Nuova ribalta per il mostro eolico di Poggio Tre Vescovi

Ricompare improvvisamente a Roma, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il progetto di uno degli impianti eolici onshore più grandi d’Europa, capace di modificare, oltre al delicato ecosistema di crinale, la percezione del paesaggio dell’intero Montefeltro. Un atto di dileggio proprio in occasione delle celebrazioni del sesto centenario della nascita di Piero della Francesca. Il faraonico progetto è stato presentato dalla Geo Italia, una minuscola società a responsabilità limitata del tutto priva degli enormi requisiti patrimoniali richiesti dalla legge come garanzia per partecipare alle eventuali aste competitive per aggiudicarsi gli incentivi pubblici e che addirittura risulta dal 2013 in… liquidazione volontaria!

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Ce lo aspettavamo. Il grande impianto eolico di Poggio Tre Vescovi, progettato per essere installato sul crinale appenninico tra Romagna e Toscana, non poteva finire in un cassetto dopo la favorevole sentenza del TAR del Lazio. Dopo alcune settimane di indagine per capire che cosa stava succedendo a Roma e di estenuanti richieste di accesso agli atti, cominciamo ad intuire qualcosa.
La vicenda cominciò nel 2010, con la domanda di verifica presentata dalla ditta proponente, la Geo Italia srl, alle due Regioni interessate, Toscana ed Emilia-Romagna. Il progetto era imponente. Prevedeva 36 aerogeneratori, ciascuno da 3,5 MW per una potenza complessiva pari a 126 MW, con torre di altezza al mozzo di m 145 e diametro del rotore di m 110. Allora sarebbe stato il più grande impianto onshore d’Italia, il secondo in Europa. Le 36 torri avrebbero occupato una fascia di quasi 5 km in una zona montana di grande valore ambientale e paesaggistico, ad alta vocazione turistica: 19 in Toscana, in Comune di Badia Tedalda, Provincia di Arezzo; le altre 17 in Romagna, tra il Comune di Casteldelci (13) allora appena passato alla Provincia di Rimini, e il Comune di Verghereto (4), in Provincia di Forlì-Cesena. Un elettrodotto avrebbe collegato l’impianto via Badia Tedalda fino a Sansepolcro (l’antica Borgo, la città di Piero della Francesca) in Val Tiberina.
Complessi furono i passaggi dell’iter burocratico, dato anche l’alto numero di istituzioni coinvolte, le quali durante la Conferenza dei Servizi dell’ottobre 2011 rimasero su posizioni discordanti. Da un lato si schierarono le due Regioni, il Ministero per i Beni Culturali e la Provincia di Arezzo, ribadendo il loro parere negativo sul progetto. Dall’altro lato i tre Comuni direttamente interessati, che sin dall’inizio avevano invece manifestato posizioni favorevoli. La situazione di stallo, come prevedeva la legge, a quel punto richiedeva la mediazione del Consiglio dei Ministri.

Nel gennaio 2012 la Presidenza del Consiglio dei Ministri confermava la bocciatura del progetto, riprendendo le ragioni delle amministrazioni contrarie: rilevanti gli impatti sul paesaggio, sulla vegetazione e la fauna, sull’assetto idrogeologico dei terreni interessati, sia durante la fase di cantiere che a fine lavori, carente la sostenibilità ambientale ed economica, insufficienti le misure di mitigazione e compensazione.
La Geo Italia fece immediato ricorso al TAR del Lazio, denunciando un vizio di forma: il Consiglio dei Ministri invece di favorire una mediazione tra le parti – sua unica prerogativa – aveva espresso un parere sul progetto, sostituendosi alle parti stesse. Nel febbraio 2015, e siamo ormai a ieri, il TAR ha accolto il ricorso della Geo Italia, che prontamente ha rimesso in gioco il suo progetto.
L’iter a questo punto non è ripartito da zero, ma dalla situazione di stallo raggiunta a fine 2011. Il Consiglio dei Ministri, obbligato dalla sentenza del TAR, nel novembre 2015 ha convocato tutte le istituzioni e parti interessate – Regioni, Province, Comuni, Autorità di bacino, Comunità montane, ARPA, AUSL, Soprintendenze, ENEL, TERNA… – per aprire un’istruttoria di VIA interregionale, chiedendo alla Geo Italia di riformulare il progetto.
La Geo Italia, nella successiva riunione del 18 dicembre, ha presentato modifiche e proposte di variazioni del tutto risibili: riduzione della movimentazione terre, riduzione del numero di aerogeneratori (da 36 a 34, oppure 31), riduzione dell’altezza al mozzo (da m 145 a 124, oppure 99). La Regione Toscana ha chiesto tempo per nuove valutazioni, avendo nel frattempo adottato un nuovo piano paesaggistico (PAER/PIT). Hanno chiesto tempo e nuova documentazione anche la Regione Emilia-Romagna e il MIBACT- Direzione Generale del Paesaggio.
Tra l’altro, dal dicembre 2013 (!) la Geo Italia risulta in liquidazione volontaria. Non a caso, nel 2012 era stato modificato, riducendolo e contingentandolo, tutto il sistema incentivante gli impianti eolici, con l’introduzione del sistema basato sulle aste competitive per gli impianti di potenza superiore a 5 MW. E’ perciò comprensibile il nostro sconcerto. Ma nel frattempo le Soprintendenze sono state depotenziate e gli equilibri del 2011 non sono più gli stessi. L’unica costante del faraonico progetto “a geometria variabile” è la promessa di altrettanto faraonici, inalterati e munifici “Compensi ambientali” (sulla cui dubbia legittimità sarà interessante discettare) destinati alle casse dei tre suddetti Comuni, che devono esprimere il proprio parere in sede di VIA.
Anche i sindaci dei tre Comuni interessati all’installazione delle torri sono cambiati, ma non sembra che rispetto ai loro predecessori abbiamo cambiato linea. All’ultima riunione a Roma quello di Casteldelci era assente, ma dalle sue dichiarazioni alla stampa non sembra sfavorevole. Era invece presente il sindaco di Verghereto. Non ha espresso dichiarazioni, ma dal programma con cui ha recentemente vinto le elezioni non si direbbe ostile all’eolico. Presente anche il sindaco di Badia Tedalda, che ha invocato la necessità di un patto d’onore (sic!) tra le amministrazioni coinvolte per mantenere un accordo sul progetto fino all’autorizzazione finale.

Se l’impianto verrà un giorno realizzato, la località che risulterà maggiormente penalizzata sarà le Balze di Verghereto, principale stazione di villeggiatura. Durante i mesi della fase di cantiere i villeggianti potranno godere di nuovi spettacoli pirotecnici, in particolare sul tracciato dell’Alta Via dei Parchi, di recente attrezzata con la nuova segnaletica (e con un grosso impegno finanziario) dalla regione Emilia-Romagna. A conclusione dei lavori lo scenario dell’ampio orizzonte a meridione e la vista sui verdi declivi di Poggio Tre Vescovi sarà allietata dal girellare di una trentina di eliche, visibili peraltro anche dalla riviera riminese. Il tonfo del mercato immobiliare si riverbererà di valle in valle.
Dalle Balze si spera arrivi qualche voce dissenziente. Noi intanto, grazie anche al coordinamento della Rete della Resistenza sui Crinali e al fondamentale contributo di Italia Nostra e WWF, ci stiamo attivando per diffondere l’allarme tra i residenti e per dare voce, anche attraverso i media, a coloro che si oppongono a questa iniziativa, che ogni volta ci convince sempre di meno.

Comitato Salviamo Poggio Tre Vescovi – Verghereto (FC)

Per informazioni: Fumaiololibero@Tiscali.it

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Reiterazione del progetto di Poggio Tre Vescovi nell’omertà delle Pubbliche Amministrazioni

I passaggi dell’iter che avrebbero condotto (il condizionale è d’obbligo!) al nuovo processo di Valutazione di Impatto Ambientale hanno avuto la stessa pubblicità di una riunione della Carboneria.

Questa volta abbiamo toccato il fondo. Appare incredibile: una Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) come l’araba fenice. Che ci sia ciascun lo dice dove sia nessun lo sa.
Voci sempre più insistenti si stanno susseguendo circa la reiterazione della proposta di un grande impianto eolico al Poggio Tre Vescovi, dove convergono i confini delle province di Arezzo, Rimini e Forlì-Cesena.
Ancora ricordiamo la bocciatura di un precedente progetto di impianto
(colossale – 36 turbine alte ciascuna 175 metri, che allora sarebbe stato il più grande d’Italia ed il secondo in Europa – ipotizzato alcuni anni fa nello stesso luogo e di cui si era occupato anche il compianto Mario Pirani sulle pagine di Repubblica)

a seguito di una procedura di Valutazione di Impatto Ambientale che era giunta fino al Consiglio dei Ministri, dopo un passaggio, controverso e non risolutivo, a livello regionale.

Ricordiamo per inciso che, proprio allora, alcuni suoi fautori erano balzati agli “onori” delle cronache.

Ma, da una notizia online che sembra come sfuggita per errore a qualche malaccorto, pare che l’ossessione a tappezzare i nostri crinali di inutili turbine di risibile produttività non si fermi davanti a nulla. Pare infatti (i “pare” abbondano in questa storiaccia da Carbonari) che sia in corso di svolgimento una procedura di Valutazione di Impatto Ambientale, stavolta direttamente presso la Presidenza del Consiglio. Colpisce che le comunità locali, almeno quelle che fanno riferimento più o meno diretto alla RRC – così come pure le direzioni regionali di associazioni che a suo tempo si erano battute contro l’impianto, come Italia Nostra e WWF – non avessero notizia alcuna di questo nuovo progetto, che appare come nascosto dietro un muro di silenzio che lascia perplessi. Non risultano notifiche, incontri pubblici, pubblicazioni di documentazione né di altro. Eppure, se il progetto è stato giudicato degno di una VIA governativa, non dovrebbe essere paragonabile all’impermeabilizzazione del coperto di un ricovero di legna da ardere…
Nessun pubblico amministratore coinvolto ammette esplicitamente alcunché.
Ma lascia ancora più perplessi il venire a sapere che qualche funzionario pubblico locale, con la motivazione che l’autorità titolare della VIA non era quella da cui lui dipendeva, abbia negato a un cittadino l’accesso (gratis, un semplice click!) a qualche informazione in più. Non è quindi dato sapere la potenza dell’impianto, il numero di turbine previste (che sembrano molte di più di quattro o cinque in tutto, ma anche su questo le voci sono discordi) e neppure perché la procedura di VIA sia tenuta direttamente dal Ministero.
Non sappiamo se definire questa vicenda più scandalosa, grottesca oppure paradossale.
Ci piacerebbe però che quel funzionario leggesse la L. 349/1986, che istituì il Ministero dell’Ambiente, legge che, al comma 3 dell’art. 14, già quasi trent’anni fa stabilì il diritto del cittadino qualsiasi ad accedere alle informazioni (non solo alle documentazioni) di rilevanza ambientale. E che magari leggesse anche il testo del D. Lgs. 195/2005, che 10 anni or sono ha dettagliato e ribadito tale diritto, ben oltre il semplice “accesso alla documentazione” sancito dalla stranota legge 241 del 1990.
Cerchiamo di venire incontro allo strabismo di tale funzionario, e di tutti quelli che si comportano come lui, suggerendo loro di leggersi almeno, su questo stesso sito web, la pagina “Risorse” che riguarda l’ “Accesso alle Informazioni Ambientali“: scopriranno un mondo di trasparenza che forse era loro ignoto.
E presto aggiungeremo, proprio a maggior gloria della trasparenza, una noticina sull’art. 14 – comma 3 – della Legge 349/1986. Come allenamento, possiamo suggerire, nel frattempo, di accedervi allenandosi a usare la pagina (sempre nelle “Risorse”) che riguarda l’ “Accesso ai Testi di Legge“.

Non fa male, almeno non fa male quanto l’ignoranza.

Franco Svizzero

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Parigi: dopo la COP21 avveniristiche prospettive per l’eolico

(Il vaut mieux en rire)
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Una tsunami di pragmatismo ha mutato il clima del Consiglio Energia della UE

Giovedì 26 novembre a Bruxelles, durante il dibattito sui Piani nazionali per il conseguimento degli obiettivi europei nella lotta al cambiamento climatico per il periodo 2021-2030, il Consiglio Energia ha ridimensionato il ruolo della Commissione nell’elaborazione dei Piani, ha enfatizzato il principio della flessibilità in base alle specificità nazionali nella scelta delle politiche più efficaci dal punto di vista dei costi in relazione agli obiettivi, ha rinviato la presentazione dei Piani al 2019 e, per quanto riguarda le rinnovabili, ha previsto eventuali azioni correttive solo a metà del prossimo decennio.

Forse è dipeso dal desiderio di prevenire i tempi e non finire travolti dalle conseguenze delle ondate retoriche di ecologismo facilone e terzomondista che si annunciavano in arrivo dalla conferenza sul clima di Parigi (COP 21) della settimana successiva e che si stanno puntualmente concretizzando proprio in questi giorni.

Forse è dipeso dall’interpretazione simbolica delle stragi parigine del 13 novembre, secondo cui esse avrebbero segnato la fine, proprio là dove era cominciata nel Maggio 68, dell’era dell’immaginazione al potere (solo l’immaginazione al potere ha permesso di credere che un moderno, sofisticatissimo sistema industriale avrebbe potuto continuare ad essere competitivo se alimentato dall’energia elettrica erratica fornita da migliaia e migliaia di mulini a vento giganti). La ricreazione (per usare il termine sprezzante rivolto dal Generale De Gaulle agli studenti barricaderi del Quartiere Latino) sarebbe dunque finita davvero, seppure con un paio di generazioni di ritardo: due generazioni di classi dirigenti dell’Occidente perdute nei fumi delle scalmane ideologiche, risoltesi, dopo il crollo del sistema – allora proposto come alternativo – del socialismo reale, nei deliri del buonismo politicamente corretto che ha portato il mondo sull’orlo non di uno, ma di numerosi baratri.

Forse, molto più semplicemente, qualcuno, al potere in alcuni Paesi dell’Unione, ha fatto i conti sulla fallimentare lotta preventiva ai cambiamenti climatici fin qui condotta e si è trovato d’accordo con le posizioni di fondo, fortemente critiche sugli “impegni roboanti ma per niente rispettati dai potenti della terra” i cui “costi associati sono stratosferici e mancano totalmente indicazioni su quando, come e dove le risorse saranno reperite”, espresse (tra gli altri) da Fabio Pistella (già Presidente del CNR) e da Leonello Serva, ed efficacemente sintetizzate nell’articolo pubblicato dall’Astrolabio dell’ 11 novembre sotto il titolo “Il mare dei cambiamenti climatici e il secchiello europeo“:

Particolarmente difficile comprendere la posizione dell’UE, che con un programma lacrime e sangue vuole dare il suo “decisivo” contributo: scendere dagli attuali 3,4 miliardi (di tonnellate di emissioni di CO2 in atmosfera. Ndr) a 2,4. Un suicidio economico – se va bene, una drammatica automutilazione – per un contributo di 1 Gton a fronte di un mismatch di 10 Gtons“. Continua a leggere

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La speculazione territoriale più estesa dopo quella edilizia degli anni ’60

Il foggiano Enzo Cripezzi, responsabile LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli) per Basilicata e Puglia, ha il discutibile privilegio di vivere sull’epicentro del terremoto delle rinnovabili elettriche italiane, che hanno rapidamente sfigurato la sua terra. Cripezzi in questi anni è stato il riferimento per tutto quello che riguarda l’eolico per il Meridione e quindi, generalizzando un po’, per l’Italia intera, visto che gli impianti eolici sono diffusi soprattutto dal Molise in giù, isole comprese, con forti concentrazioni in alcune zone di Sicilia, Sardegna, Puglia, Basilicata e Campania, in particolare in Irpinia. Proprio per questo lo ha intervistato Virginiano Spiniello de “Il Ciriaco“, un web magazine di notizie di Avellino e provincia, incuriosito perchè per anni si era sentito raccontare che l’unica alternativa al petrolio era l’energia green e quindi l’eolico selvaggio andava tollerato come il male minore. Ora però, quando in Irpinia il danno dell’eolico selvaggio è già stato fatto e si rischia di aggravarlo ulteriormente, fioccano permessi petroliferi offshore e onshore, grazie al Decreto Sblocca Italia, di cui ben quattro proprio tra Irpinia e Sannio. La Rete della Resistenza sui Crinali propone, a seguire, la parte di interesse nazionale di quell’articolo-intervista, la cui analitica lucidità è un monito anche per le altre regioni italiane (finora) risparmiate dall’eolico ubiquo e onnipotente.  

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Com’è adesso, com’era prima

L’eolico selvaggio nasce grazie a un peccato originale: la programmazione di incentivi spropositati prima ancora di qualsivoglia informazione, confronto, regole o pianificazione. Tutto ciò è stato impedito e ostacolato nel tempo grazie all’auto-alimentazione della lobby eolica, che ha “reinvestito” quote degli enormi profitti derivati dagli incentivi in azioni di condizionamento delle istituzioni, trasformando quella che era una opzione di energia pulita – ma con tutti i limiti di produzione e di sostenibilità da valutare – in una colossale speculazione territoriale, la più estesa dopo quella edilizia degli anni ’60. Inoltre, di fronte alla mancanza di regole, si è proceduto all’emanazione di norme quadro nazionali strumentalmente tardive – solo nel 2010 – e per di più con ulteriori, ampi margini di deregolamentazione del settore, arrivando a consolidare l’attribuzione di “pubblica utilità” per i progetti autorizzati a dei privati, con la possibilità di contemplare procedure di esproprio tipiche, appunto, delle opere pubbliche. Paradossalmente ciò ha comportato il condizionamento al contrario delle regole urbanistiche: ad esempio, l’aborto di vincoli e pianificazione o perfino di aree protette, i parchi veri, per fare posto ai parchi finti, quelli eolici, disseminati nel Mezzogiorno.

Anche i Piani paesaggistici sono rimasti in ostaggio e malgrado i danni già prodotti su vasta scala, la lobby continua a invocare altri sussidi che si tradurrebbero in un nuovo disastro con altre centinaia e centinaia di macchine eoliche.

Un processo ingovernato e riferito a null’altro che non alla libera iniziativa di “prenditori” che per quasi un quindicennio hanno presentato progetti a raffica ingolfando gli uffici competenti, del tutto inadeguati e incapaci, e con la perenne minaccia del ricorso al TAR in caso di rigetto. Come se non bastasse hanno poi inventato il mini eolico – che in realtà tanto “mini” non è – con la possibilità di realizzare macchine eoliche singole di qualche centinaio di KW e fino a 1 MW (macchine prossime ai 100 metri di altezza complessiva) con semplice Dichiarazione di Inizio Attività (oggi PAS, Procedura Abilitativa Semplificata). Questa è un’ulteriore sciagura, con lo strumentale spacchettamento di potenze sottratte alla pur blanda verifica ambientale precedente e alle convenzioni con i Comuni. In sostanza, invece di realizzare 2 macchine da 2,5 MW, con qualche prestanome ne realizzi 5 da 1 MW o 10 da 0,5 MW.

La prima vittima della frenesia eolica nelle regioni meridionali è stata la trasparenza dei procedimenti, con tutto quello che ne consegue per la valutazione di progetti lucrosissimi e privi di rischio di impresa che valgono milioni di euro all’anno. In tutto il Mezzogiorno e nelle isole sono nate improvvisamente come funghi centinaia di srl, spesso con sedi legali estere, per mimetizzarsi con opacità negli intrecci societari. Perfino le mafie hanno avuto partita facile nel business eolico privo di regole, in contesti territoriali dove per altri lavori irrisori si applicano formule di controllo ben più rigide. Le conseguenze sono quelle che la LIPU e altre associazioni o comitati sensibili alle sorti del territorio denunciano da anni. Ecosistemi agricoli e pastorali umiliati e trasformati in piantagioni di acciaio con la frammentazione del territorio a cui hanno contribuito anche le cosiddette opere accessorie: elettrodotti, piste, stazioni elettriche e relativo degrado territoriale. Mega elettrodotti, come il Bisaccia-Deliceto, sono stati proposti o realizzati nel tentativo di compensare una produzione elettrica imprevedibile, e quindi di scarsa qualità, allocata in aree prima ben conservate, con una magliatura elettrica quasi inesistente e per giunta distante dai centri di domanda energetica. Continua a leggere

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Energia pulita o tutela del paesaggio

Il programma Tagadà di “La 7” di lunedì 2 novembre ha proposto tre interessanti servizi sull’eolico, riuniti sotto il titolo “Energia pulita o tutela del paesaggio”: “Pale eoliche dietro al Duomo di Orvieto”, “Tutti i numeri dell’energia rinnovabile” e “Puglia, l’Appennino devastato da eliche giganti”. Tiziana Panella (conduttrice del programma): “Onorevole Realacci, tutte quelle margherite giganti hanno esagerato in Puglia?” Ermete Realacci (Presidente onorario di Legambiente e Presidente della Commissione Ambiente della Camera): “No!”

 

Riproponiamo, a chi fosse sfuggita in diretta, l’inchiesta “Energia pulita o tutela del paesaggio”, trasmessa lunedì due novembre dell’emittente “La 7” (che ringraziamo per il lavoro svolto sul campo, in un settore come quello dell’eolico, in cui le altre televisioni nazionali non amano ficcare il naso) durante il programma pomeridiano di approfondimento giornalistico “Tagadà”.

L’inchiesta è stata realizzata attraverso un dibattito in studio (in verità un tantino squilibrato, con ospiti un po’ troppo di parte e/o poco informati sulle reali dimensioni – in tutti i sensi – del danno paesaggistico arrecato dalle pale) e da tre servizi sull’eolico:

1) “Pale eoliche dietro al Duomo di Orvieto”.

Sul monte Peglia, alle spalle di Orvieto, si vorrebbe costruire un impianto eolico-industriale gigantesco, in spregio ad ogni senso comune. Ad esso si oppone, tra le tante associazioni, un combattivo comitato di cui fa parte anche Monica Tommasi, orvietana e Presidente nazionale di Amici della Terra, che ha assunto l’iniziativa di realizzare l’impressionante rendering fotografico.

2) “Tutti i numeri dell’energia rinnovabile”.

Gli Amici della Terra, da sempre ostili alle enormi speculazioni delle rinnovabili elettriche e dell’eolico in particolare, hanno anche fornito buona parte del materiale per questo interessante servizio, che però dovrebbe essere ulteriormente approfondito in futuro: le cifre in ballo sono impressionanti e gli argomenti da denunciare ad una opinione pubblica narcotizzata dal mantra dell’ “energia pulita” non mancano certo, come i più assidui frequentatori del sito web della Rete della Resistenza sui Crinali sanno bene.

3) “Puglia, l’Appennino devastato da eliche giganti”.

Se Orvieto è minacciata, la Daunia è già stata scempiata senza misericordia. “Tagadà” si è recato nel Comune di Alberona (in provincia di Foggia), i cui cittadini rischiano addirittura di finire cornuti e mazziati. Infatti, a severo monito dei suoi omologhi di tutta Italia, così afferma il Sindaco del paese: “Qualche società sta iniziando a non pagare le royalty, perchè qualche sentenza di qualche TAR italiano dice che è anti costituzionale (sic!) applicare le royalty a queste società”. “Onorevole Realacci”, domanda maliziosa la conduttrice Tiziana Panella ad uno dei suoi ospiti in studio, “tutte quelle margherite giganti hanno esagerato in Puglia?” Ed Ermete Realacci (Presidente onorario di Legambiente e – ahinoi – Presidente della Commissione Ambiente della Camera dei Deputati): “No!”, dichiara senza esitazione alcuna.

Oltre tutto il Presidente Realacci, incarnazione del dogma delle energie rinnovabili elettriche (e soprattutto dell’eolico) “senza se e senza ma”, non appare, in verità, apprezzare molto le Puglie. E perciò, per sua somma sfortuna, ignora pure che Alberona, di cui dileggia il paesaggio, fa parte (ma fino a quando, ancora?) del circuito “I borghi più belli d’Italia”.

Buona visione del programma, dunque, e ancora grazie a “La 7” ed a Tiziana Panella, se non altro per il coraggio dimostrato nella denuncia di qualche altarino tabù, spesso a costo di rischiare l’impopolarità.

Alberto Cuppini

 

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La tutela del paesaggio è principio fondamentale della nostra Costituzione e non si può subordinarla a interessi di altra natura, ancorchè “pubblici” o “primari”

La sentenza del Consiglio di Stato, che ferma la realizzazione di un elettrodotto Terna ad altissima tensione nell’area golenale del fiume Torre (UD), ribalta precedenti sentenze del TAR ribadendo la priorità del principio costituzionale espresso nell’articolo 9: “La Repubblica tutela il paesaggio della Nazione”.

 I nuovi elettrodotti da 380 mila volt, alti 85 metri e necessari per gestire i flussi di energia elettrica intermittente da FER, sono uno dei (tanti) frutti avvelenati che l’eolico industriale porta con sè, anche se nessuno – in Italia – lo fa mai rilevare. In Germania, invece, sappiamo quanto sia violenta la resistenza popolare agli elettrodotti giganti che devono portare l’energia elettrica prodotta dalle pale eoliche nel ventoso nord del Paese alle industrie al sud. Ma forse anche in Italia qualcosa sta cambiando.

Appendiamo da Salviamo il Paesaggio  la notizia di una recente sentenza del Consiglio di Stato che ferma la realizzazione di un elettrodotto Terna ad altissima tensione nell’area golenale del fiume Torre (UD), ribaltando le precedenti sentenze del TAR, diffusa da Il Fatto Quotidiano ed approfondita da Donato Cancellara per la Organizzazione lucana ambientalista, che ha pubblicato anche la sentenza.

In due parole, essa afferma che il Ministero dei Beni Culturali e Ambientali non deve e non può abdicare alla propria funzione di tutela del paesaggio (e dei contenuti del “Codice del Paesaggio”, che è il suo testo normativo guida) solo in funzione di valutazioni tecnico-progettuali che esulano dalle sue competenze. Risulta viziata la valutazione complessiva di una Conferenza dei Servizi (CdS) in cui il Ministero, o le Sovrintendenze che ne dipendono, dichiarano ammissibile un sacrificio paesaggistico solo in virtù di esigenze di ordine diverso (costruttive o produttive, per intenderci). E’ il Responsabile del Procedimento di quella CdS che deve contemperare i punti di vista le istanze espresse dalle varie autorità titolate a partecipare alla CdS stessa, valutando il peso di ciascuno di quei punti di vista e di quelle istanze.

La sentenza merita di essere letta tutta con attenzione anche dai non esperti in diritto amministrativo ambientale perchè afferma una serie di principi importanti in materia di tutela del paesaggio che potranno tornare utili in futuro anche per contrastare nuovi impianti eolici.

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A Roma si persevera con una politica schizofrenica a favore delle rinnovabili elettriche non programmabili

Nel 2014 produzione da rinnovabili in preoccupante calo sia nel settore termico che nel settore trasporti. Contro ogni evidenza, il Governo continua invece a riversare risorse pubbliche nel settore elettrico che, grazie all’idroelettrico non incentivato, ha permesso di raggiungere con sei anni di anticipo gli obiettivi energetici per il 2020. Nuovo decreto per finanziare altre aste a favore dell’eolico industriale. Quest’anno produzione idroelettrica – per scelta deliberata volta a favorire l’eolico – verso il minimo storico di produzione. Risultato: nel 2015 costi in aumento e produzione totale da FER prevista per la prima volta in calo.

 Estate stagione dei densi climi, dei grandi mattini e dei bilanci energetici dell’anno precedente per le energie rinnovabili.

In agosto è stata infatti pubblicata dal Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) “La situazione energetica nazionale nel 2014” ed in settembre il Gestore dei Servizi Energetici spa (GSE), che dal MISE dipende e che secondo la classifica di Mediobanca è la quarta azienda italiana per fatturato proprio grazie all’erogazione degli incentivi alle rinnovabili elettriche, ha pubblicato il “Rapporto attività 2014“.

Bilanci a luci ed ombre, ma che conducono a conclusioni inequivoche e, come inevitabile conseguenza, alla revisione della politica in materia di rinnovabili – sbilanciata verso le fonti non programmabili nel settore elettrico – fin qui perseguita da tutti i Governi della Repubblica succedutisi in questi ultimi anni. Ma forse sarebbe stato preferibile usare, in questa materia dove anche la logica applicata dai decisori politici appare spesso “rinnovabile” e “non programmabile”, il più prudente condizionale “condurrebbero”…

Alcune crepe logiche sono cominciate ad apparire già nella presentazione alla stampa dello studio MISE, che è stata riportata nell’articolo di Jacopo Giliberto sul “Sole” con l’impreciso titolo “Dalle rinnovabili quasi il 50% dell’energia prodotta in Italia” (in realtà il 50% viene – purtroppo – avvicinato solo per l’energia elettrica). L’articolo riprende l’enfasi posta in quella circostanza dal Sottosegretario del MISE Simona Vicari sull’imposizione fiscale (“L’Italia ha costi energetici troppo alti soprattutto per colpa della tassazione superba“), dimenticando di aggiungere che a tale tassazione già “superba” si dovrebbero aggiungere almeno altri dodici miliardi di incentivi alle rinnovabili elettriche che sono (nella sostanza anche se non nella forma) ulteriori tasse a carico degli italiani: tasse particolarmente odiose perchè celate nelle bollette elettriche e che quindi non compaiono nè nei bilanci pubblici e neppure nei dati della contabilità nazionale.

Cominciamo a leggere nel documento del MISE – dove i dati sono ancora (incredibile!) provvisori – alcuni passaggi ed alcuni numeri a cui non è stata attribuita particolare importanza ma che pure ci interessano moltissimo. Riportiamo da pag.15:

Il contributo fornito dalle fonti rinnovabili nel settore Termico è un fenomeno che è stato approfondito dal punto di vista statistico solo negli anni più recenti, grazie principalmente alle attività di rilevazione sviluppate dal GSE ai fini del monitoraggio degli obiettivi europei sugli impieghi di FER.” In una noterella si aggiunge che “ad esempio l’Indagine Istat 2013 sui consumi energetici delle famiglie italiane ha consentito di contabilizzare consumi di biomassa nel comparto residenziale in precedenza non puntualmente rilevati.”

Se controlliamo nella tabella a pag.145 del documento pubblicato dal GSE pochi giorni fa, scopriamo che tali consumi prima non contabilizzati hanno permesso di aumentare, nel 2012, di quasi il 50% (!) i consumi derivanti da FER nel settore termico registrati nel 2011. Un aumento colossale, che testimonia, oltre alla sciatteria statistica che ha pregiudicato una corretta programmazione, la potenzialità delle FER (e dell’efficienza energetica e del risparmio) in questo settore trascurato ma di enormi dimensioni, in cui si dovrebbero concentrare gli sforzi (e gli stanziamenti pubblici) maggiori per ridurre l’impiego di combustibili fossili.

A pag. 16 apprendiamo che nel settore trasporti il contributo delle FER ai consumi è davvero esiguo e tendenzialmente in diminuzione addirittura del 15% (!) rispetto al già deludente 2013.

Nella stessa pagina si conferma inoltre che nel 2013 l’incidenza delle FER sui consumi finali complessivi di energia era stata del 16,7%, ad un soffio del valore-obiettivo del 17% vincolante per l’Italia nei confronti dell’Unione Europea per il 2020. L’aumento di 8,5 TWh nella produzione da FER elettriche (dati definitivi, a pag. 143 del documento GSE), ottenuto lo scorso anno soprattutto grazie al settore idroelettrico non incentivato, è quindi stato abbondantemente in grado, da solo, di far raggiungere già nel 2014 questo obiettivo del 17% previsto per sei anni dopo.

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Nelle Marche rimane alta la guardia delle associazioni ambientaliste contro l’eolico troppo impattante

Forum Paesaggio, Italia Nostra, Lupus in Fabula, Onda Verde, Pro Natura,
Terra Madre e WWF diffidano il Sindaco di Sassoferrato (AN) per l’impianto
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La dura lezione dell’eolico alla Cappelletta: per i piccoli comuni rischi non solo ambientali ma anche finanziari

Un approfondimento dell’articolo-denuncia di Repubblica e qualche riflessione: con l’eolico industriale in zone scarsamente ventose come quelle dell’alto Appennino, la produzione di energia elettrica cessa rapidamente al decorrere degli incentivi, lasciando le amministrazioni locali senza i tanti soldi promessi ma con innumerevoli guai da risolvere. Il caso di Varese Ligure.

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Foto m.d.g

Il recente articolo di Mauro Delgrosso su Repubblica dal titolo “I rottami del parco eolico della Cappelletta” sulle pale eoliche in stato di abbandono al passo della Cappelletta tra Varese Ligure e Albareto (riproposto da un post  del sito web della Rete della Resistenza sui Crinali) merita secondo me un breve approfondimento e qualche riflessione.

Ho svolto qualche ricerca: le installazioni eoliche di cui si occupa Delgrosso nascono nel contesto di una esperienza ormai più che decennale, quella di Varese Ligure e della val di Vara come “valle del biologico”, conosciuta e premiata anche a livello europeo. Una esperienza con luci ed ombre, come già spiegava nel 2006 un attento osservatore, Andrea Semplici, in un articolo per il mensile Altreconomia.

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Parliamo di due impianti collocati l’uno a ridosso dell’altro e realizzati in due tempi diversi. Varese 1 è entrato in esercizio il 1/1/2002 (così attestano i documenti e le cronache del tempo, non nel 1995 come sembra di capire leggendo Delgrosso) ed è costituito da due aerogeneratori Neg Micon 750/48 dalla potenza di 750 kW ciascuno. Varese 2 è entrato in esercizio il 18/9/2006 ed è costituito da due aerogeneratori Vestas V52 dalla potenza di 850 kW ciascuno. Nel novembre 2006, dopo l’avvio del secondo impianto, il sindaco di Varese Ligure ne parlava così, nell’articolo di Repubblica dell’ 11 luglio 2006 “Via col vento. Varese, eolico bis” di Costantino Malatto:

«L’impianto è realizzato e gestito dall’ Acam della Spezia. Noi lo abbiamo ospitato e fatto in modo che l’iter fosse veloce e senza intoppi. Detto questo, a livello di bolletta energetica non ci guadagniamo una lira. Ma sotto altri aspetti il ritorno è molto interessante». Vale a dire? «La convenzione con l’ Acam, che ora rinegozieremo, ci ha assicurato finora 10.000 euro l’ anno di contributo diretto, vale a dire cash, e 20.000 euro annui in servizi ambientali, tipo la pulizia dei pozzi comunali, l’analisi dell’acqua, la pulizia dei cassonetti. Sulle bollette Enel non ci guadagniamo, su quelle della spazzatura sì». Quanta energia producete al momento? «A regime sono 4 milioni di kilowatt/ora all’ anno». E con il nuovo impianto? «Raddoppieremo la produzione. Forse qualcosa di più.»

All’apparenza un’iniziativa diversa dalle solite, realizzata con una qualche maggiore (e perciò almeno teoricamente apprezzabile) attenzione al contesto ambientale e alle dimensioni dell’impianto, utilizzando ad esempio per i trasporti una strada già esistente. Il carattere speculativo ed invasivo del territorio, evidente in tanti altri progetti, sembrava meno forte, anche perchè – ed era interessante – si trattava della cooperazione tra un piccolo comune e l’Acam (la quale avrebbe poi ceduto l’impianto alla sua controllata Centrogas Energia Spa), una municipalizzata “multiservizi”, che avrebbe garantito al comune sia un canone in denaro sia la fornitura di servizi ambientali. Per la precisione, nel 2007 la rinnovata convenzione prevedeva (stando a documenti del gruppo Acam) un canone calcolato sommando una voce energia (2,5% del fatturato, fino ad un massimo di 2.000 ore equivalenti) e una voce certificati verdi (2,5% dei proventi dalla vendita dei certificati sul mercato libero, anche in questo caso fino ad un massimo di 2.000 ore equivalenti a base annua), e che comunque, indipendentemente dalla produzione effettiva dell’impianto, la società garantisse al Comune, un canone annuo minimo di Euro 3.750 per aerogeneratore.

Ma la vicenda non ha affatto avuto gli sviluppi sperati. La situazione che ha indotto Delgrosso a lanciare il suo allarme deriva da una somma di fattori che ne fanno un caso esemplare di aspetti negativi ricorrenti in tanti progetti. Da ultimo, il 29 gennaio 2015, su Levantenews, nell’articolo di Guido Ghersi “Varese Ligure: il Comune cede i crediti per pareggiare i conti“, si leggeva che

“il comune di Varese Ligure avanza un’intesa con “Acam/Ambiente” della Spezia per cedere i crediti accumulati nei tre anni trascorsi e cercare di azzerare i debiti maturati per la raccolta dei rifiuti. La presa di posizione del Comune varesino e a seguito delle mancate entrate legate alla produzione di energia eolica dall’impianto posto a 1.100 metri sul livello del mare, nella zona del Passo della Cappelletta. 4 turbine eoliche con potenza totale pari a 3,2 megawatt, installate su pali alti 46 metri che dovrebbero produrre 6,5 milioni di chilowattore nonchè diecine di migliaia di royalties al Comune.”

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L’impianto eolico della Cappelletta immagine simbolo della faciloneria ecologista sull’alto Appennino

Un articolo su Repubblica ha ravvivato il dibattito sulle speculazioni facili e sugli eco-mostri celati sotto il mantra dell’ “energia pulita”

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Parliamo del “piccolo” impianto eolico del passo della Cappelletta, tra Varese Ligure (SP) e Albareto (PR): il prototipo del “parco” eolico nell’alto Appennino, citato tante volte come esempio di buona amministrazione e di struttura non invasiva del territorio montano. Vediamo come vanno in realtà le cose:

“Le sue torri, evidentemente ormai non più produttive, appaiono abbandonate a se stesse, prive di manutenzione, nessun cartello, nessuna indicazione; le grandi pale dei generatori di sommità giacciono, come un monumento all’abbandono, completamente ferme”.

Così lo descrive Mauro Delgrosso su Repubblica Parma del 25 agosto scorso, nell’articolo “I rottami del parco eolico della Cappelletta.

Riportiamo ancora da questo articolo, che invitiamo a leggere nel dettaglio dal sito web di Repubblica per la sua lucidità di analisi:

“Nonostante questo sia il posto più ventoso, e quindi potenzialmente redditivo, della zona, della provincia: viene il dubbio, come molti dei comitati anti-eolico sostengono da anni, che sfruttati gli incentivi, guadagnato con facilità quello che si doveva guadagnare, delle energie verdi e rinnovabili non freghi realmente niente a nessuno; un semplice giro finanziario, senza nessuna garanzia di ripristino, di continuità, di sviluppo; una produzione ed un’economia drogata dai contributi pubblici, con enormi e indecenti rottami che alla fine non hanno mai padroni, come in questo caso; con i danni, evidenti a tutti, prodotti a livello paesaggistico, e ambientale, a carico del cittadino… La follia di vedere due gruppi di pale che frullano veloci il vento, e, in mezzo, altri due gruppi che fischiano perché immobili”.

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Al passo della Cappelletta, a quanto pare, sono state installate, a distanza di qualche anno l’una dall’altra, due coppie di aerogeneratori. Sempre in apparenza, la manutenzione della prima coppia di pale, una volta terminato il periodo previsto per l’incentivazione dell’energia elettrica da loro prodotta, non interessa ormai più a nessuno; e loro rimangono ferme…

Se così fosse, questa sarebbe la prova provata della tesi sempre sostenuta dai comitati della Rete della Resistenza sui Crinali, secondo cui, senza cospicui incentivi pubblici perpetui, l’eolico industriale su queste montagne non avrebbe alcuna possibilità di esistere. Continua a leggere

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IL GOVERNO CALA LE TASSE E AUMENTA LE BOLLETTE?

COMUNICATO STAMPA
comunicato_21_7_2015IL GOVERNO CALA LE TASSE E AUMENTA LE BOLLETTE?

Mentre l’Autorità per l’energia denuncia una spesa fuori controllo nel 2015 e 2016 per eolico e rinnovabili speculative, prevalgono le pressioni dei lobbysti e il MISE prepara un nuovo Decreto. Le associazioni ambientaliste: ““Cosi non si combatte la CO2 ma si aggravano gli oneri per famiglie e imprese in tempo di crisi, con gravi danni a Paesaggio e Biodiversità”.

Roma, 21 luglio 2015 – Già dal 2015 e 2016 la spesa per gli incentivi alle rinnovabili elettriche sarà fuori controllo. A causa del pesante extra costo dovuto al ritiro dei Certificati Verdi (sistema incentivante già attivo da anni), l’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas (AEEG) afferma che sta valutando “l’assunzione di apposite misure finalizzate a rendere sostenibile tale rilevante incremento degli oneri”.

L’impatto complessivo annuo della sola conversione dei Certificati Verdi lieviterà quindi a 5 mld, portando la componente A3 della bolletta a 14 miliardi nel 2016, quindi con un extracosto di circa 2 mld di euro!

Nel 2014 furono adottati Decreti “spalmaincentivi” per l’impossibilità di onorare impegni non sostenibili assunti con incentivi sproporzionati. Ora, contraddicendo se stesso, il governo prepara nuove lucrose incentivazioni pluriennali per ulteriori impianti speculativi, di scarsa efficienza e produttività, oltre che gravemente impattanti sul già martoriato territorio italiano. Proprio le società eoliche ne beneficerebbero maggiormente, malgrado le rinnovabili elettriche abbiano già superato gli obiettivi, persino quelli “inventati” per giustificare nuovi sussidi. E il miserabile apporto energetico dell’eolico non è stato certo determinante, malgrado piantagioni di migliaia e migliaia di torri eoliche !

Tredici associazioni ambientaliste – Altura, Amici della Terra, Comitato per la Bellezza, Comitato Nazionale del Paesaggio, Ente Nazionale Protezione Animali, Italia Nostra, LIPU, Mountain Wilderness, Movimento Azzurro, Pro Natura, Rete nazionale NO geotermia speculativa e inquinante, Verdi Ambiente e Società, Wilderness Italia – denunciano: “E’ una politica schizofrenica, inspiegabile, se non con la volontà di “accontentare” talune lobby rispetto a interessi collettivi, che invece ben si concilierebbero utilizzando più moderati sostegni finanziari in altri comparti non elettrici. Ad esempio efficienza energetica o rinnovabili termiche, dove gli interessi nazionali sarebbero decisamente evidenti e diffusi e con superiori risultati di decarbonizzazione.

“Il Ministero Guidi riporti la supremazia della politica sugli appetiti finanziari e ritiri questo provvedimento sperpera-denari come già chiesto dagli ambientalisti e giustificato da inoppugnabili valutazioni costi benefici”

Donovan M. Baldassarri
Amici della Terra Italia
Via Ippolito Nievo, 62
00153, Roma
www.amicidellaterra.it
Tel . +39 06 – 6875308
Tel . +39 06 – 6868289

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In Australia smette di soffiare il vento dei soldi pubblici facili che faceva girare l’eolico

In luglio i media australiani hanno riportato notizie pessime per chi sperava in sussidi pubblici senza fine per installare nuovi aerogeneratori. Clamorosamente smentita la visione diffusa in Italia, in vista della prossima conferenza di Parigi, di un unanimismo globale verso questi impianti controversi ed obsoleti.

Pubblichiamo, a mero titolo di esempio, la traduzione parziale dell’articolo comparso il 12 luglio scorso a firma Simon Kent su Breitbart News, che ringraziamo.

AbbotIl Primo Ministro australiano Tony Abbott cancella tutti i sussidi governativi agli impianti eolici.

L’Australia ha sbattuto la porta in faccia ad ogni nuovo investimento governativo in energia rinnovabile nel momento in cui il Primo Ministro Tony Abbott ha esteso la sua “guerra all’eolico”.

Così facendo, Abbott ha mandato al settore dei questuanti dell’energia rinnovabile un chiaro messaggio che non ci saranno più finanziamenti statali a buon mercato per i loro progetti.

Fairfex Media riferisce che il governo conservatore ha ordinato alla Società per il Finanziamento dell’Energia Pulita (CEFC), che gestisce 10 miliardi di dollari pagati dai contribuenti, di cessare immediatamente qualsiasi nuovo investimento in progetti eolici. Il Tesoriere Joe Hockey ed il Ministro delle finanze Mathias Cormann hanno emesso la così detta “banca verde” con una direttiva per cambiare la sua strategia di investimento.

Hockey aveva cominciato la campagna del governo Abbott contro gli impianti eolici nel 2014, quando aveva affermato in un’intervista radiofonica che trovava le colossali turbine “assolutamente offensive”. Il Primo Ministro Abbott ha rinfocolato il dibattito il mese scorso, dicendo a quello stesso intervistatore che trovava le turbine “terribili da vedere” e che voleva ridurre il più possibile il tasso di crescita di quel settore.

La decisione farà piacere ai membri anti-eolico del governo, ma gli insiders dell’industria eolica hanno riferito che la decisione è un “grave colpo”. Uno di loro ha detto che, per quanto non affonderà del tutto quell’industria, essa renderà le cose ben più difficili.

Abbott (nato nel Regno Unito: la sua famiglia si è trasferita in Australia da Londra quando lui aveva tre anni), che una volta – rimasta famosa – ha liquidato l’argomento del cambiamento climatico antropogenico come “una stronzata totale” (“absolute crap“. Ndt), non ha mai nascosto il suo disprezzo per gli impianti eolici.

In giugno ha detto in un’intervista radiofonica che una gita in un’isola al largo della capitale dell’Australia Occidentale Perth ha aumentato il suo personale disgusto per i generatori eolici. Abbott ha aggiunto che vuole “meno” impianti eolici in Australia e che desidera fortemente un’inchiesta sui loro impatti sulla salute.

“Quando sono stato vicino a questi affari, non solo sono terribili da vedere, ma fanno anche un sacco di rumore. Da vicino, sono brutti, rumorosi e possono avere tutta una serie di altri impatti. E’ giusto ed opportuno che noi facciamo un’inchiesta sugli impatti di questi aggeggi sulla salute.”
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Sfondato già nel 2015 il tetto dei 5,8 miliardi annui di incentivi alle FER non fotovoltaiche

Spesa per i certificati verdi fuori controllo per quest’anno ed il prossimo: secondo l’AEEG, extra costo in bolletta dei ritiri dei CV aggiornato a due miliardi, di cui 600/800 milioni già nel 2015. Impatto complessivo annuo dei CV di 5 miliardi, che porterà la componente A3 della bolletta a 14 miliardi nel 2016. Mentre l’Autorità valuta “l’assunzione di apposite misure finalizzate a rendere sostenibile tale rilevante incremento degli oneri”, il GSE ignora l’allarme, lasciando inalterato il contatore degli incentivi alle FER non fotovoltaiche. Il Mise si appresta così a pubblicare un decreto per concedere, nel limite di un tetto massimo alla cui attendibilità non crede ormai più nessuno, ulteriori ingiustificati incentivi all’eolico, il cui contingente – proprio per le aste del 2015 e 2016 – pare che sarà addirittura aumentato rispetto alla prima bozza di decreto resa nota lo scorso maggio.

L’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas (AEEG) già dallo scorso anno aveva messo in guardia che nel 2016 ci sarebbe stato un extra-costo di un miliardo di euro, da addebitare in bolletta, per il ritiro degli ultimi certificati verdi, che in futuro saranno sostituiti da una forma di incentivazione alle FER elettriche ad essi equivalente.

Ma ancora più preoccupante appare quanto si legge nella recente delibera AEEG 308/2015: l’onere per il 2016 sarebbe decisamente superiore al miliardo paventato (e confermato in occasione dell’aggiornamento tariffario del secondo trimestre). Leggiamo dalla delibera:

“Per quanto riguarda gli oneri derivanti dal pagamento degli incentivi a valere sul conto A3, essi sono attualmente pari a circa 13,4 miliardi di euro (dato 2014), di cui circa 12,2 miliardi di euro imputabili alle fonti rinnovabili, a cui si aggiungono gli oneri “filtrati dal mercato dell’energia” e associati ai certificati verdi oggetto di negoziazione (stimati, per l’anno 2014 in circa 700 milioni di euro)“.

 Già così i conti non tornano più, neppure per il 2014: 12,2 miliardi in A3 imputabili alle sole fonti rinnovabili più 0,7 miliardi per “oneri associati ai certificati verdi” dà una somma di 12,9 miliardi per incentivi alle rinnovabili elettriche, superiore alla somma di 12,5 miliardi dei tetti massimi (6,7 per il FV + 5,8 per il non FV) previsti dai decreti del luglio 2012 per tali incentivi. Ma non è finita qui. Leggiamo oltre:

“Per l’anno 2015 gli oneri derivanti dal pagamento degli incentivi a valere sul conto A3 dovrebbero essere in calo fino a circa 12,5 miliardi di euro sia per effetto del termine al diritto di alcuni incentivi sia per effetto delle misure introdotte dal decreto legge 91/14 (il cosiddetto “Decreto Competitività”. Ndr). Tuttavia, per l’anno 2016 si attende un consistente aumento di tali oneri per effetto del termine del meccanismo dei certificati verdi. Infatti, nel 2016, oltre ai costi derivanti dalle tariffe incentivanti che ne prenderanno il posto (stimabili in circa 3 miliardi di euro), si sosterranno i costi associati al ritiro, da parte del GSE, degli ultimi certificati invenduti. Si tratta di circa la metà di quelli emessi nel 2015 e rimasti invenduti, oltre agli altri CV eventualmente rimasti nei conti proprietà dei produttori, per un totale stimabile in circa 2 miliardi di euro. Ci si attende pertanto che, nel 2016, il costo totale derivante dalla fine del meccanismo dei certificati verdi e dalle nuove tariffe incentivanti che ne prenderanno il posto sia pari a circa 5 miliardi di euro. Tale aumento, combinato con le variazioni attese su altri strumenti incentivanti, porta a ritenere che gli oneri derivanti dal pagamento degli incentivi a valere sul conto A3 nel 2016 potranno superare abbondantemente i 14 miliardi di euro.

 Record italiano frantumato! Con buona pace delle roboanti dichiarazioni del Presidente del Consiglio Renzi in occasione del suo discorso di insediamento (quello con le famose slide) per contenere la spesa degli incentivi in bolletta… Roba da far impallidire la tela di Penelope!

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L’Appennino Tosco Emiliano proclamato riserva biosfera Unesco!

L’Appennino Tosco Emiliano proclamato riserva biosfera Unesco!Implicito riconoscimento internazionale all’azione pluriennale, dispendiosissima e misconosciuta condotta dai comitati della Rete della Resistenza sui Crinali. Questi combattivi cittadini hanno evitato gli inutili sfregi ambientali e paesaggistici che sarebbero stati provocati dagli innumerevoli impianti eolico-industriali che erano stati proposti proprio su quelle stesse montagne. A quando il doveroso riconoscimento anche da parte dei pubblici amministratori ai meriti di questi volontari?

Appennino Tosco Emiliano

Un risultato straordinario, che ci permette di entrare in circuiti di promozione turistica internazionali e di coniugare la tutela del territorio, della cultura e delle tradizioni con lo sviluppo economico. Si tratta di luoghi che grazie alle loro eccellenze possono soddisfare un turismo sempre più alla ricerca del mix tra cultura, enogastronomia, ambiente e wellness”.

Un risultato straordinario… Così si è espresso, senza mezzi termini, nella conferenza stampa di lunedì scorso a Bologna il presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini.

Bonaccini ha di che essere orgoglioso: l’Appennino Tosco Emiliano è stato infatti iscritto dal Consiglio internazionale di coordinamento dell’Unesco nelle riserve MAB (Man and the Biosphere Programme).

Leggiamo dal sito Unesco di che cosa si tratta:

Il Programma MAB (Man and the Biosphere)  è stato avviato dall’UNESCO negli anni ’70 allo scopo di migliorare il rapporto tra uomo e ambiente e ridurre la perdita di biodiversità attraverso programmi di ricerca e capacity-building. Il programma ha portato al riconoscimento, da parte dell’UNESCO, delle Riserve della Biosfera, aree marine e/o terrestri che gli Stati membri s’impegnano a gestire nell’ottica della conservazione delle risorse e dello sviluppo sostenibile, nel pieno coinvolgimento delle comunità locali. Scopo della proclamazione delle Riserve è promuovere e dimostrare una relazione equilibrata fra la comunità umana e gli ecosistemi, creare siti privilegiati per la ricerca, la formazione e l’educazione ambientale, oltre che poli di sperimentazione di politiche mirate di sviluppo e pianificazione territoriale”.

L’Appennino Tosco Emiliano, per chi non se ne fosse finora accorto da solo, è stato dunque ufficialmente riconosciuto come “sito privilegiato per la conservazione delle risorse e dello sviluppo sostenibile”.

Ed ecco la motivazione, traducendo quanto pubblicato sul sito dell’Unesco:
“La Riserva della Biosfera dell’Appennino Tosco-Emiliano (Italia) è situata nelle regioni Toscana ed Emilia-Romagna, nell’Italia Centro-settentrionale. Essa copre il crinale appenninico tosco-emiliano dal passo della Cisa al passo delle Forbici. Questa striscia di crinale segna il confine geografico e climatico tra l’Europa continentale e l’Europa mediterranea… La riserva contiene il 70% di tutte le specie presenti in Italia, incluse specie di uccelli, anfibi, rettili, mammiferi, pesci, il lupo e l’aquila reale, ma anche una grande biodiversità nelle piante, con almeno 260 specie acquatiche e terrestri. La principale attività economica è l’agricoltura, con varie tipologie a seconda del paesaggio. Recentemente si è sviluppata un’economia turistica per migliorare il legame tra turismo ed agricoltura, con, ad esempio, i ristoranti con menu “a chilometri zero” che utilizzano i prodotti locali”.
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Senato: trionfa il buon senso nella risoluzione sulla “Unione dell’Energia”

Nella risoluzione approvata la scorsa settimana dalle Commissioni congiunte Industria e Ambiente sconfitti i parlamentari iper-ambientalisti. L’Italia allineata alle conclusioni del Consiglio Europeo dello scorso marzo, per garantire ai propri cittadini energia sicura, sostenibile ed a costi accessibili. Abbandonate tutte le posizioni misticheggianti che hanno condotto in questi anni l’Italia ad una disastrosa politica energetica basata sulle rinnovabili elettriche non programmabili.

 “Nella lotta al global warming lo sforzo di un singolo Stato o gruppo di Stati ha senso solo se inserito all’interno di analogo impegno nel resto del pianeta. Oggi l’UE emette solo il 9 per cento dei gas-serra del pianeta e tale percentuale è in diminuzione ed ha un Pil PPP (Pil a parità di potere d’acquisto) e una popolazione rispettivamente pari al 17 per cento e al 7 per cento di quelli mondiali. Di conseguenza, per dare un senso compiuto alle azioni politiche interne, l’UE dovrà impiegare tutta la sua forza diplomatica affinché obiettivi analoghi o più ambiziosi vengano perseguiti anche dal resto del mondo“.

 E’ questa la premessa della risoluzione approvata in Senato lo scorso 4 giugno dalle Commissioni X e XIII, riunite sotto la presidenza di Massimo Mucchetti, sul pacchetto europeo cosiddetto “Unione dell’Energia”, una risoluzione redatta al termine di un intenso ciclo di audizioni iniziato due mesi fa.

Appare dunque per sempre finito lo slancio eroico, molto spesso spinto ben oltre i limiti dell’autolesionismo e del senso comune, che ha accompagnato l’ultimo quindicennio della politica energetica europea, ed italiana in particolare, e che ha portato, insieme, sprechi, inefficienze e – soprattutto – l’aumento del 50% delle emissioni globali clima-alteranti rispetto al momento della firma dei protocolli di Kyoto. Una implicita conferma che questi protocolli, a cui solo l’Europa si è attenuta, si sono rivelati, nei fatti ed al di là delle buone intenzioni, un autentico disastro.

Il pacchetto europeo “Unione dell’Energia” interviene infatti per porvi (parziale) rimedio, con una serie di iniziative condivise dai partner continentali e di affermazioni di principio portatrici di forte discontinuità rispetto al recente passato. E proprio in Italia, una volta tanto, la risoluzione su questo tema delle Commissioni senatoriali appare particolarmente bene ispirata, non guardando in faccia alle onnipotenti lobby del settore ed alle attivissime minoranze degli ultras presenti in tutte le formazioni politiche, ed in particolare agli “Ecodem” del partito di maggioranza.

Riportiamo di seguito, con un brevissimo commento finale, alcuni rilievi espressi dalle Commissioni congiunte proprio sul tema finora più dolente: quello delle rinnovabili elettriche (i grassetti sono nostri).

“L’impegno unilaterale della UE a ridurre le emissioni del 40 per cento rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030 deve essere promosso come punto di riferimento per le altre macroregioni del mondo. Tale impegno va tuttavia considerato in relazione alle scelte che le altre macroregioni del mondo sono disposte a prendere nella stessa materia.

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Ancora incentivi alle megapale eoliche? Errare è umano, perseverare è diabolico

assocazioni

Lettera al Governo delle associazioni ambientaliste Italia Nostra, LIPU, Amici della Terra, Mountain Wilderness, Altura, Comitato per la Bellezza, Comitato Nazionale del Paesaggio, Movimento Azzurro, Associazione Italiana per la Wilderness Italia, Verdi Ambiente e Società (VAS), Asso Tuscania, Pro Natura, ENPA, contro il nuovo decreto. Perché destinare nuovi incentivi alle fonti rinnovabili elettriche (in particolare all’eolico industriale) se abbiamo raggiunto gli obiettivi europei con 7 anni di anticipo? Perché continuare a farlo se lo stesso Governo riconosce che l’eccesso di incentivazione solo a queste fonti è stato un errore? Perché con un decreto si “spalmano gli incentivi” già elargiti al fine di alleggerire le bollette e con un altro se ne elargiscono di nuovi aggravando le stesse bollette in tempi di crisi?

Roma, 27 maggio 2015 – In una lettera al Presidente del Consiglio Renzi e ai Ministri Guidi, Padoan, Franceschini, Martina e Galletti, 13 associazioni ambientaliste per la tutela del paesaggio e della biodiversità chiedono di bloccare l’emanazione dell’annunciato decreto che elargisce nuovi incentivi ai produttori di rinnovabili elettriche non
fotovoltaiche, in prevalenza impianti eolici di grandi dimensioni. Le associazioni osservano che:

– la stessa ministra Guidi ha recentemente rilevato che “già nel 2013 l’Italia aveva sostanzialmente raggiunto, con sette anni di anticipo, gli obiettivi europei di promozione delle fonti rinnovabili, perché esse coprivano il 16,7 per cento del consumo finale lordo di energia, a fronte di un obiettivo al 2020 del 17 per cento”;

– in particolare, lo scorso anno le rinnovabili elettriche avrebbero raggiunto il 38,2% del fabbisogno nazionale, superiore persino all’obiettivo massimo previsto dalla Strategia Energetica Nazionale (SEN) per il 2020;

– i costi a carico delle bollette elettriche che il nuovo decreto comporterebbe sarebbero di un ordine di grandezza analogo ai risparmi (350 milioni all’anno) realizzati dal decreto “spalma incentivi”, che questo stesso Governo ha adottato appena pochi mesi proprio per alleggerire le bollette medesime da eccessi di incentivazione alle rinnovabili elettriche;

– l’apporto elettrico (intermittente) dell’eolico nel 2013 è stato del 4,5%, pari a circa l’1,3% del fabbisogno energetico complessivo italiano. Una percentuale irrisoria a fronte dell’immane aggressione territoriale perpetrata in meno di quindici anni, con molte migliaia di gigantesche torri che mortificano i paesaggi e la loro storia e danneggiano gravemente uccelli e biodiversità;

– il Presidente dell’Autorità per l’energia e il Gas, Guido Bortoni, ha detto di recente al Senato che “la situazione degli oneri generali è una delle nostre principali preoccupazioni non solo in relazione ai livelli elevati di tali oneri, che gravano sulla competitività del sistema produttivo del nostro Paese e sul bilancio delle famiglie italiane, ma anche in relazione alla notevole complessità che si è venuta a creare per la sovrapposizione di diversi meccanismi originata da altrettanti fonti normative”.

Le associazioni chiedono quindi che NON sia adottato alcun Decreto e che, nel rispetto del buon uso delle risorse pubbliche, le eventuali residue disponibilità finanziarie siano più saggiamente impiegate, destinandole a più performanti e convenienti azioni di lotta ai gas serra nel comparto del trasporto pubblico e della mobilità sostenibile, dell’efficienza e risparmio energetico, delle rinnovabili termiche, nella manutenzione degli impianti idroelettrici a bacino già esistenti, oppure attraverso impianti solari termici e fotovoltaici, da realizzare esclusivamente su superfici già urbanizzate. In altri termini, privilegiando azioni non invasive sul piano paesaggistico e ambientale, a maggiore efficienza e con i migliori risvolti sociali ed economici per la collettività e il Paese.

ITALIA NOSTRA Ufficio Stampa
Maria Grazia Vernuccio cell.335.1282864 – mariagrazia.vernuccio@gmail.com

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Eolico da incentivare e idroelettrico trascurato: una inquietante coincidenza

Crolla nel primo quadrimestre la produzione da fonte idroelettrica, nessuno segnala l’anomalia e intanto il Governo decide di stanziare altri incentivi per l’eolico per raggiungere l’obiettivo di produzione elettrica da FER previsto dalla SEN per il 2020. Ma questo obiettivo era già stato raggiunto e superato lo scorso anno… E i soldi sono finiti.

 “In merito alla fonte idroelettrica (in particolare quella di grandi dimensioni), non posso che ribadire che si tratta certamente di una risorsa di importanza strategica per il Paese. Il tema della manutenzione, come noto, si intreccia anche con competenze di altre amministrazioni, in particolare quelle regionali. In ogni caso, concordo sulla necessità di salvaguardare al massimo la produzione di energia idroelettrica e di continuare a sostenerla. Su questo tema, così come su quello della regolamentazione del settore, garantisco il massimo impegno e la massima attenzione del Ministero”.

Così si esprimeva in Senato il 7 maggio scorso il Ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi, durante il question time dedicato alle “iniziative in materia di energia, con particolare riguardo a fonti rinnovabili”, rispondendo alla interrogazione di un Senatore che faceva propri gli argomenti sollevati da un recente articolo dell’Astrolabio sulla trascuratezza nella manutenzione delle grandi dighe, in particolare nel contrastare l’interrimento degli invasi, ed il conseguente mancato sfruttamento di tutto il loro enorme potenziale di generazione elettrica.

Ma se, in tema di produzione di energia idroelettrica, nulla siamo in grado di dire circa l’affermato impegno del MISE, dobbiamo purtroppo constatare, in base a riscontri oggettivi, che, almeno negli ultimi mesi, è mancata non solo la massima attenzione, che pure il Ministro ha garantito in aula, ma persino una elementare diligenza. Questa analoga trascuratezza verso le recenti traversie dell’idroelettrico sembra dover essere addebitata, fino a prova contraria, anche ad altri organismi istituzionali: gli altri Ministeri interessati (e in particolare il Ministero dell’Ambiente), il GSE, l’Autorità per l’energia eccetera.

Che cosa è successo?

Nei primi quattro mesi del 2015 (come risulta dal rapporto mensile di aprile della Terna sul sistema elettrico) la produzione di energia da fonte idroelettrica in Italia è crollata, rispetto agli stessi mesi dello scorso anno, del 27,6%.

Si tratta di una perdita enorme (5 TWh in meno di energia prodotta) per metà compensata con l’aumento della produzione termoelettrica ed il resto, per la maggior parte, con l’incremento delle importazioni.

Un disastro, quindi, sia per l’aumento delle emissioni di gas clima-alteranti che per la bilancia commerciale italiana, che in questo modo ha perso una parte degli enormi vantaggi derivati – anche al PIL – dal crollo dei prezzi internazionali dei combustibili fossili.

Ma che cosa ci possiamo fare, si dirà, se, come già è accaduto in passato in occasione di analoghe diminuzioni della produzione idroelettrica mensile rispetto all’anno precedente, le precipitazioni sono state scarse e gli invasi sono vuoti? Del resto anche il grafico a pagina 23 del rapporto mensile della Terna ci assicura che non si è trattato di una anomalia: il coefficiente di invaso nel mese di aprile 2015 coincide esattamente con quello dell’aprile dello scorso anno. La linea nera, che rappresenta l’andamento nel corso dell’anno del coefficiente di invaso, interseca ad aprile la linea verde, che rappresenta l’andamento dello stesso coefficiente nel 2014. Anche rispetto ai grafici degli andamenti dei massimi e dei minimi storici (le linee tratteggiate) ci troviamo attualmente in una posizione mediana.

Tutto nella norma più assoluta, dunque. L’unico responsabile del disastro appare perciò essere stato Giove Pluvio.

Purtroppo non è così.

Per provare a spiegare che cosa è accaduto chiedo ai lettori, oltre alla consueta magnanimità, anche un po’ di pazienza, trattandosi di questioni tecniche e statistiche (quanto meno) un po’ noiose.
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Appennini, quale progettualità? Invito all’incontro di sabato 16 Maggio a Sassoferrato (AN)

paesaggioDSC01645s2Il Comitato Difesa Monte Mezzano invita tutti gli interessati a partecipare all’incontro:

APPENNINI, QUALE PROGETTUALITA’?

RELATORI

Jacopo Angelini – presidente WWF Marche

Ivo Amico – presidente Federcaccia Ancona

Adriano Mei – Comitati in rete

Luigi Viventi – Assessore uscente Regione Marche

Sabato 16 Maggio ore 16:30 a Sassoferrato, Sala Avis in via Garibaldi 6
L’incontro verterà sulla progettualità e sul futuro dell’Appennino Umbro-Marchigiano.

Si parlerà degli aspetti che gravitano attorno all’ambiente appenninico: turismo, fauna e attività venatoria, paesaggio, ruralità, benessere. Grazie agli interventi dei relatori cercheremo di capirne opportunità, prospettive, correlazioni e minacce. Parleremo del valore economico del paesaggio e del diritto dei cittadini alla sua tutela. Analizzeremo anche l’opportunità lavorativa ed occupazionale che tutto ciò rappresenta e che potrebbe rappresentare laddove venga tutelato ed adeguatamente valorizzato. A tal proposito accenneremo anche ai progetti di impianti eolici che al momento interessano la nostra fascia montana e che rischiano di compromettere l’affermarsi di tutte le progettualità ad essa legate.

Data la compresenza di queste diverse progettualità tra loro in conflitto (da una parte lo sviluppo turistico, dall’altra gli impianti eolici) è indispensabile decidere l’indirizzo verso cui lo sviluppo delle nostre aree montane debba essere orientato e capire quale delle due alternative può rappresentare opportunità di lavoro e accrescere il benessere e la qualità di vita della popolazione.

Poichè i due modelli di sviluppo si escludono a vicenda, è necessario che sia i cittadini sia chi vuole investire nello sviluppo turistico ed economico del territorio sappiano quali progetti ci sono per l’area appenninica.

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Gli Appennini sono al momento protagonisti di una enorme crescita turistica spinta dalla domanda sempre crescente per gli ambienti e paesaggi montani o in qualche modo “autentici”, scenari ideali per il turismo lento, l’escursionismo, ed il turismo legato al benessere. Gli Appennini sono meta ideale infatti per gli amanti del trekking ma anche del mtb, ippoturismo, turismo legato all’ambiente, con la possibilità di affiancare all’offerta paesaggistica anche quella enogastronomica e culturale.

Questa enorme domanda ha portato alla creazione di nuove occasioni di lavoro, basta pensare a quanti b&b stanno nascendo in case prima inutilizzate o alle guide escursionistiche o ai portali di promozione turistica.

Ma non solo turismo: anche la riscoperta e l’affermazione di altre importanti attività, da quella delle comunanza agrarie, a quella venatoria, che racchiudono saperi, tradizioni e contribuiscono al presidio delle aree montane e al mantenimento dell’equilibrio biologico ed ambientale.

Attività queste che sono tra loro correlate e si inseriscono in maniera coerente ed armoniosa nella cornice rappresentata dal paesaggio appenninico.

Attorno a questo immenso patrimonio va dunque costruita una progettualità di lungo termine, per far sì che questi importanti settori possano affermarsi al meglio e rappresentare, almeno in parte, un’alternativa alla crisi manifatturiera, e che possano contribuire al miglioramento della qualità di vita che dovrebbe essere il fine ultimo di ogni modello di sviluppo.

L’area appenninica è interessata anche da altri progetti, come quelli degli impianti eolici per la produzione di energia elettrica, che mettono però a repentaglio lo sviluppo di queste progettualità in quanto vanno a compromettere il paesaggio, l’integrità e la fruibilità degli ambienti montani.

Ovviamente nessuno è contro le energie rinnovabili, ma è assolutamente necessario prevederne la realizzazione in modalità e in luoghi tali da non mettere a repentaglio posti di lavoro e un patrimonio come quello paesaggistico che appartiene alla collettività ed è inalienabile.

Inoltre spesso sulle nostre montagne non esistono le condizioni ventose per una ottimale produzione energetica, e la redditività economica dell’impianto è basata sugli incentivi (pagati in bolletta).

Considerando questi elementi, e considerando che vi sono molte forme di energia rinnovabile applicabili ai territori come il nostro, è ovvio che gli impianti eolici così progettati non rappresentano una operazione di interesse collettivo, anzi mettono a repentaglio ciò che costituisce la base economica di un territorio e della comunità che in esso vive.

La sfida politica è dunque questa: capire in quale direzione debba andare il nostro territorio, capire una volta per tutte quale sia la nostra vocazione e decidere sulla base di ciò se l’interesse collettivo delle popolazioni che lo vivono sia prioritario a quello dei singoli privati, come peraltro affermato dall’art. 41 della Costituzione della Repubblica Italiana.

Comitato Difesa Monte Mezzano

con preghiera di massima diffusione

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Necessaria una mobilitazione di volontari disposti a collaborare con il locale comitato per difendere il Monte Peglia dall’eolico-industriale

eolico.-futuro
Riceviamo dagli amici umbri questo appello:

E’ in fase di VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) presso la Regione Umbria un progetto che prevede la costruzione di 18 torri eoliche alte 150 metri sui crinali del Monte Peglia.

Il comitato tutela Monte Peglia, che si oppone al progetto, sta lavorando per presentare le osservazioni entro il 30 maggio 2015. Per poter preparare le osservazioni avremmo bisogno di professionisti (possibilmente iscritti all’albo) che fossero in grado di aiutarci nella loro stesura. I professionisti che sarebbero utili sono:

esperto del vento (meteorologo);

geologo (stabilità fondazioni pale, frane, impatto degli interventi principali e accessori sui deflussi delle acque superficiali e sotterranee);

biologo animali (zoologo o tecnico faunistico);

biologo piante;

paleontologo;

archeologo;

ingegnere o economista esperto in fattibilità tecnico-economica dei progetti;

ingegnere civile per infrastrutture e trasporti, che valuti congruità ed impatto delle opere accessorie (permanenti e provvisorie, in particolare la viabilità);

ingegnere che valuti il piano di manutenzione e di decommissioning e ripristino;

sismologo;

esperto di acustica;

avvocato amministrativista e/o di diritto ambientale.

Le osservazioni vanno preparate per il 20 maggio, in tempo per metterle insieme e spedirle. Chiunque voglia collaborare può contattarci tramite la pagina Facebook Tutela Monte Peglia  oppure per email a patrizia.ghislandi@unitn.it

Per farvi un’idea più chiara del progetto consigliamo il sito web Eolico sul Monte Peglia, dove potrete comprendere che cosa succederà della zona del Peglia e di Orvieto con l’impianto megaeolico: impatto paesaggistico, allargamento di strade per far passare le enormi pale, disboscamento per installarle, piattaforme di cemento per alzarle, etc. etc.

Il sito contiene anche una simulazione Google Earth di dove saranno effettivamente le pale nel caso sciagurato che vengano davvero alzate ed un’altra – impressionante – dei Comuni da dove l’impianto sarebbe visibile.

Ringraziamo anticipatamente chiunque voglia collaborare.

Comitato tutela monte Peglia

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