Il disastro della svolta energetica tedesca (EEG) basata sulle rinnovabili elettriche (parte 2): una rassegna della più autorevole stampa tedesca

Der Spiegel: “Il piano energetico verde della Germania pieno di difetti: i tedeschi stanno pompando più CO2 nell’aria di quanto abbiano fatto da molti anni; sarebbe meglio lasciare perdere tutto”. Handelsblatt: “Con l’EEG la Germania teme la de-industrializzazione”. Die Welt: “Interi tratti di territorio resi inabitabili dall’energia eolica”.
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Nel 2014 il governo federale tedesco, in controtendenza rispetto al crollo dell’installazione di nuovi impianti industriali di energia eolica verificatosi in Italia, Danimarca e Spagna,
ha continuato imperterrito – e contro ogni evidenza logica – la sua opera di distruzione della bellezza e dell’economia della Germania, sussidiando altre migliaia di gigantesche pale eoliche.

Abbiamo infatti appreso con autentico orrore che in Germania nel 2014 c’è stato un record di installazioni eoliche, essendo stati costruiti nuovi impianti per una potenza complessiva pari a 5.279 MW (dati Ewea).

5 GW di eolico corrispondono a più della metà del totale già installato in Italia, con tutti i disastri che ha già combinato in questi anni. Questo significa che, teoricamente, in Italia si potrebbero installare in un solo anno, sotto forma di pale, quegli stessi 10 mila MW di fotovoltaico montati nel 2011. Anche gli osservatori più disattenti cominciano a scorgere l’effetto ninfea delle pale nel paesaggio della Germania.

Allo sforzo colossale dei tedeschi nel 2014 è però corrisposto un aumento trascurabile nella produzione dell’eolico a terra, nella misura dello 0,7% rispetto all’anno precedente.

Il totale della produzione dell’eolico tedesco, secondo questi primi dati, è dunque stato di 52,4 TWh. Perciò la produttività annua dei 39 Gw di eolico, nell’ipotesi di una distribuzione regolare dell’inizio dell’attività dei nuovi impianti nel corso dell’anno passato, è stata nettamente inferiore alle 1.500 ore utili, con un risibile indice di efficienza ingegneristica da collocarsi attorno al 16%.

In mancanza di dati disaggregati, si può dedurre che la ragione di questa performance negativa, oltre ad una possibile scarsa ventosità nel corso dell’anno (al contrario dell’Italia), risiede nell’esaurimento dei siti migliori e soprattutto nei guasti crescenti dei molti aerogeneratori che in Germania cominciano ad avvicinarsi a quella età media (12-15 anni) in cui i modelli più vecchi smettono di funzionare e che quindi richiederebbero la sostituzione integrale con modelli nuovi. Probabilmente molte delle più vecchie pale tedesche sono ferme, o si stanno fermando, per sempre. Come ineluttabilmente accadrà presto anche in Italia…

Del resto, nel 2012 la produzione eolica in Germania era persino diminuita, per la prima volta, anche in valore assoluto rispetto all’anno precedente, nonostante i nuovi impianti installati. Migliaia di nuovi MW ogni anno sono quindi appena sufficienti a garantire il mantenimento della produzione.

Questa testardaggine dei tedeschi a voler raggiungere ad ogni costo gli eroici obiettivi che si sono prefissati è veramente inquietante. Specie ora che pretendono di comandare (di nuovo) in casa nostra e in tutta Europa. Aspettiamo dunque con ansia che saltino per aria i loro conti energetici (è inevitabile, prima o poi), oppure che si verifichi un black out colossale (anche questo sarà inevitabile, prima o poi) o che il loro PIL cominci a calare: il governo federale sta infatti creando un insieme di condizioni perchè ciò avvenga rapidamente, in un futuro molto prossimo. Nel frattempo speriamo che – almeno – non si verifichi l’effetto contagio per le pale eoliche.

La Germania, anche in questo campo, conferma una preoccupante mancanza di elasticità mentale e di sensibilità politica, entrambe sacrificate troppo spesso alla inflessibile volontà del perseguimento a tutti i costi di obiettivi teorici fissati a priori.

Niente di sorprendente, comunque: tutti i guai erano già stati previsti e ciò che era stato previsto si sta puntualmente verificando. Abbiamo scelto, per una piccola rassegna della stampa tedesca critica sull’Energiewende, le inchieste che ci sono parse più efficaci per illustrarne le contraddizioni, che intanto si sono ancor più accentuate, ed i costi, che aumentano in modo insostenibile. Continua a leggere

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Paura per la salute: in Danimarca bloccato lo sviluppo degli impianti eolici

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Vignetta pubblicata dal giornale danese “Ekstra Bladet”

Inchiesta di Die Welt: fino a che punto l’energia eolica è pericolosa per gli animali e gli esseri umani?
Cresce l’opposizione popolare agli impianti eolici in Danimarca e Germania, ci sono sempre maggiori indizi di problemi per la salute e la gente è stanca di subire le prepotenze degli imprenditori eolici.

Apprendiamo dal sito web FeelGreen.de  (che ringraziamo per il servizio reso) che la grande stampa tedesca finalmente si è fatta viva, con un articolo che esprime forti dubbi verso il grande eolico industriale.

Riportiamo di seguito la traduzione del sunto proposto da FeelGreen, integrata da alcuni brevi passaggi tratti direttamente dall’articolo di Die Welt:

Come ha annunciato l’autorevole quotidiano tedesco Die Welt nell’articolo “Macht der Infraschall von Windkraftanlagen krank?” (Gli infrasuoni degli impianti eolici fanno ammalare?) del 2 marzo scorso, questa domanda implica l’arresto di praticamente la totalità della costruzione di nuovo eolico in Danimarca. Anche in Germania c’è sempre più scetticismo a proposito dei progetti dell’energia eolica.

La Danimarca è un paese pioniere nella tecnologia dell’eolico moderno, che rappresenta il 39% del mix energetico nazionale, ossia il paese leader in questo campo. Tuttavia il suo sviluppo ristagna. L’inizio del crescente scetticismo a riguardo dell’energia eolica ha fatto seguito ad un incidente occorso alla fine del 2013 in un allevamento di visoni a Vildbjerg, in Danimarca. Già alla prima messa in funzione di nuove pale eoliche dietro ad una fattoria, gli animali hanno cominciato ad urlare, mordendosi l’un l’altro e rovesciando le loro gabbie. Il giorno seguente si è scoperto che una mezza dozzina di loro era morta e più di cento con profonde ferite hanno dovuto essere abbattuti. L’inchiesta condotta dallo Stato danese fornirà delle conclusioni sulle conseguenze sanitarie: gli infrasuoni sarebbero dunque in grado di fare impazzire questi animali? E in questo stesso modo è forse a rischio la salute delle persone? Da allora, l’incertezza non ha cessato di crescere in Danimarca, Paese con grande coscienza ambientale.

Secondo Die Welt, Jan Hylleberg, capo dell’associazione dell’industria eolica danese, ha dichiarato che la maggioranza dei comuni danesi ha congelato i piani per nuovi impianti eolici. I comuni vogliono attendere le conclusioni degli studi governativi sugli effetti degli infrasuoni sulla salute. Nel corso del 2013, gli impianti eolici nuovi avevano raggiunto una potenza installata di quasi 700 MW, mentre nell’ultimo anno questo stesso valore è stato solo di 67 MW. Anche in Germania lo scetticismo è sempre più forte.

Il nuovo rallentamento dello sviluppo dell’energia eolica in Danimarca si trasmette in modo crescente in Germania. Secondo Die Welt, ci sono più di 500 associazioni di difesa contro progetti eolici (nella piccola Danimarca sono oltre 200), dovute non solo al fatto che le pale sfigurano il paesaggio.

I critici spesso fanno riferimento a studi comprovanti che le vibrazioni provocate dagli aerogeneratori danneggiano la salute. Chi è costantemente esposto agli infrasuoni, perciò, può subire, tra le altre cose, disturbi del sonno, mal di testa, difficoltà di concentrazione, tinnito, nausea, alterazioni del ritmo cardiaco e ansia.

Il giornale danese “Jyllands Posten” ha pubblicato i rapporti di famiglie che abbandonano le loro case per la preoccupazione per la salute dei loro figli, perché vicino sono state costruite le turbine eoliche. Il tabloid ” Ekstra Bladet ” dedica una pagina al disegno di un contadino che mostra al lettore il dito medio, sotto forma di una turbina eolica.

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Ex consigliere di amministrazione e dirigente del GSE nuovo “segretario scientifico” dell’Anev

Felicitazioni ed auguri dalla Rete della Resistenza sui Crinali

Facciamo ammenda e ci scusiamo con gli interessati per avere – in passato – pensato male.

Nel post del 10 novembre scorso dal titolo “Già pronti altri soldi pubblici da sperperare per l’eolico industriale” scrivevamo infatti:

Pensavamo dunque che ormai più nessuno stesse pensando di mettere di nuovo mano ai portafogli degli italiani (o almeno non subito) per concedere ulteriori regali alla speculazione delle FER elettriche. Errore! Errore gravissimo di sottovalutazione dell’amoralità di un ambiente che pure i comitati di cittadini contro l’eolico industriale selvaggio avrebbero dovuto conoscere, per pluriennale esperienza diretta, anche troppo bene. Un comunicato dal titolo “DM 6 luglio 2012 (FER Elettriche): tariffe incentivanti per gli anni 2015 e 2016“, improvvisamente comparso, del tutto inaspettato, mercoledì scorso nel sito web del GSE, ci aveva messi in apprensione. Ma quali tariffe incentivanti? Nel citato decreto del 6 luglio 2012 non erano previste altre aste oltre alle ultime già effettuate l’estate scorsa e gli obiettivi energetici alle quali gli incentivi erano puramente strumentali erano già stati tutti raggiunti. In particolare, una citazione sbagliata dello stesso testo di quel decreto fatta nel suo comunicato dal GSE (ma delle interpretazioni forzate del GSE ci occuperemo in un post a parte) aveva fatto scattare i segnali d’allarme dei comitati e delle associazioni nostre amiche“.

Nello specifico, la citazione sbagliata nel sito web del GSE era quella in merito alla decurtazione annua del 2% delle tariffe incentivanti base per le aste delle FER elettriche non fotovoltaiche. Il secondo capoverso del comunicato riportava che

“la decurtazione non si applica nel caso in cui nell’anno precedente, la potenza complessivamente assegnata tramite le procedure di Aste e Registri sia inferiore all’80% della somma delle potenze disponibili per il medesimo anno”.

In realtà il DM del 6 luglio 2012  non parla da nessuna parte di “somma” ed anzi nell’art. 7 a pag.12 recita tutt’altro:

La predetta decurtazione non si applica alle tipologie per le quali, nell’anno precedente, la potenza complessivamente assegnata tramite le procedure di aste e registro, resa nota dal GSE sul proprio sito internet, sia inferiore all’80% rispetto alle quantità rese disponibili per l’anno.”

Cioè non si applica alle singole tipologie, non alla somma delle potenze disponibili in un medesimo anno, concetto completamente diverso. Questa interpretazione sbagliata favorisce perciò la fonte eolica, perchè l’eolico on-shore, nelle aste effettuate nel 2013 e nel 2014, ha assegnato tutto il potenziale in asta. Anzi, nell’ultima asta è arrivato quasi il quadruplo di richieste per il contingente da assegnare.

Appena un paio di settimane dopo, il 27 novembre, a rafforzarci in questa nostra convinzione di “amoralità” era intervenuto un severo giudizio del Sole 24 Ore con un articolo, da leggere con la massima attenzione, a firma Claudio Gatti dal titolo “Quanta politica nell’energia, fortemente critico verso i comportamenti di alcuni importanti dirigenti del GSE. Nell’articolo si parlava esplicitamente di rapporti “a richio di incesto” di “chi abita quel mondo”, indicando due “episodi emblematici”.

Il primo della commistione tra mondo dell’energia e mondo della politica. Il secondo dei potenziali conflitti d’interesse personale di chi entra ed esce dal Gse (vedi storia su Sinergy Project)”.

Vediamo dunque quest’altra storia nell’articolo, pubblicato nelle stesse pagine del Sole di quel 27 novembre, sotto il titolo di “Il sovrapprezzo dell’affaire Sienergia“, il cui amministratore delegato nel 2010 era un certo Ing. Luca Di Carlo, “dopo essere stato consigliere di amministrazione del gestore tra il 2006 e il 2009″, che avrebbe poi lasciato la carica a Sienergia “per andare alla direzione di Ingegneria del Gse“. Invitiamo a leggere tutto l’articolo su Sienergia avvalendosi di un blocco di appunti su cui buttar giù le note per non perdere il vorticoso filo degli intrecci.

Con gioia leggiamo ora, nelle news dell’Anev, che “L’Ing. Luca Di Carlo è il nuovo segretario scientifico dell’Anev“.

E’ doveroso riportare integralmente il comunicato:
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Sottovalutati i danni alla salute degli infrasuoni emessi dalle pale

copertinaUno studio di Acoustics Today depreca la noncuranza degli esperti che lavorano per l’industria eolica

E’ stato divulgato lo studio scientifico “Come influisce sulle persone il rumore delle turbine eoliche?” dalla prestigiosa rivista Acoustics Today, una pubblicazione della Acoustical Society of America (la primaria società scientifica internazionale che si dedica ad aumentare e a diffondere la conoscenza dell’acustica e le sue applicazioni pratiche).

Nel lavoro del Professor Alec Salt  (delle cui ricerche avevamo già avuto occasione di occuparci) e Jeffery Lichtenhan del Dipartimento di Otorinolaringoiatria presso la Scuola di Medicina della Washington University a Saint Louis sono descritti “i molti modi attraverso i quali l’infrasuono che non si sente e il suono a bassa frequenza dalle turbine eoliche possono creare disturbi alle persone che ci vivono vicine“.

Questo studio si aggiunge, pur brillando per l’autorevolezza della fonte, ad una ormai sterminata bibliografia scientifica mondiale sui danni alla salute provocati dalle turbine eolico-industriali. Bibliografia scientifica da cui notiamo con rammarico l’assenza di lavori realizzati in Italia, che pure è uno dei Paesi al mondo dove maggiore, specie nel Meridione, è la concentrazione di pale eoliche collocate in prossimità di abitazioni.

Riteniamo utile tradurre, di seguito, l’introduzione e le conclusioni dello studio, invitando chi conosce l’inglese a leggere tutto il lavoro, peraltro liberamente disponibile sul sito web di Acoustics Today (qui da pag.20), che ringraziamo per il servizio resoci. Trascuriamo i passaggi più strettamente tecnici, che lasciamo agli specialisti della materia. I grassetti sono nostri.

Introduzione

Recenti articoli su Acoustics Today hanno trattato un certo numero di difficili problemi concernenti il rumore delle turbine eoliche e come questo può influenzare le persone che ci vivono vicino (Leventhall 2013, Schomer 2013, Timmerman 2013). Qui presentiamo dei potenziali meccanismi attraverso i quali gli effetti potrebbero manifestarsi.

L’essenza del dibattito in corso è che da una parte si trova l’industria eolica ben fornita di fondi che 1) sostiene che gli infrasuoni debbano essere ignorati perchè i livelli misurati sono sotto la soglia dell’udito umano, 2) esclude la possibilità che esista una qualsivoglia forma della sindrome da turbina eolica (Pierpont 2009) anche quando i medici (ad esempio Steven D. Rauch della Scuola di Medicina di Harvard) non possono altrimenti spiegare i sintomi dei pazienti e 3) obietta che non sia necessario separare turbine eoliche e abitazioni.

D’altra parte abbiamo molte persone che lamentano di essere talmente disturbate dagli effetti del rumore delle turbine eoliche da non poter tollerare di vivere nelle proprie abitazioni. Alcune traslocano, o subendo una perdita finanziaria oppure facendo subentrare i gestori dell’impianto. Altre vivono con il disturbo, spesso richiedendo cure mediche per affrontare i propri sintomi. Talvolta, anche membri della stessa famiglia possono non esserne affetti…

Conclusioni

Abbiamo descritto molteplici modi in cui gli infrasuoni e i suoni a bassa frequenza possono influenzare l’orecchio e dare origine ai sintomi che riportano alcune persone che vivono presso le turbine eoliche… L’attuale situazione altamente polarizzata è sorta perchè la nostra comprensione delle conseguenze a lungo termine della stimolazione da infrasuono rimane ad un livello molto primitivo. Basandosi su principi ben stabiliti della fisiologia dell’orecchio e di come esso risponde ai suoni a bassissima frequenza, c’è ampio motivo per prendere questo problema più seriamente di come è stato fatto finora. Ci sono molti problemi scientifici importanti che possono essere risolti solo attraverso una ricerca attenta e obiettiva. Benchè generare infrasuoni in laboratorio sia tecnicamente difficile, alcuni gruppi di ricerca stanno già lavorando per definire l’equipaggiamento richiesto per condurre esperimenti controllati sull’uomo.
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Altri dubbi sulla bontà della politica dell’Unione Europea contro il cambiamento climatico

Sull’ultimo numero dell’Astrolabio un articolo fortemente critico che ripropone alcune nostre obiezioni

Appena pubblicato sull’Astrolabio, la newsletter degli Amici della Terra, un contributo al dibattito sulla efficacia delle politiche europee per il contrasto alla emissione di gas clima alteranti (“tali lodevoli sforzi sono perseguiti mediante misure burocratiche complesse, sovente poco efficaci ed economicamente dannose, ma, soprattutto, prese in pressoché assoluto isolamento”).

Si tratta dell’articolo “La mosca cocchiera“, scritto da Giovannangelo Montecchi Palazzi (qui ripreso da Radio radicale (2h,10m) durante la sesta conferenza nazionale per l’efficienza energetica del dicembre scorso), presidente del comitato scientifico di Confindustria Assafrica & Mediterraneo.

Il titolo dell’articolo è esplicito. Ne riportiamo di seguito l’introduzione, raccomandando però di leggerlo integralmente sull’Astrolabio e di ben ponderare la logica sottesa:

“L’Europa contribuisce alla produzione totale di CO2 per l’11%, una quota destinata a ridursi per il prevedibile aumento delle quantità prodotte da altri Paesi che non hanno ratificato il Protocollo di Kyoto e, soprattutto, Paesi in via di sviluppo. Si è posta inoltre, per la prossima decade, obiettivi molto ambiziosi, confidando di proporsi con ciò come il modello da seguire, in un politica di “leading by example”. Si può tuttavia dubitare della bontà di tale politica e della sua efficacia, rispetto ad un più rude approccio “Coercing through interest”.

Per chiarire: per “Coercing through interest” si intende il prelievo di una carbon tax sui beni di importazione pari a quella applicata sulle produzioni interne, che anche noi auspichiamo.

L’articolo così si conclude:

“In contropartita i benefici ambientali ottenuti mediante azioni interne sono modesti e sproporzionati ai costi, mentre a livello globale sono pressoché ininfluenti. L’ambizione dell’Unione di essere “leader by example” appare, quindi, velleitaria. E’ necessario un ripensamento radicale, aperto alla realtà dell’atmosfera terrestre che non è solo quella sopra Bruxelles, ma riguarda l’intero pianeta. Nell’interesse precipuo dell’ambiente cercasi un nuovo McSharry (il Commissario europeo che ha riformato la Politica Agricola Comune. Ndr) per una politica comune davvero valida”.

Ci siano permesse un paio di brevissime note a margine dell’articolo, per contribuire ad allargare il dibattito ad altri soggetti senza recitare, a nostra volta, il ruolo della mosca cocchiera.
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Raggiunti già quest’anno gli obiettivi della SEN al 2020 anche senza il contributo dell’eolico

Dimostrata dai fatti l’inutilità delle principesche incentivazioni concesse ai colossali impianti industriali sui crinali. E perciò… il Governo promette alla lobby altri incentivi subito! Prosegue senza più pudori l’assalto all’indifesa diligenza delle bollette elettriche degli italiani. Ignorate da tutti le potenzialità derivanti dalla semplice manutenzione degli impianti idroelettrici esistenti.

Pubblicato il rapporto mensile Terna per il dicembre 2014 e, di conseguenza, i risultati provvisori della produzione e dei consumi elettrici dell’anno 2014 (vedi a pag. 6 e pag. 30 del rapporto).

Confermate le infauste previsioni che prendevano sempre più corpo con il trascorrere dei mesi: anche nel 2014, per il terzo anno consecutivo, si è consolidata la tendenza ad una preoccupante diminuzione dei consumi elettrici, da ormai tre anni stabile nell’ordine delle 10 Twh, senza significativi aumenti in termini di efficienza energetica, a testimonianza di una inarrestabile deindustrializzazione del Paese.

Eccellenti risultati, invece, per quanto riguarda la produzione da FER elettriche.

L’aumento della produzione annua da idroelettrico (+ 4 Twh) e da FV, pur orfano degli esagerati incentivi del conto energia, (+ 2 Twh) porterebbero da soli il totale FER rilevato l’anno precedente (112 TWh pari al 34% del fabbisogno come risulta a pag. 137 del Rapporto attività 2013 del GSE) a 118 TWh. Questo risultato, rapportato al fabbisogno 2013 di 330 TWh diminuito quest’anno di 10 TWh, fa sì che, ancor prima della comunicazione dei dati sulle biomasse (che Terna comprende nel computo totale del settore termoelettrico), si possa dire raggiunto ALMENO il 37% della produzione da FER sul consumo interno LORDO nazionale. Ricordo per l’ennesima volta che l’obiettivo vincolante per l’Italia per il 2020 dovrebbe essere il … 26,39%! Non ci sarebbe da meravigliarsi se, con il contributo degli impianti a bioenergie, si fossero raggiunti già quest’anno il valore obiettivo minimo di produzione previsto per il 2020 dalla famigerata SEN di Passera e Clini del 2013, e cioè i 120 MWh annui da FER, ed il valore massimo (il 38%) in termini percentuali sul fabbisogno.

Se poi, anzichè ai consumi, si rapportassero i 118 TWh alla produzione elettrica nazionale (che è diminuita all’ 85% dei consumi a causa di un imprevisto aumento delle importazioni) scesa a 265 MWh, rilevati a pag. 30 dal documento della Terna, il rapporto della produzione da FER sul totale salirebbe al 44,5%! Senza neppure l’incremento annuo della produzione da biomasse…

Per quello che riguarda l’eolico, il discreto risultato della produzione di dicembre ha riportato in extremis in (lieve) attivo la variazione della produzione del 2014 sul 2013 (+ 1% complessivo), nonostante le centinaia di pale in più nel frattempo installate. Una produttività eolica in calo, quindi, in attesa, speriamo già dal 2015, di vedere ridursi anche la produzione a seguito del rapido logorio degli impianti eolici esistenti.

E dunque, a seguito di questi dati oggettivi, non ci sarebbe più nessunissima necessità di ulteriore eolico incentivato (e quindi di nuove aste).

E invece no! Leggiamo infatti dall’articolo “De Vincenti: Febbraio decisivo per Fer non FV e capacity payment” pubblicato sul “Quotidiano Energia” del 27 gennaio:

“Febbraio si annuncia un mese decisivo sul fronte incentivazione, sia per le rinnovabili che per il termoelettrico. In occasione del convegno Free  sulla riforma del mercato elettrico, De Vincenti ha infatti annunciato che il decreto sulle Fer non FV sarà pronto “non oltre la fine di febbraio“.

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Rapporto RSE: eolico fuori mercato, sistema elettrico troppo oneroso

Giudizi severi sui costi del sistema elettrico nel recente studio dell’ RSE, che però poi rilancia sugli stessi errori già commessi.

rseIn Italia il costo effettivo dell’eolico, data la sua produttività storica, andrebbe collocato sui 140-150 €/MWh, cioè completamente fuori mercato. Si stima in 4,5 miliardi all’anno l’extra costo per un mix di fonti diverso da quello medio europeo, eppure i soli incentivi alle FER elettriche in Italia incidono ogni anno sulle bollette per il triplo. Almeno 3 miliardi di euro potrebbero essere recuperabili attraverso una sopportabile tassazione dell’insostenibile rendita alle rinnovabili elettriche. I costi di dispacciamento aumentano di circa 500 milioni all’anno (e 100 milioni quelli delle nuove reti) per compensare l’improvviso incremento del potenziale non programmabile. In pochissimi anni la spesa complessiva a carico delle bollette per le FER elettriche (incentivi più oneri aggiuntivi da esse determinati) raggiungerà il totale di 20 miliardi annui. Questa spesa, gravata dall’IVA, supererà perciò l’ 1,5% del PIL, per garantire una produzione che equivale appena al 20% del fabbisogno elettrico nazionale. Eppure l’esperienza del disastro fin qui combinato non è servita a niente ed a Roma si intende rilanciare nella scommessa già perduta. Previsto a regime un capacity payment annuo di 1,7 miliardi.

Chi è l’ RSE? Con un brutale traslato, e saltando un paio di passaggi, rispondiamo sinteticamente: l’ RSE è il Governo italiano. Per essere più precisi: Ricerca sul Sistema Energetico spa è una società per l’attività di ricerca nel settore energetico – ed elettrico in particolare – controllata dal GSE. Il Gestore Servizi Energetici spa, a sua volta, è una società controllata dal Ministero dell’Economia. E dunque… Recentemente il GSE (per fatturato la quarta azienda italiana a causa soprattutto dell’entità delle incentivazioni alle rinnovabili elettriche, che è solo uno dei suoi compiti istituzionali) è stato oggetto di un articolo fortemente critico di Claudio Gatti (“Quanta politica nell’energia“) del Sole 24 Ore. Nell’articolo, di cui raccomandiamo la lettura integrale, si parla senza mezzi termini di “propensione ai rapporti a rischio incesto”. In questo contesto istituzionale pieno di ambiguità quello che più preoccupa è però che, anche quando cambiano i Governi, questo GSE rimane. E la tecnostruttura del GSE, per sua stessa natura, è portata ad aumentare i propri poteri discrezionali, ampliando gli ambiti di intervento ed il fatturato. Ma di questo ci occuperemo un’altra volta.

Quello che ci interessa oggi è “solo” la presentazione – e la nostra critica – di un denso studio dell’ RSE intitolato “Energia elettrica, anatomia dei costi“, presentato lo scorso 9 dicembre e di cui si è occupato il Sole dello stesso giorno con un articolo di Federico Rendina dal titolo “Elettricità, 10% dei costi ingiustificati“, a cui rinviamo volentieri come introduzione. Ci pare tuttavia che all’ottimo Rendina siano sfuggiti alcuni punti fondamentali di questa ricerca sull’attuale – drammatica – situazione del sistema elettrico italiano e sulle sue prospettive al 2030. Integriamo quindi volentieri il lavoro del Sole con alcune osservazioni, sfruttando il potenziale della interattività e facendo costante riferimento, per essere meglio compresi, alle slide utilizzate dallo stesso RSE durante la presentazione.

Per questo motivo preferiamo commentare l’enorme messe di informazioni, che l’ RSE ci fornisce, in modo non sistematico, ma seguendo, per favorire i nostri lettori, rigorosamente l’ordine degli argomenti così come vengono proposti dagli autori, pagina per pagina. Consigliamo perciò a chi ci legge in linea di tenere aperto anche il PDF della presentazione dell’ RSE o, meglio ancora, di stampare le pagine che lo interessano della presentazione, da noi qui commentate ad una ad una, prima di proseguire la lettura di questa nostra analisi critica.
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Greenpeace: la propaganda per le rinnovabili danneggia sito Unesco a Nazca

Il governo peruviano denuncia all’Unesco l’organizzazione ambientalista e chiede l’identificazione degli attivisti che hanno partecipato al blitz propagandistico.

GP - eolico - upGP - eolico - downUn gruppo di militanti di greenpeace è entrato la scorsa settimana nel sito delle Linee di Nazca e ha tracciato una enorme scritta gialla vicino a una delle figure più spettacolari, il colibrì. Una scritta inneggiante alle rinnovabili.

Il presidente del Perù, Ollanta Humala, ha detto che Greenpeace «ha mancato di rispetto al nostro popolo e alla nostra cultura». Le linee risalgono a più di 2000 anni fa e nel sito archeologico non è consentito l’accesso proprio allo scopo di preservare le antiche e fragili linee. Nonostante le scuse offerte da Greenpeace il governo peruviano ha deciso di chiedere l’estradizione degli attivisti che hanno partecipato al «blitz» nel sito archeologico perché hanno causato «danni irreparabili». (*)

In Italia come vanno le cose?

Che cosa ve ne pare degli sfregi arrecati al paesaggio e ai siti storico artistici dagli impianti rinnovabili industriali in Italia?

Perchè in Italia, a differenza del Perù, nessun presidente o ministro osa dire, dopo che sono già stati arrecati tanti assurdi danni territoriali e paesaggistici, che i mistici fondamentalisti delle rinnovabili elettriche industriali a tutti i costi “mancano di rispetto al nostro popolo e alla nostra cultura”?

(*) riassunto dal seguente articolo del Corriere

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Per le direzioni nazionali di Legambiente e WWF i danni dell’eolico industriale sono figli di un Dio minore?

Il dubbio sorge dopo un appello di tutte le associazioni ambientaliste contro l’eccesso di sfruttamento idroelettrico dei corsi d’acqua italiani

Abbiamo appreso dall’amareggiato post del comitato Cisatel quello che è successo – e sta succedendo – sui crinali tra Pontremoli e Borgotaro.
Un panorama sconfortante, ma il loro non è certo un caso isolato. Spesso ci si accanisce su comuni i cui sindaci sono degli “ignavi”, per dirla con l’aggettivo usato da Antonello Caporale nel suo libro Controvento, e che cedono per pochi denari le proprie terre.

Grazie ad Italia Nostra, Amici della Terra e altre associazioni, si è potuto fare qualche incontro per illustrare alle commissioni parlamentari le negatività delle centrali industriali FER elettriche, ma sostanzialmente i problemi, ora e sempre, derivano dagli enormi incentivi erogati. Le cose sono poi peggiorate dalla frammentazione e divisione dei vari comitati e delle associazioni ambientaliste a livello di direzioni nazionali, e persino, all’interno delle stesse associazioni, tra il centro e la periferia.

La questione non riguarda solo l’eolico-industriale: ci si presenta divisi anche per quanto riguarda, ad esempio, i problemi delle grandi centrali a biomasse e degli innumerevoli impianti idroelettrici lungo i fiumi e i torrenti.
Per tutti questi impianti occorre fare fronte comune perchè la maggior parte di essi non si realizzerebbe senza la garanzia di sussidi statali eterni.
Riguardo alle “centraline idro”, però, ora stanno acquisendo consapevolezza della vera natura del problema anche i vertici di Legambiente, ma non so quale ricetta possano proporre se non quella di eliminare il problema alla radice.
A forza di sollecitare la perpetuazione dell’attuale sistema incentivante, e quindi dei soldi a pioggia alle FER elettriche perché “buone” per definizione, le associazioni ambientaliste che le sostengono in modo acritico finiscono, prima o poi, per essere danneggiate loro stesse nel conseguimento delle proprie finalità statutarie.

Una considerazione analoga vale perciò anche per il WWF, che, in più rispetto a Legambiente, deve contemperare anche le differenti esigenze presenti in una organizzazione sovranazionale.

Ma, alla fine, le contraddizioni logiche, proprie di una scelta fideistica, non possono essere eluse.
Ecco dunque, finalmente, un appello “ecumenico” contro l’eccesso di sfruttamento idroelettrico dei corsi d’acqua italiani.
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Eolico industriale: perchè tanto accanimento contro le montagne tra Pontremoli e Borgotaro?

L’attacco di saturazione al crinale tra le province di Parma, Massa e La Spezia, attuato in questi ultimissimi anni dai costruttori di eolico industriale, è stato il più intenso, metodico e pernicioso di tutta l’area nord appenninica.

Prendendo come riferimento l’alta val Parma e l’alta val Taro, tra progetti ritirati, bocciati e realizzati, abbiamo rilevato, partendo da est e proseguendo verso ovest: il progetto Cisa-Cirone (ritirato) e il progetto Monte Giogallo (ritirato) entrambi nel comune di Pontremoli; il progetto passo Bratello (ritirato) nel comune di Borgotaro; il progetto di Zeri (realizzato); il progetto passo della Cappelletta nel comune di Varese Ligure (realizzato); il progetto monte Scassella, realizzato a metà (montati i pali senza navicelle) nel comune di Albareto; il progetto Passo Centocroci, realizzato ma non funzionante per mancanza di centralina di raccolta energia (comune di Tornolo) e il progetto nuovo Cento Croci Enernova, in attesa di realizzazione; il progetto Casale (ritirato) sempre nel comune di Tornolo; il progetto Santa Donna (in sospeso) nel comune di Borgotaro; e, ancora nel comune di Borgotaro, il progetto Tiedoli (realizzato) e il progetto Monte Piano – “microeolico” da 40 metri! – (parzialmente realizzato).

Per avere un’idea dell’impatto paesaggistico di tali progetti, se realizzati, basti pensare che salendo sulla cima del Monte Molinatico (tra il comune di Pontremoli e quello di Borgotaro) si sarebbero potute vedere TUTTE le pale di TUTTI questi impianti ruotando lo sguardo da Est a Sudovest di 140 gradi! Alla faccia della Costituzione della Repubblica Italiana e delle leggi sulla tutela del paesaggio, della fauna, delle zone d’interesse archeologico, della flora, della prevenzione del dissesto idrogeologico eccetera.

Se ciò non è ancora del tutto avvenuto è anche merito dei comitati spontanei che hanno permesso di mettere sotto pressione i politici locali.

Tutti questi impianti hanno ragione d’esistere solo se super incentivati, perché da noi il vento non è qualitativamente e quantitativamente adatto ad essi. Prova ne sia che, con la modifica nel 2012 dell’incentivazione statale tramite il nuovo sistema dei contingentamenti annuali assegnati con le aste competitive al ribasso, l’onda barbara e travolgente dell’eolico industriale nel nostro territorio, proprio perchè privo di remunerativo vento utile, si é trasformata in risacca stagnante. Una risacca che però rischia di trasformarsi in un qualsiasi momento, sotto la fortissima pressione sui decisori politici esercitata dalla lobby eolica a Roma, in uno tsunami.

E comunque qualcosa ancora, sotto la superficie, si muove: la comparsa di nuovi anemometri più piccoli suggerisce l’idea di “microeolico” come surrogato al macro. Pur di non rinunciare a qualche strada nuova, a qualche betoniera di calcestruzzo da sversare sui crinali dei nostri monti. In questi tempi di magra i nostri costruttori eolici son diventati di bocca buona. Meglio poco che niente, meglio venti pale sicure da quaranta metri che dieci da cento di improbabile incentivazione… Ma il danno ambientale, le ferite al territorio restano. Ferite più piccole ma più numerose.

Ci sarebbero poi tante altre storie da raccontare, storie di “sensazioni”, di “sentito dire”, di conclusioni personali tratte dall’evidenza dei fatti. Quello che è emerso alla luce del sole e che stato realizzato, da solo, è però già più che sufficiente per allarmare. Le altre storie, per ora, si possono solo raccontare, come si fa quando si racconta una fiaba ad un bambino per spaventarlo, a chi fosse interessato a domandarsi il perchè di tanto accanimento contro la nostra terra.

CISATEL (comitato interregionale salvaguardia Appennino tosco-emiliano-ligure)

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Elezioni regionali in Emilia Romagna: dai cittadini un deciso “no” a quella politica che crea i problemi anzichè risolverli

L’astensionismo di massa ha sancito quella spaccatura tra i politici ed i cittadini che i comitati della Rete della Resistenza sui Crinali, che sono attivi proprio sull’Appennino tosco emiliano-romagnolo, avevano denunciato in questi anni.

 Niente paura: nel post di oggi, a differenza del solito, non ci sarà nessuna valanga di dati a supporto delle nostre tesi, nessuna catilinaria e (quasi) nessuna indignata apostrofe. Di questo se ne stanno occupando, pur con colpevole ritardo, la stampa locale e financo, a giusta ragione, quella nazionale. Ci si è infatti resi conto che domenica, con l’improvvisa diserzione dalle urne di quasi due terzi dei cittadini aventi diritto al voto nella semper fidelis Emilia Romagna, è successo qualcosa di epocale per l’Italia tutta.

Ci si permetta solo, prima di procedere oltre, di fare il Grillo Parlante e di dire: “noi l’avevamo previsto”. Il Grillo Parlante è un personaggio molto antipatico per i ragazzi della favola di Pinocchio, che gli preferiscono chi promette cuccagna, spassi e divertimenti spensierati. Ma qui non stiamo trattando di ragazzi e di favole. L’unico fatto che ci ha stupito è stato semmai il ritardo con cui questa spaccatura tra eletti ed elettori si è manifestata.

Lasciamo dunque ad altri il compito di analizzare le cause del sisma elettorale e limitiamoci, a puro titolo di esempio, ad esaminare, razzolando tra le miserie del nostro cortiletto dell’eolico industriale, un paio di casi rivelatori dell’atteggiamento di sovrano distacco dei politici, vecchi e nuovi, verso i problemi da essi stessi inflitti – senza apparente comprensibile motivo – alla popolazione.

1) Il Partito Democratico

Il PD domenica ha perso per strada quasi la metà dei propri votanti rispetto alle regionali del 2010. E non intendiamo commettere una scorrettezza confrontando i dati delle regionali con quelli, non omogenei, delle ultime europee. Non è necessario infierire. Estrapolando la tendenza in atto già nelle elezioni regionali precedenti, la prossima volta il Partito (Partito per antonomasia, in Emilia Romagna, dove da sempre detiene il Potere. Ed il portafogli…) eleggerà direttamente i propri consiglieri regionali in un’assemblea riservata esclusivamente a candidati stessi, magari riuniti in un palazzetto dello sport, senza bisogno di tenere inutilmente aperte le scuole di domenica.
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Già pronti altri soldi pubblici da sperperare per l’eolico industriale

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Ormai non è più sufficiente nemmeno una spesa già acquisita per incentivi alle FER elettriche prevista in 15 miliardi annui nel 2016. Nelle stanze del potere romano sparisce anche la vergogna: dopo che tutti gli obiettivi di produzione vincolanti sono stati superati a costi sanguinosi, dopo il decreto spalma-incentivi per ridurre il peso insostenibile degli incentivi in bolletta, dopo che l’Europa ha appena ribadito che per il 2030 la produzione da rinnovabili non sarà un obiettivo vincolante per i singoli Paesi, ecco che arriva dal Sottosegretario allo Sviluppo Economico De Vincenti l’annuncio di un “decreto tampone” che riapre, tra l’entusiasmo dei lobbysti e senza neppure più un motivo valido, la borsa governativa. Sembra il gioco delle tre tavolette, ma ormai l’unica cosa in gioco è l’avvenire dell’Italia. L’ambiguo ruolo del Ministro Federica Guidi e del Premier Renzi.

 Mai e poi mai ci saremmo aspettati una simile tracotante spudoratezza, in particolare subito dopo il gravissimo provvedimento retroattivo, conosciuto come decreto spalma-incentivi, di recente fortissimamente voluto dal Ministro allo Sviluppo Economico Federica Guidi, con l’avallo del Presidente del Consiglio Matteo Renzi, per ridurre d’imperio l’onere degli incentivi alle rinnovabili elettriche in bolletta.

In occasione della presentazione di quel decreto, durante un question time al Senato, il Ministro Guidi precisava che si sarebbe trattato di «un sistema di redistribuzione equa di alcune sperequazioni che erano presenti nel nostro sistema». «Chiederemo naturalmente – aggiungeva allora il Ministro – un piccolo sacrificio ad alcune categorie che, a nostro avviso, hanno percepito un po’ di più di quello che oggi ci possiamo permettere».

Nel medesimo frangente Matteo Renzi, che della riduzione del 10% della bolletta elettrica per le piccole e medie imprese aveva fatto un punto caratterizzante il suo programma politico, riservandogli una delle ormai famose slide presentate alla stampa dopo il primo Consiglio dei Ministri del marzo scorso, aveva addirittura affermato durante l’assemblea del PD del 14 giugno scorso, per coprire politicamente la Guidi in difficoltà di fronte alla reazione degli speculatori:

Abbiamo riempito di sussidi chi investiva sulle rinnovabili, ma il costo in bolletta lo hanno pagato gli italiani”.

Intendiamoci. Lo spalma-incentivi è solo una goccia recuperata nel mare degli incentivi alle FER elettriche: poche (pochissime) centinaia di milioni su una spesa già acquisita che nel 2016 ammonterà a 15 miliardi, pur senza gli incentivi ai nuovi impianti e senza contare i miliardi da spendere ogni anno per supportare le fonti rinnovabili non programmabili con nuove reti, nuovo capacity payment, oneri di dispacciamento eccetera. Ma, con quel decreto, era il principio che contava: quello di mettere un limite ad una spesa andata fuori controllo.

In attesa di un probabile aumento delle bollette in seguito all’aumento del prezzo dell’energia elettrica nelle ultime settimane, a maggior ragione sarebbe stato giustificato lo stop alla spesa per incentivi alle FER elettriche, dopo il raggiungimento in larghissimo anticipo degli obiettivi europei vincolanti per l’anno 2020. Anzi, la costosissima produzione da FER elettriche, che quest’anno si avvicinerà al 38% del fabbisogno nazionale, a scapito dei negletti settori dei trasporti e del riscaldamento (proprio dove risiedono le eccellenze industriali italiane), permetterà forse di raggiungere con sei anni di anticipo anche il totale del 17% nel rapporto della produzione da FER e consumi energetici totali italiani, che è il rapporto che ci vincola con l’Unione europea.

Ad ancora maggiore ragione non ci sarebbe stato bisogno di dilapidare altri quattrini pubblici dopo il vertice di Bruxelles, in cui si è messa per la prima volta in dubbio l’efficacia della politica europea di produzione obbligatoria da FER in presenza di un contemporaneo abnorme aumento globale di emissioni di gas clima-alteranti.

I lobbysti attendevano con ansia il Consiglio dei Ministri europei per avere la scusa, tramite la fissazione da loro auspicata di nuovi altissimi obiettivi vincolanti per ciascun singolo Paese, per battere subito cassa, contrariamente a quanto consigliava qualcuno più saggio.

Sappiamo come le loro brame siano rimaste deluse.

Pensavamo dunque che ormai più nessuno stesse pensando di mettere di nuovo mano ai portafogli degli italiani (o almeno non subito) per concedere ulteriori regali alla speculazione delle FER elettriche.

Errore!

Errore gravissimo di sottovalutazione dell’amoralità di un ambiente che pure i comitati di cittadini contro l’eolico industriale selvaggio avrebbero dovuto conoscere, per pluriennale esperienza diretta, anche troppo bene.
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Una buona notizia dal vertice di Bruxelles! Niente valanga di pale! O almeno non subito…

Dal Consiglio europeo di Bruxelles emergono per la prima volta seri dubbi sulla efficacia della politica degli obiettivi vincolanti finora seguita per la protezione del clima. I valori-obiettivo europei per il 2030 saranno 40 – 27 – 27 (che sostituiscono il programma 20 – 20 – 20 al 2020), ma solo la riduzione del 40% della emissione dei gas clima-alteranti è vincolante per ciascun Paese. Prevista una clausola di revisione di questi obiettivi se alla conferenza di Parigi del prossimo anno anche i grandi inquinatori mondiali non si adegueranno agli standard europei. Affermata al vertice di Bruxelles la posizione di buon senso auspicata alla vigilia da Italia Nostra col suo comunicato stampa. Intanto il Presidente della Commissione Industria del Senato propone una carbon tax estesa anche ai beni di importazioni.

consiglio europeo

Sostanzialmente confermata la scorsa settimana dal Consiglio europeo di Bruxelles la già fin troppo eroica impostazione teorica sugli obiettivi in materia di clima ed energia per il 2030 indicata lo scorso gennaio dalla Commissione UE.

E quindi 27% di produzione da rinnovabili (non solo quelle elettriche) vincolante in rapporto ai consumi europei (e non nazionali).

Questo è un sollievo, visto quanto i lobbysti delle rinnovabili elettriche pretendevano e con quale “intensità” avevano lavorato in questi mesi per ottenerlo, e sposta il problema dell’aumento della produzione da FER dal livello decisionale europeo a quello italiano, con un conseguente minore grado di cogenza.

Non si potrà più sostenere che le pale eoliche – o i pannelli o le centrali a bioenergie o le dighe – dovranno essere collocate in ogni luogo, facendo così strame della legislazione italiana di tutela ambientale e paesaggistica, ed a tutti i costi perchè “ce lo ordina l’Europa”.

Questo complesso di decisioni del Consiglio, da un punto di vista di indirizzo politico, afferma che l’obiettivo prioritario a cui l’Europa deve mirare è la riduzione dei gas clima alteranti e non come questa riduzione deve essere conseguita. In particolare questa scelta appare una sconfessione implicita (sebbene parziale) della validità del programma 20 – 20 – 20 al 2020, dove ai tre differenti obiettivi veniva sciaguratamente concessa una pari dignità, al prezzo dei disastri che abbiamo visto realizzarsi in questi ultimi anni. Ora tale obiettivo per il 2030 diventa 40 – 27 -27 dove però solo il primo valore, cioè la riduzione del 40% dell’emissione dei gas a effetto serra, diventerà vincolante per ogni singolo Paese dell’Unione e non solo a livello europeo, affermandone, di fatto, la priorità. I restanti due 27 (la percentuale di energia che dovrà essere prodotta da rinnovabili e l’aumento dell’efficienza energetica) sono perciò depotenziati ed appaiono, tutt’al più, come sub-obiettivi strumentali al primo.

In realtà, prescindendo dalle più sgangherate (o interessate?) facilonerie, questo obiettivo del 40%, già indicato dalla Commissione, appare – esso solo – di realizzazione massimamente difficile, a patto di non fare crollare l’economia europea, come a suo tempo evidenziato dal nostro post, a cui rinviamo per una analisi più approfondita del problema.

A testimonianza del mutato atteggiamento dei Governi europei, persino più significativo appare l’inserimento, negli accordi scaturiti dal vertice UE, di una clausola di revisione, non prevista dalla Commissione, per riconsiderare gli obiettivi dopo i negoziati della conferenza di Parigi del dicembre 2015, qualora in quella sede non si raggiungesse un accordo altrettanto ambizioso a livello globale, con tutti i grandi inquinatori mondiali pronti a impegnarsi in questa materia allo stesso modo degli europei.

L’esito del vertice ha rappresentato l’affermazione delle tesi di puro buon senso contenute, proprio alla vigilia del vertice di Bruxelles, nel comunicato stampa di Italia Nostra, a cui va dato atto di essere stata in questi anni l’associazione ambientalista italiana più lungimirante in questa materia e di avere colto da subito i rischi per il nostro Paese che l’eccesso di rinnovabili elettriche avrebbe portato con sè. Per contro, sono state respinte le pretese di omologazione verso il peggio proposte dai soliti burocrati professionisti delle associazioni ambientaliste globalizzanti.

L’Italia ora dovrà prendere le sue decisioni autonomamente, ma nel quadro di regole europee meno rigide. Una sconfitta per i nostri finora onnipotenti avversari, che ora si ritrovano, per la prima volta, su posizioni indebolite. Il futuro rimane (almeno parzialmente) aperto ed in particolare aperto a quell’auspicata innovazione che le tecnologie mature, come l’eolico sovvenzionato all’inverosimile, avevano soffocato. Si apre oggi per l’Italia la possibilità di costruire il proprio futuro energetico green libera dalla ossessiva e rovinosa monocultura egemonica delle rinnovabili elettriche di questi ultimi anni.

Ci sarà dunque tempo per impostare il problema della diminuzione delle emissioni in modo diverso rispetto agli anni più recenti, senza la temuta improvvisa valanga di pale e distese di pannelli dappertutto.

Un sollievo in particolare per i comitati di cittadini in ansia per progetti eolici incombenti. Sarà difficile che il Governo italiano adesso, proprio dopo avere appena ridotto d’imperio alcuni incentivi già concessi con una norma retroattiva, indìca nuove aste per l’eolico oppure (a maggior ragione) destìni nuovi ed ancor più consistenti risorse pubbliche a tal fine, senza neppure un vincolo schiacciante ed urgente imposto dall’Europa, avendo l’Italia già abbondantemente superato tutti gli obiettivi riguardanti le rinnovabili elettriche, raggiunti a costo di trascurare tutti gli altri.

Non essendo riuscita la spallata europea dei lobbysti delle FER elettriche per ottenere obiettivi nazionali obbligatori che avrebbero reso automaticamente necessari nuovi ingenti stanziamenti governativi, dubitiamo che ci sarà una corsa tutta italiana, almeno nel breve periodo, per il conseguimento di tali costosissimi obiettivi autolesionistici.

Tuttavia non illudiamoci troppo: la guerra per preservare i nostri territori dalla speculazione delle rinnovabili industriali continua ed il livello di vigilanza deve rimanere inalterato.
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Italia Nostra: “danni irreparabili al paesaggio e all’ambiente italiano se saranno fissati obiettivi vincolanti al 2030 per le rinnovabili elettriche.”

eolico.-futuroFissare obiettivi vincolanti per la produzione da rinnovabili al 2030 al prossimo consiglio europeo il 23 e 24 ottobre sarebbe un suicidio: ci troveremmo con una ulteriore massiccia pioggia di pale e pannelli su territori fragilissimi e pregiati come i crinali appenninici e le coste. Un danno enorme per il nostro paesaggio che ne resterebbe sfregiato e stravolto nella sua bellezza. Ma un danno enorme anche per l’economia: già da quest’anno il prezzo della vendita sul mercato all’ingrosso di tutta l’energia elettrica prodotta in Italia sarà inferiore al costo dei soli incentivi diretti che si pagheranno alle rinnovabili, e nel 2016 si supererà, solo per l’incentivazione delle FER elettriche, la spesa di 15 miliardi, ovvero l’uno per cento dell’attuale PIL italiano.

  Roma 20 Ottobre 2014 – Il Gruppo Energia di ITALIA NOSTRA ha elaborato una stima secondo la quale quest’anno il prezzo ottenuto dalla vendita sul mercato all’ingrosso (che, come media, negli ultimi mesi è oscillato intorno ai 50 euro al Mwh) di tutta l’energia elettrica prodotta in Italia (che quest’anno dovrebbe persino essere inferiore ai 280 TWh del 2013) sarà probabilmente inferiore al costo dei soli incentivi diretti che si pagheranno alle rinnovabili. Basta infatti moltiplicare 280 milioni per 50 euro, per ottenere un prodotto di 14 miliardi, che rappresenta verosimilmente il presunto tetto massimo di spesa del 2014 per acquistare sul mercato tutta l’energia elettrica italiana.

“Dall’ultimo rapporto dell’AEEGsottolinea Marco Parini, Presidente Italia Nostrasi stima che per l’anno 2014, i costi derivanti dall’incentivazione delle fonti rinnovabili siano pari a circa 12,5 miliardi di euro, di cui circa 12 coperti tramite la componente A3, a carico di famiglie e imprese. Ma non è finita qui, perché nel contatore del GSE mancano il ritiro dedicato e lo scambio sul posto, di un valore presunto nell’ordine di 500 milioni, che porterebbe il totale a 13 miliardi di euro, infrangendo il tetto massimo di spesa già nel 2014, quando la produzione da FER sarà verosimilmente prossima al 36% del fabbisogno elettrico italiano, cioè già ora ben 10 punti percentuali in più rispetto a quel 26,39% che ci chiedeva l’Europa per il 2020. Eppure si continua ancora a scialacquare risorse ingentissime per aumentare la produzione da FER elettriche senza neppure più obblighi normativi di sorta”.

 Ma dall’analisi del Gruppo Energia di ITALIA NOSTRA emerge un altro dato allarmante che sottolinea come ci sia poca chiarezza sulle cifre comunicate e legate agli incentivi.

 Riesaminando il documento AEEG e mettendo a confronto alcuni dati ci si è resi conto che dalla stima dei 12,5 miliardi per il 2014 mancano altre voci di spesa legate alle diverse forme di incentivi che porteranno già quest’anno, conti alla mano, a sfondare il tetto dei 14 miliardi di euro. Nel 2016, a parità di ogni condizione attuale ed al netto degli impianti che nel frattempo saranno costruiti ed incentivati, si supererà, solo per l’incentivazione delle FER elettriche, la spesa di 15 miliardi, ovvero l’uno per cento dell’attuale PIL italiano.

 “Ma c’è una cosa – sottolinea ancora Parini – che da ambientalisti ci preoccupa molto. C’è chi vorrebbe che sotto la Presidenza Italiana del semestre europeo al prossimo Consiglio Europeo il 23 e 24 ottobre venissero fissati dall’Europa nuovi e più elevati obiettivi vincolanti per la produzione da rinnovabili al 2030: sarebbe un suicidio! Ci troveremmo, infatti, con una ulteriore massiccia pioggia di pale e pannelli su territori fragilissimi e pregiati come i crinali appenninici e le coste. Un danno enorme per il nostro paesaggio”.

Infatti, se in Italia si montasse lo stesso potenziale eolico installato in Germania (il triplo rispetto al nostro), nessuna montagna e neppure le nostre coste meravigliose potrebbero sfuggire ad un destino ineluttabile di stravolgimento, modificando con ciò tutta la percezione del nostro Paese.

Questo perché in Italia il pochissimo – e perciò costosissimo – vento utile per gli impianti eolico-industriali si può ricavare solo sulle cime dei crinali o intercettandolo in mare, visto che non abbiamo vaste pianure aperte ai venti oceanici come nei paesi del Nord Europa. Del resto – sottolinea il Gruppo Energia di Italia Nostra – anche in Germania, dove pure le pale eoliche vengono prodotte, emergono giorno per giorno, di fronte all’evidenza, critiche sempre più radicali verso la svolta energetica incentrata sulle rinnovabili elettriche non solo da chi ama il paesaggio e l’ambiente, ma anche da organismi istituzionali, come ad esempio l’EFI, il comitato di esperti per la ricerca e l’innovazione insediato dallo stesso governo tedesco.

 

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Ancora pale sulle colline pisane: questa volta tocca al Poggio alla nebbia, nel Comune di Chianni

Aerogeneratori alti complessivamente 175 metri! Si tratta dell’ennesimo progetto della ditta Fera, vecchia conoscenza dei comitati della Rete della Resistenza sui Crinali e troppo spesso agli “onori” delle cronahe. Dal locale comitato una petizione online e la richiesta di tutto il sostegno possibile.


Anche nel Comune di Chianni si torna a parlare di “eolico selvaggio” con il progetto della ditta Fera srl, balzata di recente alle cronache nazionali in seguito all’arresto dell’ex Ministro Scajola, di installare un nuovo mega-impianto eolico in località Poggio alla Nebbia. L’impianto è davvero di dimensioni non trascurabili, prevedendo l’installazione di 5 torri eoliche alte ben 175 m sulla cima di un colle di 570 m, con piena visibilità a 360° e con facilmente immaginabili impatti devastanti.

A Chianni, alcuni cittadini, il giorno 3 ottobre, hanno costituito un comitato in opposizione al progetto. Siamo ancora all’inizio, inesperti, con mille cose da capire e da imparare. Ma siamo determinati a batterci contro lo scempio che intendono fare sul nostro territorio, già abbondantemente aggredito in tempi recenti e recentissimi.

Abbiamo un sito web, anch’esso neonato come il comitato.

Dal sito è raggiungibile anche la nostra petizione online da inviare al Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi e che invitiamo tutti a sottoscrivere.

Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti.
Grazie per la vostra attenzione.

A nome del Comitato “Poggio alla Nebbia – No all’eolico selvaggio”
Eric Perrone

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Il disastro della svolta energetica tedesca (EEG) basata sulle rinnovabili elettriche (parte 1): il rapporto EFI

Tranciante giudizio della Commissione di Esperti per la Ricerca e l’Innovazione (EFI) nominata dal Governo tedesco: “l’EEG non è nè uno strumento efficace in termini di costi per la protezione del clima, nè tanto meno fornisce un impatto misurabile sull’innovazione. Quindi, per queste due ragioni, il proseguimento dell’EEG non è giustificabile”.

A raffica, giungono pessime notizie dalla Germania, la terra promessa della green economy, per gli adoratori – non solo italiani – delle rinnovabili elettriche. La svolta energetica basata sulle energie rinnovabili (Energiewende o, se si vuole usare la terminologia burocraticamente corretta, EEG: Erneuerbare-Energien-Gesetz, cioè la legge sulle energie rinnovabili) non regge alla prova dei fatti. La Germania, che più di ogni altro Paese si è lanciata in questa direzione impegnando risorse finanziarie ingentissime, vede quotidianamente concretizzarsi tutte le negatività che i più avveduti avevano prospettato fin dall’inizio.

Cominciamo oggi col diffondere le constatazioni dell’ultimo rapporto annuale della Commissione di Esperti per la Ricerca e l’Innovazione (EFI: Expertenkommission Forschung und Innovation) insediata dal Governo tedesco.

Il rapporto del 2014  è disponibile in lingua originale, come pure i rapporti degli anni precedenti, nei quali tuttavia non si era mai giunti ad analisi così negative per l’EEG. Il tempo ha dato torto ai facili ottimismi. Il giudizio conclusivo del rapporto 2014 è ineluttabile e perentorio: “il proseguimento dell’EEG non è giustificabile.” Confidiamo che tale conclusione sia presto fatta propria, senza bisogno di spingerci fin dove sono giunti i tedeschi, anche dagli organismi italiani che hanno, a riguardo delle rinnovabili, una finalità istituzionale analoga a quella dell’EFI: il GSE e, soprattutto, l’AEEG che, specie nella sua ultima relazione annuale, ha esternato un appoggio apodittico, se non fideistico, verso un utilizzo massiccio delle rinnovabili elettriche, nonostante tutte le evidenze contrarie da essa stessa rilevate.

A proposito di AEEG: complimenti per gli stipendi percepiti!

Stipendi così alti dovrebbero garantire una maggiore – e non minore – autonomia di giudizio rispetto ai decisori politici: per scrivere banalità conformiste sull’inevitabilità (o ineluttabilità) della svolta energetica verso le rinnovabili elettriche basterebbe molto meno, e molti altri saprebbero farlo accontentandosi di una minore prodigalità. Se per il GSE (anche qui non si è certo scherzato con gli stipendi) c’è la (molto) parziale scusante di essere una società controllata dal Ministero dell’Economia (e quindi governativa in toto), ciò non vale per l’Autorità dell’Energia. Speriamo che in Italia, per sentire riconoscere anche da una istituzione statale che per la produzione dell’energia elettrica ci si è incamminati lungo una strada drammaticamente sbagliata, non ci sia bisogno di costituire e foraggiare un altro carrozzone pubblico.

Il rapporto 2014 dell’EFI è disponibile anche nella traduzione in inglese.

Riportiamo di seguito in corsivo (il grassetto è nostro) le considerazioni più significative del rapporto di quest’anno, invitando gli interessati a leggerlo dal sito web dell’EFI, che ringraziamo, dove il testo viene messo integralmente a pubblica disposizione.

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Gabriella Meo (Verdi Regione Emilia-Romagna): “Progetto eolico Cisa-Cirone ritirato, buona notizia per l’Appennino”

Il devastante impatto ambientale causato da questo tipo di impianti industriali sul nostro crinale appenninico è un problema molto sentito da chi abita in quei luoghi”. “La mia non è una presa di posizione indifferenziata contro tutti gli impianti eolici, ma contro quei progetti che devastano le zone più belle del nostro paese”.

“Il progetto di parco eolico sull’Appennino fra il passo della Cisa e quello del Cirone, nel Comune di Pontremoli, che era stato presentato alla Regione Toscana per la valutazione di impatto ambientale, non si farà.”

Con queste parole la consigliera regionale dei Verdi Gabriella Meo annuncia quello che rappresenta l’atto finale di una battaglia durata anni a tutela di un ambito territoriale di particolare pregio ed interesse ambientale, paesaggistico e naturalistico.

La mobilitazione degli abitanti del crinale – spiega la consigliera Meo – ha fatto sì che il progetto di realizzare 16 pale eoliche, a pochi metri dal confine con il territorio parmense, sia stato ritirato dalla società proponente e il procedimento archiviato dalla Regione.”

Il devastante impatto ambientale causato da questo tipo di impianti industriali sul nostro crinale appenninico è un problema molto sentito da chi abita in quei luoghi e ciò è stato dimostrato dalla straordinaria partecipazione dei residenti che ha spinto il Consiglio comunale di Pontremoli ad esprimere parere negativo alla proposta.”

“Anche sul versante emiliano gli enti locali coinvolti hanno calato sin dall’inizio una pietra tombale sull’impianto eolico. Infatti è stato grazie alla netta presa di posizione della Provincia di Parma e del suo presidente Bernazzoli che si è potuto evitare questo ulteriore scempio alle nostre montagne e grazie all’approvazione da parte della Regione Emilia-Romagna delle linee guida sulle energie rinnovabili, che autorizzano l’installazione delle pale eoliche soltanto nei siti che dimostrano di possedere la ventosità adeguata a produrre energia in maniera efficiente.”

La mia non è una presa di posizione indifferenziata contro tutti gli impianti eolici – conclude l’esponente ecologista – ma contro quei progetti che devastano le zone più belle del nostro paese, come il crinale dell’Appennino parmense che, è utile ricordarlo, si trova all’interno del Parco Nazionale, vi sono stati istituiti una Zona di Protezione Speciale e un Sito di Interesse Comunitario, è tutelato dal Ministero dei Beni Culturali ed è attraversato dall’Alta Via dei Parchi.”

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Eolico Cisa-Cirone: la Regione Toscana ha archiviato il procedimento

La vicenda si chiude definitivamente: l’impianto eolico non si farà. E’ una grande vittoria. Hanno vinto la partecipazione, l’amore per il territorio, per il nostro ambiente, per i nostri monti. Dobbiamo impegnarci tutti perché questo spirito non duri solo “il tempo di una battaglia”. Ora è il momento di festeggiare. Grazie a tutti!

Riceviamo un comunicato congiunto dei comitati di cittadini impegnati contro l’eolico industriale selvaggio nella zona di Pontremoli, della Cisa e dell’alta val di Taro:

Si è finalmente conclusa positivamente la vicenda del progetto per un impianto eolico industriale, consistente in 16 torri di 165 metri di altezza, che doveva essere realizzato sul crinale appenninico tra il passo della Cisa ed il Cirone, presentato dalla società svizzera Repower.

Il proponente ha ritirato il progetto 6 giorni prima della Conferenza dei servizi della Regione Toscana, che avrebbe dovuto valutare la compatibilità ambientale e paesaggistica del progetto medesimo in sede di VIA.

Risulta evidente che il ritiro del progetto ha evitato ai progettisti l’onta della bocciatura, visti i pareri negativi e le criticità sollevate a suo tempo dagli Enti interessati.

L’attività dei Comitati nell’organizzare convegni ed incontri al fine di informare la popolazione e renderla consapevole dei rischi che si sarebbero potuti correre con la costruzione dell’impianto industriale (dissesto idrogeologico, svalutazione immobiliare, forte impatto ambientale e paesaggistico, che avrebbero danneggiato la vocazione e le potenzialità turistiche del nostro territorio…), ha stimolato anche l’interesse da parte di alcune forze politiche che si sono impegnate nelle sedi istituzionali per contrastare il folle progetto.

Ma soprattutto il grande merito del risultato ottenuto va alla popolazione della montagna, affiancata dai cittadini pontremolesi e da quanti si sono innamorati del nostro territorio, che con consapevolezza e competenza hanno fortemente contrastato il progetto, dimostrando una ritrovata identità ed un grande attaccamento ai nostri luoghi. Nel Consiglio Comunale decisivo per l’espressione del parere da parte del Comune di Pontremoli sul progetto, la popolazione unanimemente contraria, ha costretto l’Amministrazione Comunale a cambiare la propria posizione, già più volte espressa in modo favorevole, ed a votare secondo la volontà popolare.

Da tale esperienza, e dalle altre vicende delle biomasse, la politica dovrebbe trarre insegnamento sul fatto che, prima di assumere decisioni su progetti di così rilevante impatto sul territorio, è necessario un forte coinvolgimento delle popolazioni interessate, che sono le uniche in grado di avallare tali scelte.

Ci auguriamo che i prossimi progetti proposti sul nostro territorio non siano finalizzati al mero interesse economico degli speculatori proponenti, ma siano rivolti alla valorizzazione del territorio medesimo utilizzando, in modo sostenibile, le notevoli risorse presenti, al fine di incrementare le potenzialità turistiche ed il conseguente sviluppo socio-economico del popolo della montagna.

Comitato Cisa-Cirone

Comitato CISATEL

Comitato La Luna sul Monte

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Cominciano adesso i veri guai provocati da un eccesso di impianti non programmabili per la produzione di energia elettrica

Sintesi dei punti salienti della relazione annuale della AEEG “sullo stato dei servizi e sull’attività svolta” ed in particolare dello “stato di utilizzo e integrazione degli impianti di produzione di energia elettrica alimentati da fonti rinnovabili”. La spesa per i soli incentivi alle FER elettriche supererà i 15 miliardi nel 2016 anche senza nuovi impianti. La spesa per i servizi ancillari non viene monitorata ma appare in crescita esplosiva e fuori controllo. Rischi per la sicurezza del sistema elettrico. L’improvvisa diminuzione dei prezzi sul mercato dell’energia elettrica dovuta in massima parte all’andamento del prezzo del gas.

Siamo appena nel 2014, ma in Italia già sappiamo quale sarà la Grande Truffa del XXI secolo.

Lo scorso 19 giugno a Roma è stata solennemente presentata dal presidente dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas (AEEG) Guido Bortoni la consueta “Relazione annuale sullo stato dei servizi e sull’attività svolta“.

Niente di particolarmente nuovo, tranne l’attesa constatazione di una situazione che, come da noi previsto in occasione della relazione dello scorso anno, si sta aggrovigliando sempre più. Notiamo tuttavia con disappunto che i toni usati quest’anno dal presidente, al contrario di quanto sarebbe stato logico attendersi, si sono molto smussati rispetto al passato, dando così agli astanti la falsa impressione di un allarme meno impellente sui molti gravi rischi per il nostro sistema elettrico.

Posto che rimane perfettamente valido quanto scritto nei nostri precedenti post, che perciò invitiamo gli interessati a (ri) leggere senza essere costretti a ripeterci, sui costi industriali dell’eolico, sui costi delle rinnovabili elettriche, ed in particolare sulle “prediche inutili” della AEEG, ci limiteremo a riferire solo le novità (tutte peggiorative) che più ci interessano nella relazione AEEG di quest’anno, riportandone, in corsivo, alcuni passaggi chiave.

Cominciamo subito male, a conferma implicita che è in corso la deindustrializzazione del Paese:

Nel 2013 i consumi elettrici si sono ulteriormente ridotti del 3,4% (una analoga riduzione percentuale si è verificata nei primi otto mesi del 2014. Ndr) rispetto a quelli già depressi del 2012, scendendo sotto la soglia dei 300 TWh, con una contrazione ben maggiore di quella registrata dal PIL nello stesso periodo (-1,9%).

Da segnalare l’impegno dell’AEEG a favore della diminuzione degli oneri parafiscali nella bolletta elettrica delle imprese, recentemente concretizzatasi con il (deludente) decreto spalma-incentivi:

Nel settore elettrico, il perdurare degli aumenti di prezzo finale, nonostante il calo sensibile delle quotazioni del mercato all’ingrosso, è legato in primo luogo alla crescita degli oneri parafiscali. L’intendimento odierno dell’esecutivo di riduzione delle bollette (-10%) delle imprese, in particolare di quelle medio-piccole, si muove sulla giusta via: ridurre gli oneri, non già redistribuirli tra classi di clienti finali, individuando in via prioritaria i beneficiari delle diminuzioni parafiscali e garantendo l’invarianza di contribuzione agli altri consumatori.

Facciamo rilevare che nella relazione ricompare in Italia, dopo decenni, la parola “povertà”, non per casi isolati, ma riferendosi ad un “mercato di massa”:

Nel 2012, con aggravamento nel 2013, le sofferenze correlate alla crisi si sono manifestate anche nel cosiddetto mercato di massa, in maniera evidente sotto forma di morosità di imprese e famiglie… Il problema della morosità ne richiama un altro ben più grave: quello della povertà energetica.

 Compare, soprattutto, un richiamo esplicito (sebbene non abbastanza forte) sulla sicurezza del sistema elettrico:

L’ultimo triennio è stato un periodo di intenso lavoro, volto ad assicurare un tempestivo adeguamento del quadro delle regole nazionali, principalmente per tener conto dell’aumento tumultuoso delle fonti rinnovabili. Il nostro parco di generazione ha cambiato radicalmente struttura, con una quota di fonti rinnovabili che, in termini di potenza installata, alla fine del 2013 ha superato il 37% del totale. La rivoluzione del mix produttivo è ora tale che una quota di circa il 30% della produzione nazionale – quella rinnovabile con costo variabile nullo – offre a zero la vendita della propria energia (incentivi in disparte), pareggiando di fatto la produzione nazionale a gas quanto a volumi prodotti. Il cambiamento del mix produttivo e della sua distribuzione territoriale ha inciso sensibilmente non soltanto sui mercati all’ingrosso, ma anche sul funzionamento del servizio di dispacciamento, nonché sullo sviluppo e sulla gestione delle reti. Tutto ciò a rischio di nuove inefficienze e di possibili criticità per la stessa sicurezza del sistema.

 Bortoni conclude le sue considerazioni sul mercato elettrico con un benvenuto al nuovo capacity payment (chiamato capacity market in ottemperanza ai dettami del politicamente corretto), di cui però non fornisce stime:

L’Autorità saluta con favore l’ingresso del nuovo segmento del mercato della capacità produttiva, proposto dall’Autorità stessa già un anno fa… Il capacity market è di interesse per le fonti rinnovabili, quelle di oggi incentivate e quelle del futuro senza incentivi…

 L’entità dei problemi sistemici (in particolare alcuni che vengono appena accennati) aumentano però sensibilmente nella relazione specifica dell’AEEG del 12 giugno “Stato di utilizzo e integrazione degli impianti di produzione di energia elettrica alimentati da fonti rinnovabili” in cui leggiamo che

Con riferimento ai dati dell’anno 2012, la produzione lorda di energia elettrica da impianti alimentati da fonti rinnovabili in Italia è stata pari a circa 92 TWh (di cui quasi 32 TWh attribuibili ad impianti eolici e fotovoltaici, +52% rispetto all’anno precedente), a fronte di un totale nazionale pari a circa 299 TWh (il 30,8%). La potenza efficiente lorda relativa a impianti alimentati da fonti rinnovabili in Italia è pari a circa 47 GW (di cui quasi 25 GW attribuibili ad impianti eolici e fotovoltaici), a fronte di una potenza totale nazionale di circa 128 GW (il 36,7%).

Sulla base dei dati di preconsuntivo 2013 appare che la crescita di tali impianti continui ad essere significativa, superando i 108 TWh (di cui circa 37 TWh attribuibili ad impianti eolici e fotovoltaici), a fronte di una produzione lorda complessiva stimata in 288 TWh. In termini di potenza efficiente lorda, nel 2013 dovrebbero essere stati sfiorati i 50 GW (di cui oltre 26 GW attribuibili ad impianti eolici e fotovoltaici), il che è molto rilevante se si pensa che il fabbisogno di potenza alla punta nel 2013 è stato pari a 53,9 GW (quest’anno il fabbisogno massimo dovrebbe essere crollato ad appena 51,55 GW, rilevato il 12 giugno. Ndr) mentre il minimo fabbisogno è risultato pari a 19,5 GW

Prescindendo dall’imbarazzante constatazione che anche l’AEEG, come noi poveri mortali, dispone per le sue analisi di dati definitivi vecchi di oltre un anno, notiamo che la componente di potenziale elettrico non programmabile in questi ultimi anni è aumentata a dismisura, provocando tutta una serie di problemi, che vengono trattati di seguito nella relazione, e dei quali ci limitiamo ad un breve cenno, rinviando alla attenta lettura del documento AEEG per chi desidera approfondire tali argomenti. Continua a leggere

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Chi tocca i fili dell’energia rinnovabile muore

Il comitato esecutivo di Friends of the Earth International ha proposto l’espulsione dalla federazione degli Amici della Terra Italia, accusati di essere “greenwasher dell’energia sporca”

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Rosa Filippini, Presidente degli “Amici della Terra”

Nientemeno che un’intera pagina del Corriere della Sera di mercoledì dedicata ad un articolo di Danilo Taino sull’espulsione degli Amici della Terra Italia dalla federazione Friends of the Earth International, riportato sul sito web sotto il titolo “Amici della Terra: i più radicali contro gli italiani moderati“.

Una reazione apparentemente esagerata del Corriere di fronte a quella che a prima vista sembrerebbe l’ennesima bega tra frati dei tanti conventi ecologisti che affollano (e, secondo alcuni, affliggono) il nostro già sovrappopolato pianeta. Come spiegare altrimenti il rilievo che l’autorevole quotidiano, di cui sono noti i proprietari ed i ceti sociali di riferimento, ha concesso alla vicenda? Azzardiamo un’ipotesi in attesa di una interpretazione autentica. Qualcuno si deve essere reso conto che avere applicato alla politica economica italiana le parole d’ordine della religione new age – ambientalista di moda negli ultimi anni ha provocato inenarrabili disastri. Sarebbe stato difficile, in qualsiasi altro modo, riuscire a deindustrializzare l’Europa, e l’Italia in particolare, imponendo ai propri cittadini costi così alti per incentivare un’energia elettrica intermittente prodotta da ciclopici mulini a vento dove non c’è vento e da pannelli fotovoltaici nei campi, ed ottenere contemporaneamente un enorme aumento delle emissioni clima-alteranti globali. Un aumento del 50% dall’anno della firma del protocollo di Kyoto ad oggi, provocato da chi si è avvantaggiato economicamente delle politiche autolesionistiche dell’Occidente e gli ha sottratto con la massima spregiudicatezza i mercati di sbocco dei prodotti industriali. E’ evidente che si è seguita una strada drammaticamente sbagliata per risolvere il problema dei cambiamenti climatici, e la colpa è di qualcuno più che di altri, anche tra gli ambientalisti.

La vicenda dell’espulsione (con infamia, visti gli argomenti ed i toni usati) degli Amici della Terra Italia è la prima palese manifestazione di uno iato che sta spaccando tutto l’universo ambientalista mondiale, ed italiano in particolare, e che la vicenda delle incentivazioni agli impianti industriali a “fonte rinnovabile” per la produzione dell’energia elettrica ha contribuito a slatentizzare. Solo nel settore dell’eolico industriale sono emersi, sul campo, innumerevoli contrasti all’interno delle medesime associazioni, tra un centro aprioristicamente favorevole a questi impianti ed una periferia contraria. Ci si augura che questo divorzio sia il primo di una lunga serie e serva a fare chiarezza, soprattutto in Italia, dove non è più tollerabile che l’opera di mal sopportati burocrati professionisti al vertice di un paio di associazioni comprometta, con attività lobbystiche sempre più esasperate seppur circonfuse dal misticismo millenarista della salvezza del pianeta, quanto di buono la base dei volontari fa a tutela del proprio territorio.

Non è nostra intenzione descrivere qui la vicenda specifica del divorzio degli Amici della Terra, già illustrata da Taino in modo esaustivo nel suo articolo. Ci limitiamo a proporre due documenti originali per far ascoltare le due diverse campane, accompagnandoli con un paio di notarelle a margine.

Ecco dunque il testo della lettera contenente la proposta di espulsione inviata dal comitato esecutivo dei FoE International a Rosa Filippini, presidente degli Amici della Terra, che consigliamo, a chi conosce l’inglese, di leggere nella versione originale, presente di seguito alla traduzione italiana. Ciò per meglio apprezzare quella curiosa discrasia tra concetti e tic lessicali tanto di moda nelle Business School americane – e riproposti all’infinito dai consulenti aziendali globalizzati – ed argomenti (e toni) da processo del popolo maoista. Di quel Mao di cui, tanto per intenderci, molti attuali alti burocrati dell’ambientalismo mondiale sono stati ammiratori in gioventù, prima di ridipingersi e riciclarsi, pur mirando sempre agli stessi fini sebbene perseguiti con mezzi diversi.

Merita tuttavia riportare qui per esteso almeno un passaggio, giusto per definire il livello corrente di indottrinamento ideologico dei vertici della federazione FoE: “Gli amici della Terra sono percepiti come promotori del carbone pulito e dei meccanismi basati sul mercato per affrontare i problemi ambientali”. Pensate un po’ che crimine! Locura y blasfemìa!

Rosa Filippini, nonostante tutto, non pare, almeno leggendo l’articolo del Corriere, avere indossato le gramaglie. Nè tantomeno dimostrano segni di abiura e contrizione gli Amici della Terra nella mozione del loro congresso dello scorso luglio, di cui consigliamo di leggere almeno il preambolo, scritto da Mario Signorino.

Ma come è possibile? Si tratta della tracotante riproposizione di una manifesta eresia, con l’aggravante di una riottosa recidiva. E’ incredibile ed intollerabile! Questi eretici – impenitenti et ostinati – se la caveranno dunque con la semplice espulsione? Ma non era previsto il rogo, in tali circostanze? Oltre tutto, in questo caso, sarebbe estremamente comodo organizzarlo, data la vicinanza tra il covo degli eretici – pardon: la sede nazionale degli Amici della Terra – e Campo de’ Fiori. E inoltre, utilizzando per il fuoco purificatore la legna (come vuole la consolidata tradizione) e non i peccaminosi combustibili fossili, non ci sarebbero neppure elementi ostativi di natura morale rispetto alla vision e alla mission della Chiesa santa ed immacolata di Friends of the Earth International.

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