della paziente attenzione riservataci e confidando nel recepimento delle nostre argomentazioni, porgiamo i nostri deferenti saluti.

Alberto Cuppini
Portavoce per l’Emilia Romagna della Rete della Resistenza sui Crinali (Coordinamento dei comitati dell’alto Appennino contro l’eolico industriale selvaggio).

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