Il ministro dello sviluppo Calenda: “La scelta fatta con le rinnovabili è stata una scelta dissennata”

Carlo Calenda ragiona sulla SEN: “Sbagliato trasformare l’investimento in rinnovabili in una pura speculazione finanziaria come è stata per molti anni con tassi di ritorno che non sono umani e che non hanno niente da vedere con la realtà”. “Rischio di avere approcci eccessivamente ideologici”. “Probabilmente gli investimenti predominanti saranno quelli sull’efficienza energetica rispetto alle rinnovabili”. “La Germania continua di fatto a impedire che si sviluppi una vera politica sull’abbandono del carbone”.

ministroCarlo Calenda sta studiando da premier. L’indipendenza di giudizio dimostrata dal ministro dello sviluppo economico (anche) nel suo contributo all’incontro “Going to G7 Energy”, organizzato a Roma dal Centro Studi Americani il 15 marzo scorso, conferma che l’uomo vuole e sa volare alto. Consapevole della “necessità impellente di aggiornare la Strategia Energetica Nazionale (SEN)”, il ministro dello sviluppo ha scelto, per il suo intervento, di trascurare quasi del tutto l’obiettivo dell’incontro (i temi geopolitici che saranno discussi al prossimo G7 Energia, che si svolgerà a Roma il 9 e 10 aprile prossimi) e di concentrare l’attenzione sulla nuova SEN, in fase di elaborazione presso il suo dicastero.
Ribadendo una forte carica di pragmatismo, da noi già rilevata in passato, anche in questa occasione ha picconato alcuni tabù “politicamente corretti” che, tanto per fare un esempio, il sedicente “rottamatore”, durante il precedente governo da lui presieduto, non aveva mai neppure osato sfiorare. Così facendo, Calenda si candida, al pari del suo collega di governo Marco Minniti, alla guida dell’esecutivo di “solidarietà nazionale” PD-Forza Italia che tutti ormai considerano inevitabile per la prossima legislatura.   
Riproponiamo qui di seguito, senza commento alcuno (ma non ci mancherà occasione di farlo nelle prossime settimane, essendo il testo definitivo della nuova SEN previsto per maggio), alcuni passaggi-chiave del discorso del ministro dello sviluppo ad uso e consumo di chi non intende ascoltare, come pure noi consigliamo, tutto il suo intervento, che conclude l’incontro di Roma e che nel filmato reso disponibile in rete inizia attorno al minuto 2h:13. Ci limitiamo ad osservare che Calenda giunge alle stesse, identiche conclusioni sulle quali in questi anni ha martellato, in splendida solitudine o quasi, la Rete della Resistenza sui Crinali.
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Il Deserto dei Vescovi: attese destinate all’eternità

Qualche elementare riflessione sulla giustizia amministrativa scaturita dalla interminabile vicenda del progetto dell’impianto eolico di Poggio Tre Vescovi.

Il paradosso è sempre in agguato. E non solo nelle storie di Dino Buzzati.
Lo stiamo vedendo nell’interminabile, tragicomica vicenda del progetto di impianto eolico del Poggio Tre Vescovi, a cavallo fra i territori delle regioni l’Emilia-Romagna e Toscana, fra le province di Arezzo, Rimini e Forlì-Cesena.
Proviamo a delineare tale vicenda con un linguaggio da enoteca di basso rango.
Anni fa, in sede di Conferenza dei Servizi Interregionale, non risultò possibile trovare un accordo fra i vari enti coinvolti nella valutazione del progetto. Alcuni di essi si pronunciarono a favore, altri invece non riuscivano proprio a trovare una compatibilità dell’impianto, sulla base e nell’ambito delle rispettive competenze. Il progetto dovette quindi essere rinviato alla valutazione del Consiglio dei Ministri. Che però neppure riuscì a comporre i dissensi fra i vari enti: chi aveva espresso contrarietà… continuava a esprimere contrarietà.
A quel livello il progetto venne bocciato (Delibera Cons. Min. 27/01/2012). Fine, direte voi.
Fine un piffero, ahinoi.
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La soap opera di Poggio Tre Vescovi

Riassunto dell’ultima puntata

“Abbiamo letto il verbale dell’ultima riunione svolta tra gli enti che devono decidere il destino di questo progetto eolico e ci chiediamo che cosa aspettino a chiudere una procedura che si sta trascinando oltre ogni ragionevole limite”. Lo afferma Anna Missiroli del Comitato cittadino Salviamo Poggio Tre Vescovi, che da anni si batte per fermare la realizzazione di un grande impianto eolico proposto dalla Geo Italia srl, derivata da una ditta tedesca, la Geo GmbH, per lo spartiacque tra Romagna, Montefeltro e Toscana (i Comuni interessati sono Casteldelci RN, Verghereto FC e Badia Tedalda AR). “Dall’inizio del 2011, quando la Geo presentò richiesta di autorizzazione, sono trascorsi sei anni e ancora non si è presa una decisione! Ormai sembra diventata una soap opera!”
L’originario progetto della Geo (36 aerogeneratori, alti 180 metri l’uno compresa l’elica, per una potenza prevista di complessivi 122,40 MW) venne in verità già bocciato nel gennaio 2012 dal Consiglio dei Ministri, che dovette per legge intervenire poiché gli enti chiamati a partecipare alla conferenza dei servizi non riuscivano a trovare un’intesa tra chi era favorevole (i comuni di Pieve Santo Stefano, Verghereto, Badia Tedalda, Casteldelci e le comunità montane Val Tiberina, Alta Val Marecchia e Appennino Cesenate) e chi contrario (il MIBACT-Ministero dei beni ambientali culturali e del turismo, le regioni Emilia Romagna e Toscana, le provincie di Forlì-Cesena e di Arezzo, il comune di Sestino). L’allora governo Monti stabilì di respingere il progetto, valutandolo incompatibile con il contesto paesaggistico.
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Elettricità senza furboni

In memoriam Ernesto Rossi (1897 – 1967)

ernesto-rossi
La scorsa settimana – non senza una certa sorpresa – abbiamo ricevuto un plico dattiloscritto a firma Ernesto Rossi, di cui giovedì prossimo ricorre il cinquantenario della morte.
Qualcosa ci induce a temere che si tratti di un apocrifo. Nondimeno, per le argomentazioni tutt’altro che banali su un tema a noi caro, lo sottoponiamo al giudizio dei nostri lettori.

 

 

 
L’industria elettrica è sempre stata, in Italia, un’industria politica: un’industria che ha fatto i suoi migliori affari nei gabinetti dei ministeri e nelle aule parlamentari. Da quando la sua nazionalizzazione divenne un punto programmatico del primo governo italiano di “centro-sinistra”, i baroni elettrici scoprirono tutte le loro batterie per sparare a zero contro quel governo: fecero sostenere le loro tesi, sui grandi giornali così detti indipendenti, dagli economisti più noti al grosso pubblico; fecero pubblicare due volumi pseudo-scientifici sotto l’etichetta dell’Istituto delle fonti d’energia di un’università privata da essi stessi finanziata; fecero diffondere in gran copia gli opuscoli di propaganda. Come si è visto recentemente nella campagna di sostegno alle rinnovabili elettriche, da allora le cose non sono cambiate molto: una nuova dimostrazione – mi sembra sia stata questa – del grado di asservimento ai “padroni del vapore” cui sono ormai giunti la nostra stampa e troppi nostri accademici.
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Il sistema elettrico italiano sull’orlo del baratro

L’Italia si è colpevolmente ritrovata priva del margine di riserva elettrica proprio in occasione della crisi indotta dall’arresto delle centrali nucleari francesi e proprio nei giorni più freddi dell’anno. Quanto siamo andati vicini al disastro? Quali sono state le responsabilità del Governo e quali invece quelle proprie di Terna, Gse, AEEG e degli altri soggetti istituzionali che non avevano dato l’allarme, provocato dall’eccesso di impianti FER non programmabili, a tempo debito?

“Secondo il ministro Calenda e l’a. d. di Terna Del Fante la situazione di overcapacity non è più così scontata”.
Così scriveva il Quotidiano Energia nell’ultimo capoverso dell’articolo comparso il 16 gennaio dal titolo “Free: Apertura centrale Genova ingiustificata”.
Fin qui niente di nuovo, se già il 14 gennaio, ad esempio, Jacopo Giliberto sul Sole nell’articolo “Allarme freddo, le centrali non chiudono” ci informava che “da tempo il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, dice che la sovraccapacità italiana di centrali è solamente apparente”.
D’altronde, la criticità di un sistema elettrico ridondante di potenziale non programmabile era nota da anni anche ad Assoelettrica, sebbene, in passato, sia sempre stata sottovalutata, se non addirittura negata, da Terna.
Ciò che appare davvero interessante compare invece nell’ultima riga del citato articolo di Quotidiano Energia:
“In base ai dati del Tso (acronimo di Transmission System Operator, in questo caso la Terna. Ndr) già a fine 2015 il margine/riserva si era ridotto a circa 6 GW (60 GW di domanda di punta contro 65,4 di potenza effettivamente disponibile)”.

Anche qui, ma solo per i cultori della materia, niente di nuovo.

Per i nostri fini, intanto, è utile definire che cosa si intende per “margine di riserva”. Per fare questo, e per evitare improvvisi cambiamenti nella definizione onde celare il misfatto perpetrato, leggiamo da un documento del Sole del 2011
che
“ll margine di riserva della generazione elettrica si riferisce alla capacità di produzione eccedente la richiesta di potenza, che può essere prontamente attivata in caso di necessità (emergenze per guasti improvvisi o per interruzioni in parte delle linee). Un margine considerato “sicuro” è comunque al di sopra del 7% del consumo di picco. Se inferiore scattano procedure di emergenza progressiva”.
Ovviamente i vocaboli “prontamente” e “sicuro” presenti nella definizione escludono a priori dal computo del margine di riserva tutto il pletorico potenziale eolico e fotovoltaico forsennatamente installato in questi ultimi anni, orgoglio e vanto della nostra sciagurata classe dirigente, ma rivelatosi del tutto inutile (specie nelle più afose serate estive) in tante situazioni di picco.
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Poggio Tre Vescovi: il discount dell’eolico

Si apprende da fonte giornalistica (!) di una ennesima ipotesi, presentata dalla Geo Italia negli inaccessibili meandri dei palazzi romani, di riduzione dell’impianto: questa volta a… 10 pale. E’ il riconoscimento implicito delle tesi del comitato e delle tante associazioni contrarie al ciclopico progetto di 36 pale, già respinto a suo tempo. Trattandosi di una proposta lecita ma evidentemente del tutto diversa da quella originale, per ripristinare una condizione di legittimità è però necessario considerarla in una rinnovata e distinta valutazione di impatto ambientale, da svolgersi nella sua sede propria.

Nel 2010, quando prese avvio l’iter autorizzativo dell’impianto eolico di Poggio Tre Vescovi (a cavallo tra i territori comunali di Verghereto FC, Casteldelci RN e Badia Tedalda AR), il progetto, presentato dalla Geo Italia, prevedeva l’installazione di 36 turbine. Nel 2012 quel progetto è stato bocciato dal Consiglio dei Ministri, ma la vicenda sembra ancora aperta.
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Lo sventramento del paesaggio appenninico

Antonio Cederna: “L’impegno ecologico si è concentrato sui temi dell’inquinamento. Troppi politici e amministratori considerano il territorio come merce da barattare, terra di nessuno, ovvero proprietà di chi riesce ad arraffarlo. Il mondo accademico è assorto nei propri pensieri, ossequioso verso il potere, incapace salvo eccezioni di azioni coraggiose. Gli uomini di cultura sono da sempre indifferenti ai problemi della vita associata, e considerano “anime belle” chi si batte per la difesa del paesaggio”.

Pubblichiamo oggi la terza ed ultima parte, dopo “I vandali sui crinali” e “Brandelli d’Italia? Di pale eoliche s’è cinta la testa“, del compendio dei testi di Antonio Cederna che abbiamo voluto riproporre ai nostri lettori, nel ventennale della sua scomparsa, per metterli in guardia dai troppi non disinteressati paladini della sua eredità culturale.

ced1I brani di Cederna di seguito riportati sono stati ricavati da una molteplicità di suoi articoli e sono tutti di suo pugno, tranne il titolo, evidentemente ispirato a “Lo sventramento del paesaggio”, contenuto nell’antologia “La distruzione della natura in Italia”, edita nel 1975 da Einaudi. La parte che ci appare più interessante è però ricavata dallo scritto “Territorio ambiente e dintorni”, tratto dal catalogo della mostra del 1987 “Il rovescio della città”, a cura del Comune di Bologna. In “Territorio ambiente e dintorni”, Cederna, con felice sintesi e implacabile giudizio, già trent’anni fa affermava quello che oggi sempre più italiani pensano ma non osano dire, e cioè che alla base di tutto (e non solo per ciò che riguarda la mancata tutela del territorio e del paesaggio patrio) in Italia esiste “una qualche radicata malformazione culturale” e che “le radici di questa arretratezza sono profonde e diffuse”, concludendo che “le principali componenti della nostra cultura non hanno dato buoni frutti”. Ogni discorso sui rimedi all’ormai decennale decadenza dell’Italia dovrebbe partire da questo forte assunto, derivandone altrettanto forti conclusioni.
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Ancora ignoto il destino di Poggio Tre Vescovi

Dopo oltre un anno dalla ripresa del procedimento autorizzativo presso la Presidenza del Consiglio, non si conosce ancora la sorte del progetto del gigantesco impianto eolico immerso nei paesaggi pierfrancescani del Montefeltro. Questa fase procedimentale, così come è attualmente in corso a Roma, costituisce una patente anomalia giuridica.

Niente di nuovo sul fronte romano per il mostro eolico di Poggio Tre Vescovi, il progetto che, quando fu presentato nel 2010, per dimensioni e potenza avrebbe dovuto essere l’impianto eolico onshore più grande d’Italia ed il secondo d’Europa. Esso dovrebbe essere collocato, come fa rilevare Italia Nostra, tra gli intatti paesaggi di Piero della Francesca e comporterebbe la distruzione di una importantissima area ecologica costituita, nelle parole del locale WWF, “dai crinali appenninici più ameni ed incontaminati e importanti corridoi di collegamento delle reti ecologiche che uniscono le aree protette dell’Appennino Settentrionale con quello Centrale”.

Casteldelci-paesaggio

Il paesaggio di Casteldelci, uno dei comuni dove dovrebbero sorgere le torri eoliche. È uno dei paesaggi del Montefeltro, molto simile a quelli dipinti da Piero della Francesca.

Le fasi dell’iter burocratico, apparentemente senza fine, ci sono note. Eravamo rimasti al momento in cui il Consiglio dei Ministri, obbligato dalla sentenza del TAR, nel novembre 2015 aveva convocato tutte le istituzioni e le parti interessate – Regioni, Province, Comuni, Autorità di bacino, Comunità montane, ARPA, AUSL, Soprintendenze, ENEL, TERNA… – chiedendo alla proponente Geo Italia di riformulare il progetto.
Eppure, nonostante tutti gli sforzi, alcune problematiche ambientali non risultano superabili. A oltre un anno dalla ripresa del procedimento, l’opera della Presidenza del Consiglio non ha finora sortito effetti di alcun genere. Anzi: questa nuova fase si è trasformata in una sorta di nuova e anomala procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), in cui la Presidenza del Consiglio si è riservata un improbabile ruolo di mediatore tra la proponente e i membri della Conferenza dei Servizi, incentrata sulla proposizione a raffica da parte della Geo di una pluralità di ipotesi progettuali tutte diverse e alternative a quella originaria.

dittico-di-urbino-eolico

Il paesaggio ‘arricchito’ dalle torri eoliche, dietro i ritratti dei Duchi di Urbino di Piero della Francesca.

Si tratta di una prassi palesemente contra legem: non solo perchè in nessun caso, in un simile contesto, la legge assegna ad un soggetto privato un qualsiasi ruolo di impulso o coordinamento delle operazioni istruttorie (a maggior ragione con l’agio di gestirne a suo comodo i tempi e i modi) ma anche, e soprattutto, perchè la procedura corrente può riguardare esclusivamente l’unico progetto a suo tempo scrutinato nell’ambito della procedura di VIA interregionale. Ovviamente ogni diversa ipotesi progettuale potrà essere presa in considerazione, ma solo nell’ambito di una rinnovata, distinta procedura di VIA.
Intanto, però, la fase procedimentale in corso costituisce una patente anomalia giuridica. E’ perfettamente evidente anche a noi profani che a Roma la si sta gestendo in maniera del tutto impropria. Chiediamo pertanto che, nello svolgimento del procedimento, venga ripristinata una condizione di legittimità e che si pervenga in tempi certi alla definizione della questione.
Comitato Salviamo Poggio Tre Vescovi – Verghereto (FC)

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La sera del dì di festa a Marrakech

Dopo gli eccessi della sgangherata retorica ambientalista che aveva accompagnato – e seguito – la COP21 di Parigi dello scorso dicembre, a Marrakech l’atmosfera al termine della COP22 era quella di una lunga festa appena finita e che forse non si ripeterà mai più.

“Un nuovo uragano di irragionevolezza rischia di abbattersi sul mondo in coincidenza con l’apertura — oggi a Marrakech — della Conferenza sui cambiamenti climatici”. Chi scriveva queste righe il 6 novembre scorso non era un ultras della lobby del carbone ma Paolo Mieli, sulle pagine del compassato Corriere della Sera – fin qui schierato a sostegno delle tesi mistiche della transizione energetica verso le rinnovabili – nell’articolo “I dati, i dubbi e gli eccessi sul cambiamento climatico“.

Il mutato atteggiamento del Corriere e di molta parte dell’informazione verso la Conferenza delle Parti (COP22) di Marrakech non era solo una reazione agli eccessi della sgangherata retorica ambientalista che aveva accompagnato – e seguito – la COP21 di Parigi dello scorso dicembre, ma il risultato di alcuni fatti inoppugnabili che sollecitavano un differente approccio al problema del cambiamento climatico.
Per suprema ironia del Fato, alcune repentine ed inattese transizioni politiche e tecniche che hanno indebolito gli argomenti degli “ecologisti global” (adesso bisogna chiamarli così) si sono verificate proprio alla vigilia, se non addirittura durante lo svolgimento degli stanchi rituali della COP22.
Sebbene l’atmosfera al termine del Concilio Ecumenico di Marrakech non fosse così lugubre come quella descritta da chi ritiene che la COP22 sia stata un “baraccone di ipocrisie“,
in cui “imprese e nazioni… pensano molto alle proprie tasche e assai poco alla cappa di anidride”, ciò nondimeno si poteva percepire con chiarezza, dai resoconti di tutta la stampa internazionale, un importante ed innegabile mutamento climatico, evidentemente intervenuto anche sotto i tendoni falsi-berberi tirati su per l’occasione nella fascinosa città marocchina.
Il clima era quello di una lunga festa appena finita e che forse non si ripeterà mai più.
Un grosso guaio per molti partecipanti, compresi i funzionari professionisti – e lautamente retribuiti – di alcune (poche) onlus ambientaliste italiane, sempre più invisi ai volontari delle medesime associazioni, lasciati sempre più in bolletta, che spesso vedono il proprio territorio compromesso dalle installazioni di inverosimili impianti elettrici a fonti rinnovabili sponsorizzati dalle loro stesse direzioni.
Molteplici sono le concause che hanno condotto ad un cambiamento di feeling così radicale nell’arco di pochi mesi dalla trionfale conclusione della COP parigina. Vediamo quelle più significative, elencate a caso, senza ordine cronologico nè di importanza.

Sono finiti i soldi da sperperare.
Leggiamo dall’articolo di Euronews del 18 novembre “Cop22: i risultati sono scarsi“:
“196 gli Stati che hanno preso parte alla Cop22. Ma i progressi fatti in Marocco sono stati pochi e niente affatto spettacolari. Ora l’obiettivo è quello di riuscire a mobilitare almeno 100 miliardi di dollari all’anno da versare ai Paesi più poveri per aiutarli a sviluppare fonti di energia meno inquinanti. Un’impresa che se da un lato appare titanica, dall’altro è totalmente insufficiente visto che, secondo le stime Onu, servirebbero dai 5 ai 7mila miliardi di dollari annui per raggiungere un modello di sviluppo sostenibile che sia in grado di aiutare i Paesi in difficoltà”.
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Brandelli d’Italia: di pale eoliche s’è cinta la testa!

Antonio Cederna: “Il tema è il malgoverno del territorio. Abbiamo assistito all’indiscriminata depredazione di un bene (il territorio appunto) considerato, anzichè patrimonio collettivo e risorsa per definizione limitata e non reintegrabile, terra di nessuno: ovvero terra di conquista per le truppe d’assalto della speculazione, grazie all’incoscienza, al cinismo, all’avidità delle forze politiche al potere. Hanno saputo ammantarsi di demagogia, corrompere le classi umili e farsele spesso alleate, conquistarle a modelli di sfruttamento del suolo che nulla hanno a che fare con gli interessi locali, e che procurano profitti solo agli imprenditori-colonizzatori. Tutta l’Italia va trattata come un parco, e alla rigorosa salvaguardia dei valori del suo territorio va rigorosamente subordinata ogni ipotesi di trasformazione e sviluppo: perchè non venga definitivamente distrutta l’identità culturale e l’integrità fisica del nostro Paese”.

ced3Dopo “I vandali sui crinali“, proponiamo, qui di seguito, la seconda delle tre parti del compendio dei testi di Antonio Cederna che ci siamo riproposti di sottoporre ai nostri lettori per metterli in guardia dai troppi (sedicenti) alfieri della sua eredità culturale. In particolare intendiamo smascherare chi utilizza tale eredità per “sdoganare” le FER elettriche industriali, ossia le distese infinite di pannelli fotovoltaici nei campi e sulle colline, il sequestro delle acque dei torrenti montani, gli impianti a bio-massa più ammorbanti e, soprattutto, le ciclopiche pale eoliche sui crinali.
A questo proposito teniamo a precisare con nettezza che non consideriamo affatto “compagni che sbagliano” – ma piuttosto nostri inconciliabili avversari e negatori del pensiero di Cederna – chi sostiene, per attaccare le Soprintendenze a suo avviso troppo rigorose o per altri fini, “il paesaggio eolico“, “la cui bellezza e fascino è ormai trasfusa in tecniche di progettazione oggetto di corsi universitari”. Cogliamo anzi l’occasione per affermare con orgoglio che sì, è proprio vero quanto i nostri avversari affermano: “l’opposizione all’eolico si basa su una vecchia concezione del paesaggio”; concezione trasmessaci, tra gli altri, proprio da Antonio Cederna con il rigore inflessibile che gli era proprio.
Dobbiamo purtroppo constatare, con amarezza, che simili enormità compaiono sul portale della “versione elettronica” della rivista promossa da Legambiente “QualEnergia”, “dedicata all’energia sostenibile”.
L’indefessa politica dei vertici di Legambiente di questi ultimi anni a favore dell’impiego massivo, ubiquo e per ciò stesso indiscriminato dell’eolico industriale “per la salvezza del Pianeta dal surriscaldamento climatico” si rivela in aperto contrasto con l’insegnamento di Cederna, che esplicitamente e ripetutamente, nella sua opera, esortava alla rinuncia a sollevarsi alle “sublimità pericolose” dell’Ecologia.
Questo approccio spurio di Legambiente al problema, sicuro indice di scarsa attenzione agli ammonimenti di Cederna oppure di lettura superficiale dei suoi lavori, appare particolarmente grave a causa dei costanti richiami dell’altrimenti benemerita associazione al magistero del grande ambientalista. Una sua rilettura più attenta forse non guasterebbe.
Ribadiamo che anche i brani di Cederna che seguono (estratti per lo più dal volume “Brandelli d’Italia”, un’antologia di suoi articoli pubblicata da Newton Compton nel 1991) sono stati, inevitabilmente, selezionati, accorciati ed accostati in modo arbitrario dai curatori di questo lavoro di sintesi.
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Verso il baratro energetico

Eolico e fotovoltaico non sono alternativi ai sistemi tradizionali di generazione elettrica. Perseverando con una politica energetica di incentivazione a loro favorevole, il sistema elettrico italiano si troverà tra non molto al bivio tra il disastro e la ri-nazionalizzazione. Prezzi energetici di nuovo in aumento e pericolosi segnali da Roma circa una nuova Strategia Energetica Nazionale ancor più sbilanciata verso l’eolico.

Nello scorso luglio, a seguito dell’addebito nelle bollette elettriche di appena 300 milioni di costi di dispacciamento imprevisti, è scoppiato un putiferio tuttora in corso, come da noi recentemente riepilogato nel post “Il poco misterioso mistero dell’aumento delle bollette elettriche“.

“Appena 300 milioni” non deve essere inteso in senso ironico, se è vero che per quest’anno sono stati previsti dal GSE – senza che nessuno abbia obiettato alcunchè – addebiti di 14,4 miliardi (!) per i soli incentivi alla produzione del 20% dei consumi elettrici italiani dagli impianti “rinnovabili” di recente costruzione. La matematica e la congruenza dei numeri, evidentemente, in Italia stanno diventando un’opinione.
Tra l’altro, per fare luce (…) sulla questione dei 300 milioni per il dispacciamento, in Parlamento sono state presentate numerose interrogazioni al Governo, nessuna delle quali, purtroppo, ha focalizzato il vero problema della crescente grandinata di costi abbattutasi negli ultimi anni sulle bollette elettriche degli italiani, al di là della contingenza specifica.
In questa occasione (ripeto: in questa occasione), io non so se ci sia stato un abuso di una posizione dominante oppure se sia stato compiuto qualcos’altro contrario a leggi e regolamenti. Può essere possibile, se non altro vista la mole di leggi e regolamenti in materia. Anzi: una serie di coincidenze me lo fa apparire probabile. Ma non è questo il punto che ci interessa, e che dovrebbe soprattutto interessare alla politica.
Il nocciolo della questione è che le FER (fonti a energia rinnovabile) elettriche non programmabili (eolico e fotovoltaico in primis) sono certamente “rinnovabili”, ma non sono “alternative” alle fonti tradizionali, in quanto l’energia elettrica, oltre ad una certa misura, non si può accumulare per essere utilizzata al bisogno. Se il vento non soffia e se il sole non splende, senza fonti tradizionali pronte a subentrare a immediata richiesta a pale e pannelli, si rimane al buio, al freddo, magari chiusi in ascensore, e con traffico, fabbriche ed uffici bloccati, con i treni fermi, eccetera eccetera. Insomma: l’Apocalisse, qualora il flusso di elettricità rimanesse interrotto a lungo, come potrebbe accadere in una circostanza imprevista.
E dunque, il problema ineludibile è che quegli episodi denunciati di recente in Parlamento e sulla stampa sono e saranno sempre più frequenti con la distorsione del mercato introdotta dagli incentivi alle FER elettriche e con la distorsione del buon senso introdotta dall’obbligo per legge della priorità di dispacciamento alle FER non programmabili, senza la quale i gestori delle linee ad alta tensione tenderebbero a privilegiare le fonti tradizionali, marginalizzando la produzione da eolico e fotovoltaico, per evitare gli infiniti problemi di rete che una immissione di energia erratica inevitabilmente comporta.
Considerare eolico e fotovoltaico “alternativi” è un’assurdità.
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I vandali sui crinali

Antonio Cederna: “Tra le persone civili e i vandali odierni nessun compromesso è possibile. Per ridicolizzarli e combatterli è utile conoscere i luoghi comuni ai quali essi fanno ricorso, quando vogliono mascherare le loro intenzioni e imbrogliare gli ingenui. Non crediamo mai una sola parola di questi Tartufi. Unica mira dei vandali è invece quella di realizzare immensi guadagni speculando. L’impudenza dei vandali è senza fine. Essi pretendono di apportare nuova bellezza”.

ced1Gli amici ed i discepoli di Antonio Cederna
erano da tempo abituati sia ai tributi postumi resi al grande polemista scomparso nel 1996, e divenuti ormai una ennesima forma di millanteria conformistica a costo zero, sia alle unanimi manifestazioni di devozione filiale a lui consacrate. Ne leggevano – divertiti – le lodi intessute persino da chi era stato oggetto dei suoi più sanguinari strali e da chi (ed erano molti) lo considerava, in vita, solo un insopportabile rompiscatole. Ma anche all’improntitudine c’è un limite. Questo limite è stato varcato in occasione del ventesimo anniversario della morte di Cederna, quando qualche “ambientalista del fare” (pare che adesso si debba dire così…) lo ha evocato come proprio padre nobile, per sostenere gli impianti ad “energie pulite” (per il volgo: i grandi impianti industriali ad energie rinnovabili per la produzione di elettricità ed in particolare gli impianti eolici sui crinali appenninici), per la cui realizzazione questi sedicenti epigoni di Cederna hanno dedicato “senza se e senza ma” il proprio impegno negli ultimi anni. Appare dunque opportuna una precisazione onde evitare pericolosi equivoci.
A tal fine, siccome concordiamo con chi ha scritto che “parafrasare Cederna è una sfida linguistica piuttosto frustrante, perchè si finisce piuttosto per ricopiarlo, arrendendosi all’evidenza che meglio di così quel fenomeno, evento, meccanismo, luogo, non poteva essere descritto o definito”, abbiamo preferito riproporre direttamente alcuni testi scritti da Cederna stesso, pur se – necessariamente – selezionati, accorciati ed accostati in modo arbitrario dai curatori di questo lavoro di disambiguazione. Solo i titoli sono nostre parafrasi. Lasciamo ai lettori il non arduo compito di dedurre quale sarebbe stata la reazione di Antonio Cederna verso il concreto rischio del coronamento di tutti gli Appennini, sul modello di quanto è già accaduto in Daunia ed altrove nel Sud (la speculazione territoriale più estesa dopo quella edilizia degli anni 60), con pale ciclopiche, che vent’anni fa non sarebbero state concepibili neppure nel peggiore dei suoi incubi.
Cominciamo oggi a proporre, qui di seguito, una breve silloge de “I vandali in casa”, opera di sessant’anni fa, che colpisce il lettore contemporaneo anche per l’indignazione, l’inflessibilità e l’asprezza dei toni, a cui in Italia non siamo più abituati dopo una generazione ingozzata di “molliccio” buonismo politicamente corretto e di melenso ecumenismo.
ced2 I vandali che ci interessano sono quei nostri contemporanei i quali, per turpe avidità di denaro, per ignoranza, volgarità d’animo o semplice bestialità, vanno riducendo in polvere le testimonianze del nostro passato. Le meraviglie artistiche e naturali del “Paese dell’arte” e del “giardino d’Europa” gemono sotto le zanne di questi ossessi: indegni dilapidatori di un patrimonio insigne, stiamo dando spettacolo al mondo.
Tra le persone civili e i vandali odierni nessun compromesso è possibile. Per ridicolizzarli e combatterli è utile conoscere i luoghi comuni ai quali essi fanno ricorso, quando vogliono mascherare le loro intenzioni e imbrogliare gli ingenui. Preliminare è sempre il pretesto igienico-moralistico. Il tenero cuore dei vandali è offeso; scopo dei loro amorevoli progetti sarebbe la bonifica, la salute dei cittadini. Non crediamo mai una sola parola di questi Tartufi. Unica mira dei vandali è invece quella di realizzare immensi guadagni speculando. L’impudenza dei vandali è senza fine. Essi pretendono di apportare nuova bellezza. Pretendono di incrementare la pubblica pietà. Genio dei vandali è la mezza verità, l’approssimazione, il generico e sommario argomentare, il molliccio buon senso. Forse che la storia non cammina? Ci si può opporre al suo fatale andare? Non ha i suoi diritti la vita? Si può “cristallizzare”, “imbalsamare”, ecc. un paesaggio o un complesso monumentale? E nella volgarità generale del gusto, nell’impreparazione dell’opinione pubblica, questo storicismo da mezze cartucce (per cui “tutto cambia”, “tutto è relativo”, ecc.) si alimenta e dilaga.
Viviamo ormai in una situazione paradossale: la distruzione senza rimedio, la volgare degradazione dei più straordinari complessi monumentali e naturali, la smisurata invasione del brutto, risultato dello spirito di violenza dei barbari speculatori, dell’abbietto conformismo degli organi responsabili, della pigrizia mentale delle classi colte, sono ormai considerate, dalla scettica opinione corrente come “realtà” a cui bisogna inchinarsi. Ogni passo sulla strada della rovina diventa pretesto e giustificazione e incentivo a una rovina più vasta. I bestioni trionfanti considerano come passatistico ingombro le testimonianze dell’arte e della storia, e giudicano trascurabili le ragioni dell’intelligenza, della cultura, della civiltà.
Dell’attività incessante e impunita dei vandali è certamente colpevole tutta la nostra cultura. La situazione in Italia si avvia a diventare disperata. Di fronte ad essa le persone che hanno qualche intelligenza si dividono in due schiere. I pigri si rendono conto con ritardo dei fatti, si ribellano e protestano, ma considerano le imprese dei vandali come isolate e saltuarie offese al buon gusto. Gli altri, più coscienti della gravità delle cose e delle loro cause, giudicano sterile prendere i vandali di petto, e preferiscono dedicarsi allo studio dei problemi di fondo, di struttura ecc., politici, economici, sociali. In entrambi i casi i vandali si avvantaggiano.
Di argomentazioni generose o garbate, di ragionamenti illuminati e logici, i vandali se ne infischiano: si illude chi crede di persuaderli politicamente, diplomaticamente, assennatamente. E’ necessario combatterli duramente, apertamente, giorno per giorno, senza perdere una sola occasione, con parzialità e passione e intransigenza, guardandoci bene dall’indulgere, dal giustificare, dal “capire le loro ragioni”. Occorre indagare, annotare pazientemente fatti e notizie, scempi, costruzioni distruzioni intenzioni follie progetti, preparare sistematicamente l’archivio per quella “Storia della rovina d’Italia”, di cui ogni giorno sentiamo la mancanza, e che sola potrebbe illuminare adeguatamente tutte le forme in cui si manifesta, o si nasconde, la monotona idiozia dei distruttori d’Italia.
I vandali trionfano anche per il silenzio delle persone ragionevoli, per l’assenza di una forte posizione moralistica: in attesa di tempi migliori, è bene servirsi dei mezzi a disposizione, quali la incessante campagna di stampa, la polemica acre e violenta, la protesta circostanziata e precisa, lo scandalo sonoro. Simulatori e ipocriti, i vandali tengono molto alla propria privata rispettabilità: giova schernirli e trattarli per quello che sono, malintenzionati cialtroni. Abituati a intimidire e corrompere, si trovano sconcertati di fronte all’inflessibile denuncia: la loro potenza è fatta di viltà altrui. Abituati a violare, impuniti, la legge e a spacciare per “esigenze tecniche” la loro avidità, non sanno che fare contro chi svela pubblicamente i loro raggiri. Sostenuti da una complicata rete di omertà, lo scandalo li può intimorire, scompigliare i loro piani, far rientrare i loro capricci. Occorre sfondare il sipario di complice riservatezza in cui operano, dilatare le loro colpe sul piano più ampio possibile, ridicolizzarli, screditarli, perseguitarli, processarli nelle intenzioni, mettendo in evidenza la sostanziale matta bestialità che li muove. Denuncia, protesta, polemica, scandalo, persecuzione metodica e intollerante: in un Paese di molli e di conformisti, la rivolta morale può essere almeno un elemento di varietà.

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Il poco misterioso mistero dell’aumento delle bollette elettriche

Una rassegna stampa sulla telenovela dell’aumento delle bollette a causa dei costi di dispacciamento, in forte – ed inevitabile – crescita per l’impossibilità di programmare la produzione elettrica da fotovoltaico e, soprattutto, da eolico. Dopo mesi di aspro conflitto istituzionale tra TAR della Lombardia e AEEG, con severi interventi censorii di Governo, Parlamento, Confindustria e associazioni dei consumatori, i cittadini utenti si ritrovano, com’è ormai consuetudine quando si tratta di FER elettriche, becchi e bastonati. Scherziamoci un po’ su, in attesa dell’enorme balzo della spesa per conseguire i nuovi obiettivi energetici per il 2030, per aumentare i quali (e renderli vincolanti) la lobby delle rinnovabili elettriche, proprio in questi giorni, a Roma è scatenata, senza che nessuno la contrasti. Sarà poi inutile piangere sul latte versato; e questa volta si piangerà davvero…

Contrordine compagni! Anzi: contro contrordine, in attesa di un possibile ulteriore contrordine con la sentenza “finale” promessa per il prossimo febbraio. E così, come si poteva facilmente prevedere, il TAR della Lombardia la scorsa settimana ha sbloccato i rincari della bolletta della luce – attribuiti da qualcuno a presunte speculazioni sul mercato del dispacciamento – che lo stesso TAR aveva bloccato, con grande clamore mediatico, in giugno. Nella sua ordinanza, però, il TAR ha invitato l’AEEG a predisporre subito i “rimborsi spettanti (ai clienti finali) in caso di esito favorevole della controversia”.

La vicenda non si può definire kafkiana solo perché il castello di Kafka non era allacciato alla rete Terna (o perlomeno il sistema elettrico dell’Impero austro ungarico non era alimentato da FER non programmabili) ed il suo processo non era stato sottoposto al vaglio del TAR del Lombardo Veneto.

Per carità di patria risparmiamo ai lettori di riportare il testo integrale dell’ultima ordinanza TAR, rinviando piuttosto gli interessati alla sintesi contenuta nell’articolo di Repubblica “Bollette: Tar, ok ad aumenti ma subito un piano per i rimborsi” che, nella sua seriosità, ne aumenta l’effetto grottesco. A chi invece non interessa lo stravagante periodare della Magistratura amministrativa, ma apprezza piuttosto uno stile giornalistico meno formale e più brioso, consigliamo, per provare a capirci qualcosa, la lettura dell’articolo del Corriere “Tar (per ora) sblocca i rialzi“, in cui il giornalista Lorenzo Salvia ammette, forse con un pizzico di ironia, che “la questione è complessa, non c’è dubbio” e che “gli stessi magistrati l’hanno definita una «misura cautelare atipica». Ed in effetti si tratta di una scelta un po’ complicata e senza precedenti”, concludendo che “forse ancora più apprezzabile sarebbe stata una decisione nel merito più veloce e definitiva”.

Analogo l’atteggiamento di Achille Perego, che a sua volta riconosce che “la storia è un po’ complicata” nell’articolo “Il Tar sblocca i rincari della luce” sul Quotidiano nazionale, che si conclude con la constatazione di Federconsumatori, secondo cui “siamo di fronte al solito pasticcio all’italiana”.
Le organizzazioni dei consumatori, appunto, dalla cui iniziativa del giugno scorso è scoppiato il bubbone dei costi di dispacciamento. Ci sarebbe da chiedersi perchè tali associazioni si siano attivate con tanto ritardo sui costi in bolletta elettrica imputabili alle FER non programmabili, e per una vicenda il cui importo è relativamente basso (“solo” 300 milioni), quando l’onere annuo complessivo per incentivare la produzione da FER ammonta ormai ad una cifra superiore all’ 1% del PIL, sebbene con tutti questi soldi sia incentivato appena il 20% dell’energia elettrica consumata in Italia.
Persino noi della Rete della Resistenza sui Crinali, all’inizio dello scorso anno, avevamo denunciato lo scandalo, evidente ormai da tempo, dei costi ancillari imputabili alle FER non programmabili, nell’articolo “Rapporto RSE: eolico fuori mercato, sistema elettrico troppo oneroso“, dove già nel sottotitolo scrivevamo che “i costi di dispacciamento aumentano di circa 500 milioni all’anno (e 100 milioni quelli delle nuove reti) per compensare l’improvviso incremento del potenziale non programmabile”. In questo nostro articolo, che invitiamo a rileggere per non ripeterci, il problema di questi extra-costi era trattato nelle osservazioni attinenti alle pagine 21, 27, 28 e 29 del rapporto RSE.

Difficile immaginare che, se era perfettamente noto a noi poveri comitati di cittadini contro l’eolico industriale selvaggio, il problema fosse sfuggito alle potentissime organizzazioni dei consumatori, che dispongono di autorevoli entrature e di ben altri mezzi di indagine rispetto ai nostri.

Maliziosamente si potrebbe pensare che l’innesco della reazione a catena sia stata la lettera aperta inviata dal coordinamento consorzi di Confindustria per denunciare pubblicamente, con i nomi dei presunti responsabili, i 300 milioni spesi in costi di dispacciamento nel solo mese di aprile scorso. Una Confindustria, bisogna riconoscere, diventata stranamente silenziosa sull’argomento dal 2013, dopo il principesco omaggio elargito dal governo Monti agli energivori  (anch’esso addebitato nelle bollette dei comuni mortali!) proprio per dare sollievo all’industria pesante dalle insopportabili spese causate dagli incentivi alle FER.

A maggior ragione appare strano che si sia reagito con tanta veemenza sul tema dei costi di dispacciamento (che rappresentano, almeno per il momento, un fardello sulle bollette elettriche di “pochi” miliardi all’anno) quando quest’anno è prevista, dallo stesso GSE, una spesa per incentivi alle rinnovabili elettriche di 14,4 miliardi, previsione che pure non considera gli aumenti, ormai certi, di tale spesa dovuta alla diminuzione dei costi dell’energia elettrica sul mercato all’ingrosso, come da noi denunciato nell’articolo “Il crollo del prezzo dell’energia fa saltare ogni previsione di contenimento degli incentivi alle FER entro il tetto massimo previsto dalla legge“.

Ad ogni modo: meglio tardi che mai; sperando che l’esperienza, anche in materia di FER, sia maestra di vita.
Riassumiamo ora brevemente, Continua a leggere

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A Ferragosto ci ha lasciati Mario Signorino, teorico dell’ecologia come buongoverno

Un altro nostro amico è mancato: una ben mesta notizia in un giorno di festa. Ma di Mario Signorino rimane il lascito ideale dei suoi scritti, ed in particolare – per gli argomenti attinenti all’attività della Rete della Resistenza sui Crinali – quelli pubblicati negli ultimi anni sull’Astrolabio, la newsletter dell’associazione ambientalista Amici della Terra Italia, facilmente reperibili in linea. Riteniamo che il modo migliore per commemorarlo sia di pubblicare, qui di seguito, un ampio stralcio del suo articolo del 2012 “Ecologia è buongoverno“, che forniva agli Amici della Terra, a cui esprimiamo le nostre condoglianze, un manifesto programmatico e, insieme, un grido di battaglia.

Più ancora delle pressioni prodotte dagli inquinatori, a minacciare l’ambiente sono le cattive politiche, sia di governo, sia di protesta.
Il movimento ambientalista è arretrato negli anni su posizioni settarie e controproducenti. Oggi si vedono “Verdi” di tutti i tipi tra coloro che a Napoli si battono contro la costruzione degli impianti che cancellerebbero la vergogna dei rifiuti nelle strade. Si vedono “Verdi” nella coalizione reazionaria che punta al mantenimento dell’attuale, fallimentare gestione del ciclo dell’acqua. Si vedono “Verdi” tra i barbari che distruggono i paesaggi con le torri eoliche e tra coloro che si oppongono con la violenza all’alta velocità ferroviaria. In sintesi: invece di concorrere alla soluzione dei problemi, questo ambientalismo settario finisce con l’aggravarli.
Si tratta di una pesante sconfitta. Ma – e qui sta il paradosso perverso – alla sconfitta politica si accompagna un’egemonia culturale: tanto che la sottocultura estremista, anticapitalistica, catastrofista guadagna spazi crescenti nella stessa classe dirigente. Imprenditori e manager, docenti di tutti i gradi scolastici, giornalisti, politici, preti e vescovi, magistrati, alti burocrati, sindacalisti: insomma, la classe dirigente che dovrebbe costituire la pietra angolare del buongoverno, è sempre più permeabile alle posizioni ambientaliste più infantili e conformiste. Così, inevitabilmente, la ricerca del consenso si risolve spesso, non nel miglioramento dell’informazione e delle scelte di governo, ma nel cedimento alla demagogia.
Tutte le criticità si scaricano sull’informazione. Molti giornalisti e ambientalisti la falsificano per “la buona causa”, la distorcono con i pregiudizi ideologici e le semplificazioni, ne minano la credibilità con gli allarmi esasperati.
Ed ecco l’altra grande “depressione” informativa: i governi in genere non motivano seriamente le loro scelte, non le sostengono con strategie, numeri, statistiche, analisi costi/benefici, valutazioni delle esternalità; non le sorreggono con corrette valutazioni scientifiche. Quando più e meglio dovrebbero parlare al pubblico, i governi diventano muti. E se nasce un conflitto, tutto si riduce a un sì o a un no. I “Verdi” dicono sempre di no, gli uomini d’ordine dicono sempre e comunque di sì. Pazzesco.
Alla sua nascita, l’ambientalismo poneva una grande sfida riformatrice; è diventato invece una piccola eresia anticapitalistica. (…) Bisogna individuare politiche adeguate ai processi di trasformazione che investono popoli, territori, istituzioni politiche ed economiche. Per questo, c’è bisogno di una “battaglia delle idee” coraggiosa.
Mario Signorino

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Alla Camera si pretendono spiegazioni dal Governo per il progetto eolico di Poggio Tre Vescovi

Una recentissima interpellanza dell’Onorevole Alessandro Pagano fa seguito ad una interrogazione rimasta senza risposta dell’Onorevole Tiziano Arlotti.

Mercoledì scorso l’Onorevole Alessandro Pagano, deputato della galassia del centro-destra ed originario della Sicilia (che ha perciò osservato – e subito – in prima persona l’invasione eolica), ha presentato al Governo una interpellanza sul mega-progetto eolico di Poggio Tre Vescovi, che si richiama integralmente alla interrogazione del 23 febbraio scorso, rimasta senza risposta, presentata dall’Onorevole Tiziano Arlotti, deputato romagnolo del PD.
Arlotti chiedeva allora quali fossero nel dettaglio le caratteristiche tecniche del progetto; quale lo stato del suo iter autorizzativo; se la società proponente Geo Italia srl avesse fornito nuova e adeguata documentazione sull’impatto del progetto dal punto di vista ambientale, idrogeologico e paesaggistico; quali fossero le misure di compensazione previste; e – infine – se il Governo non ritenesse opportuno assumere le iniziative di sua competenza per fermare il progetto, anche alla luce dei pareri negativi già precedentemente espressi dagli enti competenti e dei possibili impatti negativi sull’ambiente e sul paesaggio.
Infatti, in seguito alla nota sentenza del TAR, proprio presso la Presidenza del Consiglio dei ministri era stata aperta un’istruttoria di valutazione di impatto ambientale, tuttora in corso senza che – incredibilmente – ne siano state fissate delle scadenze, con appena una generica richiesta alla società proponente di riformulare il progetto a suo tempo bocciato.

Pagano, nelle premesse della sua recentissima interpellanza, ha integrato quanto già osservato da Arlotti aggiungendo che il progetto di Poggio Tre Vescovi, fra manufatti di servizio e posa in opera delle torri eoliche, interessa complessivamente tre comuni (fra comuni romagnoli e toscani) considerati luoghi di importanza strategica per il raccordo fra aree protette regionali, inter-regionali e comunitarie di primaria importanza e che – se realizzato – costituirebbe uno degli impianti eolici onshore più grandi d’Europa, capace di modificare, oltre al delicato ecosistema di crinale, la percezione del paesaggio dell’intero Montefeltro.

L’opera progettata dovrebbe infatti risiedere sul crinale appenninico fra la riserva naturale dell’Alpe della Luna, il parco inter-regionale del Sasso Simone e Simoncello, il parco nazionale delle foreste Casentinesi e una costellazione di altre importantissime riserve, aree di interesse comunitario (SIC) e zone di protezione speciale (ZPS), con potenziali rischi di crisi ambientali di tutta la regione e segnatamente di deflagrazione e frammentazione dei corridoi ecologici naturali, oltre che interessare zone ad elevato rischio sismico.

Proprio a questo proposito, prosegue Pagano, la documentazione fornita mette in luce che il territorio è caratterizzato da fenomeni erosivi di tipo franoso, con la nascita delle tipiche nicchie di distacco, che coinvolgono poi importanti volumi di materiale in movimento. L’area prescelta per la collocazione degli aerogeneratori eolici è così ampia che la costruzione degli impianti andrà ad incidere sul coefficiente d’erosione dei siti, in modo esteso e generalizzato, dal momento che dovranno essere effettuati su molteplici diramazioni tutti i lavori inerenti gli accessi per far giungere sul luogo i mezzi meccanici necessari. Se ciò non bastasse, esattamente sul fronte opposto di questa vallata, in comune di Casteldelci, si è verificato nel 2010 uno dei movimenti franosi più vasti degli ultimi 50 anni, a dimostrazione della precaria stabilità di queste litologie.
Pagano pretende perciò ora di sapere, come già domandato a suo tempo da Arlotti, se il Governo non ritenga opportuno assumere ogni iniziativa di sua competenza per fermare il progetto alla luce di tali criticità e dei pareri scientifici contrari alla sua realizzazione, dal momento che la Geo Italia ha presentato modifiche e proposte di variazione del progetto che appaiono insufficienti a ridurre il rilevante impatto ambientale.

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La crisi della natura protetta in Italia

Le recenti esternazioni del Ministro dell’Ambiente Galletti sono un segno ulteriore della sua evidente inadeguatezza a coprire il ruolo istituzionale assegnatogli; ma sono anche la dimostrazione dell’approssimazione con cui una parte della politica, al di là del caso specifico, gestisce la cosa pubblica, soprattutto quando si tratta di misurarsi con le sfide ambientali.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lettera aperta redatta dagli amici dell’associazione ambientalista Mountain Wilderness Italia, che fanno propri alcuni nostri timori sulla sorte delle aree naturali protette.

Al Presidente della Repubblica
Al Presidente del Consiglio dei Ministri
Ai Capigruppo di Camera e Senato
Ai Parlamentari delle Commissioni ambiente di Camera e Senato
Ai Presidenti delle Associazioni nazionali di protezione ambientale

LA CRISI DELLA NATURA PROTETTA IN ITALIA

Noi sottoscritti, componenti del Comitato Etico – Scientifico dell’associazione Mountain Wilderness Italia, a vario titolo impegnati nell’azione a difesa dei parchi nazionali e della natura, fortemente preoccupati per la situazione in cui versano le aree protette, sottoscriviamo il seguente documento:

1. I parchi e le altre aree naturali protette di terra e di mare, in qualsiasi parte del pianeta siano situati, rivestono un’importanza straordinaria: la loro gestione costituisce un indicatore fondamentale del livello di civiltà di un paese.
In Italia la vicenda quasi secolare delle aree protette e in particolare dei parchi nazionali ha costituito la parte più significativa della storia della conservazione della natura e nello stesso tempo ha impresso una spinta decisiva nella formazione e nella crescita della coscienza ambientale dei cittadini e in particolare dei giovani. E’ una vicenda che, per le sue peculiarità, si inserisce a pieno titolo in quel paesaggio e in quel patrimonio storico e artistico tutelati dall’art. 9 della nostra Costituzione e che ha trovato nei principi della legge quadro n. 394 del 1991 una sua adeguata sistemazione. Bastano a dimostrarlo i risultati raggiunti: la rapida estensione della superficie protetta, il progressivo aumento dei visitatori, la nascita di nuove importanti professionalità, il progresso della ricerca scientifica specifica anche interdisciplinare.
Questo patrimonio oggi è a rischio: dilagano equivoche interpretazioni del ruolo delle aree protette e si assiste ad una loro progressiva, strisciante marginalizzazione. Con la giustificazione della criticità della situazione economica generale si cerca di imporre ai Parchi Nazionali un modello aziendalistico, come se le aree protette dovessero autofinanziarsi per giustificare la loro esistenza e non invece operare, con competenze effettive e mezzi adeguati, perché siano le comunità locali a produrre ricchezza (anche culturale) per il proprio territorio sulla base di una nuova economia compatibile con la conservazione della natura e la dignità delle persone. Cavalcando il miraggio del made in Italy si tende a propagandare un’immagine delle aree protette in chiave prevalentemente mercantilistica con sfumature degne al massimo di una pro-loco. E’ un atteggiamento che trascura le loro peculiarità e priorità, tradendo nei fatti quel rapporto natura-persona che di esse è la vera anima. Con il pretesto della partecipazione (di per se stessa più che auspicabile, seppure nelle forme adeguate) si espelle la componente scientifica dagli organi gestori e al suo posto si inseriscono gli interessi corporativi, come quello degli agricoltori, e, in forme più o meno palesi, si rende sempre più localistica la gestione. Non è estranea a questa pericolosa deriva l’assenza quasi totale del ruolo propulsore che la legge assegna al Ministero competente. Tutto ciò risulta in aperta contraddizione non solo con uno dei principi fondamentali della legge quadro, ma anche con la convinzione che, di fronte agli attuali problemi sempre più complessi, la democrazia si dovrebbe realizzare ricercando la linea di composizione tra scienza e politica e tra istituzioni statali e istituzioni locali nel segno degli interessi generali e non di quelli di parte. La democrazia partecipata non esclude, anzi presuppone, un forte ruolo di indirizzo e di controllo centralizzati.
Di queste interpretazioni banalizzanti e “al ribasso” il recente intervento del Ministro dell’Ambiente a Trento – uno dei pochissimi da lui effettuati sui parchi – è lo specchio fedele. Secondo il Ministro è giusto che i parchi tutelino il territorio, ma oggi devono fare qualcosa di più e di diverso: devono diventare motore di sviluppo dell’economia locale poiché la biodiversità in essi contenuta costituisce un patrimonio economico ricchissimo che occorre sfruttare; il Parlamento, sostiene il Ministro, sta modificando la legge quadro, che è una legge di conservazione, ormai invecchiata e inadeguata al presente, proprio per permettere alle imprese che operano nel settore green di svilupparsi sfruttando il grande patrimonio naturale; ad esempio quello boschivo che non ci si può limitare a custodire come nel passato, ma che occorre appunto mettere economicamente a frutto. Quanto allo smembramento del Parco nazionale dello Stelvio, esso può, sempre secondo il Ministro, diventare un modello di questa nuova visione, proprio perché con la divisione in tre parti (Lombardia, Province di Trento e di Bolzano) gli enti locali acquistano maggiori responsabilità e maggiori spazi decisionali. Dimenticando però che nessun altro paese del mondo, fino ad ora, ha frazionato in questo modo i propri parchi nazionali.
Le esternazioni del Ministro sono purtroppo un segno ulteriore della sua evidente inadeguatezza a coprire il ruolo istituzionale assegnatogli; ma sono anche la dimostrazione dell’approssimazione con cui una parte della politica, al di là del caso specifico, gestisce la cosa pubblica, soprattutto quando si tratta di misurarsi con le sfide ambientali.
Occorre prenderne atto e trarne le conseguenze: è una richiesta che il comitato etico-scientifico di Mountain Wilderness Italia fa all’intero mondo della scienza e della cultura, alla società civile e a quella parte della politica che ha ancora a cuore le sorti di ciò che rimane del Bel Paese. In una parola a tutte le persone di buon senso.

2. La situazione, dunque, è molto grave: è necessario e urgente dare nuove prospettive – e una nuova centralità – alla politica per le aree protette. La Carta di Fontecchio – alla cui elaborazione e approvazione Mountain Wilderness ha contribuito in maniera determinante, in concorso con molte delle più importanti associazioni ambientaliste italiane – offre indicazioni fondamentali sul ruolo che esse devono svolgere partendo dalla considerazione che la natura non ha confini e che quindi può essere salvata solo se si cura il territorio nella sua unitarietà e nella sua complessità. In questo quadro i parchi, che sono le aree protette più complesse e importanti, debbono conservare, potenziandola, la loro funzione tradizionale di baluardo fondamentale di conservazione in quanto eccezionali serbatoi di biodiversità, ricchi di paesaggi, di testimonianze storiche e artistiche, di bellezza; e nello stesso tempo, debbono porsi come veri e propri modelli di uno sviluppo effettivamente sostenibile: modelli ricchi di sfaccettature, articolati, non interpretabili in senso esclusivamente economico perché basati su un intreccio virtuoso tra partecipazione democratica, conoscenza scientifica dei problemi, rapporto profondo tra le persone e la natura. Nell’interesse autentico dell’intera comunità nazionale e di quella internazionale.
Ma vi è un altro ruolo che oggi assume particolare rilevanza e che viene indicato nella Carta di Fontecchio: la natura, proprio perché non conosce barriere fisiche, è in grado di abbattere le barriere esistenziali, sociali, geopolitiche che dividono l’umanità; le aree protette, se viste come uno dei perni di una nuova visione dello sviluppo, sono in grado di dimostrare che è possibile salvaguardare, con i fondamentali valori della natura, sia i diritti delle persone, a partire dalla inclusione dei più deboli, sia i diritti dei popoli e perciò la pace tra le nazioni e la collaborazione tra gli stati.
Profondamente convinti di tutto questo, nell’immediato chiediamo al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio dei Ministri di prendere in seria considerazione l’opportunità di restituire rilevanza centrale al Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare, nominando un nuovo Ministro, in grado, per cultura, formazione e convinzioni profonde, di porsi come valido punto di riferimento nei confronti di quella parte della società civile in cui non si è ancora spenta la speranza di una auspicabile pace tra le attività umane e la natura. Una pace sottolineata con forza anche dal Sommo Pontefice Francesco, nell’Enciclica Laudato Sii.
Chiediamo al Parlamento di sospendere l’attuale pericolosa e angusta corsa alle modifiche della legge quadro e di avviare un processo riformatore coraggioso e trasparente, di ampio respiro, che miri alla conservazione della natura in tutte le sue possibili articolazioni. Un processo che non tema di confrontarsi con percorsi apparentemente utopici. Perché, come insegna la Carta di Fontecchio, utopico è solo ciò che non si ha il coraggio di affrontare.

Firmano come componenti del Comitato etico-scientifico di Mountain Wilderness Italia:

Prof. Luisella Battaglia: ordinario di Filosofia Morale e Bioetica, Università di Genova.

Prof. Pietro Bellasi: già docente di Sociologia dell’Arte, Università di Bologna.

Dr. Salvatore Bragantini: economista e editorialista del Corriere della Sera. Alpinista.

Prof. Remo Bodei: ordinario di Filosofia Teoretica, Università di Los Angeles e di Storia della Filosofia e Estetica, Normale di Pisa.

Prof. Luisa Bonesio: già prof. di Estetica e Geofilosofia del paesaggio, Università di Pavia.

Prof. Duccio Canestrini: docente di Sociologia e Antropologia del Turismo, Campus di Lucca, Università di Pisa. Probiviro dell’associazione italiana Turismo Responsabile.

Dr. Alberto Cuppini: esperto in energie rinnovabili.

Dr. Federica Corrado: presidente di CIPRA Italia. Ricercatrice in tecniche e pianificazione urbanistica, Politecnico di Torino.

Enrico (Erri) De Luca: romanziere, poeta, traduttore, saggista. Alpinista.

Fausto De Stefani: Alpinista, garante di Mountain Wilderness International. Presidente onorario di Mountain Wilderness Italia.

Kurt Diemberger: alpinista, scrittore, film maker. Presidente onorario e garante di Mountain Wilderness International.

Dr. Vittorio Emiliani: giornalista, saggista, presidente del Comitato italiano per la bellezza, medaglia d’oro ai benemeriti della cultura e dell’arte.

Dr. Massimo Frezzotti: dirigente ricerca ENEA, già responsabile dell’unità tecnica Antartide. Presidente del comitato glaciologico italiano; Alpinista.

Prof. Carlo A. Graziani: ordinario di Istituzioni di Diritto Privato, Università di Siena. Già presidente del Parco Naz. dei Sibillini.

Alessandro Gogna: alpinista, guida alpina, scrittore, giornalista. Garante di Mountain Wilderness International.

Prof.Cesare Lasen: già presidente del Parco Naz. delle Dolomiti Bellunesi; botanico e protezionista.

Prof. Sandro Lovari: ordinario di Etologia e gestione della Fauna, Università di Siena.

Prof. Paolo Maddalena: prof. di Diritto per il patrimonio culturale e ambientale. Università della Tuscia; magistrato. Già Giudice Costituzionale.

Dr. Mario Maffucci: già dirigente RAI. Giornalista. Esperto in comunicazione.

Prof. Ugo Mattei: ordinario di Diritto Civile, Università di Torino. Competenze in giurisprudenza, beni comuni e ambiente montano.

Franco Michieli: scrittore, pubblicista, alpinista. Garante di Mountain Wilderness International.

Prof. Carlo Alberto Pinelli: regista, scrittore. Docente di Cinematografia Documentaria, Università Suor Orsola Benincasa, Napoli. Garante di Mountain Wilderness International.

Prof. Stefano Rodotà: prof. Emerito di Diritto Civile, Università La Sapienza, Roma. Già garante per la privacy. Già membro del Parlamento. Strenuo difensore dei diritti comuni.

Prof. Italo Sciuto: docente di Filosofia Morale, Università di Verona.

Dr. Lodovico Sella, Presidente Fondazione Sella, Garante di Mountain Wilderness International.

Michele Serra. Giornalista, opinionista, scrittore.

Prof. Salvatore Settis: ordinario di Archeologia Classica, Normale di Pisa.

Dr. Stefano Sylos Labini: dirigente ENEA, geologo, esperto di energie rinnovabili e politiche economiche.

Prof. Francesco Tomatis: alpinista; ordinario di Filosofia Teoretica, Università di Salerno. Garante di Mountain Wilderness International.

Dr. Stefano Unterthiner: firma del National Geographic. Zoologo e fotografo.

 

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Cosa bolle nel pentolone ministeriale dei Parchi Nazionali?

Alcune recenti dichiarazioni programmatiche del ministro dell’Ambiente Galletti, obbedienti a logiche aziendalistiche di sfruttamento, inducono gli ambientalisti a pensare male. Forte delle sue recenti esperienze, invece, la Rete della Resistenza sui Crinali ne pensa malissimo.

Se è vero che il ministro dell’Ambiente ha detto che i parchi “devono diventare motore di sviluppo dell’economia locale (…) per permettere alle imprese (…) di svilupparsi sfruttando il grande patrimonio naturale, ad esempio quello boschivo che non ci si può limitare a custodire come nel passato, ma che occorre appunto sfruttare” sembra di capire che il ministro non sappia che gli unici boschi italiani che sono oggetto di mera “custodia” (essenzialmente per motivi di studio) sono quelli (pochissimi) compresi nelle Riserve Naturali Integrali: un esempio su tutti è Sasso Fratino, nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi.

Al di fuori di tali casi particolari, nessuno si sogna più di concepire il bosco come statico oggetto di contemplazione, per la semplice consapevolezza che il bosco ha una sua dinamica, essendo formato da organismi che hanno un loro ciclo vitale. Che cioè nascono, crescono, invecchiano e muoiono, di norma (e per fortuna) non tutti insieme. Non a caso, tornando al nostro esempio, nel territorio del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi c’è molto di più di Sasso Fratino, e molto altro: boschi gestiti, per esempio, cioè boschi che sono oggetto di quella tecnica, e insieme scienza, che è la selvicoltura, di cui l’Italia vanta scuole plurisecolari, in cui si sono messe a punto le procedure per perpetuare la “risorsa foresta”, traendone (e salvaguardando) i molteplici benefici che può dare.
Quindi il ministro sfonda una porta aperta.

A meno che…

A meno che ben altri siano gli intenti di sfruttamento delle aree protette italiane, e che ben altri siano i servigi che si chiedono loro. Servigi che per il momento sono taciuti.

Sappiamo bene quali affaristi hanno percorso le nostre montagne negli ultimi anni. Non erano imprenditori boschivi, non erano agricoltori, allevatori, foraggicoltori, apicoltori, ma personaggi che sui crinali vedono solo una risorsa di per sè scarsa, ma che viene pagata con sovrapprezzi scaricati sull’utenza, genera profitti siderali, e consente ricche elargizioni alla compiacenza di chi dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) tutelare la vocazione dei territori. E quindi tentano in tutti i modi, questi affaristi e i loro amici, di trasformare le montagne italiane in aree industriali, per piantarci torri – fondate su colossali blocchi di calcestruzzo – costruite in acciaio e vetroresina, alte fino a duecento metri, le cui eliche fanno strage di avifauna, e per le quali occorrono ovviamente nuovi elettrodotti e nuove strade, ben diverse e supplementari rispetto a quelle necessarie alle locali attività agrosilvopastorali.
In alcuni territori questi affaristi hanno incontrato un po’ di… resistenza. Hanno spesso tentato di scardinarla con il grimaldello dei dirigenti di qualche ben individuata associazione ambientalista, più di una volta sorpresi nella doppia (meglio sarebbe dire “ambigua”) funzione di arbitri e di giocatori; pur ben sapendo che i territori dei Parchi Nazionali erano, per loro, tabù.
Siamo sicuri che questi affaristi, con il pretesto delle energie “pulite” (anche l’integrità dei torrenti sarebbe a rischio!), non stiano puntando, adesso, a scardinare il concetto stesso di area naturale protetta?
Tempo fa qualcuno di noi aveva già colto, nella viva voce di chi amministrava un qualche Parco Nazionale, l’acquolina in bocca per la prospettiva di un qualche impianto eolico industriale che “sul passo Taldeitali starebbe tanto bene”…
Dopo, non si salverebbe più niente e nessuno, dentro i Parchi o, peggio, fuori. Perchè, per ricorrere alla metafora di uno dei nostri amici, se si fanno prostituire i figli migliori, neppure possiamo immaginare la fine che si riserva agli altri.

Tamerlano

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E’ la pioggia che va, e ritorna il termoelettrico

Nonostante un maggio di piogge torrenziali, nel sistema delle grandi dighe idroelettriche si è persa un’altra massa d’acqua davvero enorme, equivalente a 1,5 TWh di potenziale produzione elettrica rispetto al già deludentissimo maggio 2015. Cui prodest? Certamente al settore termoelettrico, ma anche al settore delle FER non programmabili, e soprattutto a quello dell’eolico industriale, che non si è lasciato sfuggire l’occasione del crollo della produzione idroelettrica degli ultimi 17 mesi per chiedere (ed incredibilmente farsi promettere) altri incentivi in misura abnorme per i prossimi 20 anni. I costi ed i problemi sistemici provocati dall’implementazione massiccia di FER elettriche non programmabili sono stati una causa primaria della crisi che ha colpito l’economia italiana, ma in particolare la produzione industriale e principalmente quella dei beni intermedi, ossia il settore a maggior consumo di energia. L’atteggiamento troppo compiacente da parte degli organi pubblici di supervisione.

Quanta pioggia questa primavera! E soprattutto: quanta pioggia in maggio. Pioggia su gli spogli ciliegi di Vignola, pioggia su i lungarni fiorentini, su gli stabilimenti balneari della costa romagnola, su gli aerogeneratori divini, su le colline pugliesi fulgenti di inutili pannelli fotovoltaici accolti, sulla pianura padana folta di impianti a biomasse aulenti. Insomma: pioggia pioggia pioggia da non poterne più, tanta pioggia dappertutto; tranne là dove quella massa d’acqua sarebbe stata davvero un dono dal cielo: sui bacini degli impianti idroelettrici.

Non è uno scherzo, anche se, come prima impressione, potrebbe sembrare la storiella della nuvola di Fantozzi alla rovescia. C’è la prova provata: il rapporto mensile di maggio sul sistema elettrico della Terna.

Nel contesto di una richiesta di energia elettrica che si conferma, come nei primi quattro mesi dell’anno, in flessione (vedi pag. 3), a testimonianza di una congiuntura economica di nuovo sofferente dopo il piccolo rimbalzo del PIL (e quello ancor minore dei consumi elettrici) dello scorso anno, si può osservare (a pag. 5) che la maggior flessione della produzione rispetto al maggio 2015, sia in termini assoluti (oltre un TWh in meno) che percentuali (-18,3%), si è riscontrata proprio nel settore idroelettrico.

Il fatto appare ancora più grave se si considera che anche il maggio 2015 era stato un mese orribile per l’idroelettrico rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (come si desume da pag. 5 del rapporto Terna del maggio 2015:  un altro TWh in meno).

In totale, paragonando i dati della produzione idroelettrica del piovosissimo maggio 2016 con quelli del maggio 2014, riscontriamo un disastroso meno 1.832 GWh (- 30,4%), di cui ha tratto massimo giovamento il settore termoelettrico, che ha prodotto 707 GWh in più per colmare il vuoto che si era creato.

Si potrà obiettare: forse, come nel 2015 (vedi pag. 22 del rapporto Terna di maggio 2015), si è ripetuta la scelta di privilegiare (chissà poi perchè?) il riempimento degli invasi delle dighe fin quasi ai massimi storici. Invece no: niente di tutto questo. L’obiezione non regge guardando la tavola di pag. 22 del rapporto Terna 2016: l’invaso dei serbatoi italiani non solo non è aumentato, ma è addirittura diminuito per una massa d’acqua equivalente ad altri 500 GWh ed oltre. Il coefficiente di invaso (le righe continue del grafico a pag. 23) in maggio ha così registrato il massimo gap negativo rispetto ai valori mensili del 2015. In totale, dopo un mese di piogge torrenziali si è dunque persa una massa d’acqua davvero enorme, equivalente a 1,5 TWh di potenziale produzione elettrica rispetto al già deludentissimo maggio 2015. Mistero!
Quali le possibili spiegazioni? Se ne possono dedurre alcune, pur in assenza di dati (almeno di dati resi pubblici) adeguati a dare risposte precise su dove sia finita tutta quell’acqua, ma nessuna di esse appare soddisfacente, almeno sulla base delle priorità strategiche che le pubbliche autorità si dovrebbero porre. Anzi: una simile pervicacia nel martoriare il settore idroelettrico, iniziata – ricordiamolo – nel gennaio del 2015, farebbe desiderare che si trattasse di pura negligenza e non di altro ben più grave.

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Per resistere a Poggio Tre Vescovi abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti. Contattateci!

Serve la collaborazione di tutti. Questa volta i tedeschi non si limitano, come accadeva di solito, a voler imporre i colossali aerogeneratori made in Germany, ma scendono in campo in prima persona perché ormai vogliono accaparrarsi direttamente gli incentivi garantiti dal Governo italiano. Il locale comitato di cittadini è costretto a lottare a mani nude contro gli interessi di una potente multinazionale tedesca in grado di dispiegare enormi risorse finanziarie nel condizionamento dell’opinione pubblica italiana tramite i mass media, le promesse di vietatissime royalties ai comuni e altre grossolane iniziative di marketing. Contro questa incombente minaccia, ecco dunque l’iniziativa di una campagna di volantinaggio mirata ad informare tutti i soggetti che potrebbero subire un pregiudizio dall’apocalittico impianto, che prevede pale di potenza inusitata. Si comincia dai proprietari di seconde case, tenuti finora all’oscuro dei rischi.

AVVISO ai proprietari di seconde case

il gruppo industriale tedesco GEO mbH ha proposto di costruire un gigantesco impianto eolico di fronte a casa vostra

lungo il crinale tra Monte Loggio e Poggio dei Tre Vescovi prevedono circa 30 turbine alte ciascuna 180 metri (esatto: 180 metri!!!!!) con profonde perforazioni nelle viscere
della montagna, aumento del rischio frane e alterazioni al ciclo dell’acqua.

torrepoggio

la foto mostra a destra la turbina montata a Balze lungo la strada per Pratieghi, alta 46 m, accanto a una turbina alta
160 m, cioè di 20 metri inferiore a quelle proposte da Geo.

Geo ha promesso denaro ai Comuni di
Badia Tedalda, Casteldelci e Verghereto,
posti di lavoro e grandi benefici per tutti

MA SARA’ VERO? CHI PUO’ GARANTIRLO?
E’ INVECE GARANTITO CHE
un impianto industriale come questo
provoca sempre

  • drastico deprezzamento degli immobili
  • crollo delle attività turistiche
  • gravi danni alla salute dovuti agli infrasuoni emessi dal movimento delle pale

A tutela della salute, in Baviera e in Polonia è obbligatoria una distanza di sicurezza di
almeno 1,8 km con turbine di questa altezza e tanto potenti, ma Balze, Macchiette, Senatello, Torricella, Pratieghi, Fresciano, Montebotolino…
e molti altri borghi e case sparse della zona SI TROVEREBBERO A DISTANZE BEN INFERIORI

stiamo cercando di evitare questa sciagura ma lottiamo contro gli interessi di una potente multinazionale tedesca
ABBIAMO BISOGNO DELL’AIUTO DI TUTTI
vi invitiamo a mettervi in contatto con noi

“Comitato cittadino Salviamo Poggio Tre Vescovi  Badia Tedalda, Casteldelci, Verghereto”

fumaiololibero@tiscali.it
tel. 333 4691 004

volantino seconde case 200616

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L’eolico a Scansano dopo dieci anni: dalle belle favole alla cruda realtà

Nel recente bilancio di previsione del Comune leggiamo l’implicita condanna di una scelta che avrebbe dovuto portare il benessere perpetuo alla popolazione locale. Il tempo è sempre galantuomo: ora gli amministrati dovranno pagare gli errori e le false promesse dei loro amministratori; e tenersi le pale che allontanano il turismo in cerca delle bellezze della Toscana rurale. Aerogeneratori dalle pale lunghe e bugie dalle gambe corte. Indovinate un po’ chi ci ha guadagnato. Un ennesimo monito alle centinaia di Comuni appenninici a cui è stato gettato il micidiale amo con l’esca dell’eolico salvifico. 

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Scansano: l’impianto eolico che incombe sul Castello di Montepò (XI secolo), posto al centro dei vigneti del Morellino.

Il Comune di Scansano (GR) è in bolletta.
Un buco da 700.000 euro affonda le casse comunali e nel bilancio di previsione 2016-2018
delibera bilancio Scansano la cosiddetta “spending review” – ossia il taglio delle spese correnti – la Giunta cerca disperatamente di turare la falla, per “evitare il dissesto finanziario dell’Ente”.
Le soluzioni sono allarmanti per la popolazione: chiusura del teatro al termine della stagione 2016; riduzione dei percorsi dello scuolabus e sospensione del servizio di accompagnamento sul trasporto per la scuola dell’infanzia; incremento di quasi il 65% delle tariffe per la refezione scolastica; incremento delle tariffe cimiteriali e introduzione di una tariffa sulla sepoltura; riduzione delle pulizie per gli uffici del Comune a solo uno o due giorni a settimana; Museo della Vite e del Vino aperto solo durante il periodo estivo con addetti del servizio civile regionale. E altre iniziative disperate di fare cassa, come l’installazione di autovelox.
Ciò che colpisce del deficit di bilancio è che questo Comune circa 10 anni fa salì alle cronache di tutta Italia per essere diventato sede di un discusso impianto eolico
di grandi dimensioniil prototipo per l’Italia centrale – da cui, stando alle dichiarazioni di politici ed amministratori, avrebbe tratto grandi benefici di sviluppo, progresso e turismo.
All’epoca della realizzazione l’assessore regionale Anna Rita Bramerini affermava con enfasi, che “… il parco eolico di Scansano rappresenta un esempio virtuoso, … con i suoi 20 megawatt è il più potente e produttivo del centro Italia.” (dal sito della Regione). E ciò avrebbe comportato sensibili ricadute per gli introiti dell’Amministrazione, oltre che posti di lavoro e folle di turisti.
Anche l’allora sindaco Morini dichiarava entrate rilevanti dall’impianto eolico (si assicuravano 120 mila euro all’anno) e dagli impianti fotovoltaici, voluti a spada tratta benché paesaggisticamente impattanti.

Ora c’è da domandarsi come mai la cruda realtà smentisca le rosee previsioni.

L’impianto non produce energia adeguata a sostenere i bilanci comunali? Le stime dell’epoca erano alquanto sovradimensionate? Lo sviluppo e i posti di lavoro sono evaporati come neve al sole? I turisti preferiscono le antichità di Sorano alle pale eoliche di Scansano?

Fatto sta che all’epoca ci fu una vera e propria mobilitazione di molte forze politiche ed istituzionali a favore dell’impianto, come il Presidente della Provincia, quello della Regione, Legambiente, e infine le pressioni sul Consiglio di Stato per la riapertura, mentre ad oggi il parco eolico dimostra infondate tutte le opportunità millantate e lascia in braghe di tela l’Amministrazione comunale, priva anche della copertura alle spalle da parte della tramontata Provincia.

Chi ci ha guadagnato in questo affare? Non di certo la popolazione, con posti di lavoro mai visti e il panorama del Castello di Montepò violato dai mostri eolici. E, a quanto risulta, tantomeno l’Amministrazione! Forse solo la società che gestisce l’impianto. Ne valeva la pena?

Ci auguriamo che adesso la popolazione di Scansano pretenda dai suoi amministratori almeno di chiarire che cosa si intende con la direttiva “definire la pratica relativa alla convenzione con la società proprietaria del parco eolico, valutando se preferibile sottoscrivere una nuova convenzione, come proposto dalla ditta, oppure attivarsi affinché siano rispettati gli impegni assunti con la convenzione vigente, al fine di stabilire i proventi effettivamente spettanti al Comune di Scansano”. Sembrerebbe che “gli impegni assunti” dai proprietari dell’impianto non siano stati rispettati e, allo stesso tempo, quegli stessi proprietari propongano… una nuova convenzione! Altrove ci si attenderebbe di conoscere tutti i numeri dell’impianto di questi dieci anni (Qual è stata la produzione reale? E quanto il gettito per le casse comunali? Quale differenza con le promesse? A quanto ammonta il contenzioso?) e la punizione dei responsabili di tutte le panzane che erano state raccontate.

Morale della favola: si auspica che la vicenda sia di monito per altre imprese simili, prive di valide analisi economiche; ma lasciamo le favole al mondo dei bambini!

Sennuccio del Bene
Comitato GEO – Ambiente & Territorio di Monterotondo Marittimo (GR)
https://grcoord.wordpress.com/geo-monterotondo/

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