Il crollo del prezzo dell’energia elettrica fa saltare ogni previsione di contenimento degli incentivi alle FER entro il tetto massimo previsto dalla legge

In costanza dei prezzi dell’ultimo trimestre sul mercato elettrico all’ingrosso, lo sforamento dei limiti di spesa si verificherà all’inizio del 2017 anche senza gli ulteriori regali promessi agli eolici con l’incombente decreto del MISE. Ma già quest’anno il fabbisogno economico per la componente A3 della bolletta, dedicata agli incentivi alle rinnovabili, è previsto al massimo storico di 14,4 miliardi di euro: si sta realizzando esattamente quanto denunciato da 13 associazioni ambientaliste nel luglio scorso. L’ambiguo ruolo del GSE.

Proprio mentre in Italia ci si baloccava attorno al referendum – insulso ed inutile – delle trivelle, la realtà prendeva silenziosamente il sopravvento sulle fantasie di gran parte dell’ambientalismo italiano, che non ha perso l’occasione di far sfoggio ancora una volta della propria assoluta purezza ideologica anche a costo di andare incontro ad una sconfitta certa (consigliamo a questo proposito la lettura dell’articolo di Giovanni Ferraro sul Foglio del 20 aprile, dal titolo “Salviamo le energie rinnovabili dai rinnovabilisti e dai loro slogan“:

“La lobby verde ha perso il referendum, per sua fortuna”). Questa rigidità sulle questioni di principio, pur apprezzabile nei comportamenti individuali, in politica sconfina di frequente in atti di evidente autolesionismo a danno di tutto un movimento, come da noi peraltro già riscontrato, ad esempio, nel rigoroso adeguamento al karma dell’ “eolico senza se e senza ma” predicato dai vertici delle organizzazioni green più misticheggianti (che sono in genere anche quelle che svolgono la più intensa attività di lobby nei corridoi del potere a Roma e a Bruxelles).
Negli ultimi tre mesi, e nell’assoluta indifferenza dei media italiani (anche loro assorbiti nella appassionante disputa referendaria sulla dottrina dell’homooùsion tra trivelle in mare e Male Assoluto), è accaduto qualcosa, a livello geopolitico, che potrebbe rivelarsi epocale, a vantaggio (forse) dell’ambiente e per il contenimento della minaccia del riscaldamento globale nel medio periodo.
Tralasciamo tuttavia per il momento la geopolitica ed occupiamoci, qui ed ora, di alcune piccole miserie (relativamente piccole, ma dalle conseguenze incombenti) che riguardano il nostro orticello e che dei recenti sommovimenti geopolitici sono una flebile eco.

In febbraio il prezzo settimanale medio di acquisto dell’energia nella borsa elettrica (PUN) è improvvisamente crollato sotto i 40 euro al MWh e non è più risalito nei tre mesi successivi, collezionando anzi una serie consecutiva di record storici negativi, culminati nel minimo di 30.94 euro nella prima settimana di aprile. Ricordiamo che nel 2014 e nel 2015 il prezzo di acquisto medio dell’energia elettrica (che è alla base del calcolo degli incentivi per i certificati verdi) si era mantenuto costante attorno al valore di 52 euro per MWh, già relativamente basso (era a 75 euro nel 2012).

Facile immaginare le conseguenze sugli incentivi da pagare alle FER elettriche non fotovoltaiche (delle quali abbiamo intenzione di occuparci in questa sede), addebitati nella componente A3 delle bollette: tali incentivi sono per lo più calcolati partendo da una tariffa feed-in, cioè garantendo all’energia elettrica prodotta un ricavo fisso predeterminato. L’onere (pubblico) dell’incentivo si calcola quindi come differenza tra tale ricavo fisso ed un valore di mercato. Nel caso dei certificati verdi (o, per meglio dire, dell’incentivo equivalente che li ha sostituiti), ad esempio, questo valore di mercato è stato fissato proprio nel prezzo di acquisto medio dell’elettricità nell’anno precedente. Tale sistema di calcolo provoca un inevitabile sfasamento temporale di qualche mese tra le variazioni dei prezzi di mercato e le variazioni corrispondenti (ma di segno opposto) nell’entità degli incentivi. Morale della favola: se il prezzo medio in borsa del MWh elettrico, costante da ormai tre mesi a livelli di poco superiori ai 30 euro, sarà confermato per il resto dell’anno, il prossimo gennaio la spesa per incentivi alle FER non FV farà un balzo verso l’alto, schiantando il tetto massimo di spesa fissato dalla legge (5,8 miliardi all’anno), con buona pace di tutti gli sforzi dei lobbysti per dimostrare il contrario.
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Perché resistiamo

La nostra ferma opposizione all’invasione sregolata degli impianti eolici non rappresenta l’ossessione di un gruppo di irresponsabili poeti, patetici cultori di un estetismo di retroguardia, come i nostri detrattori amano dipingerci. Noi lottiamo per la sopravvivenza delle mille e mille forme visibili di un patrimonio culturale in cui vive la nostra identità di italiani“.
Così il regista Carlo Alberto Pinelli, presidente di Mountain Wilderness, conclude il suo articolo “L’energia eolica e il paesaggio massacrato“, scritto per il blog di BANFF.

La Rete della Resistenza sui Crinali ripropone di seguito la parte più significativa di quell’articolo, trascurando per una volta le pur validissime obiezioni di natura economica, finanziaria ed ingegneristica all’eolico industriale, perché le tesi culturali qui espresse da Pinelli rappresentano un autentico manifesto dello sfaccettato movimento avverso alla colossale speculazione eolica di questi ultimi anni. “E’ ormai tempo di concedere anche ai paesaggi naturali la stessa dignità universale che la società moderna ha finalmente imparato a concedere alle opere d’arte”.

Con questo mio testo intendo affrontare l’argomento delle energie rinnovabili prodotte dal vento, prendendo come punto di partenza – e anche come stella polare – la mia esperienza personale; una esperienza in cui credo si riflettano – al di là delle diversissime articolazioni individuali – le esperienze e i vissuti di tutti coloro per i quali il paesaggio non è soltanto qualcosa che si può ammirare affacciandosi da un belvedere ben protetto, magari raggiunto con una funivia, o fermando per qualche frettoloso minuto la propria auto ai margini del guard-rail di una strada carrozzabile.
Ho la pretesa di interpretare i sentimenti e le convinzioni di quella non marginale minoranza di abitanti del Pianeta che non si riconosce nella mentalità di chi riduce il paesaggio ad una gigantesca diapositiva a colori, collocata prudentemente sullo sfondo e destinata a suscitare di conseguenza solo effimere fibrillazioni estetiche. Il senso del paesaggio, per me e per tanti nostri simili, non si esaurisce nella scenografia del panorama, per quanto suggestiva essa possa apparire. Io appartengo alla schiera di quelli che i guard-rail li scavalcano, non soltanto metaforicamente e che la sera, quando si voltano a osservare un panorama, ripercorrono con lo sguardo e col cuore un paesaggio nel quale sono stati immersi per tutta la giornata e di cui conoscono ogni piega e ogni sfumatura, per averle interiorizzate, passo dopo passo, quinta dopo quinta, dislivello dopo dislivello.
Insomma uno sguardo partecipe, familiare, affettuoso come quello che si riserva a un amico, o al focolare della propria dimora materna.
Chi mi conosce immagina che i paesaggi ai quali istintivamente sto facendo riferimento siano principalmente quelli – immensi e selvaggi – che si possono ammirare dalla vetta di una montagna raggiunta dopo ore o settimane di sforzi, anche affrontando seri pericoli; paesaggi che rientrano nella categoria estetica ed etica del sublime di matrice romantica; e questo è in parte vero, non posso né voglio negarlo.
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La campana della guerra eolica in Alta Irpinia suona anche per te

Un monito ai sindaci-apprendisti stregoni dell’alto Appennino che vorrebbero ricalcare le orme dei loro colleghi meridionali. Troppe esperienze ormai insegnano che scoperchiare per trenta denari il vaso di Pandora dell’eolico selvaggio in casa propria non è una saggia decisione. Il vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia Claudio Fava celebra il ruolo dei comitati come irrinunciabili presidi del territorio. Fava: “L’eolico può costituire la porta d’accesso attraverso la quale far permeare meccanismi criminali nell’economia locale.

Allontaniamoci per un momento dalle grane sulle nostre montagne per presentare una rassegna stampa delle tristi vicende dell’eolico impazzito nell’Irpinia orientale.
Ringraziamo tutti i giornali da cui abbiamo tratto i brani che seguono (rinviando ai rispettivi siti web chi desidera approfondire le loro inchieste), ma in particolare elogiamo, per il costante impegno civile profuso, “Il Ciriaco” e “La nostra voce”. Un apprezzamento speciale va riservato ai giornalisti Emma Barbaro e Domenico Bonaventura per il coraggio – non solo intellettuale – che dimostrano. Non c’è molto da aggiungere alle loro parole: limiteremo perciò i nostri commenti al minimo indispensabile.
E dunque l’Alta Irpinia… Pochi la conoscono perchè, fino a poco tempo fa, compariva di rado nelle cronache. Ma l’Alta Irpinia, dopo l’invasione improvvisa dell’eolico, ha perso l’aurea di essere una delle poche zone del Sud dove la presenza della criminalità organizzata non appariva endemica. Come la Basilicata, del resto, ed anche in Basilicata gli amministratori locali si stanno ora impegnando al massimo nell’autorizzare quanto più eolico possibile, per essere sicuri di ottenere poi lo stesso discutibile risultato.
Alla fine, il numero e la gravità degli episodi criminali concentrati nei Comuni dell’Irpinia orientale ha spinto anche il Corriere del Mezzogiorno ad occuparsene, con l’articolo di Emma Barbaro dell’ 8 febbraio “Irpinia, minacce e attacchi all’eolico con kalashnikov e camion incendiati“.

In Irpinia d’Oriente si spara ai centri di connessione in rete che convogliano l’energia prodotta dagli aerogeneratori sulla rete elettrica nazionale, si piazzano ordigni rudimentali alle spalle di sottostazioni Enel, si incendiano mezzi e si dà fuoco a rotoballe di pertinenza di consiglieri comunali troppo attivi sul fronte del dissenso. Tredici attentati solo a partire dal mese di agosto.
Nel numero non viene conteggiata la morte di Donato Tartaglia, attivista del comitato No eolico selvaggio, derubricata a suicidio (ancorchè “anomalo”) ma che, soprattutto perchè verificatasi in un simile contesto, desta enormi perplessità.

Prosegue il Corriere del Mezzogiorno:
Una escalation incredibile per un territorio che della tranquillità ha fatto la propria coperta di Linus. Sullo sfondo, il dilagare indiscriminato dell’affaire eolico. Quasi 300 gli aerogeneratori già installati, 21 i progetti autorizzati dalla Regione Campania per l’ammontare complessivo di circa 400 nuove pale. Senza contare, ovviamente, il proliferare indisturbato del mini eolico.
In un clima di fibrillazione i comitati, saturi, scelgono di denunciare i fatti direttamente al prefetto di Avellino. Questi, per la fine del mese di ottobre, convoca il Comitato per l’Ordine Pubblico e la Sicurezza e aumenta i controlli sul territorio. Arriva persino l’Antimafia con Rosy Bindi che (…) conferma la sua preoccupazione rispetto agli avvenimenti dell’Irpinia d’Oriente. La risposta, tuttavia, non si lascia attendere.
Il 17 novembre scorso due ordigni artigianali vengono piazzati da ignoti a ridosso della sottostazione Enel sita a meno di 700 metri dal casello autostradale di Lacedonia. Uno esplode, ma non fa danni evidenti. L’altro, successivamente, viene disinnescato dagli artificieri. «Un clima da vero e proprio far west, la situazione sta sfuggendo di mano a chi ha il compito di presidiare il territorio – arringa il coordinamento dei comitati -. La questione sta assumendo carattere diffuso e continuo, lo Stato faccia qualcosa». E lo Stato, con Claudio Fava, risponde alla chiamata“.
Già il 16 gennaio, prima dell’avvento di Fava, i sindaci della zona – disperati – si erano riuniti in assemblea ad Aquilonia,
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Si sgretola il fronte dei tre Comuni favorevoli all’impianto di Poggio Tre Vescovi

Notizia bomba dalla assemblea di questo pomeriggio alle Balze di Verghereto (FC), a cui hanno partecipato oltre un centinaio di persone molto determinate ad essere bene informate e ad esprimere la propria opinione: l’Unione dei Comuni della Valmarecchia (di cui Casteldelci fa parte) si è espressa contro il “mega progetto GEO per le pale eoliche a Poggio Tre Vescovi”. La situazione di stallo alla Conferenza dei Servizi dell’ottobre 2011, che aveva richiesto l’attuale mediazione del Consiglio dei Ministri, era stata allora determinata dalle posizioni discordanti delle istituzioni coinvolte: da un lato si erano schierate le due Regioni interessate (Toscana ed Emilia-Romagna), il Ministero per i Beni Culturali e la Provincia di Arezzo, con i loro pareri negativi sul progetto. Dall’altro lato i tre Comuni direttamente interessati, cioè Badia Tedalda (AR), Casteldelci (RN) e Verghereto (FC), che sin dall’inizio avevano invece manifestato posizioni favorevoli. Oggi il fronte dei favorevoli appare ulteriormente assottigliato, sulla spinta di una pressione popolare che nel 2011 era mancata per carenza di informazioni.

Proponiamo di seguito il documento redatto dalla Giunta dell’Unione dei Comuni Valmarecchia:

Da tempo si richiede una nuova politica per la montagna. I protagonisti devono essere i suoi abitanti e i suoi amministratori che devono indicare, in un contesto di una autonomia non separata da fondovalle e costa, le idee forza per invertire la tendenza allo spopolamento. In questo contesto un investimento della GEO di 250 milioni di euro a Poggio Tre Vescovi per un parco eolico appena più piccolo di quello già bocciato NON CI CONVINCE. Anzi, chiediamo al Governo di assumersi la responsabilità di porre fine a questo procedimento, che di fatto impedisce ai soggetti imprenditoriali ed istituzionali locali di predisporre adeguati progetti di energia eolica appropriati per quel piccolo crinale e condiviso dalle popolazioni locali.
La montagna deve guardare in altre direzioni rispetto allo sfruttamento industriale del territorio. Gli strumenti per la progettazione e la realizzazione di interventi appropriati per l’alta valle ora ci sono, a cominciare dal GAL che porterà nelle valli del Marecchia e del Conca 9,5 milioni di euro. Poi occorrono provvedimenti per gli alleggerimenti burocratici e fiscali specie per i giovani, la BANDA LARGA, il mantenimento dei servizi essenziali e delle strutture di aggregazione e accoglienza, la cura e la protezione della biodiversità accompagnata ad una cultura della custodia del territorio, un potenziamento delle filiere corte e dei mercati locali.
Inoltre si deve pensare ad un paesaggio pulsante di vita e non ad un deserto verde o ad uno spazio solamente ludico, con il finanziamento delle unità amministrative locali in base ai bisogni della loro estensione territoriale e non in base al numero dei suoi abitanti, con una crescita intelligente e sostenibile basata sulla innovazione e sulla conoscenza della montagna, con importanti ricadute occupazionali.
Quindi le nostre contrarietà sul mega impianto eolico della GEO derivano dalla consapevolezza che LA MONTAGNA PUO’ RIPOPOLARSI SE E’ IN GRADO DI ATTINGERE ENERGIA IN SE STESSA, AUTONOMAMENTE E SENZA LASCIARSI ILLUDERE DA COLONIZZATORI LONTANI ED INAFFERRABILI, che non riusciamo ad immaginare come benefattori delle nostre montagne.

La Giunta dell’Unione dei Comuni Valmarecchia

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Sabato prossimo alle 15 assemblea pubblica alle Balze di Verghereto (FC) contro l’impianto di Poggio Tre Vescovi

Sfida dei residenti all’omertà che finora aveva protetto la riproposizione del mostro eolico nel Montefeltro di Piero della Francesca.

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La debacle dell’eolico in dicembre svela il bluff delle rinnovabili elettriche non programmabili

Lo scorso anno, per la prima volta in Italia, diminuzione della produzione da eolico rispetto all’anno precedente. Non è stato dunque neppure sufficiente, per mantenere la produzione eolica del 2014, l’aumento del costosissimo potenziale installato. I disastrosi risultati del 2015 della produzione elettrica da FER hanno rappresentato una condanna della politica perseguita a favore delle rinnovabili elettriche non programmabili (eolico e fotovoltaico) e della decisione, attuata dall’inizio dello scorso anno, di sacrificare l’idroelettrico, destinato a loro riserva. Colpevole crollo del rapporto annuale tra produzione da rinnovabili e consumi interni. In dicembre, gli effetti contemporanei della siccità, che si protraeva da novembre, di un periodo di totale mancanza di vento e di un picco di consumi verificatosi dopo il tramonto avrebbero fatto collassare un sistema di generazione elettrica basato esclusivamente sulle FER.

Proponiamo di seguito l’articolo dell’Astrolabio, che ringraziamo per l’autorizzazione, pubblicato sotto il titolo “La frittata perfetta“.

Dal rapporto mensile di Terna sul sistema elettrico del dicembre scorso si ricavano alcune interessanti osservazioni, che riguardano sia quanto accaduto durante il mese sia una prima sintesi provvisoria dei risultati dell’anno 2015, che rappresentano una condanna della politica perseguita a favore delle rinnovabili elettriche non programmabili (eolico e fotovoltaico) e della decisione di sacrificare l’idroelettrico, almeno nei primi dieci mesi dell’anno, destinandolo a loro riserva.
Il rapporto rivela un episodio fortemente significativo per il sistema elettrico italiano, avvenuto nel dicembre scorso, e cioè che gli effetti di un mutamento climatico eccezionale (sia pure di natura puramente contingente, ossia limitato a poche settimane) hanno rischiato di compromettere la stabilità del sistema stesso. L’intervento della struttura tradizionale di produzione di energia elettrica ha consentito che la cosa passasse inosservata. Ma è chiaro che gli effetti contemporanei della siccità, che si protraeva da novembre, di un periodo di totale mancanza di vento e di un picco di consumi verificatosi dopo il tramonto avrebbero rischiato di far collassare un sistema di produzione basato sulle FER.
Il crollo della produzione idroelettrica in dicembre rispetto allo stesso mese dello scorso anno è stato altissimo in valori assoluti (-2,1 TWh in un solo mese) ma ancora più impressionante in percentuale (-51%). Questo dato negativo, che si è ripetuto mese dopo mese dall’inizio del 2015 per ragioni non espressamente dichiarate dai produttori, questa volta è stato causato davvero dalla siccità. Ma il collasso della produzione idro, lo scorso mese, è stato accompagnato da un tracollo ancora peggiore in termini percentuali (-54% e cioè per oltre 0,8 TWh), della produzione da eolico. I quasi 3 GWh che sono venuti a mancare da queste due fonti, oltre tutto in presenza di una maggiore domanda di energia elettrica, sono stati compensati da un aumento della tanto deprecata produzione termoelettrica (+ 2,5 TWh, pari ad un +16%) e dall’aumento delle importazioni (0,5 TWh), che sappiamo essere in gran parte elettricità prodotta in Francia e Svizzera (e venduta a prezzi stracciati nelle ore notturne per i noti motivi)… dagli impianti nucleari.
Insomma: al primo concreto stormire di fronde di un annunciato mutamento climatico (in questo caso un piccolo mutamento meteorologico contingente, limitato al solo mese di dicembre), il sistema italiano della produzione da FER ha dimostrato la sua incapacità di affrontare l’emergenza, ed anzi si è dimostrato esso stesso un puro elemento di crisi, costringendo a ricorrere in modo massiccio alla produzione estera ed ai residui impianti termoelettrici nazionali. Che saranno in futuro sufficienti ad affrontare le crisi solo finché saranno funzionanti, visto che qualcuno chiede a gran voce la loro totale sostituzione con impianti FER.
Il rapporto Terna tratta anche il bilancio energetico elettrico dell’intero 2015 (bilancio parziale e provvisorio) confrontandolo col 2014. A parte un lieve aumento (+1,5%, cioè appena la metà della diminuzione del solo 2014) della richiesta di energia elettrica (che sappiamo imputabile probabilmente alle maggiori temperature registrate in estate), il dato più significativo è stato il crollo della produzione (quasi 15 TWh, cioè il 25% della produzione in meno!) del sistema idroelettrico, crollo di cui ho trattato diffusamente sul sito della Rete della Resistenza sui Crinali, denunciando come sia già in atto la riduzione a riserva del sistema delle grandi dighe dell’idroelettrico italiano per colmare il deficit di programmabilità di eolico e fotovoltaico (FV).
Nel rapporto è altresì interessante notare, per la prima volta in Italia, la diminuzione della produzione da eolico rispetto all’anno precedente (0,5 TWh in meno rispetto al 2014, pari ad un –3,3%). Non è stato dunque neppure sufficiente, per mantenere la produzione eolica del 2014, l’aumento del potenziale installato (che a fine ottobre veniva annunciato – da una fonte di parte – a +280 MW nei primi 10 mesi dell’anno). Ci si deve perciò attendere, per l’effetto combinato di questi due dati, una riduzione della produttività eolica nel 2015 nell’ordine del 7% (o superiore) rispetto al 2014. Questo riporterebbe le ore utili dell’eolico in Italia sulle 1600 ore all’anno, dopo i dati molto elevati degli ultimi due anni, più ventosi rispetto alla media precedente. Non è escluso neppure, come già sta avvenendo in Germania ed in Spagna, che questa diminuzione sia dovuta al prevedibilissimo effetto dell’usura a cui sono stati sottoposti gli impianti installati da più tempo, che hanno una presunta vita utile, prima di dovere sostituire parti importanti degli aerogeneratori, di appena 12 – 15 anni. I prossimi anni ci confermeranno se, anche per l’Italia come per Spagna e Germania, sia già in atto questo processo di rapido logorio delle componenti meccaniche delle macchine causato dalle loro stesse dimensioni e dalle condizioni estreme in cui operano. Esso rappresenterebbe una conferma dei timori che il sistema della produzione elettrica da eolico dovrà essere perpetuamente rifinanziato, anche solo per mantenere la produzione attuale, con gli stessi elevati incentivi correnti, per sostituire di frequente gli aerogeneratori, che permangono costosissimi ed inefficienti.
La contestuale diminuzione della produzione annua da idro (14,8 TWh) e da eolico (0,5 TWh) e l’aumento della richiesta di elettricità (4,7 TWh), per un gap enorme rispetto al 2014 di circa 20 TWh, è stata compensata nel 2015 dall’aumento della produzione termoelettrica (+13,8 TWh), delle importazioni (+4,1 TWh) e, parzialmente, dal FV (+ 2,8). L’erratica produzione da FER non programmabili ha anche permesso un incremento dell’export (sarebbe bello sapere a quali prezzi: immagino a prezzi vili e forse negativi) di 1,4 TWh. Insomma: dal triplice punto di vista della bilancia commerciale, della spesa per gli utenti in bolletta (che non ha avvertito la consistente diminuzione del prezzo del gas naturale, driver primario del mercato all’ingrosso dell’elettricità in Italia) e dell’emissione di gas clima alteranti, i nostri filo eolici hanno realizzato la “frittata perfetta”. Ora ci attendiamo che essi stessi utilizzino questi dati disastrosi, che hanno avvantaggiato soprattutto il settore termoelettrico, per chiedere spudoratamente ancora più incentivi per nuove pale.
Ma la vera condanna del sistema elettrico italiano basato sulle FER non programmabili, che dovrebbe convincere i decisori politici ad abbandonare questa politica e soprattutto a non puntare su eolico e FV per conseguire gli obiettivi europei al 2030, si ricava dal grafico a pag. 12

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Nuova ribalta per il mostro eolico di Poggio Tre Vescovi

Ricompare improvvisamente a Roma, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il progetto di uno degli impianti eolici onshore più grandi d’Europa, capace di modificare, oltre al delicato ecosistema di crinale, la percezione del paesaggio dell’intero Montefeltro. Un atto di dileggio proprio in occasione delle celebrazioni del sesto centenario della nascita di Piero della Francesca. Il faraonico progetto è stato presentato dalla Geo Italia, una minuscola società a responsabilità limitata del tutto priva degli enormi requisiti patrimoniali richiesti dalla legge come garanzia per partecipare alle eventuali aste competitive per aggiudicarsi gli incentivi pubblici e che addirittura risulta dal 2013 in… liquidazione volontaria!

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Ce lo aspettavamo. Il grande impianto eolico di Poggio Tre Vescovi, progettato per essere installato sul crinale appenninico tra Romagna e Toscana, non poteva finire in un cassetto dopo la favorevole sentenza del TAR del Lazio. Dopo alcune settimane di indagine per capire che cosa stava succedendo a Roma e di estenuanti richieste di accesso agli atti, cominciamo ad intuire qualcosa.
La vicenda cominciò nel 2010, con la domanda di verifica presentata dalla ditta proponente, la Geo Italia srl, alle due Regioni interessate, Toscana ed Emilia-Romagna. Il progetto era imponente. Prevedeva 36 aerogeneratori, ciascuno da 3,5 MW per una potenza complessiva pari a 126 MW, con torre di altezza al mozzo di m 145 e diametro del rotore di m 110. Allora sarebbe stato il più grande impianto onshore d’Italia, il secondo in Europa. Le 36 torri avrebbero occupato una fascia di quasi 5 km in una zona montana di grande valore ambientale e paesaggistico, ad alta vocazione turistica: 19 in Toscana, in Comune di Badia Tedalda, Provincia di Arezzo; le altre 17 in Romagna, tra il Comune di Casteldelci (13) allora appena passato alla Provincia di Rimini, e il Comune di Verghereto (4), in Provincia di Forlì-Cesena. Un elettrodotto avrebbe collegato l’impianto via Badia Tedalda fino a Sansepolcro (l’antica Borgo, la città di Piero della Francesca) in Val Tiberina.
Complessi furono i passaggi dell’iter burocratico, dato anche l’alto numero di istituzioni coinvolte, le quali durante la Conferenza dei Servizi dell’ottobre 2011 rimasero su posizioni discordanti. Da un lato si schierarono le due Regioni, il Ministero per i Beni Culturali e la Provincia di Arezzo, ribadendo il loro parere negativo sul progetto. Dall’altro lato i tre Comuni direttamente interessati, che sin dall’inizio avevano invece manifestato posizioni favorevoli. La situazione di stallo, come prevedeva la legge, a quel punto richiedeva la mediazione del Consiglio dei Ministri.

Nel gennaio 2012 la Presidenza del Consiglio dei Ministri confermava la bocciatura del progetto, riprendendo le ragioni delle amministrazioni contrarie: rilevanti gli impatti sul paesaggio, sulla vegetazione e la fauna, sull’assetto idrogeologico dei terreni interessati, sia durante la fase di cantiere che a fine lavori, carente la sostenibilità ambientale ed economica, insufficienti le misure di mitigazione e compensazione.
La Geo Italia fece immediato ricorso al TAR del Lazio, denunciando un vizio di forma: il Consiglio dei Ministri invece di favorire una mediazione tra le parti – sua unica prerogativa – aveva espresso un parere sul progetto, sostituendosi alle parti stesse. Nel febbraio 2015, e siamo ormai a ieri, il TAR ha accolto il ricorso della Geo Italia, che prontamente ha rimesso in gioco il suo progetto.
L’iter a questo punto non è ripartito da zero, ma dalla situazione di stallo raggiunta a fine 2011. Il Consiglio dei Ministri, obbligato dalla sentenza del TAR, nel novembre 2015 ha convocato tutte le istituzioni e parti interessate – Regioni, Province, Comuni, Autorità di bacino, Comunità montane, ARPA, AUSL, Soprintendenze, ENEL, TERNA… – per aprire un’istruttoria di VIA interregionale, chiedendo alla Geo Italia di riformulare il progetto.
La Geo Italia, nella successiva riunione del 18 dicembre, ha presentato modifiche e proposte di variazioni del tutto risibili: riduzione della movimentazione terre, riduzione del numero di aerogeneratori (da 36 a 34, oppure 31), riduzione dell’altezza al mozzo (da m 145 a 124, oppure 99). La Regione Toscana ha chiesto tempo per nuove valutazioni, avendo nel frattempo adottato un nuovo piano paesaggistico (PAER/PIT). Hanno chiesto tempo e nuova documentazione anche la Regione Emilia-Romagna e il MIBACT- Direzione Generale del Paesaggio.
Tra l’altro, dal dicembre 2013 (!) la Geo Italia risulta in liquidazione volontaria. Non a caso, nel 2012 era stato modificato, riducendolo e contingentandolo, tutto il sistema incentivante gli impianti eolici, con l’introduzione del sistema basato sulle aste competitive per gli impianti di potenza superiore a 5 MW. E’ perciò comprensibile il nostro sconcerto. Ma nel frattempo le Soprintendenze sono state depotenziate e gli equilibri del 2011 non sono più gli stessi. L’unica costante del faraonico progetto “a geometria variabile” è la promessa di altrettanto faraonici, inalterati e munifici “Compensi ambientali” (sulla cui dubbia legittimità sarà interessante discettare) destinati alle casse dei tre suddetti Comuni, che devono esprimere il proprio parere in sede di VIA.
Anche i sindaci dei tre Comuni interessati all’installazione delle torri sono cambiati, ma non sembra che rispetto ai loro predecessori abbiamo cambiato linea. All’ultima riunione a Roma quello di Casteldelci era assente, ma dalle sue dichiarazioni alla stampa non sembra sfavorevole. Era invece presente il sindaco di Verghereto. Non ha espresso dichiarazioni, ma dal programma con cui ha recentemente vinto le elezioni non si direbbe ostile all’eolico. Presente anche il sindaco di Badia Tedalda, che ha invocato la necessità di un patto d’onore (sic!) tra le amministrazioni coinvolte per mantenere un accordo sul progetto fino all’autorizzazione finale.

Se l’impianto verrà un giorno realizzato, la località che risulterà maggiormente penalizzata sarà le Balze di Verghereto, principale stazione di villeggiatura. Durante i mesi della fase di cantiere i villeggianti potranno godere di nuovi spettacoli pirotecnici, in particolare sul tracciato dell’Alta Via dei Parchi, di recente attrezzata con la nuova segnaletica (e con un grosso impegno finanziario) dalla regione Emilia-Romagna. A conclusione dei lavori lo scenario dell’ampio orizzonte a meridione e la vista sui verdi declivi di Poggio Tre Vescovi sarà allietata dal girellare di una trentina di eliche, visibili peraltro anche dalla riviera riminese. Il tonfo del mercato immobiliare si riverbererà di valle in valle.
Dalle Balze si spera arrivi qualche voce dissenziente. Noi intanto, grazie anche al coordinamento della Rete della Resistenza sui Crinali e al fondamentale contributo di Italia Nostra e WWF, ci stiamo attivando per diffondere l’allarme tra i residenti e per dare voce, anche attraverso i media, a coloro che si oppongono a questa iniziativa, che ogni volta ci convince sempre di meno.

Comitato Salviamo Poggio Tre Vescovi – Verghereto (FC)

Per informazioni: Fumaiololibero@Tiscali.it

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Reiterazione del progetto di Poggio Tre Vescovi nell’omertà delle Pubbliche Amministrazioni

I passaggi dell’iter che avrebbero condotto (il condizionale è d’obbligo!) al nuovo processo di Valutazione di Impatto Ambientale hanno avuto la stessa pubblicità di una riunione della Carboneria.

Questa volta abbiamo toccato il fondo. Appare incredibile: una Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) come l’araba fenice. Che ci sia ciascun lo dice dove sia nessun lo sa.
Voci sempre più insistenti si stanno susseguendo circa la reiterazione della proposta di un grande impianto eolico al Poggio Tre Vescovi, dove convergono i confini delle province di Arezzo, Rimini e Forlì-Cesena.
Ancora ricordiamo la bocciatura di un precedente progetto di impianto
(colossale – 36 turbine alte ciascuna 175 metri, che allora sarebbe stato il più grande d’Italia ed il secondo in Europa – ipotizzato alcuni anni fa nello stesso luogo e di cui si era occupato anche il compianto Mario Pirani sulle pagine di Repubblica)

a seguito di una procedura di Valutazione di Impatto Ambientale che era giunta fino al Consiglio dei Ministri, dopo un passaggio, controverso e non risolutivo, a livello regionale.

Ricordiamo per inciso che, proprio allora, alcuni suoi fautori erano balzati agli “onori” delle cronache.

Ma, da una notizia online che sembra come sfuggita per errore a qualche malaccorto, pare che l’ossessione a tappezzare i nostri crinali di inutili turbine di risibile produttività non si fermi davanti a nulla. Pare infatti (i “pare” abbondano in questa storiaccia da Carbonari) che sia in corso di svolgimento una procedura di Valutazione di Impatto Ambientale, stavolta direttamente presso la Presidenza del Consiglio. Colpisce che le comunità locali, almeno quelle che fanno riferimento più o meno diretto alla RRC – così come pure le direzioni regionali di associazioni che a suo tempo si erano battute contro l’impianto, come Italia Nostra e WWF – non avessero notizia alcuna di questo nuovo progetto, che appare come nascosto dietro un muro di silenzio che lascia perplessi. Non risultano notifiche, incontri pubblici, pubblicazioni di documentazione né di altro. Eppure, se il progetto è stato giudicato degno di una VIA governativa, non dovrebbe essere paragonabile all’impermeabilizzazione del coperto di un ricovero di legna da ardere…
Nessun pubblico amministratore coinvolto ammette esplicitamente alcunché.
Ma lascia ancora più perplessi il venire a sapere che qualche funzionario pubblico locale, con la motivazione che l’autorità titolare della VIA non era quella da cui lui dipendeva, abbia negato a un cittadino l’accesso (gratis, un semplice click!) a qualche informazione in più. Non è quindi dato sapere la potenza dell’impianto, il numero di turbine previste (che sembrano molte di più di quattro o cinque in tutto, ma anche su questo le voci sono discordi) e neppure perché la procedura di VIA sia tenuta direttamente dal Ministero.
Non sappiamo se definire questa vicenda più scandalosa, grottesca oppure paradossale.
Ci piacerebbe però che quel funzionario leggesse la L. 349/1986, che istituì il Ministero dell’Ambiente, legge che, al comma 3 dell’art. 14, già quasi trent’anni fa stabilì il diritto del cittadino qualsiasi ad accedere alle informazioni (non solo alle documentazioni) di rilevanza ambientale. E che magari leggesse anche il testo del D. Lgs. 195/2005, che 10 anni or sono ha dettagliato e ribadito tale diritto, ben oltre il semplice “accesso alla documentazione” sancito dalla stranota legge 241 del 1990.
Cerchiamo di venire incontro allo strabismo di tale funzionario, e di tutti quelli che si comportano come lui, suggerendo loro di leggersi almeno, su questo stesso sito web, la pagina “Risorse” che riguarda l’ “Accesso alle Informazioni Ambientali“: scopriranno un mondo di trasparenza che forse era loro ignoto.
E presto aggiungeremo, proprio a maggior gloria della trasparenza, una noticina sull’art. 14 – comma 3 – della Legge 349/1986. Come allenamento, possiamo suggerire, nel frattempo, di accedervi allenandosi a usare la pagina (sempre nelle “Risorse”) che riguarda l’ “Accesso ai Testi di Legge“.

Non fa male, almeno non fa male quanto l’ignoranza.

Franco Svizzero

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Parigi: dopo la COP21 avveniristiche prospettive per l’eolico

(Il vaut mieux en rire)
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meglio_ridere

 

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Una tsunami di pragmatismo ha mutato il clima del Consiglio Energia della UE

Giovedì 26 novembre a Bruxelles, durante il dibattito sui Piani nazionali per il conseguimento degli obiettivi europei nella lotta al cambiamento climatico per il periodo 2021-2030, il Consiglio Energia ha ridimensionato il ruolo della Commissione nell’elaborazione dei Piani, ha enfatizzato il principio della flessibilità in base alle specificità nazionali nella scelta delle politiche più efficaci dal punto di vista dei costi in relazione agli obiettivi, ha rinviato la presentazione dei Piani al 2019 e, per quanto riguarda le rinnovabili, ha previsto eventuali azioni correttive solo a metà del prossimo decennio.

Forse è dipeso dal desiderio di prevenire i tempi e non finire travolti dalle conseguenze delle ondate retoriche di ecologismo facilone e terzomondista che si annunciavano in arrivo dalla conferenza sul clima di Parigi (COP 21) della settimana successiva e che si stanno puntualmente concretizzando proprio in questi giorni.

Forse è dipeso dall’interpretazione simbolica delle stragi parigine del 13 novembre, secondo cui esse avrebbero segnato la fine, proprio là dove era cominciata nel Maggio 68, dell’era dell’immaginazione al potere (solo l’immaginazione al potere ha permesso di credere che un moderno, sofisticatissimo sistema industriale avrebbe potuto continuare ad essere competitivo se alimentato dall’energia elettrica erratica fornita da migliaia e migliaia di mulini a vento giganti). La ricreazione (per usare il termine sprezzante rivolto dal Generale De Gaulle agli studenti barricaderi del Quartiere Latino) sarebbe dunque finita davvero, seppure con un paio di generazioni di ritardo: due generazioni di classi dirigenti dell’Occidente perdute nei fumi delle scalmane ideologiche, risoltesi, dopo il crollo del sistema – allora proposto come alternativo – del socialismo reale, nei deliri del buonismo politicamente corretto che ha portato il mondo sull’orlo non di uno, ma di numerosi baratri.

Forse, molto più semplicemente, qualcuno, al potere in alcuni Paesi dell’Unione, ha fatto i conti sulla fallimentare lotta preventiva ai cambiamenti climatici fin qui condotta e si è trovato d’accordo con le posizioni di fondo, fortemente critiche sugli “impegni roboanti ma per niente rispettati dai potenti della terra” i cui “costi associati sono stratosferici e mancano totalmente indicazioni su quando, come e dove le risorse saranno reperite”, espresse (tra gli altri) da Fabio Pistella (già Presidente del CNR) e da Leonello Serva, ed efficacemente sintetizzate nell’articolo pubblicato dall’Astrolabio dell’ 11 novembre sotto il titolo “Il mare dei cambiamenti climatici e il secchiello europeo“:

Particolarmente difficile comprendere la posizione dell’UE, che con un programma lacrime e sangue vuole dare il suo “decisivo” contributo: scendere dagli attuali 3,4 miliardi (di tonnellate di emissioni di CO2 in atmosfera. Ndr) a 2,4. Un suicidio economico – se va bene, una drammatica automutilazione – per un contributo di 1 Gton a fronte di un mismatch di 10 Gtons“. Continua a leggere

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La speculazione territoriale più estesa dopo quella edilizia degli anni ’60

Il foggiano Enzo Cripezzi, responsabile LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli) per Basilicata e Puglia, ha il discutibile privilegio di vivere sull’epicentro del terremoto delle rinnovabili elettriche italiane, che hanno rapidamente sfigurato la sua terra. Cripezzi in questi anni è stato il riferimento per tutto quello che riguarda l’eolico per il Meridione e quindi, generalizzando un po’, per l’Italia intera, visto che gli impianti eolici sono diffusi soprattutto dal Molise in giù, isole comprese, con forti concentrazioni in alcune zone di Sicilia, Sardegna, Puglia, Basilicata e Campania, in particolare in Irpinia. Proprio per questo lo ha intervistato Virginiano Spiniello de “Il Ciriaco“, un web magazine di notizie di Avellino e provincia, incuriosito perchè per anni si era sentito raccontare che l’unica alternativa al petrolio era l’energia green e quindi l’eolico selvaggio andava tollerato come il male minore. Ora però, quando in Irpinia il danno dell’eolico selvaggio è già stato fatto e si rischia di aggravarlo ulteriormente, fioccano permessi petroliferi offshore e onshore, grazie al Decreto Sblocca Italia, di cui ben quattro proprio tra Irpinia e Sannio. La Rete della Resistenza sui Crinali propone, a seguire, la parte di interesse nazionale di quell’articolo-intervista, la cui analitica lucidità è un monito anche per le altre regioni italiane (finora) risparmiate dall’eolico ubiquo e onnipotente.  

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Com’è adesso, com’era prima

L’eolico selvaggio nasce grazie a un peccato originale: la programmazione di incentivi spropositati prima ancora di qualsivoglia informazione, confronto, regole o pianificazione. Tutto ciò è stato impedito e ostacolato nel tempo grazie all’auto-alimentazione della lobby eolica, che ha “reinvestito” quote degli enormi profitti derivati dagli incentivi in azioni di condizionamento delle istituzioni, trasformando quella che era una opzione di energia pulita – ma con tutti i limiti di produzione e di sostenibilità da valutare – in una colossale speculazione territoriale, la più estesa dopo quella edilizia degli anni ’60. Inoltre, di fronte alla mancanza di regole, si è proceduto all’emanazione di norme quadro nazionali strumentalmente tardive – solo nel 2010 – e per di più con ulteriori, ampi margini di deregolamentazione del settore, arrivando a consolidare l’attribuzione di “pubblica utilità” per i progetti autorizzati a dei privati, con la possibilità di contemplare procedure di esproprio tipiche, appunto, delle opere pubbliche. Paradossalmente ciò ha comportato il condizionamento al contrario delle regole urbanistiche: ad esempio, l’aborto di vincoli e pianificazione o perfino di aree protette, i parchi veri, per fare posto ai parchi finti, quelli eolici, disseminati nel Mezzogiorno.

Anche i Piani paesaggistici sono rimasti in ostaggio e malgrado i danni già prodotti su vasta scala, la lobby continua a invocare altri sussidi che si tradurrebbero in un nuovo disastro con altre centinaia e centinaia di macchine eoliche.

Un processo ingovernato e riferito a null’altro che non alla libera iniziativa di “prenditori” che per quasi un quindicennio hanno presentato progetti a raffica ingolfando gli uffici competenti, del tutto inadeguati e incapaci, e con la perenne minaccia del ricorso al TAR in caso di rigetto. Come se non bastasse hanno poi inventato il mini eolico – che in realtà tanto “mini” non è – con la possibilità di realizzare macchine eoliche singole di qualche centinaio di KW e fino a 1 MW (macchine prossime ai 100 metri di altezza complessiva) con semplice Dichiarazione di Inizio Attività (oggi PAS, Procedura Abilitativa Semplificata). Questa è un’ulteriore sciagura, con lo strumentale spacchettamento di potenze sottratte alla pur blanda verifica ambientale precedente e alle convenzioni con i Comuni. In sostanza, invece di realizzare 2 macchine da 2,5 MW, con qualche prestanome ne realizzi 5 da 1 MW o 10 da 0,5 MW.

La prima vittima della frenesia eolica nelle regioni meridionali è stata la trasparenza dei procedimenti, con tutto quello che ne consegue per la valutazione di progetti lucrosissimi e privi di rischio di impresa che valgono milioni di euro all’anno. In tutto il Mezzogiorno e nelle isole sono nate improvvisamente come funghi centinaia di srl, spesso con sedi legali estere, per mimetizzarsi con opacità negli intrecci societari. Perfino le mafie hanno avuto partita facile nel business eolico privo di regole, in contesti territoriali dove per altri lavori irrisori si applicano formule di controllo ben più rigide. Le conseguenze sono quelle che la LIPU e altre associazioni o comitati sensibili alle sorti del territorio denunciano da anni. Ecosistemi agricoli e pastorali umiliati e trasformati in piantagioni di acciaio con la frammentazione del territorio a cui hanno contribuito anche le cosiddette opere accessorie: elettrodotti, piste, stazioni elettriche e relativo degrado territoriale. Mega elettrodotti, come il Bisaccia-Deliceto, sono stati proposti o realizzati nel tentativo di compensare una produzione elettrica imprevedibile, e quindi di scarsa qualità, allocata in aree prima ben conservate, con una magliatura elettrica quasi inesistente e per giunta distante dai centri di domanda energetica. Continua a leggere

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Energia pulita o tutela del paesaggio

Il programma Tagadà di “La 7” di lunedì 2 novembre ha proposto tre interessanti servizi sull’eolico, riuniti sotto il titolo “Energia pulita o tutela del paesaggio”: “Pale eoliche dietro al Duomo di Orvieto”, “Tutti i numeri dell’energia rinnovabile” e “Puglia, l’Appennino devastato da eliche giganti”. Tiziana Panella (conduttrice del programma): “Onorevole Realacci, tutte quelle margherite giganti hanno esagerato in Puglia?” Ermete Realacci (Presidente onorario di Legambiente e Presidente della Commissione Ambiente della Camera): “No!”

 

Riproponiamo, a chi fosse sfuggita in diretta, l’inchiesta “Energia pulita o tutela del paesaggio”, trasmessa lunedì due novembre dell’emittente “La 7” (che ringraziamo per il lavoro svolto sul campo, in un settore come quello dell’eolico, in cui le altre televisioni nazionali non amano ficcare il naso) durante il programma pomeridiano di approfondimento giornalistico “Tagadà”.

L’inchiesta è stata realizzata attraverso un dibattito in studio (in verità un tantino squilibrato, con ospiti un po’ troppo di parte e/o poco informati sulle reali dimensioni – in tutti i sensi – del danno paesaggistico arrecato dalle pale) e da tre servizi sull’eolico:

1) “Pale eoliche dietro al Duomo di Orvieto”.

Sul monte Peglia, alle spalle di Orvieto, si vorrebbe costruire un impianto eolico-industriale gigantesco, in spregio ad ogni senso comune. Ad esso si oppone, tra le tante associazioni, un combattivo comitato di cui fa parte anche Monica Tommasi, orvietana e Presidente nazionale di Amici della Terra, che ha assunto l’iniziativa di realizzare l’impressionante rendering fotografico.

2) “Tutti i numeri dell’energia rinnovabile”.

Gli Amici della Terra, da sempre ostili alle enormi speculazioni delle rinnovabili elettriche e dell’eolico in particolare, hanno anche fornito buona parte del materiale per questo interessante servizio, che però dovrebbe essere ulteriormente approfondito in futuro: le cifre in ballo sono impressionanti e gli argomenti da denunciare ad una opinione pubblica narcotizzata dal mantra dell’ “energia pulita” non mancano certo, come i più assidui frequentatori del sito web della Rete della Resistenza sui Crinali sanno bene.

3) “Puglia, l’Appennino devastato da eliche giganti”.

Se Orvieto è minacciata, la Daunia è già stata scempiata senza misericordia. “Tagadà” si è recato nel Comune di Alberona (in provincia di Foggia), i cui cittadini rischiano addirittura di finire cornuti e mazziati. Infatti, a severo monito dei suoi omologhi di tutta Italia, così afferma il Sindaco del paese: “Qualche società sta iniziando a non pagare le royalty, perchè qualche sentenza di qualche TAR italiano dice che è anti costituzionale (sic!) applicare le royalty a queste società”. “Onorevole Realacci”, domanda maliziosa la conduttrice Tiziana Panella ad uno dei suoi ospiti in studio, “tutte quelle margherite giganti hanno esagerato in Puglia?” Ed Ermete Realacci (Presidente onorario di Legambiente e – ahinoi – Presidente della Commissione Ambiente della Camera dei Deputati): “No!”, dichiara senza esitazione alcuna.

Oltre tutto il Presidente Realacci, incarnazione del dogma delle energie rinnovabili elettriche (e soprattutto dell’eolico) “senza se e senza ma”, non appare, in verità, apprezzare molto le Puglie. E perciò, per sua somma sfortuna, ignora pure che Alberona, di cui dileggia il paesaggio, fa parte (ma fino a quando, ancora?) del circuito “I borghi più belli d’Italia”.

Buona visione del programma, dunque, e ancora grazie a “La 7” ed a Tiziana Panella, se non altro per il coraggio dimostrato nella denuncia di qualche altarino tabù, spesso a costo di rischiare l’impopolarità.

Alberto Cuppini

 

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La tutela del paesaggio è principio fondamentale della nostra Costituzione e non si può subordinarla a interessi di altra natura, ancorchè “pubblici” o “primari”

La sentenza del Consiglio di Stato, che ferma la realizzazione di un elettrodotto Terna ad altissima tensione nell’area golenale del fiume Torre (UD), ribalta precedenti sentenze del TAR ribadendo la priorità del principio costituzionale espresso nell’articolo 9: “La Repubblica tutela il paesaggio della Nazione”.

 I nuovi elettrodotti da 380 mila volt, alti 85 metri e necessari per gestire i flussi di energia elettrica intermittente da FER, sono uno dei (tanti) frutti avvelenati che l’eolico industriale porta con sè, anche se nessuno – in Italia – lo fa mai rilevare. In Germania, invece, sappiamo quanto sia violenta la resistenza popolare agli elettrodotti giganti che devono portare l’energia elettrica prodotta dalle pale eoliche nel ventoso nord del Paese alle industrie al sud. Ma forse anche in Italia qualcosa sta cambiando.

Appendiamo da Salviamo il Paesaggio  la notizia di una recente sentenza del Consiglio di Stato che ferma la realizzazione di un elettrodotto Terna ad altissima tensione nell’area golenale del fiume Torre (UD), ribaltando le precedenti sentenze del TAR, diffusa da Il Fatto Quotidiano ed approfondita da Donato Cancellara per la Organizzazione lucana ambientalista, che ha pubblicato anche la sentenza.

In due parole, essa afferma che il Ministero dei Beni Culturali e Ambientali non deve e non può abdicare alla propria funzione di tutela del paesaggio (e dei contenuti del “Codice del Paesaggio”, che è il suo testo normativo guida) solo in funzione di valutazioni tecnico-progettuali che esulano dalle sue competenze. Risulta viziata la valutazione complessiva di una Conferenza dei Servizi (CdS) in cui il Ministero, o le Sovrintendenze che ne dipendono, dichiarano ammissibile un sacrificio paesaggistico solo in virtù di esigenze di ordine diverso (costruttive o produttive, per intenderci). E’ il Responsabile del Procedimento di quella CdS che deve contemperare i punti di vista le istanze espresse dalle varie autorità titolate a partecipare alla CdS stessa, valutando il peso di ciascuno di quei punti di vista e di quelle istanze.

La sentenza merita di essere letta tutta con attenzione anche dai non esperti in diritto amministrativo ambientale perchè afferma una serie di principi importanti in materia di tutela del paesaggio che potranno tornare utili in futuro anche per contrastare nuovi impianti eolici.

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A Roma si persevera con una politica schizofrenica a favore delle rinnovabili elettriche non programmabili

Nel 2014 produzione da rinnovabili in preoccupante calo sia nel settore termico che nel settore trasporti. Contro ogni evidenza, il Governo continua invece a riversare risorse pubbliche nel settore elettrico che, grazie all’idroelettrico non incentivato, ha permesso di raggiungere con sei anni di anticipo gli obiettivi energetici per il 2020. Nuovo decreto per finanziare altre aste a favore dell’eolico industriale. Quest’anno produzione idroelettrica – per scelta deliberata volta a favorire l’eolico – verso il minimo storico di produzione. Risultato: nel 2015 costi in aumento e produzione totale da FER prevista per la prima volta in calo.

 Estate stagione dei densi climi, dei grandi mattini e dei bilanci energetici dell’anno precedente per le energie rinnovabili.

In agosto è stata infatti pubblicata dal Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) “La situazione energetica nazionale nel 2014” ed in settembre il Gestore dei Servizi Energetici spa (GSE), che dal MISE dipende e che secondo la classifica di Mediobanca è la quarta azienda italiana per fatturato proprio grazie all’erogazione degli incentivi alle rinnovabili elettriche, ha pubblicato il “Rapporto attività 2014“.

Bilanci a luci ed ombre, ma che conducono a conclusioni inequivoche e, come inevitabile conseguenza, alla revisione della politica in materia di rinnovabili – sbilanciata verso le fonti non programmabili nel settore elettrico – fin qui perseguita da tutti i Governi della Repubblica succedutisi in questi ultimi anni. Ma forse sarebbe stato preferibile usare, in questa materia dove anche la logica applicata dai decisori politici appare spesso “rinnovabile” e “non programmabile”, il più prudente condizionale “condurrebbero”…

Alcune crepe logiche sono cominciate ad apparire già nella presentazione alla stampa dello studio MISE, che è stata riportata nell’articolo di Jacopo Giliberto sul “Sole” con l’impreciso titolo “Dalle rinnovabili quasi il 50% dell’energia prodotta in Italia” (in realtà il 50% viene – purtroppo – avvicinato solo per l’energia elettrica). L’articolo riprende l’enfasi posta in quella circostanza dal Sottosegretario del MISE Simona Vicari sull’imposizione fiscale (“L’Italia ha costi energetici troppo alti soprattutto per colpa della tassazione superba“), dimenticando di aggiungere che a tale tassazione già “superba” si dovrebbero aggiungere almeno altri dodici miliardi di incentivi alle rinnovabili elettriche che sono (nella sostanza anche se non nella forma) ulteriori tasse a carico degli italiani: tasse particolarmente odiose perchè celate nelle bollette elettriche e che quindi non compaiono nè nei bilanci pubblici e neppure nei dati della contabilità nazionale.

Cominciamo a leggere nel documento del MISE – dove i dati sono ancora (incredibile!) provvisori – alcuni passaggi ed alcuni numeri a cui non è stata attribuita particolare importanza ma che pure ci interessano moltissimo. Riportiamo da pag.15:

Il contributo fornito dalle fonti rinnovabili nel settore Termico è un fenomeno che è stato approfondito dal punto di vista statistico solo negli anni più recenti, grazie principalmente alle attività di rilevazione sviluppate dal GSE ai fini del monitoraggio degli obiettivi europei sugli impieghi di FER.” In una noterella si aggiunge che “ad esempio l’Indagine Istat 2013 sui consumi energetici delle famiglie italiane ha consentito di contabilizzare consumi di biomassa nel comparto residenziale in precedenza non puntualmente rilevati.”

Se controlliamo nella tabella a pag.145 del documento pubblicato dal GSE pochi giorni fa, scopriamo che tali consumi prima non contabilizzati hanno permesso di aumentare, nel 2012, di quasi il 50% (!) i consumi derivanti da FER nel settore termico registrati nel 2011. Un aumento colossale, che testimonia, oltre alla sciatteria statistica che ha pregiudicato una corretta programmazione, la potenzialità delle FER (e dell’efficienza energetica e del risparmio) in questo settore trascurato ma di enormi dimensioni, in cui si dovrebbero concentrare gli sforzi (e gli stanziamenti pubblici) maggiori per ridurre l’impiego di combustibili fossili.

A pag. 16 apprendiamo che nel settore trasporti il contributo delle FER ai consumi è davvero esiguo e tendenzialmente in diminuzione addirittura del 15% (!) rispetto al già deludente 2013.

Nella stessa pagina si conferma inoltre che nel 2013 l’incidenza delle FER sui consumi finali complessivi di energia era stata del 16,7%, ad un soffio del valore-obiettivo del 17% vincolante per l’Italia nei confronti dell’Unione Europea per il 2020. L’aumento di 8,5 TWh nella produzione da FER elettriche (dati definitivi, a pag. 143 del documento GSE), ottenuto lo scorso anno soprattutto grazie al settore idroelettrico non incentivato, è quindi stato abbondantemente in grado, da solo, di far raggiungere già nel 2014 questo obiettivo del 17% previsto per sei anni dopo.

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Nelle Marche rimane alta la guardia delle associazioni ambientaliste contro l’eolico troppo impattante

Forum Paesaggio, Italia Nostra, Lupus in Fabula, Onda Verde, Pro Natura,
Terra Madre e WWF diffidano il Sindaco di Sassoferrato (AN) per l’impianto
“mini” eolico di Pian di Cerreto.lettera1

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La dura lezione dell’eolico alla Cappelletta: per i piccoli comuni rischi non solo ambientali ma anche finanziari

Un approfondimento dell’articolo-denuncia di Repubblica e qualche riflessione: con l’eolico industriale in zone scarsamente ventose come quelle dell’alto Appennino, la produzione di energia elettrica cessa rapidamente al decorrere degli incentivi, lasciando le amministrazioni locali senza i tanti soldi promessi ma con innumerevoli guai da risolvere. Il caso di Varese Ligure.

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Foto m.d.g

Il recente articolo di Mauro Delgrosso su Repubblica dal titolo “I rottami del parco eolico della Cappelletta” sulle pale eoliche in stato di abbandono al passo della Cappelletta tra Varese Ligure e Albareto (riproposto da un post  del sito web della Rete della Resistenza sui Crinali) merita secondo me un breve approfondimento e qualche riflessione.

Ho svolto qualche ricerca: le installazioni eoliche di cui si occupa Delgrosso nascono nel contesto di una esperienza ormai più che decennale, quella di Varese Ligure e della val di Vara come “valle del biologico”, conosciuta e premiata anche a livello europeo. Una esperienza con luci ed ombre, come già spiegava nel 2006 un attento osservatore, Andrea Semplici, in un articolo per il mensile Altreconomia.

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Foto m.d.g

Parliamo di due impianti collocati l’uno a ridosso dell’altro e realizzati in due tempi diversi. Varese 1 è entrato in esercizio il 1/1/2002 (così attestano i documenti e le cronache del tempo, non nel 1995 come sembra di capire leggendo Delgrosso) ed è costituito da due aerogeneratori Neg Micon 750/48 dalla potenza di 750 kW ciascuno. Varese 2 è entrato in esercizio il 18/9/2006 ed è costituito da due aerogeneratori Vestas V52 dalla potenza di 850 kW ciascuno. Nel novembre 2006, dopo l’avvio del secondo impianto, il sindaco di Varese Ligure ne parlava così, nell’articolo di Repubblica dell’ 11 luglio 2006 “Via col vento. Varese, eolico bis” di Costantino Malatto:

«L’impianto è realizzato e gestito dall’ Acam della Spezia. Noi lo abbiamo ospitato e fatto in modo che l’iter fosse veloce e senza intoppi. Detto questo, a livello di bolletta energetica non ci guadagniamo una lira. Ma sotto altri aspetti il ritorno è molto interessante». Vale a dire? «La convenzione con l’ Acam, che ora rinegozieremo, ci ha assicurato finora 10.000 euro l’ anno di contributo diretto, vale a dire cash, e 20.000 euro annui in servizi ambientali, tipo la pulizia dei pozzi comunali, l’analisi dell’acqua, la pulizia dei cassonetti. Sulle bollette Enel non ci guadagniamo, su quelle della spazzatura sì». Quanta energia producete al momento? «A regime sono 4 milioni di kilowatt/ora all’ anno». E con il nuovo impianto? «Raddoppieremo la produzione. Forse qualcosa di più.»

All’apparenza un’iniziativa diversa dalle solite, realizzata con una qualche maggiore (e perciò almeno teoricamente apprezzabile) attenzione al contesto ambientale e alle dimensioni dell’impianto, utilizzando ad esempio per i trasporti una strada già esistente. Il carattere speculativo ed invasivo del territorio, evidente in tanti altri progetti, sembrava meno forte, anche perchè – ed era interessante – si trattava della cooperazione tra un piccolo comune e l’Acam (la quale avrebbe poi ceduto l’impianto alla sua controllata Centrogas Energia Spa), una municipalizzata “multiservizi”, che avrebbe garantito al comune sia un canone in denaro sia la fornitura di servizi ambientali. Per la precisione, nel 2007 la rinnovata convenzione prevedeva (stando a documenti del gruppo Acam) un canone calcolato sommando una voce energia (2,5% del fatturato, fino ad un massimo di 2.000 ore equivalenti) e una voce certificati verdi (2,5% dei proventi dalla vendita dei certificati sul mercato libero, anche in questo caso fino ad un massimo di 2.000 ore equivalenti a base annua), e che comunque, indipendentemente dalla produzione effettiva dell’impianto, la società garantisse al Comune, un canone annuo minimo di Euro 3.750 per aerogeneratore.

Ma la vicenda non ha affatto avuto gli sviluppi sperati. La situazione che ha indotto Delgrosso a lanciare il suo allarme deriva da una somma di fattori che ne fanno un caso esemplare di aspetti negativi ricorrenti in tanti progetti. Da ultimo, il 29 gennaio 2015, su Levantenews, nell’articolo di Guido Ghersi “Varese Ligure: il Comune cede i crediti per pareggiare i conti“, si leggeva che

“il comune di Varese Ligure avanza un’intesa con “Acam/Ambiente” della Spezia per cedere i crediti accumulati nei tre anni trascorsi e cercare di azzerare i debiti maturati per la raccolta dei rifiuti. La presa di posizione del Comune varesino e a seguito delle mancate entrate legate alla produzione di energia eolica dall’impianto posto a 1.100 metri sul livello del mare, nella zona del Passo della Cappelletta. 4 turbine eoliche con potenza totale pari a 3,2 megawatt, installate su pali alti 46 metri che dovrebbero produrre 6,5 milioni di chilowattore nonchè diecine di migliaia di royalties al Comune.”

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L’impianto eolico della Cappelletta immagine simbolo della faciloneria ecologista sull’alto Appennino

Un articolo su Repubblica ha ravvivato il dibattito sulle speculazioni facili e sugli eco-mostri celati sotto il mantra dell’ “energia pulita”

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Foto m.d.g

Parliamo del “piccolo” impianto eolico del passo della Cappelletta, tra Varese Ligure (SP) e Albareto (PR): il prototipo del “parco” eolico nell’alto Appennino, citato tante volte come esempio di buona amministrazione e di struttura non invasiva del territorio montano. Vediamo come vanno in realtà le cose:

“Le sue torri, evidentemente ormai non più produttive, appaiono abbandonate a se stesse, prive di manutenzione, nessun cartello, nessuna indicazione; le grandi pale dei generatori di sommità giacciono, come un monumento all’abbandono, completamente ferme”.

Così lo descrive Mauro Delgrosso su Repubblica Parma del 25 agosto scorso, nell’articolo “I rottami del parco eolico della Cappelletta.

Riportiamo ancora da questo articolo, che invitiamo a leggere nel dettaglio dal sito web di Repubblica per la sua lucidità di analisi:

“Nonostante questo sia il posto più ventoso, e quindi potenzialmente redditivo, della zona, della provincia: viene il dubbio, come molti dei comitati anti-eolico sostengono da anni, che sfruttati gli incentivi, guadagnato con facilità quello che si doveva guadagnare, delle energie verdi e rinnovabili non freghi realmente niente a nessuno; un semplice giro finanziario, senza nessuna garanzia di ripristino, di continuità, di sviluppo; una produzione ed un’economia drogata dai contributi pubblici, con enormi e indecenti rottami che alla fine non hanno mai padroni, come in questo caso; con i danni, evidenti a tutti, prodotti a livello paesaggistico, e ambientale, a carico del cittadino… La follia di vedere due gruppi di pale che frullano veloci il vento, e, in mezzo, altri due gruppi che fischiano perché immobili”.

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Foto m.d.g

Al passo della Cappelletta, a quanto pare, sono state installate, a distanza di qualche anno l’una dall’altra, due coppie di aerogeneratori. Sempre in apparenza, la manutenzione della prima coppia di pale, una volta terminato il periodo previsto per l’incentivazione dell’energia elettrica da loro prodotta, non interessa ormai più a nessuno; e loro rimangono ferme…

Se così fosse, questa sarebbe la prova provata della tesi sempre sostenuta dai comitati della Rete della Resistenza sui Crinali, secondo cui, senza cospicui incentivi pubblici perpetui, l’eolico industriale su queste montagne non avrebbe alcuna possibilità di esistere. Continua a leggere

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IL GOVERNO CALA LE TASSE E AUMENTA LE BOLLETTE?

COMUNICATO STAMPA
comunicato_21_7_2015IL GOVERNO CALA LE TASSE E AUMENTA LE BOLLETTE?

Mentre l’Autorità per l’energia denuncia una spesa fuori controllo nel 2015 e 2016 per eolico e rinnovabili speculative, prevalgono le pressioni dei lobbysti e il MISE prepara un nuovo Decreto. Le associazioni ambientaliste: ““Cosi non si combatte la CO2 ma si aggravano gli oneri per famiglie e imprese in tempo di crisi, con gravi danni a Paesaggio e Biodiversità”.

Roma, 21 luglio 2015 – Già dal 2015 e 2016 la spesa per gli incentivi alle rinnovabili elettriche sarà fuori controllo. A causa del pesante extra costo dovuto al ritiro dei Certificati Verdi (sistema incentivante già attivo da anni), l’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas (AEEG) afferma che sta valutando “l’assunzione di apposite misure finalizzate a rendere sostenibile tale rilevante incremento degli oneri”.

L’impatto complessivo annuo della sola conversione dei Certificati Verdi lieviterà quindi a 5 mld, portando la componente A3 della bolletta a 14 miliardi nel 2016, quindi con un extracosto di circa 2 mld di euro!

Nel 2014 furono adottati Decreti “spalmaincentivi” per l’impossibilità di onorare impegni non sostenibili assunti con incentivi sproporzionati. Ora, contraddicendo se stesso, il governo prepara nuove lucrose incentivazioni pluriennali per ulteriori impianti speculativi, di scarsa efficienza e produttività, oltre che gravemente impattanti sul già martoriato territorio italiano. Proprio le società eoliche ne beneficerebbero maggiormente, malgrado le rinnovabili elettriche abbiano già superato gli obiettivi, persino quelli “inventati” per giustificare nuovi sussidi. E il miserabile apporto energetico dell’eolico non è stato certo determinante, malgrado piantagioni di migliaia e migliaia di torri eoliche !

Tredici associazioni ambientaliste – Altura, Amici della Terra, Comitato per la Bellezza, Comitato Nazionale del Paesaggio, Ente Nazionale Protezione Animali, Italia Nostra, LIPU, Mountain Wilderness, Movimento Azzurro, Pro Natura, Rete nazionale NO geotermia speculativa e inquinante, Verdi Ambiente e Società, Wilderness Italia – denunciano: “E’ una politica schizofrenica, inspiegabile, se non con la volontà di “accontentare” talune lobby rispetto a interessi collettivi, che invece ben si concilierebbero utilizzando più moderati sostegni finanziari in altri comparti non elettrici. Ad esempio efficienza energetica o rinnovabili termiche, dove gli interessi nazionali sarebbero decisamente evidenti e diffusi e con superiori risultati di decarbonizzazione.

“Il Ministero Guidi riporti la supremazia della politica sugli appetiti finanziari e ritiri questo provvedimento sperpera-denari come già chiesto dagli ambientalisti e giustificato da inoppugnabili valutazioni costi benefici”

Donovan M. Baldassarri
Amici della Terra Italia
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In Australia smette di soffiare il vento dei soldi pubblici facili che faceva girare l’eolico

In luglio i media australiani hanno riportato notizie pessime per chi sperava in sussidi pubblici senza fine per installare nuovi aerogeneratori. Clamorosamente smentita la visione diffusa in Italia, in vista della prossima conferenza di Parigi, di un unanimismo globale verso questi impianti controversi ed obsoleti.

Pubblichiamo, a mero titolo di esempio, la traduzione parziale dell’articolo comparso il 12 luglio scorso a firma Simon Kent su Breitbart News, che ringraziamo.

AbbotIl Primo Ministro australiano Tony Abbott cancella tutti i sussidi governativi agli impianti eolici.

L’Australia ha sbattuto la porta in faccia ad ogni nuovo investimento governativo in energia rinnovabile nel momento in cui il Primo Ministro Tony Abbott ha esteso la sua “guerra all’eolico”.

Così facendo, Abbott ha mandato al settore dei questuanti dell’energia rinnovabile un chiaro messaggio che non ci saranno più finanziamenti statali a buon mercato per i loro progetti.

Fairfex Media riferisce che il governo conservatore ha ordinato alla Società per il Finanziamento dell’Energia Pulita (CEFC), che gestisce 10 miliardi di dollari pagati dai contribuenti, di cessare immediatamente qualsiasi nuovo investimento in progetti eolici. Il Tesoriere Joe Hockey ed il Ministro delle finanze Mathias Cormann hanno emesso la così detta “banca verde” con una direttiva per cambiare la sua strategia di investimento.

Hockey aveva cominciato la campagna del governo Abbott contro gli impianti eolici nel 2014, quando aveva affermato in un’intervista radiofonica che trovava le colossali turbine “assolutamente offensive”. Il Primo Ministro Abbott ha rinfocolato il dibattito il mese scorso, dicendo a quello stesso intervistatore che trovava le turbine “terribili da vedere” e che voleva ridurre il più possibile il tasso di crescita di quel settore.

La decisione farà piacere ai membri anti-eolico del governo, ma gli insiders dell’industria eolica hanno riferito che la decisione è un “grave colpo”. Uno di loro ha detto che, per quanto non affonderà del tutto quell’industria, essa renderà le cose ben più difficili.

Abbott (nato nel Regno Unito: la sua famiglia si è trasferita in Australia da Londra quando lui aveva tre anni), che una volta – rimasta famosa – ha liquidato l’argomento del cambiamento climatico antropogenico come “una stronzata totale” (“absolute crap“. Ndt), non ha mai nascosto il suo disprezzo per gli impianti eolici.

In giugno ha detto in un’intervista radiofonica che una gita in un’isola al largo della capitale dell’Australia Occidentale Perth ha aumentato il suo personale disgusto per i generatori eolici. Abbott ha aggiunto che vuole “meno” impianti eolici in Australia e che desidera fortemente un’inchiesta sui loro impatti sulla salute.

“Quando sono stato vicino a questi affari, non solo sono terribili da vedere, ma fanno anche un sacco di rumore. Da vicino, sono brutti, rumorosi e possono avere tutta una serie di altri impatti. E’ giusto ed opportuno che noi facciamo un’inchiesta sugli impatti di questi aggeggi sulla salute.”
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Sfondato già nel 2015 il tetto dei 5,8 miliardi annui di incentivi alle FER non fotovoltaiche

Spesa per i certificati verdi fuori controllo per quest’anno ed il prossimo: secondo l’AEEG, extra costo in bolletta dei ritiri dei CV aggiornato a due miliardi, di cui 600/800 milioni già nel 2015. Impatto complessivo annuo dei CV di 5 miliardi, che porterà la componente A3 della bolletta a 14 miliardi nel 2016. Mentre l’Autorità valuta “l’assunzione di apposite misure finalizzate a rendere sostenibile tale rilevante incremento degli oneri”, il GSE ignora l’allarme, lasciando inalterato il contatore degli incentivi alle FER non fotovoltaiche. Il Mise si appresta così a pubblicare un decreto per concedere, nel limite di un tetto massimo alla cui attendibilità non crede ormai più nessuno, ulteriori ingiustificati incentivi all’eolico, il cui contingente – proprio per le aste del 2015 e 2016 – pare che sarà addirittura aumentato rispetto alla prima bozza di decreto resa nota lo scorso maggio.

L’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas (AEEG) già dallo scorso anno aveva messo in guardia che nel 2016 ci sarebbe stato un extra-costo di un miliardo di euro, da addebitare in bolletta, per il ritiro degli ultimi certificati verdi, che in futuro saranno sostituiti da una forma di incentivazione alle FER elettriche ad essi equivalente.

Ma ancora più preoccupante appare quanto si legge nella recente delibera AEEG 308/2015: l’onere per il 2016 sarebbe decisamente superiore al miliardo paventato (e confermato in occasione dell’aggiornamento tariffario del secondo trimestre). Leggiamo dalla delibera:

“Per quanto riguarda gli oneri derivanti dal pagamento degli incentivi a valere sul conto A3, essi sono attualmente pari a circa 13,4 miliardi di euro (dato 2014), di cui circa 12,2 miliardi di euro imputabili alle fonti rinnovabili, a cui si aggiungono gli oneri “filtrati dal mercato dell’energia” e associati ai certificati verdi oggetto di negoziazione (stimati, per l’anno 2014 in circa 700 milioni di euro)“.

 Già così i conti non tornano più, neppure per il 2014: 12,2 miliardi in A3 imputabili alle sole fonti rinnovabili più 0,7 miliardi per “oneri associati ai certificati verdi” dà una somma di 12,9 miliardi per incentivi alle rinnovabili elettriche, superiore alla somma di 12,5 miliardi dei tetti massimi (6,7 per il FV + 5,8 per il non FV) previsti dai decreti del luglio 2012 per tali incentivi. Ma non è finita qui. Leggiamo oltre:

“Per l’anno 2015 gli oneri derivanti dal pagamento degli incentivi a valere sul conto A3 dovrebbero essere in calo fino a circa 12,5 miliardi di euro sia per effetto del termine al diritto di alcuni incentivi sia per effetto delle misure introdotte dal decreto legge 91/14 (il cosiddetto “Decreto Competitività”. Ndr). Tuttavia, per l’anno 2016 si attende un consistente aumento di tali oneri per effetto del termine del meccanismo dei certificati verdi. Infatti, nel 2016, oltre ai costi derivanti dalle tariffe incentivanti che ne prenderanno il posto (stimabili in circa 3 miliardi di euro), si sosterranno i costi associati al ritiro, da parte del GSE, degli ultimi certificati invenduti. Si tratta di circa la metà di quelli emessi nel 2015 e rimasti invenduti, oltre agli altri CV eventualmente rimasti nei conti proprietà dei produttori, per un totale stimabile in circa 2 miliardi di euro. Ci si attende pertanto che, nel 2016, il costo totale derivante dalla fine del meccanismo dei certificati verdi e dalle nuove tariffe incentivanti che ne prenderanno il posto sia pari a circa 5 miliardi di euro. Tale aumento, combinato con le variazioni attese su altri strumenti incentivanti, porta a ritenere che gli oneri derivanti dal pagamento degli incentivi a valere sul conto A3 nel 2016 potranno superare abbondantemente i 14 miliardi di euro.

 Record italiano frantumato! Con buona pace delle roboanti dichiarazioni del Presidente del Consiglio Renzi in occasione del suo discorso di insediamento (quello con le famose slide) per contenere la spesa degli incentivi in bolletta… Roba da far impallidire la tela di Penelope!

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