Il problema eolico su tutto l’Appennino

Memoria dell’intervento del rappresentante della Rete della Resistenza sui Crinali al convegno di Pontremoli del 9 marzo 2013

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La scelta dei Governi italiani di questi ultimi anni di privilegiare le fonti energetiche rinnovabili è nata da almeno tre esigenze: la riduzione delle emissioni clima alteranti, la riduzione dei costi sempre più schiaccianti delle importazioni di combustibili fossili ed il raggiungimento dell’autonomia dalle forniture provenienti da Paesi scarsamente affidabili. In Italia si è preferito enfatizzare la prima di queste esigenze, ispirandosi ai principi del protocollo di Kyoto del 1997. Le politiche conseguenti a tale protocollo vengono coordinate a livello europeo partendo dal programma – obiettivo “20-20-20 per il 2020”. I tre “20” considerati sono: 1) la riduzione del 20% delle emissioni clima alteranti, 2) l’innalzamento al 20% della produzione energetica da energie rinnovabili sul totale dei consumi energetici nazionali e 3) l’aumento del 20% dell’efficienza energetica. L’obiettivo che riguarda l’eolico è compreso nel secondo di questi “20”, che è stato ridotto, in considerazione della sua particolare onerosità, al 17% nel 2007, in seguito alla negoziazione del Governo italiano con l’Unione. Per il raggiungimento di tale 17% l’Europa ha richiesto la presentazione di un Piano di Azione Nazionale (PAN), trasmesso dal Governo italiano all’Unione nel 2010. Il PAN prevede che tale obiettivo di produzione energetica da fonti di energia rinnovabile (FER) venga conseguito complessivamente operando in tre macrosettori, fissandone anche in questo caso gli obiettivi di produzione (comprese le importazioni) in termini percentuali sui consumi: il 17,09% per il settore riscaldamento/raffreddamento, il 26,39% per il settore elettrico e il 10,14% per il settore trasporti. Già da queste percentuali si rileva un primo elemento di apparente irrazionalità nell’intenzione di concentrare gli sforzi nel settore, particolarmente costoso per gli enormi incentivi a carico delle bollette elettriche che esso richiede, della produzione da FER elettriche. Tale irrazionalità venne immediatamente rilevata, tra gli altri, dal rapporto OCSE del 2011 (“OECD Economic Surveys: Italy 2011”): “L’implementazione del sistema ETS e lo sviluppo dell’energia rinnovabile, pagati dai consumatori, innalzeranno ulteriormente i prezzi dell’elettricità che in Italia sono tra i più alti d’Europa”. “L’Italia che ha tradizionalmente un sistema economico particolarmente efficiente dal punto di vista del consumo energetico sta perdendo questo primato” . “Il modo più efficiente e meno costoso per ridurre le emissioni di CO2 sono gli interventi di efficienza energetica seguiti da cattura della CO2 e nucleare (con forti controversie su queste opzioni) e rinnovabili termiche”. “L’utilizzo delle rinnovabili elettriche è uno dei modi più costosi per ridurre le emissioni di gas serra” ed ancora “I costi legati al sistema di incentivi per le rinnovabili sono molto maggiori delle esternalità evitate con la mancata produzione da fonte fossile”.

Una irrazionalità si era peraltro già manifestata, negli anni precedenti al PAN, con la scelta del sistema incentivante dei certificati verdi (CV) previsti dal cosiddetto Decreto Bersani (Ministro dell’Industria del Governo D’Alema) del 1999 che avrebbe inizialmente dovuto (a decorrere dal 2002) porre a carico dei produttori di energia elettrica da fonti non rinnovabili l’obbligo di immettere nel sistema elettrico una quota percentuale di elettricità (il 2%, poi cresciuto, Governo dopo Governo, fino al 7,55% entro il 2013) prodotta da impianti FER. I soggetti all’obbligo potevano adempiervi o immettendo essi stessi in rete elettricità prodotta da FER oppure acquistando da altri produttori appositi titoli (appunto i CV) comprovanti la produzione dell’equivalente quota, addebitandone poi i costi in bolletta ai consumatori. Il sistema si era rivelato immediatamente un enorme affare per gli impianti FER, ed in particolare per l’eolico, che diventava così una opportunità eccezionale in un paese, come l’Italia, privo di vento utile al funzionamento di tali enormi e costosissimi impianti che non avrebbero potuto essere realizzati, senza incentivazione, se non in alcune zone nel triangolo Foggia – Avellino – Benevento e poche altre in Sicilia e Sardegna. Non per niente il potenziale dell’energia eolica in Italia era stato riconosciuto dai Governi nei primi anni del Duemila in 2.000 MW. Tale valore potenziale era poi inopinatamente salito, nella Position Paper del Governo Prodi del 2007, a 10.000 MW on shore e 2.000 off shore. Questo aumento era strumentale alla decisione di quello stesso Governo di compiacere la lobby delle rinnovabili elettriche (e dell’eolico in particolare, che nel frattempo, si era arricchita e diventava, anno dopo anno, in grado di condizionare sempre di più la politica), arricchendo e prolungando il sistema incentivante ma soprattutto (e questo è stato il vulnus che ha distrutto definitivamente la logica stessa del sistema dei CV ed aperto le cateratte degli incentivi senza fine all’eolico) facendo carico allo Stato (attraverso il GSE – Gestore dei Servizi Energetici) di acquistare i CV prodotti in eccedenza ad un prezzo altissimo e prederminato. A questo punto il sistema è definitivamente impazzito ed ha proceduto, da allora, secondo logiche eterodosse, al punto di fare affermare nel 2010 a Giulio Tremonti, all’epoca Ministro dell’Economia del successivo Governo Berlusconi: “quello dell’eolico è un business ideato da organizzazioni corrotte che vogliono speculare e di cui noi non abbiamo certo la quota di maggioranza”. Ad onor del vero, prescindendo da considerazioni sulle quote di maggioranza o minoranza (rispetto alla concessione di regali all’eolico, a Roma si è realizzato un invidiabile sistema bipartizan), il Governo Berlusconi, nel 2011, per non essere da meno in questo assalto alle bollette degli italiani, si è volentieri piegato alle pretese della lobby mondiale del fotovoltaico, che abbandonava la ormai devastata Spagna per il venire meno degli incentivi che là riceveva, permettendo la costruzione di impianti di FV in Italia con incentivi stratosferici, in grado di impiantare quasi 10.000 MW nel solo 2011. Questa decisione ha fatto definitivamente saltare i conti della catena di Sant’Antonio che la speculazione delle rinnovabili elettriche aveva messo in piedi. Infatti, per questo motivo, nel 2011 la spesa totale annua per gli incentivi è improvvisamente salita, secondo il Ministro dello Sviluppo Economico del nuovo Governo Monti Corrado Passera, a 9 miliardi di euro. L’anno scorso si è dunque reso necessario, per fermare questa emorragia mortale, esplicitamente definita dal Ministro Passera “furto dalle tasche degli italiani”, che vedeva come prima vittima il paesaggio di tutta Italia, un decreto di modifica e riduzione degli incentivi volti a raggiungere, peraltro, un obiettivo europeo ormai già conseguito. Passera ha pubblicamente dichiarato: “Abbiamo fatto arrabbiare tanti, perchè abbiamo toccato i soldi a pioggia verso le energie rinnovabili. Il giorno più brutto della mia esperienza di Ministro è stato quando ho avuto la quantificazione dei 170 miliardi di euro degli italiani che sono andati impegnati direttamente su questo. Con 170 miliardi uno cambia il mondo…” Infatti fa rabbia pensare a quello che si sarebbe potuto fare, anche solo nel settore della green economy, con tanti soldi. Purtroppo però Passera è stato evidentemente costretto a scambiare la riduzione degli incentivi annuali alle FER elettriche con la promessa di prolungare nel tempo il sistema incentivante. Anzichè bloccare definitivamente l’incentivazione ad un settore che ormai aveva raggiunto l’obiettivo del PAN, ha addirittura aumentato lo stanziamento annuo da 9 a 12,5 miliardi (di cui 6,7 al solo FV). Questo ha fatto sì che l’impegno complessivo della collettività per le sole FER elettriche sia salito ad un importo totale di circa 240 miliardi (come recentemente riconosciuto anche da Assoelettrica che comincia, troppo tardi, a denunciare i gravissimi danni al sistema elettrico complessivo arrecato dalle rinnovabili non programmabili). Per giustificare la spesa annua per gli incentivi al non fotovoltaico (5,8 miliardi annui) promessa ai lobbysti, che reclamavano una elargizione almeno dello stesso ordine di grandezza del FV (per il quale gli incentivi per i prossimi vent’anni sono ormai stati tutti assegnati) e che diventava il vero obiettivo di cui il Governo sembra preoccuparsi, si è ritenuto opportuno, avendo già raggiunto il target obbligatorio del PAN, seguire la strada dell’innalzamento degli obiettivi stessi per le FER elettriche che rischiano, esauriti gli stanziamenti per il FV, di concentrarsi in gran parte nell’eolico industriale. Da qui la prospettiva concreta di vedere presto tutte le montagne dell’Appennino (pur senza vento o con vento scarso) coperte di aerogeneratori giganti. Ecco dunque che nella successiva bozza della nuova Strategia Energetica Nazionale (SEN), in corso di definitiva redazione quando l’attuale Governo è diventato dimissionario, è stato indicato esplicitamente, nella migliore tradizione dei piani quinquennali sovietici (o, meglio ancora, considerato il livello di autolesionismo che questo comporterebbe per l’economia nazionale, del Grande Balzo in Avanti maoista) un nuovo obiettivo per il 2020 al 36 – 38% dei consumi e, per non correre rischi in caso di crollo (probabile) dei consumi nazionali a causa della crisi, è stata indicata nella SEN anche la quantità in valore assoluto di energia elettrica prodotta da FER da raggiungere annualmente: 130 TWh (che, rispetto ai consumi di quest’anno, in ulteriore diminuzione, potrebbe essere persino superiore al 40%). Naturalmente, se malauguratamente i prossimi Governi dovessero confermare questo documento (e l’obiettivo a 130 TWh) si renderebbero necessari altri stanziamenti (che è proprio quello che vogliono i lobbysti e i loro troppi sostenitori della politica, dei media e, purtroppo, perfino delle direzioni nazionali di alcune altrimenti benemerite associazioni ambientaliste sui quali ricadono alcune briciole di queste centinaia di miliardi pubblici), e quindi, verosimilmente, ulteriori nuovi obiettivi in termini energetici, o in percentuale o in valore assoluto, e così via, in un loop senza (apparente) fine. Naturalmente, come tutte le bolle speculative, anche questa è destinata ad esplodere, visto che il tentativo di farla sgonfiare non è riuscito per la reazione dei lobbysti.

La conclusione più verosimile sarà che, di fronte ad un aggravarsi della crisi economica (che gli enormi costi e l’inefficienza delle FER elettriche contribuiscono ad acuire), verranno, in un prossimo futuro, improvvisamente tagliati con la scure tutti gli incentivi (forse anche quelli in essere), come è già successo in Spagna, oppure si verificherà un grave incidente a causa della presenza nella rete elettrica di tanta energia da fonti intermittenti che comporta (nelle parole della Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas) il “rischio di disconnessione a catena degli impianti” che causerà un colossale black out di qualche ora (o di qualche giorno?) che metterà definitivamente fine alla falsa illusione delle rinnovabili elettriche intermittenti “alternative”, anzichè “integrative”, come logica vorrebbe, agli impianti tradizionali.

Ma fino a quel traumatico momento verranno commessi altri scempi ambientali. L’impianto del Cisa Cirone potrebbe essere uno dei tanti. Troppi. Ciò che importa sapere è però che, al momento, non esistono più obblighi giuridici di alcun tipo che giustificano gli incentivi ad altri impianti di FER elettriche. Infatti già dallo scorso anno, e con ben otto anni d’anticipo, è stato raggiunto e superato l’obiettivo del 26,39% per il 2020 (addirittura al netto dell’energia elettrica importata). Nel solo 2012 sarebbero stati montati in Italia, secondo l’ANEV, l’associazione confindustriale di categoria, 1.272 MW di eolico, cioè la quota massima di potenza annua mai installata, a cui dovrebbero corrispondere 800 o 900 aerogeneratori giganti, da soli in grado di modificare in modo significativo l’aspetto di intere zone montuose e collinari dell’Appennino, che si sono andati ad aggiungere alle migliaia già esistenti di potenza complessiva, alla fine del 2011, di 6.936 MW che avevano prodotto, nel 2011, 9.856 GWh per appena 1.421 ore utili di media (ultimi dati ufficiali comunicati dal GSE). Intanto è stata appena resa pubblica, sempre dal GSE, la prima stima (non definitiva) sugli impianti a fonti rinnovabili per il 2012:
GSE – Impianti a fonti rinnovabili in Italia: Prima stima 2012″,
il rapporto tra elettricità prodotta da FER e quella consumata in Italia ha raggiunto il 27,5%. E’ facile immaginare che, con l’entrata a regime degli impianti installati lo scorso anno e con le nuove installazioni, nel 2013 si supererà la soglia del 30%. Il sacrificio imposto alla collettività nazionale ed al territorio è stato ingente ed assolutamente imprevisto fino a pochissimi anni fa. Già lo scorso anno sono stati spesi per le sole incentivazioni annue (limitandosi a considerare solo quelle dirette) alle FER elettriche quasi 11 (undici) miliardi di euro, a carico delle bollette elettriche degli italiani, come si può rilevare dal contatore presente nella home page del sito del GSE. La quota di 11 miliardi annui sarà verosimilmente sfondata quest’anno solo per l’andata a regime degli impianti installati lo scorso anno e perciò, unitamente agli impianti che verranno costruiti nonostante la diminuzione degli incentivi (ma solo per gli impianti da costruire d’ora in poi), si può prevedere una spesa per il solo 2013 attorno ai 12 miliardi (esclusa l’IVA, che in Italia si deve pagare anche sulle tasse), cioè 200 euro pro capite più IVA. Faccio rilevare, per meglio comprendere l’entità dello sforzo, che il principale oggetto del contendere delle recenti elezioni politiche è stata la restituzione dell’IMU per la prima casa, che ha imposto agli italiani un onere annuo di 4 miliardi. Lo stesso decreto ministeriale del 6 luglio scorso per il nuovo sistema incentivante dichiara esplicitamente (all’articolo 1) di “avere la finalità di sostenere la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili attraverso la definizione di incentivi … in misura adeguata al perseguimento dei relativi obiettivi, stabiliti nei Piani d’azione per le energie rinnovabili”, ossia il PAN. Nello stesso PAN si chiarisce che “non sono fissati obiettivi legati specificatamente ad una tecnologia”. E dunque, con la bozza della SEN al momento chiusa in un cassetto ministeriale, non esistono ulteriori obblighi per costruire altri impianti eolici a terra, il cui obiettivo di 12.000 MW al 2020 era stato solo “stimato” e non “fissato” dal PAN, appunto perchè gli obiettivi per classi di produzione energetica sono solo “proposti”. La costruzione di un’imprevista quantità di impianti fotovoltaici ha dunque reso eccessivo tale valore di stima per l’eolico.

Logica e buon senso vorrebbero che ora, essendo già stato raggiunto e superato l’obiettivo per le FER elettriche ed in base proprio a quanto affermato nei considerata del D.M. del 6 luglio per argomentare la diminuzione degli incentivi alle FER elettriche (“Considerato in particolare che nel settore elettrico l’Italia è in anticipo rispetto agli obiettivi fissati … Ritenuto tuttavia che per il perseguimento degli obiettivi in materia di fonti rinnovabili si debba dare maggiore impulso ai settori calore e trasporti e all’efficienza energetica, che sono modalità, in media, economicamente più efficienti…”) lo sforzo collettivo per il raggiungimento del secondo 20 (negoziato, come detto, a 17) del progetto europeo del 20-20-20 si concentrasse in settori diversi di quello elettrico, che, in più, vantano le migliori eccellenze dell’industria italiana, se non altro perchè il potenziale di generazione elettrica in Italia è ormai il triplo del massimo richiesto e di tutto c’era bisogno tranne che di ulteriore potenza inaffidabile e non programmabile (e quindi non “alternativa”). Non c’è nessun ragionevole dubbio che l’obiettivo finale complessivo del 17% al 2020 non possa essere raggiunto, a patto di non fare mancare gli incentivi ai settori più promettenti, evitando di disperderli a vantaggio di quelli più onerosi, per i quali, oltre tutto, l’hardware viene importato dall’estero. Pensate che la bozza della SEN, che ha loro destinato 12,5 miliardi, ha riservato “appena” 900 milioni al settore termico e circa 1.100 a quello dei trasporti. Per non parlare dell’autentica elemosina che viene riservata alla ricerca ed allo sviluppo di fonti energetiche veramente alternative e della totale assenza di incentivi ai trasporti pubblici, al telelavoro ed a tutte le possibili politiche volte a ridurre i consumi energetici e ad aumentare l’efficienza dell’esistente.

Nel nostro caso, oltre al sacrificio finanziario a carico di tutti gli italiani e a danno dell’economia nazionale, verrebbe imposto un sacrificio ancora maggiore in quanto una simile scelta provocherebbe una ulteriore deturpazione paesaggistica, ambientale ed identitaria inflitta alle nostre montagne.

Bisogna malinconicamente riconoscere che, in questo ambito, il tradimento degli interessi collettivi non è una esclusiva dei vari Governi nazionali che si sono succeduti nell’ultima dozzina d’anni. La stessa bozza ministeriale della SEN ammette esplicitamente che “spesso le associazioni di settore italiane svolgono azioni di lobby nei confronti dei soggetti comunitari, creando situazioni di promozione di interessi di settore a scapito dell’interesse generale del Paese”.

La situazione si aggrava ulteriormente nel caso dei Pubblici Amministratori locali. A livello di Amministrazioni regionali abbiamo assistito ad una invereconda gara per aumentare le quote di FER elettriche da installare nel proprio territorio, trasformando quello che avrebbe dovuto essere il doloroso burden sharing regionale (cioè la condivisione tra tutte le regioni del fardello impostoci dall’Europa) in una corsa all’oro per favorire i pochi soggetti avvantaggiati, a danno di intere comunità. Proprio per questo, l’effetto più devastante, soprattutto dell’eolico, avviene a livello sociale, con la creazione di un clima conflittuale diffuso e con l’accettazione di logiche mafiose (non più solo nel Meridione) in grado di replicare il loro potere all’infinito. Assistiamo così, allibiti, all’azione di innumerevoli Sindaci ed Assessori (di tutti i colori politici) che abdicano alla loro funzione istituzionale di severi guardiani dei territori di loro competenza per trasformarsi in “sviluppatori” dell’eolico, mascherando la loro brama di ottenere finanziamenti alla propria politica, tramite (nella migliore delle ipotesi…) le (vietatissime) royalties sul fatturato degli impianti, sotto un sottilissimo velame di affermazioni ecologiste, ormai rimasticate all’infinito. Essi non si rendono conto che, così facendo, non incorrono soltanto in irregolarità di natura contabile, ma in responsabilità ben più gravi, specie quando il loro giudizio, imprescindibile durante il complesso e articolato processo di valutazione di impatto ambientale degli impianti, dovrebbe essere negativo in base a leggi e regolamenti esistenti per quello che riguarda, ad esempio, la tutela della salute pubblica oppure il parere paesaggistico, ma che diventa invece positivo a seguito di accordi intercorsi direttamente tra Comuni e proponenti, con la promessa del conferimento di quelle che adesso pudicamente si chiamano “compensazioni ambientali”. E’ incredibile che, in una contingenza come l’attuale, dove l’intera classe dirigente politica rischia di essere spazzata via dalla resa dei conti presentata dalla crisi finanziaria (generata da decenni di comportamenti irresponsabili ed immorali nell’amministrazione della cosa pubblica, di cui la vicenda dell’eolico selvaggio è solo un esempio, sebbene particolarmente odioso) e dalla conseguente crisi economica, tanti politici concedano ai loro avversari l’opportunità di coglierli con le mani nel sacco e quindi di eliminarli per sempre dalla scena con un fin troppo facile pretesto. Essi, con ogni evidenza, confidano esclusivamente nella buona stampa di cui oggi godono le “rinnovabili” in Italia, ma che tuttavia non le pone affatto al di sopra della legge. Ma, si sa, Deus amentat quos perdere vult. Non per niente, nel caso delle rinnovabili elettriche in Italia, le parole “follia” e “pazzia” sono sempre più ricorrenti nelle analisi degli operatori economici…

Alberto Cuppini per la Rete della Resistenza sui Crinali

https://reteresistenzacrinali.wordpress.com/

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Una risposta a Il problema eolico su tutto l’Appennino

  1. giu sca 50 ha detto:

    completa condivisione, ho appena scritto ad un giornale, nelle mie capacità e conoscenze più omeno le stesse cose, speriamo bene. Adelante y con juicio Sancho

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