Illusioni eoliche a Poggio Tre Vescovi

Mercoledì prossimo a Roma una ennesima conferenza dei servizi per discutere di una ennesima modifica del progetto dell’impianto eolico. Intanto, nella vicina Apecchio (PU), una ennesima beffa eolica a danno di un Comune credulone: i soldi promessi non arrivano. La ditta proprietaria dell’impianto, replicando alle accuse dell’amministrazione comunale, ha ribadito ciò che afferma la legislazione, e cioè che “devono ritenersi nulle tutte le clausole contrattuali che prevedono pagamenti in favore dei Comuni in ragione della presenza nei rispettivi territori di impianti di produzione di energie da fonti rinnovabili… e per tale ragione nessun inadempimento contrattuale può esserle addebitato”.

Il prossimo 6 settembre è convocata a Roma, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, l’ennesima conferenza dei servizi per decidere le sorti dell’impianto eolico previsto al Poggio dei Tre Vescovi, il tratto appenninico che segna il confine tra le provincie di Rimini, Forlì-Cesena e Arezzo. Un impianto di gigantesche proporzioni – le turbine misurerebbero 180 metri pale comprese – il cui progetto fu avanzato ancora nel 2010 da una ditta tedesca, la Geo, e che venne già bocciato nel 2012 dal Consiglio dei Ministri a causa del suo rilevante impatto sul paesaggio, sulla vegetazione e la fauna, sull’assetto idrogeologico dei terreni interessati, sia durante la fase di cantiere che a fine lavori, oltre che per la carente sostenibilità ambientale ed economica, e le insufficienti misure di mitigazione e compensazione.

L’insistenza della ditta proponente, dopo un ricorso al TAR vinto per un vizio di forma rilevato nella procedura seguita dal Consiglio dei Ministri, ha determinato una limacciosa lungaggine burocratica che si sta tuttora trascinando avanti, tra continui aggiornamenti, ripensamenti e revisioni del progetto da parte della Geo, conseguenti riunioni degli enti della conferenza servizi per l’esame e il riesame delle pratiche, convocazioni a Roma degli enti stessi per fare, disfare e rifare il punto della situazione. Una vicenda ormai divenuta kafkiana, la cui irregolarità amministrativa è stata denunciata anche con una diffida da parte dell’associazione nazionale Italia Nostra.

La costruzione dell’impianto è prevista in una delle zone a maggiore rischio sismico del crinale appenninico, con terreni estremamente instabili e franosi sulla cui pericolosità si è pronunciata anche l’Autorità di Bacino. Si tratta inoltre di una zona che fa da cerniera e corridoio tra due Siti di Importanza Comunitaria, protetti per le peculiarità e criticità dell’ambiente che racchiudono, che verrebbe irrimediabilmente danneggiato dalla costruzione dell’impianto eolico. Anche sulla ventosità della zona i rilevamenti presentati dalla ditta proponente appaiono esagerati rispetto ai dati ufficiali della Carta dei Venti.

Incuranti della pericolosità del progetto e sordi alle tante voci che dal 2010 a oggi si sono levate contrarie (centinaia di privati cittadini rappresentati in un locale comitato, svariati consiglieri comunali, associazioni e gruppi di rilevanza regionale e nazionale quali WWF, Italia Nostra, Rete della Resistenza sui Crinali, Provincia di Rimini, Assoturismo, Assohotel Confesercenti), le amministrazioni locali rappresentate dai tre sindaci di Casteldelci, Verghereto e Badia Tedalda hanno finora appoggiato la ditta proponente, sia pur con qualche saltuario ondeggiamento, allettati dalle promesse di “compensazioni” per le casse comunali che la Geo continua a ventilare.

Promesse o illusioni? Non lontano da Poggio Tre Vescovi, a Scansano (GR), il Comune si ritrova in bolletta (un buco da 700mila euro) per aver contratto debiti confidando nell’entrata di cospicue somme garantite dalla ditta che dieci anni fa costruì un mega impianto eolico. Somme promesse ed evaporate al vento.
Adesso ad Apecchio (PU), ancor più vicino al Poggio Tre Vescovi (a una trentina di chilometri in linea d’aria), il sindaco denuncia  che a un anno dall’installazione delle super eliche al Monte dei Sospiri – torri alte 120 metri: l’impianto più grande delle Marche – i 200mila euro promessi dalla ditta costruttrice non sono ancora arrivati. La stampa locale ha riportato la dichiarazione della ditta che, replicando alle accuse dell’amministrazione comunale, ha ribadito ciò che afferma la legislazione, e cioè che “devono ritenersi nulle tutte le clausole contrattuali che prevedono pagamenti in favore dei Comuni in ragione della presenza nei rispettivi territori di impianti di produzione di energie da fonti rinnovabili… e per tale ragione nessun inadempimento contrattuale può esserle addebitato”.

Anna Missiroli
Comitato Cittadino Salviamo Poggio 3 Vescovi
Badia Tedalda – Casteldelci – Verghereto

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Ecco il documento di forte critica delle associazioni ambientaliste alla nuova SEN

E in particolare “sulle gravi conseguenze derivanti dal perdurare di una politica disinvolta in materia di insediamento di centrali eoliche”.

Roma, 31 luglio 2017

Al Presidente del Consiglio dei Ministri Paolo Gentiloni
presidente@pec.governo.it
al Ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan
caposegreteria.ministro@mef.gov.it
al Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda
segreteria.ministro@mise.gov.it
al Ministro dell’Ambiente del Territorio e del Mare Gianluca Galletti
segreteria.ministro@pec.minambiente.it
al Ministro per i Beni e le Attività Culturali Dario Franceschini
segreteria.ministro@beniculturali.it
al Ministro delle Politiche Agricole e Forestali Maurizio Martina
ministro@pec.politicheagricole.gov.it
al Ministro per la Coesione Territoriale Claudio De Vincenti
segr.ministrodevincenti@governo.it
LORO SEDI
p.c. agli organi di informazione

OGGETTO: Osservazioni al documento sottoposto a consultazione pubblica “Strategia Energetica Nazionale” e relative implicazioni negative.

Si pongono con ogni urgenza all’attenzione degli On.li Presidente del Consiglio e Ministri in indirizzo le osservazioni di cui al documento in oggetto (di seguito SEN) allo scopo di richiamare una più rigorosa valutazione, in particolare sulle gravi conseguenze derivanti dal perdurare di una politica disinvolta in materia di insediamento di centrali eoliche.
E’ opportuno premettere che nel novembre 2012 queste stesse associazioni avevano trasmesso un argomentato documento al Governo Monti in occasione della prima versione della SEN. A posteriori, tale documento, che pure non ha avuto alcun riscontro istituzionale, si è rivelato preveggente e permane attualissimo per comprendere le dinamiche che continuano a lacerare ciò che rimane del Bel Paese. Abbiamo perciò scelto di riproporlo in gran parte, aggiornandone alcuni aspetti, come base di queste nostre rinnovate osservazioni alla nuova SEN, e confidando, questa volta, in una maggiore attenzione.

Com’è noto, le scriventi associazioni sono fautrici delle fonti energetiche rinnovabili (di seguito FER), ma ben conoscono i limiti delle fonti rinnovabili elettriche intermittenti, oltre alle conseguenze della colossale speculazione finanziaria e territoriale che caratterizza il loro sviluppo da anni ingovernato.
Forti di un pluriennale impegno contro gli eccessi speculativi delle rinnovabili elettriche – e dell’eolico in particolare – e le conseguenti distorsioni a danno dell’ambiente e del paesaggio italiano e a detrimento degli altri settori della “green economy”, dopo avere constatato nei fatti l’immancabile verificarsi di tutte le negatività previste e denunciate in questi ultimi anni, le sottoscritte associazioni devono stigmatizzare come il presente documento si traduca in una ostinata riproposizione delle politiche miopi fin qui perseguite.
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Nove associazioni ambientaliste giudicano la nuova SEN prona ai voleri della lobby eolica

ALTURA, Amici della Terra, Comitato per la Bellezza, Comitato Nazionale per il Paesaggio, Pronatura, Italia Nostra, LIPU, Mountain Wilderness e Wilderness Italia: “Con la nuova SEN, il Governo annuncia bollette elettriche ancora più care, sacrifica all’eolico nuovi preziosi territori e non persegue azioni efficaci contro i gas serra.”

Cedendo ancora una volta alle pressioni delle lobby dell’eolico, la “Strategia Energetica Nazionale” (SEN) messa a punto dal Governo prepara ulteriori rincari della bolletta elettrica a danno di famiglie e imprese e una nuova ondata di devastazione del paesaggio e della biodiversità. Inoltre, scegliendo di favorire le fonti rinnovabili elettriche intermittenti come strumento prevalente per il contenimento delle emissioni di gas serra, il Governo rinuncia ad incrementare azioni più efficaci, relativamente meno costose e più appropriate per il nostro Paese, come la promozione dell’efficienza energetica, delle rinnovabili termiche e della mobilità sostenibile.
Le associazioni ambientaliste ALTURA, Amici della Terra, Comitato per la Bellezza, CNP-Comitato Nazionale per il Paesaggio, Federazione Nazionale Pronatura, Italia Nostra, LIPU Birdlife Italia, Mountain Wilderness, Wilderness Italia hanno inviato oggi un documento comune  di osservazioni alla SEN al Presidente del Consiglio dei Ministri Paolo Gentiloni e ai Ministri interessati (Sviluppo Economico, Ambiente, Economia e Finanze, Beni e Attività Culturali, Politiche Agricole e Forestali) per denunciare che ”’aumento dell’obiettivo delle rinnovabili elettriche dall’odierno 33-34% al 48-50% senza che sia posto alcun limite alle tecnologie, come l’eolico o il miniidro, che comportano consumo del territorio e danno al paesaggio e alla biodiversità, comporterà il sacrificio di ulteriori territori fra i più belli e delicati del nostro Paese nel tentativo di conseguire nel breve arco di pochi anni un incremento di 15 punti percentuali di contributo rinnovabile nel solo comparto elettrico che si tradurrà in appena il 4% di contributo sul fabbisogno energetico complessivo” .
Le associazioni sottolineano che “lo sforzo finanziario titanico – e la relativa speculazione – pro rinnovabili elettriche degli ultimi anni è stato alla base dell’incremento del 20% del costo dell’energia in bolletta. Quegli incentivi, già garantiti, alle rinnovabili solo elettriche già installate costeranno, alla fine, oltre 200 miliardi. Pari a 50 anni di intervento straordinario nel Mezzogiorno (fonte Nomisma) … Su questi risultati pesa la delocalizzazione all’estero di produzioni industriali energivore e relative – maggiori – emissioni di gas serra … Ora, l’attuale sforzo non può essere pressoché raddoppiato senza alcuna preventiva valutazione territoriale, ambientale, paesaggistica ed economica”.
Le associazioni ritengono che una ulteriore crescita di contributo rinnovabile al comparto elettrico possa avvenire solamente attraverso tecnologie come il fotovoltaico capaci di integrarsi nei tessuti già urbanizzati ma privi di significato storico e architettonico e che la crescita degli obiettivi di riduzione dei gas serra debba essere perseguita con convinzione ma nel rispetto della sostenibilità ambientale del nostro territorio che, con i suoi celebrati paesaggi rurali, con la natura, con le ricchezze storico archeologiche e con i suoi equilibri agro-pastorali, rappresenta un bene limitato, prezioso e irrinunciabile.

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Un ammonimento del neo Presidente di Italia Nostra sulla falsa rivoluzione verde

Mentre a Roma è appena iniziata la pubblica consultazione sulla nuova Strategia Energetica Nazionale (SEN), che minaccia di perseverare negli errori commessi in passato ad esclusivo favore delle rinnovabili elettriche non programmabili e dell’eolico in particolare, riteniamo utile riproporre un severo intervento di tre anni fa di Oreste Rutigliano, sul sito web della Rete della Resistenza sui Crinali.

fotopost

Noi sognavamo un pannello per ogni tetto, per ogni famiglia, per ogni scuola e per ogni capannone a vantaggio delle piccole e medie imprese.
Noi sognavamo che tutti gli italiani si mettessero in mente un’idea: come posso risparmiare energia e combustibili, cosa posso fare per spendere meno di riscaldamento, dove mettere il pannello per riscaldare l’acqua sanitaria con il sole…
Noi sognavamo.
E invece è andata nel modo peggiore immaginabile.
La “rivoluzione verde” in Italia, finora, si è dimostrata in gran parte un gigantesco inganno.
Infatti sono arrivati loro: gli investitori della turbo finanza, le multinazionali, gli amici degli amici e i compari dei compari, persino gli stessi petrolieri, che, per diversificare i propri investimenti, hanno installato pale e pannelli dappertutto… E tutti si sono detti: investiamo in grande, chiediamo incentivi altissimi con la scusa del buonismo ecologico e accaparriamoci i siti – spesso bellissimi e finora incontaminati – che graziosamente gli amministratori locali italiani ci concedono. Lì non dobbiamo dividere i profitti con nessuno, fatta salva una mancetta ai Comuni per le royalties e qualche briciola per i proprietari dei campi agricoli o dei pascoli di montagna in cui andremo ad insediare le nostre centrali rinnovabili. Ma, mi raccomando: tutte di dimensioni industriali, per ridurre i nostri costi fissi. E, soprattutto, senza rischiare quasi niente in proprio, affidandoci ad una leva finanziaria lunghissima che il sistema bancario italiano (si parla di prestiti al solo settore fotovoltaico di 40 miliardi: è possibile? nessuno ha mai controllato?), colpevolmente, ha assicurato per pura ingordigia, confidando in una inverosimile capacità del “sistema Italia” di reggere ad un onere di questa entità senza collassare.
Tutti i soldi disponibili nei prossimi vent’anni per preservare l’ambiente si sono subito esauriti, a vantaggio di pochi astuti privilegiati. Tutti i nostri sogni si sono subito spenti. In tante, troppe zone d’Italia è cominciato l’incubo di un iniquo sfregio paesaggistico apparentemente senza fine. Ora persino tra alcuni iniziali sostenitori di questi impianti comincia a sorgere il sospetto che l’Italia possa non farcela a sopportare un simile fardello tanto a lungo.
E dunque.
Che fare ora, per salvare il salvabile, se non tassare in modo congruo queste rendite puramente speculative utilizzando il conseguente gettito fiscale a vantaggio di altri settori della green economy, ben più promettenti, rimasti al palo? O vogliamo aspettare che decida il caso, quando il sistema delle FER elettriche industriali crollerà sotto il suo stesso peso? Il castigo per gli speculatori sarebbe comunque peggiore di quell’intervento governativo di imperio, ancorchè severissimo, che le attuali, drammatiche circostanze richiedono e che noi auspichiamo.
Oreste Rutigliano

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Un paladino storico della resistenza all’eolico selvaggio al vertice di Italia Nostra

Oreste Rutigliano è il nuovo Presidente nazionale della benemerita associazione che tutela il patrimonio storico e le bellezze naturali del nostro Paese.

rutigliano

Oreste Rutigliano, qui accanto a Vittorio Sgarbi, ad una delle innumerevoli manifestazioni contro un impianto eolico a cui ha partecipato negli ultimi quindici anni.

Con somma partecipazione porgiamo al neo Presidente le congratulazioni della Rete della Resistenza sui Crinali. Ecco di seguito il resoconto della bella notizia, nel comunicato stampa di Italia Nostra:

È Oreste Rutigliano il nuovo Presidente nazionale dell’Associazione Italia Nostra. La “crisi di governo” scoppiata nella seduta del Consiglio direttivo del 6 maggio 2017 è stata prontamente risolta in soli 20 giorni con una sola seduta del Consiglio direttivo nazionale che ieri, 28 maggio, ha preso atto delle dimissioni dell’ex Presidente Marco Parini e ha eletto i nuovi organismi statutari. Si sono così risolte divergenze di orientamento maturate all’interno del Consiglio direttivo nazionale su questioni amministrative e di mancata trasparenza in molte scelte. Nominati quindi i Vice Presidenti nelle persone dell’architetto Cesare Crova, la professoressa Maria Rosaria Iacono e l’avvocato Maria Paola Morittu.
Oreste Rutigliano guiderà l’Associazione fino alla scadenza naturale del Consiglio nazionale nel settembre 2018. Oreste Rutigliano milita in Italia Nostra dal 1971 e per 20 anni è stato Vice Presidente della sezione di Roma accanto all’allora Presidente Antonio Cederna. Si ritiene suo allievo e intende, come ha sempre inteso, ispirarsi ai rigorosi principi che Antonio Cederna seppe diffondere a vantaggio della tutela e della conservazione del paesaggio, dei Centri storici e dei beni culturali. Si è principalmente occupato di questioni urbanistiche, di aree protette metropolitane, del paesaggio delle aree interne e marginali, e in particolare di tutti i fattori di distruzione del paesaggio italiano.
Il programma per quanto riguarda l’organizzazione interna si ispirerà ai principi di massima trasparenza e austerità mentre intende rafforzare la capacità di comunicazione delle idee di Italia Nostra. All’ordine del giorno, tra le questioni da affrontare vi è prima fra tutte l’indebolimento progressivo delle funzioni di tutela del Ministero dei Beni culturali e la perdurante noncuranza di tutte le istituzioni verso il nostro paesaggio.

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La Sen e l’arte della manutenzione dell’idroelettrico

Presentata la bozza della nuova Strategia energetica nazionale (Sen). Un valore obiettivo abnorme proposto per le rinnovabili elettriche al 2030 (obiettivo che per l’Unione Europea non è neppure vincolante) ci fa temere un’ulteriore ondata di costi in bolletta e un diluvio di pale su tutti i crinali dell’Appennino. A meno che se non venga data la priorità negli investimenti, con un programma di manutenzione e ripotenziamento, al settore idroelettrico a bacino già esistente.

Anima mia, non aspirare alla decarbonizzazione integrale, ma esaurisci il campo del possibile. (Pitiche 2017)

E dunque mercoledì scorso è stata presentata l’attesa bozza della nuova Strategia energetica nazionale (Sen), che indica il percorso per ottemperare agli obiettivi europei al 2030. Con essa, tutti i nostri timori si sono concretizzati: il governo italiano intende persino andare oltre gli obblighi – già soffocanti – imposti dall’Unione Europea.
L’occasione della presentazione è stata l’audizione congiunta del ministro dello Sviluppo Calenda e di quello dell’Ambiente Galletti davanti alle commissioni riunite Ambiente e Attività Produttive della Camera.
La bozza, nonostante le apparenze del formato compatto e l’insistito ricorso a numeri ed a grafici, ci appare un ennesimo testo New Age, con il solito eccesso di sentenziosità Zen, chiaramente derivato dalla insopportabile retorica ecologista della Cop21 di Parigi, che tanta parte ha avuto, a causa della reazione di una opinione pubblica americana ormai esasperata dal politically correct, nella recente elezione di Trump. Non abbiamo dubbi che il testo definitivo della Sen, che vedrà la luce dopo una “consultazione pubblica” lunga 30 giorni (ma che immaginiamo nascosto in qualche cassetto ministeriale), soffrirà ancor di più di questi difetti, il principale dei quali appare la mancanza del quesito ineludibile: chi paga?
Le lobby, negli ultimi mesi già attivissime, si scateneranno nelle prossime quattro settimane per ottenere, a favore dei propri settori, quante più libbre possibili di carne dal corpo già martoriato dei consumatori italiani, ed i sommi ideologi della “corrente di pensiero elettrica” (la definizione ironica è dello stesso ministro Calenda) non ci risparmieranno nulla del loro armamentario retorico, per essere ben sicuri di affondare il sistema industriale ed arrecare quanti più sfregi possibili al territorio italiano.
Prima di iniziare è però opportuno chiarire una cosa, che dovrebbe contribuire a risollevare un po’ gli animi: la Sen non è esplicitamente prevista, almeno finora, in alcun atto con forza di legge. Questo significa non solo che la nuova Sen non sarà un nuovo Vangelo, ma che servirà tutt’al più alla politica e all’opinione pubblica per capire quali sono i rapporti di forza tra i vari “stakeholder” che ci stanno sbranando. Ciò precisato, cominciamo con le cattive notizie.
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Il ministro dello sviluppo Calenda: “La scelta fatta con le rinnovabili è stata una scelta dissennata”

Carlo Calenda ragiona sulla SEN: “Sbagliato trasformare l’investimento in rinnovabili in una pura speculazione finanziaria come è stata per molti anni con tassi di ritorno che non sono umani e che non hanno niente da vedere con la realtà”. “Rischio di avere approcci eccessivamente ideologici”. “Probabilmente gli investimenti predominanti saranno quelli sull’efficienza energetica rispetto alle rinnovabili”. “La Germania continua di fatto a impedire che si sviluppi una vera politica sull’abbandono del carbone”.

ministroCarlo Calenda sta studiando da premier. L’indipendenza di giudizio dimostrata dal ministro dello sviluppo economico (anche) nel suo contributo all’incontro “Going to G7 Energy”, organizzato a Roma dal Centro Studi Americani il 15 marzo scorso, conferma che l’uomo vuole e sa volare alto. Consapevole della “necessità impellente di aggiornare la Strategia Energetica Nazionale (SEN)”, il ministro dello sviluppo ha scelto, per il suo intervento, di trascurare quasi del tutto l’obiettivo dell’incontro (i temi geopolitici che saranno discussi al prossimo G7 Energia, che si svolgerà a Roma il 9 e 10 aprile prossimi) e di concentrare l’attenzione sulla nuova SEN, in fase di elaborazione presso il suo dicastero.
Ribadendo una forte carica di pragmatismo, da noi già rilevata in passato, anche in questa occasione ha picconato alcuni tabù “politicamente corretti” che, tanto per fare un esempio, il sedicente “rottamatore”, durante il precedente governo da lui presieduto, non aveva mai neppure osato sfiorare. Così facendo, Calenda si candida, al pari del suo collega di governo Marco Minniti, alla guida dell’esecutivo di “solidarietà nazionale” PD-Forza Italia che tutti ormai considerano inevitabile per la prossima legislatura.   
Riproponiamo qui di seguito, senza commento alcuno (ma non ci mancherà occasione di farlo nelle prossime settimane, essendo il testo definitivo della nuova SEN previsto per maggio), alcuni passaggi-chiave del discorso del ministro dello sviluppo ad uso e consumo di chi non intende ascoltare, come pure noi consigliamo, tutto il suo intervento, che conclude l’incontro di Roma e che nel filmato reso disponibile in rete inizia attorno al minuto 2h:13. Ci limitiamo ad osservare che Calenda giunge alle stesse, identiche conclusioni sulle quali in questi anni ha martellato, in splendida solitudine o quasi, la Rete della Resistenza sui Crinali.
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Il Deserto dei Vescovi: attese destinate all’eternità

Qualche elementare riflessione sulla giustizia amministrativa scaturita dalla interminabile vicenda del progetto dell’impianto eolico di Poggio Tre Vescovi.

Il paradosso è sempre in agguato. E non solo nelle storie di Dino Buzzati.
Lo stiamo vedendo nell’interminabile, tragicomica vicenda del progetto di impianto eolico del Poggio Tre Vescovi, a cavallo fra i territori delle regioni l’Emilia-Romagna e Toscana, fra le province di Arezzo, Rimini e Forlì-Cesena.
Proviamo a delineare tale vicenda con un linguaggio da enoteca di basso rango.
Anni fa, in sede di Conferenza dei Servizi Interregionale, non risultò possibile trovare un accordo fra i vari enti coinvolti nella valutazione del progetto. Alcuni di essi si pronunciarono a favore, altri invece non riuscivano proprio a trovare una compatibilità dell’impianto, sulla base e nell’ambito delle rispettive competenze. Il progetto dovette quindi essere rinviato alla valutazione del Consiglio dei Ministri. Che però neppure riuscì a comporre i dissensi fra i vari enti: chi aveva espresso contrarietà… continuava a esprimere contrarietà.
A quel livello il progetto venne bocciato (Delibera Cons. Min. 27/01/2012). Fine, direte voi.
Fine un piffero, ahinoi.
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La soap opera di Poggio Tre Vescovi

Riassunto dell’ultima puntata

“Abbiamo letto il verbale dell’ultima riunione svolta tra gli enti che devono decidere il destino di questo progetto eolico e ci chiediamo che cosa aspettino a chiudere una procedura che si sta trascinando oltre ogni ragionevole limite”. Lo afferma Anna Missiroli del Comitato cittadino Salviamo Poggio Tre Vescovi, che da anni si batte per fermare la realizzazione di un grande impianto eolico proposto dalla Geo Italia srl, derivata da una ditta tedesca, la Geo GmbH, per lo spartiacque tra Romagna, Montefeltro e Toscana (i Comuni interessati sono Casteldelci RN, Verghereto FC e Badia Tedalda AR). “Dall’inizio del 2011, quando la Geo presentò richiesta di autorizzazione, sono trascorsi sei anni e ancora non si è presa una decisione! Ormai sembra diventata una soap opera!”
L’originario progetto della Geo (36 aerogeneratori, alti 180 metri l’uno compresa l’elica, per una potenza prevista di complessivi 122,40 MW) venne in verità già bocciato nel gennaio 2012 dal Consiglio dei Ministri, che dovette per legge intervenire poiché gli enti chiamati a partecipare alla conferenza dei servizi non riuscivano a trovare un’intesa tra chi era favorevole (i comuni di Pieve Santo Stefano, Verghereto, Badia Tedalda, Casteldelci e le comunità montane Val Tiberina, Alta Val Marecchia e Appennino Cesenate) e chi contrario (il MIBACT-Ministero dei beni ambientali culturali e del turismo, le regioni Emilia Romagna e Toscana, le provincie di Forlì-Cesena e di Arezzo, il comune di Sestino). L’allora governo Monti stabilì di respingere il progetto, valutandolo incompatibile con il contesto paesaggistico.
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Elettricità senza furboni

In memoriam Ernesto Rossi (1897 – 1967)

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La scorsa settimana – non senza una certa sorpresa – abbiamo ricevuto un plico dattiloscritto a firma Ernesto Rossi, di cui giovedì prossimo ricorre il cinquantenario della morte.
Qualcosa ci induce a temere che si tratti di un apocrifo. Nondimeno, per le argomentazioni tutt’altro che banali su un tema a noi caro, lo sottoponiamo al giudizio dei nostri lettori.

 

 

 
L’industria elettrica è sempre stata, in Italia, un’industria politica: un’industria che ha fatto i suoi migliori affari nei gabinetti dei ministeri e nelle aule parlamentari. Da quando la sua nazionalizzazione divenne un punto programmatico del primo governo italiano di “centro-sinistra”, i baroni elettrici scoprirono tutte le loro batterie per sparare a zero contro quel governo: fecero sostenere le loro tesi, sui grandi giornali così detti indipendenti, dagli economisti più noti al grosso pubblico; fecero pubblicare due volumi pseudo-scientifici sotto l’etichetta dell’Istituto delle fonti d’energia di un’università privata da essi stessi finanziata; fecero diffondere in gran copia gli opuscoli di propaganda. Come si è visto recentemente nella campagna di sostegno alle rinnovabili elettriche, da allora le cose non sono cambiate molto: una nuova dimostrazione – mi sembra sia stata questa – del grado di asservimento ai “padroni del vapore” cui sono ormai giunti la nostra stampa e troppi nostri accademici.
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Il sistema elettrico italiano sull’orlo del baratro

L’Italia si è colpevolmente ritrovata priva del margine di riserva elettrica proprio in occasione della crisi indotta dall’arresto delle centrali nucleari francesi e proprio nei giorni più freddi dell’anno. Quanto siamo andati vicini al disastro? Quali sono state le responsabilità del Governo e quali invece quelle proprie di Terna, Gse, AEEG e degli altri soggetti istituzionali che non avevano dato l’allarme, provocato dall’eccesso di impianti FER non programmabili, a tempo debito?

“Secondo il ministro Calenda e l’a. d. di Terna Del Fante la situazione di overcapacity non è più così scontata”.
Così scriveva il Quotidiano Energia nell’ultimo capoverso dell’articolo comparso il 16 gennaio dal titolo “Free: Apertura centrale Genova ingiustificata”.
Fin qui niente di nuovo, se già il 14 gennaio, ad esempio, Jacopo Giliberto sul Sole nell’articolo “Allarme freddo, le centrali non chiudono” ci informava che “da tempo il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, dice che la sovraccapacità italiana di centrali è solamente apparente”.
D’altronde, la criticità di un sistema elettrico ridondante di potenziale non programmabile era nota da anni anche ad Assoelettrica, sebbene, in passato, sia sempre stata sottovalutata, se non addirittura negata, da Terna.
Ciò che appare davvero interessante compare invece nell’ultima riga del citato articolo di Quotidiano Energia:
“In base ai dati del Tso (acronimo di Transmission System Operator, in questo caso la Terna. Ndr) già a fine 2015 il margine/riserva si era ridotto a circa 6 GW (60 GW di domanda di punta contro 65,4 di potenza effettivamente disponibile)”.

Anche qui, ma solo per i cultori della materia, niente di nuovo.

Per i nostri fini, intanto, è utile definire che cosa si intende per “margine di riserva”. Per fare questo, e per evitare improvvisi cambiamenti nella definizione onde celare il misfatto perpetrato, leggiamo da un documento del Sole del 2011
che
“ll margine di riserva della generazione elettrica si riferisce alla capacità di produzione eccedente la richiesta di potenza, che può essere prontamente attivata in caso di necessità (emergenze per guasti improvvisi o per interruzioni in parte delle linee). Un margine considerato “sicuro” è comunque al di sopra del 7% del consumo di picco. Se inferiore scattano procedure di emergenza progressiva”.
Ovviamente i vocaboli “prontamente” e “sicuro” presenti nella definizione escludono a priori dal computo del margine di riserva tutto il pletorico potenziale eolico e fotovoltaico forsennatamente installato in questi ultimi anni, orgoglio e vanto della nostra sciagurata classe dirigente, ma rivelatosi del tutto inutile (specie nelle più afose serate estive) in tante situazioni di picco.
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Poggio Tre Vescovi: il discount dell’eolico

Si apprende da fonte giornalistica (!) di una ennesima ipotesi, presentata dalla Geo Italia negli inaccessibili meandri dei palazzi romani, di riduzione dell’impianto: questa volta a… 10 pale. E’ il riconoscimento implicito delle tesi del comitato e delle tante associazioni contrarie al ciclopico progetto di 36 pale, già respinto a suo tempo. Trattandosi di una proposta lecita ma evidentemente del tutto diversa da quella originale, per ripristinare una condizione di legittimità è però necessario considerarla in una rinnovata e distinta valutazione di impatto ambientale, da svolgersi nella sua sede propria.

Nel 2010, quando prese avvio l’iter autorizzativo dell’impianto eolico di Poggio Tre Vescovi (a cavallo tra i territori comunali di Verghereto FC, Casteldelci RN e Badia Tedalda AR), il progetto, presentato dalla Geo Italia, prevedeva l’installazione di 36 turbine. Nel 2012 quel progetto è stato bocciato dal Consiglio dei Ministri, ma la vicenda sembra ancora aperta.
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Lo sventramento del paesaggio appenninico

Antonio Cederna: “L’impegno ecologico si è concentrato sui temi dell’inquinamento. Troppi politici e amministratori considerano il territorio come merce da barattare, terra di nessuno, ovvero proprietà di chi riesce ad arraffarlo. Il mondo accademico è assorto nei propri pensieri, ossequioso verso il potere, incapace salvo eccezioni di azioni coraggiose. Gli uomini di cultura sono da sempre indifferenti ai problemi della vita associata, e considerano “anime belle” chi si batte per la difesa del paesaggio”.

Pubblichiamo oggi la terza ed ultima parte, dopo “I vandali sui crinali” e “Brandelli d’Italia? Di pale eoliche s’è cinta la testa“, del compendio dei testi di Antonio Cederna che abbiamo voluto riproporre ai nostri lettori, nel ventennale della sua scomparsa, per metterli in guardia dai troppi non disinteressati paladini della sua eredità culturale.

ced1I brani di Cederna di seguito riportati sono stati ricavati da una molteplicità di suoi articoli e sono tutti di suo pugno, tranne il titolo, evidentemente ispirato a “Lo sventramento del paesaggio”, contenuto nell’antologia “La distruzione della natura in Italia”, edita nel 1975 da Einaudi. La parte che ci appare più interessante è però ricavata dallo scritto “Territorio ambiente e dintorni”, tratto dal catalogo della mostra del 1987 “Il rovescio della città”, a cura del Comune di Bologna. In “Territorio ambiente e dintorni”, Cederna, con felice sintesi e implacabile giudizio, già trent’anni fa affermava quello che oggi sempre più italiani pensano ma non osano dire, e cioè che alla base di tutto (e non solo per ciò che riguarda la mancata tutela del territorio e del paesaggio patrio) in Italia esiste “una qualche radicata malformazione culturale” e che “le radici di questa arretratezza sono profonde e diffuse”, concludendo che “le principali componenti della nostra cultura non hanno dato buoni frutti”. Ogni discorso sui rimedi all’ormai decennale decadenza dell’Italia dovrebbe partire da questo forte assunto, derivandone altrettanto forti conclusioni.
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Ancora ignoto il destino di Poggio Tre Vescovi

Dopo oltre un anno dalla ripresa del procedimento autorizzativo presso la Presidenza del Consiglio, non si conosce ancora la sorte del progetto del gigantesco impianto eolico immerso nei paesaggi pierfrancescani del Montefeltro. Questa fase procedimentale, così come è attualmente in corso a Roma, costituisce una patente anomalia giuridica.

Niente di nuovo sul fronte romano per il mostro eolico di Poggio Tre Vescovi, il progetto che, quando fu presentato nel 2010, per dimensioni e potenza avrebbe dovuto essere l’impianto eolico onshore più grande d’Italia ed il secondo d’Europa. Esso dovrebbe essere collocato, come fa rilevare Italia Nostra, tra gli intatti paesaggi di Piero della Francesca e comporterebbe la distruzione di una importantissima area ecologica costituita, nelle parole del locale WWF, “dai crinali appenninici più ameni ed incontaminati e importanti corridoi di collegamento delle reti ecologiche che uniscono le aree protette dell’Appennino Settentrionale con quello Centrale”.

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Il paesaggio di Casteldelci, uno dei comuni dove dovrebbero sorgere le torri eoliche. È uno dei paesaggi del Montefeltro, molto simile a quelli dipinti da Piero della Francesca.

Le fasi dell’iter burocratico, apparentemente senza fine, ci sono note. Eravamo rimasti al momento in cui il Consiglio dei Ministri, obbligato dalla sentenza del TAR, nel novembre 2015 aveva convocato tutte le istituzioni e le parti interessate – Regioni, Province, Comuni, Autorità di bacino, Comunità montane, ARPA, AUSL, Soprintendenze, ENEL, TERNA… – chiedendo alla proponente Geo Italia di riformulare il progetto.
Eppure, nonostante tutti gli sforzi, alcune problematiche ambientali non risultano superabili. A oltre un anno dalla ripresa del procedimento, l’opera della Presidenza del Consiglio non ha finora sortito effetti di alcun genere. Anzi: questa nuova fase si è trasformata in una sorta di nuova e anomala procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), in cui la Presidenza del Consiglio si è riservata un improbabile ruolo di mediatore tra la proponente e i membri della Conferenza dei Servizi, incentrata sulla proposizione a raffica da parte della Geo di una pluralità di ipotesi progettuali tutte diverse e alternative a quella originaria.

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Il paesaggio ‘arricchito’ dalle torri eoliche, dietro i ritratti dei Duchi di Urbino di Piero della Francesca.

Si tratta di una prassi palesemente contra legem: non solo perchè in nessun caso, in un simile contesto, la legge assegna ad un soggetto privato un qualsiasi ruolo di impulso o coordinamento delle operazioni istruttorie (a maggior ragione con l’agio di gestirne a suo comodo i tempi e i modi) ma anche, e soprattutto, perchè la procedura corrente può riguardare esclusivamente l’unico progetto a suo tempo scrutinato nell’ambito della procedura di VIA interregionale. Ovviamente ogni diversa ipotesi progettuale potrà essere presa in considerazione, ma solo nell’ambito di una rinnovata, distinta procedura di VIA.
Intanto, però, la fase procedimentale in corso costituisce una patente anomalia giuridica. E’ perfettamente evidente anche a noi profani che a Roma la si sta gestendo in maniera del tutto impropria. Chiediamo pertanto che, nello svolgimento del procedimento, venga ripristinata una condizione di legittimità e che si pervenga in tempi certi alla definizione della questione.
Comitato Salviamo Poggio Tre Vescovi – Verghereto (FC)

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La sera del dì di festa a Marrakech

Dopo gli eccessi della sgangherata retorica ambientalista che aveva accompagnato – e seguito – la COP21 di Parigi dello scorso dicembre, a Marrakech l’atmosfera al termine della COP22 era quella di una lunga festa appena finita e che forse non si ripeterà mai più.

“Un nuovo uragano di irragionevolezza rischia di abbattersi sul mondo in coincidenza con l’apertura — oggi a Marrakech — della Conferenza sui cambiamenti climatici”. Chi scriveva queste righe il 6 novembre scorso non era un ultras della lobby del carbone ma Paolo Mieli, sulle pagine del compassato Corriere della Sera – fin qui schierato a sostegno delle tesi mistiche della transizione energetica verso le rinnovabili – nell’articolo “I dati, i dubbi e gli eccessi sul cambiamento climatico“.

Il mutato atteggiamento del Corriere e di molta parte dell’informazione verso la Conferenza delle Parti (COP22) di Marrakech non era solo una reazione agli eccessi della sgangherata retorica ambientalista che aveva accompagnato – e seguito – la COP21 di Parigi dello scorso dicembre, ma il risultato di alcuni fatti inoppugnabili che sollecitavano un differente approccio al problema del cambiamento climatico.
Per suprema ironia del Fato, alcune repentine ed inattese transizioni politiche e tecniche che hanno indebolito gli argomenti degli “ecologisti global” (adesso bisogna chiamarli così) si sono verificate proprio alla vigilia, se non addirittura durante lo svolgimento degli stanchi rituali della COP22.
Sebbene l’atmosfera al termine del Concilio Ecumenico di Marrakech non fosse così lugubre come quella descritta da chi ritiene che la COP22 sia stata un “baraccone di ipocrisie“,
in cui “imprese e nazioni… pensano molto alle proprie tasche e assai poco alla cappa di anidride”, ciò nondimeno si poteva percepire con chiarezza, dai resoconti di tutta la stampa internazionale, un importante ed innegabile mutamento climatico, evidentemente intervenuto anche sotto i tendoni falsi-berberi tirati su per l’occasione nella fascinosa città marocchina.
Il clima era quello di una lunga festa appena finita e che forse non si ripeterà mai più.
Un grosso guaio per molti partecipanti, compresi i funzionari professionisti – e lautamente retribuiti – di alcune (poche) onlus ambientaliste italiane, sempre più invisi ai volontari delle medesime associazioni, lasciati sempre più in bolletta, che spesso vedono il proprio territorio compromesso dalle installazioni di inverosimili impianti elettrici a fonti rinnovabili sponsorizzati dalle loro stesse direzioni.
Molteplici sono le concause che hanno condotto ad un cambiamento di feeling così radicale nell’arco di pochi mesi dalla trionfale conclusione della COP parigina. Vediamo quelle più significative, elencate a caso, senza ordine cronologico nè di importanza.

Sono finiti i soldi da sperperare.
Leggiamo dall’articolo di Euronews del 18 novembre “Cop22: i risultati sono scarsi“:
“196 gli Stati che hanno preso parte alla Cop22. Ma i progressi fatti in Marocco sono stati pochi e niente affatto spettacolari. Ora l’obiettivo è quello di riuscire a mobilitare almeno 100 miliardi di dollari all’anno da versare ai Paesi più poveri per aiutarli a sviluppare fonti di energia meno inquinanti. Un’impresa che se da un lato appare titanica, dall’altro è totalmente insufficiente visto che, secondo le stime Onu, servirebbero dai 5 ai 7mila miliardi di dollari annui per raggiungere un modello di sviluppo sostenibile che sia in grado di aiutare i Paesi in difficoltà”.
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Brandelli d’Italia: di pale eoliche s’è cinta la testa!

Antonio Cederna: “Il tema è il malgoverno del territorio. Abbiamo assistito all’indiscriminata depredazione di un bene (il territorio appunto) considerato, anzichè patrimonio collettivo e risorsa per definizione limitata e non reintegrabile, terra di nessuno: ovvero terra di conquista per le truppe d’assalto della speculazione, grazie all’incoscienza, al cinismo, all’avidità delle forze politiche al potere. Hanno saputo ammantarsi di demagogia, corrompere le classi umili e farsele spesso alleate, conquistarle a modelli di sfruttamento del suolo che nulla hanno a che fare con gli interessi locali, e che procurano profitti solo agli imprenditori-colonizzatori. Tutta l’Italia va trattata come un parco, e alla rigorosa salvaguardia dei valori del suo territorio va rigorosamente subordinata ogni ipotesi di trasformazione e sviluppo: perchè non venga definitivamente distrutta l’identità culturale e l’integrità fisica del nostro Paese”.

ced3Dopo “I vandali sui crinali“, proponiamo, qui di seguito, la seconda delle tre parti del compendio dei testi di Antonio Cederna che ci siamo riproposti di sottoporre ai nostri lettori per metterli in guardia dai troppi (sedicenti) alfieri della sua eredità culturale. In particolare intendiamo smascherare chi utilizza tale eredità per “sdoganare” le FER elettriche industriali, ossia le distese infinite di pannelli fotovoltaici nei campi e sulle colline, il sequestro delle acque dei torrenti montani, gli impianti a bio-massa più ammorbanti e, soprattutto, le ciclopiche pale eoliche sui crinali.
A questo proposito teniamo a precisare con nettezza che non consideriamo affatto “compagni che sbagliano” – ma piuttosto nostri inconciliabili avversari e negatori del pensiero di Cederna – chi sostiene, per attaccare le Soprintendenze a suo avviso troppo rigorose o per altri fini, “il paesaggio eolico“, “la cui bellezza e fascino è ormai trasfusa in tecniche di progettazione oggetto di corsi universitari”. Cogliamo anzi l’occasione per affermare con orgoglio che sì, è proprio vero quanto i nostri avversari affermano: “l’opposizione all’eolico si basa su una vecchia concezione del paesaggio”; concezione trasmessaci, tra gli altri, proprio da Antonio Cederna con il rigore inflessibile che gli era proprio.
Dobbiamo purtroppo constatare, con amarezza, che simili enormità compaiono sul portale della “versione elettronica” della rivista promossa da Legambiente “QualEnergia”, “dedicata all’energia sostenibile”.
L’indefessa politica dei vertici di Legambiente di questi ultimi anni a favore dell’impiego massivo, ubiquo e per ciò stesso indiscriminato dell’eolico industriale “per la salvezza del Pianeta dal surriscaldamento climatico” si rivela in aperto contrasto con l’insegnamento di Cederna, che esplicitamente e ripetutamente, nella sua opera, esortava alla rinuncia a sollevarsi alle “sublimità pericolose” dell’Ecologia.
Questo approccio spurio di Legambiente al problema, sicuro indice di scarsa attenzione agli ammonimenti di Cederna oppure di lettura superficiale dei suoi lavori, appare particolarmente grave a causa dei costanti richiami dell’altrimenti benemerita associazione al magistero del grande ambientalista. Una sua rilettura più attenta forse non guasterebbe.
Ribadiamo che anche i brani di Cederna che seguono (estratti per lo più dal volume “Brandelli d’Italia”, un’antologia di suoi articoli pubblicata da Newton Compton nel 1991) sono stati, inevitabilmente, selezionati, accorciati ed accostati in modo arbitrario dai curatori di questo lavoro di sintesi.
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Verso il baratro energetico

Eolico e fotovoltaico non sono alternativi ai sistemi tradizionali di generazione elettrica. Perseverando con una politica energetica di incentivazione a loro favorevole, il sistema elettrico italiano si troverà tra non molto al bivio tra il disastro e la ri-nazionalizzazione. Prezzi energetici di nuovo in aumento e pericolosi segnali da Roma circa una nuova Strategia Energetica Nazionale ancor più sbilanciata verso l’eolico.

Nello scorso luglio, a seguito dell’addebito nelle bollette elettriche di appena 300 milioni di costi di dispacciamento imprevisti, è scoppiato un putiferio tuttora in corso, come da noi recentemente riepilogato nel post “Il poco misterioso mistero dell’aumento delle bollette elettriche“.

“Appena 300 milioni” non deve essere inteso in senso ironico, se è vero che per quest’anno sono stati previsti dal GSE – senza che nessuno abbia obiettato alcunchè – addebiti di 14,4 miliardi (!) per i soli incentivi alla produzione del 20% dei consumi elettrici italiani dagli impianti “rinnovabili” di recente costruzione. La matematica e la congruenza dei numeri, evidentemente, in Italia stanno diventando un’opinione.
Tra l’altro, per fare luce (…) sulla questione dei 300 milioni per il dispacciamento, in Parlamento sono state presentate numerose interrogazioni al Governo, nessuna delle quali, purtroppo, ha focalizzato il vero problema della crescente grandinata di costi abbattutasi negli ultimi anni sulle bollette elettriche degli italiani, al di là della contingenza specifica.
In questa occasione (ripeto: in questa occasione), io non so se ci sia stato un abuso di una posizione dominante oppure se sia stato compiuto qualcos’altro contrario a leggi e regolamenti. Può essere possibile, se non altro vista la mole di leggi e regolamenti in materia. Anzi: una serie di coincidenze me lo fa apparire probabile. Ma non è questo il punto che ci interessa, e che dovrebbe soprattutto interessare alla politica.
Il nocciolo della questione è che le FER (fonti a energia rinnovabile) elettriche non programmabili (eolico e fotovoltaico in primis) sono certamente “rinnovabili”, ma non sono “alternative” alle fonti tradizionali, in quanto l’energia elettrica, oltre ad una certa misura, non si può accumulare per essere utilizzata al bisogno. Se il vento non soffia e se il sole non splende, senza fonti tradizionali pronte a subentrare a immediata richiesta a pale e pannelli, si rimane al buio, al freddo, magari chiusi in ascensore, e con traffico, fabbriche ed uffici bloccati, con i treni fermi, eccetera eccetera. Insomma: l’Apocalisse, qualora il flusso di elettricità rimanesse interrotto a lungo, come potrebbe accadere in una circostanza imprevista.
E dunque, il problema ineludibile è che quegli episodi denunciati di recente in Parlamento e sulla stampa sono e saranno sempre più frequenti con la distorsione del mercato introdotta dagli incentivi alle FER elettriche e con la distorsione del buon senso introdotta dall’obbligo per legge della priorità di dispacciamento alle FER non programmabili, senza la quale i gestori delle linee ad alta tensione tenderebbero a privilegiare le fonti tradizionali, marginalizzando la produzione da eolico e fotovoltaico, per evitare gli infiniti problemi di rete che una immissione di energia erratica inevitabilmente comporta.
Considerare eolico e fotovoltaico “alternativi” è un’assurdità.
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I vandali sui crinali

Antonio Cederna: “Tra le persone civili e i vandali odierni nessun compromesso è possibile. Per ridicolizzarli e combatterli è utile conoscere i luoghi comuni ai quali essi fanno ricorso, quando vogliono mascherare le loro intenzioni e imbrogliare gli ingenui. Non crediamo mai una sola parola di questi Tartufi. Unica mira dei vandali è invece quella di realizzare immensi guadagni speculando. L’impudenza dei vandali è senza fine. Essi pretendono di apportare nuova bellezza”.

ced1Gli amici ed i discepoli di Antonio Cederna
erano da tempo abituati sia ai tributi postumi resi al grande polemista scomparso nel 1996, e divenuti ormai una ennesima forma di millanteria conformistica a costo zero, sia alle unanimi manifestazioni di devozione filiale a lui consacrate. Ne leggevano – divertiti – le lodi intessute persino da chi era stato oggetto dei suoi più sanguinari strali e da chi (ed erano molti) lo considerava, in vita, solo un insopportabile rompiscatole. Ma anche all’improntitudine c’è un limite. Questo limite è stato varcato in occasione del ventesimo anniversario della morte di Cederna, quando qualche “ambientalista del fare” (pare che adesso si debba dire così…) lo ha evocato come proprio padre nobile, per sostenere gli impianti ad “energie pulite” (per il volgo: i grandi impianti industriali ad energie rinnovabili per la produzione di elettricità ed in particolare gli impianti eolici sui crinali appenninici), per la cui realizzazione questi sedicenti epigoni di Cederna hanno dedicato “senza se e senza ma” il proprio impegno negli ultimi anni. Appare dunque opportuna una precisazione onde evitare pericolosi equivoci.
A tal fine, siccome concordiamo con chi ha scritto che “parafrasare Cederna è una sfida linguistica piuttosto frustrante, perchè si finisce piuttosto per ricopiarlo, arrendendosi all’evidenza che meglio di così quel fenomeno, evento, meccanismo, luogo, non poteva essere descritto o definito”, abbiamo preferito riproporre direttamente alcuni testi scritti da Cederna stesso, pur se – necessariamente – selezionati, accorciati ed accostati in modo arbitrario dai curatori di questo lavoro di disambiguazione. Solo i titoli sono nostre parafrasi. Lasciamo ai lettori il non arduo compito di dedurre quale sarebbe stata la reazione di Antonio Cederna verso il concreto rischio del coronamento di tutti gli Appennini, sul modello di quanto è già accaduto in Daunia ed altrove nel Sud (la speculazione territoriale più estesa dopo quella edilizia degli anni 60), con pale ciclopiche, che vent’anni fa non sarebbero state concepibili neppure nel peggiore dei suoi incubi.
Cominciamo oggi a proporre, qui di seguito, una breve silloge de “I vandali in casa”, opera di sessant’anni fa, che colpisce il lettore contemporaneo anche per l’indignazione, l’inflessibilità e l’asprezza dei toni, a cui in Italia non siamo più abituati dopo una generazione ingozzata di “molliccio” buonismo politicamente corretto e di melenso ecumenismo.
ced2 I vandali che ci interessano sono quei nostri contemporanei i quali, per turpe avidità di denaro, per ignoranza, volgarità d’animo o semplice bestialità, vanno riducendo in polvere le testimonianze del nostro passato. Le meraviglie artistiche e naturali del “Paese dell’arte” e del “giardino d’Europa” gemono sotto le zanne di questi ossessi: indegni dilapidatori di un patrimonio insigne, stiamo dando spettacolo al mondo.
Tra le persone civili e i vandali odierni nessun compromesso è possibile. Per ridicolizzarli e combatterli è utile conoscere i luoghi comuni ai quali essi fanno ricorso, quando vogliono mascherare le loro intenzioni e imbrogliare gli ingenui. Preliminare è sempre il pretesto igienico-moralistico. Il tenero cuore dei vandali è offeso; scopo dei loro amorevoli progetti sarebbe la bonifica, la salute dei cittadini. Non crediamo mai una sola parola di questi Tartufi. Unica mira dei vandali è invece quella di realizzare immensi guadagni speculando. L’impudenza dei vandali è senza fine. Essi pretendono di apportare nuova bellezza. Pretendono di incrementare la pubblica pietà. Genio dei vandali è la mezza verità, l’approssimazione, il generico e sommario argomentare, il molliccio buon senso. Forse che la storia non cammina? Ci si può opporre al suo fatale andare? Non ha i suoi diritti la vita? Si può “cristallizzare”, “imbalsamare”, ecc. un paesaggio o un complesso monumentale? E nella volgarità generale del gusto, nell’impreparazione dell’opinione pubblica, questo storicismo da mezze cartucce (per cui “tutto cambia”, “tutto è relativo”, ecc.) si alimenta e dilaga.
Viviamo ormai in una situazione paradossale: la distruzione senza rimedio, la volgare degradazione dei più straordinari complessi monumentali e naturali, la smisurata invasione del brutto, risultato dello spirito di violenza dei barbari speculatori, dell’abbietto conformismo degli organi responsabili, della pigrizia mentale delle classi colte, sono ormai considerate, dalla scettica opinione corrente come “realtà” a cui bisogna inchinarsi. Ogni passo sulla strada della rovina diventa pretesto e giustificazione e incentivo a una rovina più vasta. I bestioni trionfanti considerano come passatistico ingombro le testimonianze dell’arte e della storia, e giudicano trascurabili le ragioni dell’intelligenza, della cultura, della civiltà.
Dell’attività incessante e impunita dei vandali è certamente colpevole tutta la nostra cultura. La situazione in Italia si avvia a diventare disperata. Di fronte ad essa le persone che hanno qualche intelligenza si dividono in due schiere. I pigri si rendono conto con ritardo dei fatti, si ribellano e protestano, ma considerano le imprese dei vandali come isolate e saltuarie offese al buon gusto. Gli altri, più coscienti della gravità delle cose e delle loro cause, giudicano sterile prendere i vandali di petto, e preferiscono dedicarsi allo studio dei problemi di fondo, di struttura ecc., politici, economici, sociali. In entrambi i casi i vandali si avvantaggiano.
Di argomentazioni generose o garbate, di ragionamenti illuminati e logici, i vandali se ne infischiano: si illude chi crede di persuaderli politicamente, diplomaticamente, assennatamente. E’ necessario combatterli duramente, apertamente, giorno per giorno, senza perdere una sola occasione, con parzialità e passione e intransigenza, guardandoci bene dall’indulgere, dal giustificare, dal “capire le loro ragioni”. Occorre indagare, annotare pazientemente fatti e notizie, scempi, costruzioni distruzioni intenzioni follie progetti, preparare sistematicamente l’archivio per quella “Storia della rovina d’Italia”, di cui ogni giorno sentiamo la mancanza, e che sola potrebbe illuminare adeguatamente tutte le forme in cui si manifesta, o si nasconde, la monotona idiozia dei distruttori d’Italia.
I vandali trionfano anche per il silenzio delle persone ragionevoli, per l’assenza di una forte posizione moralistica: in attesa di tempi migliori, è bene servirsi dei mezzi a disposizione, quali la incessante campagna di stampa, la polemica acre e violenta, la protesta circostanziata e precisa, lo scandalo sonoro. Simulatori e ipocriti, i vandali tengono molto alla propria privata rispettabilità: giova schernirli e trattarli per quello che sono, malintenzionati cialtroni. Abituati a intimidire e corrompere, si trovano sconcertati di fronte all’inflessibile denuncia: la loro potenza è fatta di viltà altrui. Abituati a violare, impuniti, la legge e a spacciare per “esigenze tecniche” la loro avidità, non sanno che fare contro chi svela pubblicamente i loro raggiri. Sostenuti da una complicata rete di omertà, lo scandalo li può intimorire, scompigliare i loro piani, far rientrare i loro capricci. Occorre sfondare il sipario di complice riservatezza in cui operano, dilatare le loro colpe sul piano più ampio possibile, ridicolizzarli, screditarli, perseguitarli, processarli nelle intenzioni, mettendo in evidenza la sostanziale matta bestialità che li muove. Denuncia, protesta, polemica, scandalo, persecuzione metodica e intollerante: in un Paese di molli e di conformisti, la rivolta morale può essere almeno un elemento di varietà.

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Il poco misterioso mistero dell’aumento delle bollette elettriche

Una rassegna stampa sulla telenovela dell’aumento delle bollette a causa dei costi di dispacciamento, in forte – ed inevitabile – crescita per l’impossibilità di programmare la produzione elettrica da fotovoltaico e, soprattutto, da eolico. Dopo mesi di aspro conflitto istituzionale tra TAR della Lombardia e AEEG, con severi interventi censorii di Governo, Parlamento, Confindustria e associazioni dei consumatori, i cittadini utenti si ritrovano, com’è ormai consuetudine quando si tratta di FER elettriche, becchi e bastonati. Scherziamoci un po’ su, in attesa dell’enorme balzo della spesa per conseguire i nuovi obiettivi energetici per il 2030, per aumentare i quali (e renderli vincolanti) la lobby delle rinnovabili elettriche, proprio in questi giorni, a Roma è scatenata, senza che nessuno la contrasti. Sarà poi inutile piangere sul latte versato; e questa volta si piangerà davvero…

Contrordine compagni! Anzi: contro contrordine, in attesa di un possibile ulteriore contrordine con la sentenza “finale” promessa per il prossimo febbraio. E così, come si poteva facilmente prevedere, il TAR della Lombardia la scorsa settimana ha sbloccato i rincari della bolletta della luce – attribuiti da qualcuno a presunte speculazioni sul mercato del dispacciamento – che lo stesso TAR aveva bloccato, con grande clamore mediatico, in giugno. Nella sua ordinanza, però, il TAR ha invitato l’AEEG a predisporre subito i “rimborsi spettanti (ai clienti finali) in caso di esito favorevole della controversia”.

La vicenda non si può definire kafkiana solo perché il castello di Kafka non era allacciato alla rete Terna (o perlomeno il sistema elettrico dell’Impero austro ungarico non era alimentato da FER non programmabili) ed il suo processo non era stato sottoposto al vaglio del TAR del Lombardo Veneto.

Per carità di patria risparmiamo ai lettori di riportare il testo integrale dell’ultima ordinanza TAR, rinviando piuttosto gli interessati alla sintesi contenuta nell’articolo di Repubblica “Bollette: Tar, ok ad aumenti ma subito un piano per i rimborsi” che, nella sua seriosità, ne aumenta l’effetto grottesco. A chi invece non interessa lo stravagante periodare della Magistratura amministrativa, ma apprezza piuttosto uno stile giornalistico meno formale e più brioso, consigliamo, per provare a capirci qualcosa, la lettura dell’articolo del Corriere “Tar (per ora) sblocca i rialzi“, in cui il giornalista Lorenzo Salvia ammette, forse con un pizzico di ironia, che “la questione è complessa, non c’è dubbio” e che “gli stessi magistrati l’hanno definita una «misura cautelare atipica». Ed in effetti si tratta di una scelta un po’ complicata e senza precedenti”, concludendo che “forse ancora più apprezzabile sarebbe stata una decisione nel merito più veloce e definitiva”.

Analogo l’atteggiamento di Achille Perego, che a sua volta riconosce che “la storia è un po’ complicata” nell’articolo “Il Tar sblocca i rincari della luce” sul Quotidiano nazionale, che si conclude con la constatazione di Federconsumatori, secondo cui “siamo di fronte al solito pasticcio all’italiana”.
Le organizzazioni dei consumatori, appunto, dalla cui iniziativa del giugno scorso è scoppiato il bubbone dei costi di dispacciamento. Ci sarebbe da chiedersi perchè tali associazioni si siano attivate con tanto ritardo sui costi in bolletta elettrica imputabili alle FER non programmabili, e per una vicenda il cui importo è relativamente basso (“solo” 300 milioni), quando l’onere annuo complessivo per incentivare la produzione da FER ammonta ormai ad una cifra superiore all’ 1% del PIL, sebbene con tutti questi soldi sia incentivato appena il 20% dell’energia elettrica consumata in Italia.
Persino noi della Rete della Resistenza sui Crinali, all’inizio dello scorso anno, avevamo denunciato lo scandalo, evidente ormai da tempo, dei costi ancillari imputabili alle FER non programmabili, nell’articolo “Rapporto RSE: eolico fuori mercato, sistema elettrico troppo oneroso“, dove già nel sottotitolo scrivevamo che “i costi di dispacciamento aumentano di circa 500 milioni all’anno (e 100 milioni quelli delle nuove reti) per compensare l’improvviso incremento del potenziale non programmabile”. In questo nostro articolo, che invitiamo a rileggere per non ripeterci, il problema di questi extra-costi era trattato nelle osservazioni attinenti alle pagine 21, 27, 28 e 29 del rapporto RSE.

Difficile immaginare che, se era perfettamente noto a noi poveri comitati di cittadini contro l’eolico industriale selvaggio, il problema fosse sfuggito alle potentissime organizzazioni dei consumatori, che dispongono di autorevoli entrature e di ben altri mezzi di indagine rispetto ai nostri.

Maliziosamente si potrebbe pensare che l’innesco della reazione a catena sia stata la lettera aperta inviata dal coordinamento consorzi di Confindustria per denunciare pubblicamente, con i nomi dei presunti responsabili, i 300 milioni spesi in costi di dispacciamento nel solo mese di aprile scorso. Una Confindustria, bisogna riconoscere, diventata stranamente silenziosa sull’argomento dal 2013, dopo il principesco omaggio elargito dal governo Monti agli energivori  (anch’esso addebitato nelle bollette dei comuni mortali!) proprio per dare sollievo all’industria pesante dalle insopportabili spese causate dagli incentivi alle FER.

A maggior ragione appare strano che si sia reagito con tanta veemenza sul tema dei costi di dispacciamento (che rappresentano, almeno per il momento, un fardello sulle bollette elettriche di “pochi” miliardi all’anno) quando quest’anno è prevista, dallo stesso GSE, una spesa per incentivi alle rinnovabili elettriche di 14,4 miliardi, previsione che pure non considera gli aumenti, ormai certi, di tale spesa dovuta alla diminuzione dei costi dell’energia elettrica sul mercato all’ingrosso, come da noi denunciato nell’articolo “Il crollo del prezzo dell’energia fa saltare ogni previsione di contenimento degli incentivi alle FER entro il tetto massimo previsto dalla legge“.

Ad ogni modo: meglio tardi che mai; sperando che l’esperienza, anche in materia di FER, sia maestra di vita.
Riassumiamo ora brevemente, Continua a leggere

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A Ferragosto ci ha lasciati Mario Signorino, teorico dell’ecologia come buongoverno

Un altro nostro amico è mancato: una ben mesta notizia in un giorno di festa. Ma di Mario Signorino rimane il lascito ideale dei suoi scritti, ed in particolare – per gli argomenti attinenti all’attività della Rete della Resistenza sui Crinali – quelli pubblicati negli ultimi anni sull’Astrolabio, la newsletter dell’associazione ambientalista Amici della Terra Italia, facilmente reperibili in linea. Riteniamo che il modo migliore per commemorarlo sia di pubblicare, qui di seguito, un ampio stralcio del suo articolo del 2012 “Ecologia è buongoverno“, che forniva agli Amici della Terra, a cui esprimiamo le nostre condoglianze, un manifesto programmatico e, insieme, un grido di battaglia.

Più ancora delle pressioni prodotte dagli inquinatori, a minacciare l’ambiente sono le cattive politiche, sia di governo, sia di protesta.
Il movimento ambientalista è arretrato negli anni su posizioni settarie e controproducenti. Oggi si vedono “Verdi” di tutti i tipi tra coloro che a Napoli si battono contro la costruzione degli impianti che cancellerebbero la vergogna dei rifiuti nelle strade. Si vedono “Verdi” nella coalizione reazionaria che punta al mantenimento dell’attuale, fallimentare gestione del ciclo dell’acqua. Si vedono “Verdi” tra i barbari che distruggono i paesaggi con le torri eoliche e tra coloro che si oppongono con la violenza all’alta velocità ferroviaria. In sintesi: invece di concorrere alla soluzione dei problemi, questo ambientalismo settario finisce con l’aggravarli.
Si tratta di una pesante sconfitta. Ma – e qui sta il paradosso perverso – alla sconfitta politica si accompagna un’egemonia culturale: tanto che la sottocultura estremista, anticapitalistica, catastrofista guadagna spazi crescenti nella stessa classe dirigente. Imprenditori e manager, docenti di tutti i gradi scolastici, giornalisti, politici, preti e vescovi, magistrati, alti burocrati, sindacalisti: insomma, la classe dirigente che dovrebbe costituire la pietra angolare del buongoverno, è sempre più permeabile alle posizioni ambientaliste più infantili e conformiste. Così, inevitabilmente, la ricerca del consenso si risolve spesso, non nel miglioramento dell’informazione e delle scelte di governo, ma nel cedimento alla demagogia.
Tutte le criticità si scaricano sull’informazione. Molti giornalisti e ambientalisti la falsificano per “la buona causa”, la distorcono con i pregiudizi ideologici e le semplificazioni, ne minano la credibilità con gli allarmi esasperati.
Ed ecco l’altra grande “depressione” informativa: i governi in genere non motivano seriamente le loro scelte, non le sostengono con strategie, numeri, statistiche, analisi costi/benefici, valutazioni delle esternalità; non le sorreggono con corrette valutazioni scientifiche. Quando più e meglio dovrebbero parlare al pubblico, i governi diventano muti. E se nasce un conflitto, tutto si riduce a un sì o a un no. I “Verdi” dicono sempre di no, gli uomini d’ordine dicono sempre e comunque di sì. Pazzesco.
Alla sua nascita, l’ambientalismo poneva una grande sfida riformatrice; è diventato invece una piccola eresia anticapitalistica. (…) Bisogna individuare politiche adeguate ai processi di trasformazione che investono popoli, territori, istituzioni politiche ed economiche. Per questo, c’è bisogno di una “battaglia delle idee” coraggiosa.
Mario Signorino

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