Tutti in bolletta

Rassegna stampa degli aumenti di fine anno nelle bollette elettriche, che favoriscono sfacciatamente i poteri forti e i nuovi boiardi della green economy. Nonostante i costi fuori controllo e contro ogni evidenza, a Roma si prosegue senza vergogna ad escogitare nuovi balzelli per favorire le rinnovabili elettriche non programmabili, causa prima di tutti questi disastri, ed anzi, dopo che il Presidente della Repubblica ha sciolto le Camere, si è intensificato l’attivismo ministeriale in tal senso, prima delle imminenti elezioni.

L’attesa grandinata di costi (anche se è solo un assaggio di quella che ci aspetta con la nuova Sen) è arrivata. L’aumento del prezzo del gas naturale, che negli ultimi anni era crollato ed aveva permesso di nascondere nel totale della bolletta elettrica il peso schiacciante degli incentivi alle rinnovabili, ha fatto improvvisamente emergere i costi diretti ed indiretti della sgangheratissima transizione energetica all’italiana di questi ultimi anni.
Cominciamo la nostra rassegna stampa da un giornale politicamente scorretto. Leggiamo dall’articolo di Claudio Antonelli sulla Verità del 30 dicembre “Le bollette rincarano di 1,5 miliardi. Ringraziamo il governo e la Francia”:
“Era il 16 novembre del 2016. Il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, annunciando lo stanziamento di 1,2 miliardi di euro di incentivi a favore delle grande aziende che consumano energia, ebbe a dire: “Agiremo contemporaneamente per ridurre i costi della bolletta energetica, con misure strutturali già delineate nel mercato del gas e dell’elettricità, in modo da abbassare i costi delle forniture per tutti, migliorando il potere di acquisto delle famiglie oltre che la concorrenza internazionale delle imprese”. Tredici mesi dopo, l’Autorità per l’energia elettrica e il gas diffonde il consueto aggiornamento dei prezzi delle bollette. Detto e fatto. Gli italiani pagheranno dal primo gennaio 2018 il 5,3% in più per consumare la corrente elettrica e il 5% per il gas. Gli interventi strutturali non ci sono stati e gli incentivi alle grandi aziende di Confindustria si sono trasformati in una tassa… Il problema, come più volte ha spiegato Davide Tabarelli, è che si tratta di un pericolo crescente. Tant’è che il 5% di aumento rischia di peggiorare con l’avanzare del 2018… Non bisogna però pensare che a bastonare gli italiani sia solo la sfortuna… stanziare fondi per piani industriali di lungo termine non giova a chi è perennemente in campagna elettorale. E’ sicuramente meglio stanziare oltre 3 miliardi di euro per garantire ai dipendenti pubblici un aumento lineare dello stipendio… piuttosto che investire in rigassificatori che ci svincolerebbero almeno un po’ dalle crisi geo-politiche. Si sa le famiglie dei dipendenti pubblici valgono subito 8 milioni di voti, se fra 5 anni le bollette saranno aumentate di un altro 10% sarà un problema di un altro governo”.
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Ladri di bellezza scatenati

In pieno svolgimento a Roma l’assalto al sistema di tutele ambientali e paesaggistiche per favorire l’eolico.

gentiloni

Dopo gli episodi di servilismo governativo verso i lobbysti dell’eolico in occasione della redazione della nuova Strategia Energetica Nazionale (Sen) denunciati da noi e dalle associazioni ambientaliste al nostro fianco, a Roma si prosegue sulla stessa falsariga.
In questi giorni al Governo stanno lavorando con la massima alacrità, prima dell’incombente fine della legislatura, su due fronti convergenti:

1) per scrivere un nuovo decreto per le aste (e quindi per la concessione di nuovi incentivi) nel triennio 2018-2020 come richiesto dall’Anev e – contemporaneamente e per ridurre i costi degli speculatori

2) per nuove linee guida più permissive per l’eolico. Leggiamo dalla nuova Sen: (pag. 266) “A livello amministrativo si proporranno… linee guida… in materia di energia … in particolare in tema di semplificazioni delle autorizzazioni per le infrastrutture e gli impianti energetici… In questo processo di semplificazione, un’importanza specifica avrà l’aggiornamento delle linee guida sugli impianti di produzione di energia elettrica rinnovabile…” e (pag. 88): “Per la questione eolico e paesaggio, pare opportuno un aggiornamento delle linee guida per il corretto inserimento degli impianti eolici nel paesaggio e sul territorio, approvate nel 2010, che consideri la tendenza verso aerogeneratori di taglia crescente e più efficienti, per i quali si pone il tema di un adeguamento dei criteri di analisi dell’impatto e delle misure di mitigazione. Al contempo, occorre considerare anche i positivi effetti degli impianti a fonti rinnovabili, compresi gli eolici, in termini di riduzione dell’inquinamento e degli effetti sanitari, al fine di pervenire a una valutazione più complessiva degli effettivi impatti”.
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Eolico. Perchè NO

di Oreste Rutigliano*

“Si disse, era il 2005, -possiamo arrivare a 5000 MW di eolico-. Poi ne hanno installati 9000. Ed ora la nuova Strategia Energetica Nazionale prevede e impone una produzione doppia di energia elettrica da fonte eolica. L’Italia si carica come Atlante i destini del pianeta. Per esserne alla fine schiacciata. Nuovi territori saranno colonizzati dalle Torri Eoliche”. Il presidente di Italia Nostra spiega, in occasione della IX conferenza nazionale sull’efficienza energetica degli Amici della Terra, perché bisogna dire NO all’eolico.

pale

Le grandi torri eoliche, per la collocazione sui crinali, per l’altezza, per la composizione in serie, introducono nel territorio scenari assolutamente inusuali che irrompono – con la forza delle loro gigantesche dimensioni fuori scala – nella visione paesaggistica. Grandi macchine, potenti, dominanti, in movimento. Chi le conosce o le vive quotidianamente da vicino dichiara inquietudine e turbamento nel vedere i luoghi familiari della propria vita radicalmente mutati e sconvolti da un giorno all’altro. L’impatto poi si ripercuote per ampio raggio sull’aspetto generale dei luoghi di insediamento, distruggendone il valore paesaggistico e panoramico e facendone decadere le vocazioni turistiche.
Grave è la ricaduta connessa alle infrastrutture che accompagnano l’istallazione delle pale eoliche. Scavi, manufatti, scassi, nuovi elettrodotti, chilometri e chilometri di nuova rete stradale di servizio (devastante in zone montane) tra l’altro proporzionata all’accesso di mezzi di eccezionali dimensioni, che ancora una volta deteriorano l’integrità del paesaggio.
Per questi motivi riteniamo, da sempre, che l’eolico non possa avere cittadinanza in Italia, un paese lungo e stretto, densamente abitato nel quale borghi e paesi storici, architetture, monumenti e siti archeologici si contano a migliaia, l’uno in vista dell’altro, distribuiti lungo i versanti che compongono la dorsale appenninica e i gruppi montuosi delle grandi isole. Sicché ogni insediamento industriale di tali proporzioni andrà inevitabilmente a turbare qualsivoglia visuale. Quella che dalla rocca guarda all’antica abazia sull’opposto versante, quella che dall’antica villa storica guarda alla torre medioevale, quella che dall’antico borgo guarda in direzione di antichi terrazzamenti o verso profonde gole che segnano quei paesaggi. Ovunque l’intrusione cambierà per sempre l’immagine che quei luoghi si sono conquistati nei secoli. Questo è quello che abbiamo riscontrato ogni volta che ci siamo imbattuti in una nuova centrale eolica. Eolico uguale distruzione del paesaggio.
Potrebbe essere opinione solo di Italia Nostra, LIPU, Pro Natura, Amici della Terra, Mountain Wilderness, etc. In realtà l’opposizione di Istituzioni, cittadini ed interessi delle categorie legate al turismo balneare, hanno fino ad oggi precluso sempre l’eolico in mare, nella piena consapevolezza dei danni che ne deriverebbero a quelle comunità (Termoli, Sciacca, Manfredonia, Is Arenas, etc). Questo dimostra che dove l’eolico colpisce comunità vaste, organizzate e consapevoli, del valore anche economico del paesaggio la presenza dell’eolico viene osteggiata e respinta.
In conclusione, l’Italia andrebbe esonerata, almeno per il futuro da ulteriori istallazioni, che purtroppo vengono contemplate anche nella nuova SEN, quando quelle quote di energia potrebbero essere facilmente fungibili mediante altre tecnologie.
Al Ministro dei Beni Culturali si chiede pertanto di far valere il superiore interesse del paesaggio, sia in via generale, che in ogni singolo caso che sarà affrontato dalle articolazioni periferiche del Ministero, con circolari e norme chiare che sappiano contrastare una giurisprudenza che spesso mette sullo stesso piano un genericissimo ed indimostrato interesse alla salute legato alle rinnovabili e l’interesse concretissimo alla tutela del paesaggio.

*presidente di Italia Nostra
Per gentile concessione dell’Astrolabio.
http://astrolabio.amicidellaterra.it/

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La nuova SEN di Calenda e Gentiloni rischia il deragliamento in stazione

gentiloni

Riassunto.
Winter Outlook Entso-E come il bollettino della disfatta di Caporetto per il ministero dello Sviluppo: “Insufficienti interconnessioni tra Nord e Sud, riduzione della capacità di generazione termoelettrica, basso livello dei bacini idroelettrici, possibili eccessi di produzione degli impianti rinnovabili. Quanto all’eolico potrebbe presentarsi la necessità di tagliare la produzione. Le centrali termoelettriche dismesse sono state rimpiazzate solo parzialmente da nuova capacità rinnovabile non flessibile, turbando così l’adeguatezza e l’operatività del sistema elettrico per l’intera rete”. Già proclamato lo stato di pre-allarme per i rifornimenti energetici. Mentre nella nuova Strategia Energetica Nazionale il governo Gentiloni si balocca con le utopie eco-populiste che avvantaggiano gli speculatori eolici, una banale nevicata di poche ore a metà novembre lascia per alcuni giorni senza luce (e quindi senza riscaldamento, telefoni e persino senza… acqua!) tutta la montagna bolognese. Si confida che almeno le vittime di questo blackout dell’Appennino tosco-emiliano (e prossime vittime dell’impalamento eolico previsto dalla nuova Sen) reagiscano. I loro collegi elettorali sono tradizionalmente considerati serbatoi di voti sicuri per mantenere in eterno al potere l’attuale classe dirigente. Alle prossime elezioni politiche i cittadini dimostrino nei fatti, con un voto contrario ad un insostenibile status quo, la volontà di opporsi al declino, alla devastazione del loro territorio ed allo spopolamento.

“Sistema elettrico italiano a rischio inverno” titolava il Quotidiano Energia del 29 novembre scorso: “Insufficienti interconnessioni tra Nord e Sud, riduzione della capacità di generazione termoelettrica, basso livello dei bacini idroelettrici… possibili eccessi di produzione degli impianti rinnovabili. E’ la lista dei potenziali problemi del sistema elettrico italiano contenuta nel Winter Outlook 2017/2018 dell’associazione dei Tso europei Entso-E” (si tratta degli operatori dei sistemi di trasmissione elettrici; in Italia è la Terna. Ndr).
L’articolo del QE, che invitiamo a leggere integralmente dal sito web del “Quotidiano Energia“, è il bollettino della disfatta di Caporetto per il sistema elettrico italiano e per gli strateghi filo-eolici della nuova Strategia Energetica Nazionale (SEN):

– “Nell’eventualità di ondate di freddo e bassa disponibilità della generazione “le analisi indicano che potrebbero materializzarsi rischi in molti Paesi soprattutto nella seconda settimana di gennaio”. In condizioni particolarmente severe “sono previsti margini limitati in Gran Bretagna, Francia, Belgio, Polonia e Italia”. Per quanto riguarda in particolare il nostro Paese, l’Outlook ricorda che tra il 2012 e il 2017 sono stati chiusi 16 GW di capacità convenzionale (scesa così a 61 da 77 GW) e che ulteriori 3,4 GW non sono disponibili a causa di chiusure temporanee e questioni ambientali e legali”.

– “In condizioni normali, l’eccesso di capacità delle zone meridionali non potrà essere interamente trasferita in quelle settentrionali… per le strozzature della rete interna, ma le importazioni dai Paesi vicini potranno coprire le esigenze del Nord. Qualora si verificassero invece “condizioni severe”… permarrebbe l’impossibilità di portare al Nord l’eccesso di capacità del Sud mentre la capacità di import disponibile non sarebbe sufficiente a coprire la domanda del Nord poichè ridotta da una generale situazione di scarsità in Europa… Di conseguenza “nell’inverno 2017/2018 sono previsti rischi rilevanti per il sistema elettrico italiano nel caso di condizioni severe”.

– “L’Italia però non rischia soltanto un deficit di generazione, ma anche il suo contrario. Un elevato livello di produzione eolica e solare durante periodi di bassa domanda, infatti, potrebbe portare a un eccesso di produzione (“downward regulation”), in particolare nel Sud e nelle isole, con i periori più critici nelle settimane intorno a Natale”.

– “Il Winter Outlook si sofferma poi sulle riserve idroelettriche, che dopo un’estate molto secca sono tornate a livelli normali in quasi tutti i Paesi europei, con l’eccezione di Italia e Spagna dove i bacini sono ai minimi storici”. (In Italia, come noto, l’acqua delle grandi dighe viene usata per una molteplicità di usi a spregio delle potenzialità idroelettriche).
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Strategia Energetica Nazionale 2017 come Caporetto 1917

Un ulteriore colpo di acceleratore verso la deindustrializzazione, la miseria e la distruzione del paesaggio appenninico. Se la prossima SEN la facessimo scrivere direttamente ai lobbysti dell’eolico e del fotovoltaico, risparmieremmo tempo e denaro.

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Riassunto.

Pubblicato, dopo la sceneggiata delle “pubbliche consultazioni” monopolizzate dai lobbysti, il testo definitivo della Strategia Energetica Nazionale, che si vanta di perseguire, nonostante l’ammissione dei costi esagerati già sostenuti ed i rischi per la sicurezza, “un obiettivo particolarmente ambizioso, superiore anche rispetto a quanto richiesto dai parametri europei”. L’obiettivo europeo al 2030 per la produzione di rinnovabili sui consumi del 27% (peraltro NON vincolante per i singoli Stati) è stato infatti portato al 28%, concentrando l’aumento nel settore delle rinnovabili elettriche, il cui obiettivo è stato aumentato, rispetto al già fantascientifico 48-50% proposto nel testo sottoposto a pubblica consultazione, al 55%, e riservando questo ulteriore aumento ai settori dell’eolico e del fotovoltaico. I nuovi aerogeneratori da installare entro il 2030 dovrebbero sfondare persino il tetto del massimo potenziale eolico onshore previsto (e preteso) dalla stessa associazione di categoria. Ricompaiono le ambiguità delle onlus pro-eolico ed i loro rapporti con business e politica. Lo strapotere dei lobbysti, gli eccessi di servilismo ministeriale e la figuraccia del Ministro Calenda. Le crescenti avversioni nell’Unione Europea verso queste politiche energetiche autolesionistiche hanno però provocato un ritardo imprevisto e provvidenziale, che rischia di rovinare i piani della combriccola: la trasmissione a Bruxelles del Piano Nazionale energia e clima, di cui “la SEN 2017 costituisce la base programmatica e politica”, slitta di almeno un anno, quando in Italia, dopo le elezioni, ci potrebbe essere un Governo avverso agli speculatori eolici. Le associazioni e i comitati contrari all’eolico industriale selvaggio, le cui preoccupazioni sono state volgarmente ignorate dal Governo Gentiloni, dimostreranno nei prossimi mesi di non essere agnelli sacrificali.

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Abracadabra!

Il pensiero irrazionale si sta radicando nella politica italiana e il settore dell’energia non fa eccezione. In particolare l’elettricità, da produrre nel 2030 soprattutto con… i mulini a vento! Sarà la magia a superare le contraddizioni della nuova Strategia Energetica Nazionale?

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Il 4 ottobre scorso, in occasione della relazione annuale del presidente dell’AEEG, il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda (foto a sinistra) ha comunicato che la SEN sarà promulgata entro fine ottobre, in netto anticipo rispetto a quanto previsto. Se si considera che “la SEN (Strategia Energetica Nazionale) sta ora affrontando un passaggio in Parlamento”, è molto probabile che le pubbliche consultazioni, conclusesi appena il 12 settembre scorso, non abbiano modificato la struttura del documento governativo originale se non marginalmente. Se così fosse, le tanto sbandierate “pubbliche consultazioni” sarebbero state solo una sceneggiata di basso democraticismo. E’ solo una deduzione, ma, oltre al troppo breve intervallo di tempo lasciato agli uffici per esaminare la massa di osservazioni ricevute ed elaborarle nel documento finale, ci sono altri segnali poco incoraggianti per chi si attendeva miglioramenti del testo.
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Italia Nostra: “Meno sprechi d’acqua nelle dighe = meno pale sui crinali”

In Italia la potenza efficiente lorda degli impianti idroelettrici operativi è quasi raddoppiata dal 1963 ad oggi eppure la produzione idroelettrica si è mantenuta sostanzialmente costante. Le ragioni principali dell’anomalia sono la riduzione d’invaso per interrimento delle grandi dighe e l’aumento degli usi plurimi in competizione con la produzione di energia elettrica. Italia Nostra, pur con un’ipotesi conservativa, è convinta che “un obiettivo al 2030 di aumento della produzione idroelettrica degli impianti a bacino esistenti, derivante dalla messa in sicurezza delle dighe, dalla rimozione dei detriti accumulati e dalla destinazione esclusiva alla sola produzione elettrica dei bacini dove già sono presenti impianti a ciò destinati, di 25 TWh, corrispondente a metà dell’incremento previsto dalla nuova SEN della produzione elettrica da FER in costanza dei consumi interni lordi, risulti perfettamente realizzabile.” Ciò permetterebbe di escludere la temuta installazione di nuove pale eoliche su tutto l’Appennino, con minori costi per la collettività, più energia programmabile e la riduzione del rischio idrogeologico.

Al termine dell’incontro del 6 settembre scorso presso il Ministero dello Sviluppo Economico con i rappresentanti del cartello di associazioni ambientaliste firmatarie del documento di osservazioni sulla nuova SEN, il segretario generale del Ministero Andrea Napoletano ha chiesto delucidazioni per iscritto, tra l’altro, sul “consistente recupero della produttività” del sistema idroelettrico a bacino prospettato nel documento comune. Ne è scaturito un pro memoria dal titolo “Enormi potenzialità inespresse del sistema di generazione idroelettrica a bacino esistente in Italia” elaborato dal Gruppo Energia e Ambiente di Italia Nostra, che proponiamo qui di seguito nei suoi tratti essenziali.

Le enormi capacità non sfruttate del sistema idroelettrico italiano “storico” si possono ricavare per deduzione dalla lettura delle pagine 40 – 43 dello studio dell’ RSE “Energia Elettrica, anatomia dei costi” del dicembre 2014.
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Illusioni eoliche a Poggio Tre Vescovi

Mercoledì prossimo a Roma una ennesima conferenza dei servizi per discutere di una ennesima modifica del progetto dell’impianto eolico. Intanto, nella vicina Apecchio (PU), una ennesima beffa eolica a danno di un Comune credulone: i soldi promessi non arrivano. La ditta proprietaria dell’impianto, replicando alle accuse dell’amministrazione comunale, ha ribadito ciò che afferma la legislazione, e cioè che “devono ritenersi nulle tutte le clausole contrattuali che prevedono pagamenti in favore dei Comuni in ragione della presenza nei rispettivi territori di impianti di produzione di energie da fonti rinnovabili… e per tale ragione nessun inadempimento contrattuale può esserle addebitato”.

Il prossimo 6 settembre è convocata a Roma, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, l’ennesima conferenza dei servizi per decidere le sorti dell’impianto eolico previsto al Poggio dei Tre Vescovi, il tratto appenninico che segna il confine tra le provincie di Rimini, Forlì-Cesena e Arezzo. Un impianto di gigantesche proporzioni – le turbine misurerebbero 180 metri pale comprese – il cui progetto fu avanzato ancora nel 2010 da una ditta tedesca, la Geo, e che venne già bocciato nel 2012 dal Consiglio dei Ministri a causa del suo rilevante impatto sul paesaggio, sulla vegetazione e la fauna, sull’assetto idrogeologico dei terreni interessati, sia durante la fase di cantiere che a fine lavori, oltre che per la carente sostenibilità ambientale ed economica, e le insufficienti misure di mitigazione e compensazione.

L’insistenza della ditta proponente, dopo un ricorso al TAR vinto per un vizio di forma rilevato nella procedura seguita dal Consiglio dei Ministri, ha determinato una limacciosa lungaggine burocratica che si sta tuttora trascinando avanti, tra continui aggiornamenti, ripensamenti e revisioni del progetto da parte della Geo, conseguenti riunioni degli enti della conferenza servizi per l’esame e il riesame delle pratiche, convocazioni a Roma degli enti stessi per fare, disfare e rifare il punto della situazione. Una vicenda ormai divenuta kafkiana, la cui irregolarità amministrativa è stata denunciata anche con una diffida da parte dell’associazione nazionale Italia Nostra.

La costruzione dell’impianto è prevista in una delle zone a maggiore rischio sismico del crinale appenninico, con terreni estremamente instabili e franosi sulla cui pericolosità si è pronunciata anche l’Autorità di Bacino. Si tratta inoltre di una zona che fa da cerniera e corridoio tra due Siti di Importanza Comunitaria, protetti per le peculiarità e criticità dell’ambiente che racchiudono, che verrebbe irrimediabilmente danneggiato dalla costruzione dell’impianto eolico. Anche sulla ventosità della zona i rilevamenti presentati dalla ditta proponente appaiono esagerati rispetto ai dati ufficiali della Carta dei Venti.

Incuranti della pericolosità del progetto e sordi alle tante voci che dal 2010 a oggi si sono levate contrarie (centinaia di privati cittadini rappresentati in un locale comitato, svariati consiglieri comunali, associazioni e gruppi di rilevanza regionale e nazionale quali WWF, Italia Nostra, Rete della Resistenza sui Crinali, Provincia di Rimini, Assoturismo, Assohotel Confesercenti), le amministrazioni locali rappresentate dai tre sindaci di Casteldelci, Verghereto e Badia Tedalda hanno finora appoggiato la ditta proponente, sia pur con qualche saltuario ondeggiamento, allettati dalle promesse di “compensazioni” per le casse comunali che la Geo continua a ventilare.

Promesse o illusioni? Non lontano da Poggio Tre Vescovi, a Scansano (GR), il Comune si ritrova in bolletta (un buco da 700mila euro) per aver contratto debiti confidando nell’entrata di cospicue somme garantite dalla ditta che dieci anni fa costruì un mega impianto eolico. Somme promesse ed evaporate al vento.
Adesso ad Apecchio (PU), ancor più vicino al Poggio Tre Vescovi (a una trentina di chilometri in linea d’aria), il sindaco denuncia  che a un anno dall’installazione delle super eliche al Monte dei Sospiri – torri alte 120 metri: l’impianto più grande delle Marche – i 200mila euro promessi dalla ditta costruttrice non sono ancora arrivati. La stampa locale ha riportato la dichiarazione della ditta che, replicando alle accuse dell’amministrazione comunale, ha ribadito ciò che afferma la legislazione, e cioè che “devono ritenersi nulle tutte le clausole contrattuali che prevedono pagamenti in favore dei Comuni in ragione della presenza nei rispettivi territori di impianti di produzione di energie da fonti rinnovabili… e per tale ragione nessun inadempimento contrattuale può esserle addebitato”.

Anna Missiroli
Comitato Cittadino Salviamo Poggio 3 Vescovi
Badia Tedalda – Casteldelci – Verghereto

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Ecco il documento di forte critica delle associazioni ambientaliste alla nuova SEN

E in particolare “sulle gravi conseguenze derivanti dal perdurare di una politica disinvolta in materia di insediamento di centrali eoliche”.

Roma, 31 luglio 2017

Al Presidente del Consiglio dei Ministri Paolo Gentiloni
presidente@pec.governo.it
al Ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan
caposegreteria.ministro@mef.gov.it
al Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda
segreteria.ministro@mise.gov.it
al Ministro dell’Ambiente del Territorio e del Mare Gianluca Galletti
segreteria.ministro@pec.minambiente.it
al Ministro per i Beni e le Attività Culturali Dario Franceschini
segreteria.ministro@beniculturali.it
al Ministro delle Politiche Agricole e Forestali Maurizio Martina
ministro@pec.politicheagricole.gov.it
al Ministro per la Coesione Territoriale Claudio De Vincenti
segr.ministrodevincenti@governo.it
LORO SEDI
p.c. agli organi di informazione

OGGETTO: Osservazioni al documento sottoposto a consultazione pubblica “Strategia Energetica Nazionale” e relative implicazioni negative.

Si pongono con ogni urgenza all’attenzione degli On.li Presidente del Consiglio e Ministri in indirizzo le osservazioni di cui al documento in oggetto (di seguito SEN) allo scopo di richiamare una più rigorosa valutazione, in particolare sulle gravi conseguenze derivanti dal perdurare di una politica disinvolta in materia di insediamento di centrali eoliche.
E’ opportuno premettere che nel novembre 2012 queste stesse associazioni avevano trasmesso un argomentato documento al Governo Monti in occasione della prima versione della SEN. A posteriori, tale documento, che pure non ha avuto alcun riscontro istituzionale, si è rivelato preveggente e permane attualissimo per comprendere le dinamiche che continuano a lacerare ciò che rimane del Bel Paese. Abbiamo perciò scelto di riproporlo in gran parte, aggiornandone alcuni aspetti, come base di queste nostre rinnovate osservazioni alla nuova SEN, e confidando, questa volta, in una maggiore attenzione.

Com’è noto, le scriventi associazioni sono fautrici delle fonti energetiche rinnovabili (di seguito FER), ma ben conoscono i limiti delle fonti rinnovabili elettriche intermittenti, oltre alle conseguenze della colossale speculazione finanziaria e territoriale che caratterizza il loro sviluppo da anni ingovernato.
Forti di un pluriennale impegno contro gli eccessi speculativi delle rinnovabili elettriche – e dell’eolico in particolare – e le conseguenti distorsioni a danno dell’ambiente e del paesaggio italiano e a detrimento degli altri settori della “green economy”, dopo avere constatato nei fatti l’immancabile verificarsi di tutte le negatività previste e denunciate in questi ultimi anni, le sottoscritte associazioni devono stigmatizzare come il presente documento si traduca in una ostinata riproposizione delle politiche miopi fin qui perseguite.
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Nove associazioni ambientaliste giudicano la nuova SEN prona ai voleri della lobby eolica

ALTURA, Amici della Terra, Comitato per la Bellezza, Comitato Nazionale per il Paesaggio, Pronatura, Italia Nostra, LIPU, Mountain Wilderness e Wilderness Italia: “Con la nuova SEN, il Governo annuncia bollette elettriche ancora più care, sacrifica all’eolico nuovi preziosi territori e non persegue azioni efficaci contro i gas serra.”

Cedendo ancora una volta alle pressioni delle lobby dell’eolico, la “Strategia Energetica Nazionale” (SEN) messa a punto dal Governo prepara ulteriori rincari della bolletta elettrica a danno di famiglie e imprese e una nuova ondata di devastazione del paesaggio e della biodiversità. Inoltre, scegliendo di favorire le fonti rinnovabili elettriche intermittenti come strumento prevalente per il contenimento delle emissioni di gas serra, il Governo rinuncia ad incrementare azioni più efficaci, relativamente meno costose e più appropriate per il nostro Paese, come la promozione dell’efficienza energetica, delle rinnovabili termiche e della mobilità sostenibile.
Le associazioni ambientaliste ALTURA, Amici della Terra, Comitato per la Bellezza, CNP-Comitato Nazionale per il Paesaggio, Federazione Nazionale Pronatura, Italia Nostra, LIPU Birdlife Italia, Mountain Wilderness, Wilderness Italia hanno inviato oggi un documento comune  di osservazioni alla SEN al Presidente del Consiglio dei Ministri Paolo Gentiloni e ai Ministri interessati (Sviluppo Economico, Ambiente, Economia e Finanze, Beni e Attività Culturali, Politiche Agricole e Forestali) per denunciare che ”’aumento dell’obiettivo delle rinnovabili elettriche dall’odierno 33-34% al 48-50% senza che sia posto alcun limite alle tecnologie, come l’eolico o il miniidro, che comportano consumo del territorio e danno al paesaggio e alla biodiversità, comporterà il sacrificio di ulteriori territori fra i più belli e delicati del nostro Paese nel tentativo di conseguire nel breve arco di pochi anni un incremento di 15 punti percentuali di contributo rinnovabile nel solo comparto elettrico che si tradurrà in appena il 4% di contributo sul fabbisogno energetico complessivo” .
Le associazioni sottolineano che “lo sforzo finanziario titanico – e la relativa speculazione – pro rinnovabili elettriche degli ultimi anni è stato alla base dell’incremento del 20% del costo dell’energia in bolletta. Quegli incentivi, già garantiti, alle rinnovabili solo elettriche già installate costeranno, alla fine, oltre 200 miliardi. Pari a 50 anni di intervento straordinario nel Mezzogiorno (fonte Nomisma) … Su questi risultati pesa la delocalizzazione all’estero di produzioni industriali energivore e relative – maggiori – emissioni di gas serra … Ora, l’attuale sforzo non può essere pressoché raddoppiato senza alcuna preventiva valutazione territoriale, ambientale, paesaggistica ed economica”.
Le associazioni ritengono che una ulteriore crescita di contributo rinnovabile al comparto elettrico possa avvenire solamente attraverso tecnologie come il fotovoltaico capaci di integrarsi nei tessuti già urbanizzati ma privi di significato storico e architettonico e che la crescita degli obiettivi di riduzione dei gas serra debba essere perseguita con convinzione ma nel rispetto della sostenibilità ambientale del nostro territorio che, con i suoi celebrati paesaggi rurali, con la natura, con le ricchezze storico archeologiche e con i suoi equilibri agro-pastorali, rappresenta un bene limitato, prezioso e irrinunciabile.

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Un ammonimento del neo Presidente di Italia Nostra sulla falsa rivoluzione verde

Mentre a Roma è appena iniziata la pubblica consultazione sulla nuova Strategia Energetica Nazionale (SEN), che minaccia di perseverare negli errori commessi in passato ad esclusivo favore delle rinnovabili elettriche non programmabili e dell’eolico in particolare, riteniamo utile riproporre un severo intervento di tre anni fa di Oreste Rutigliano, sul sito web della Rete della Resistenza sui Crinali.

fotopost

Noi sognavamo un pannello per ogni tetto, per ogni famiglia, per ogni scuola e per ogni capannone a vantaggio delle piccole e medie imprese.
Noi sognavamo che tutti gli italiani si mettessero in mente un’idea: come posso risparmiare energia e combustibili, cosa posso fare per spendere meno di riscaldamento, dove mettere il pannello per riscaldare l’acqua sanitaria con il sole…
Noi sognavamo.
E invece è andata nel modo peggiore immaginabile.
La “rivoluzione verde” in Italia, finora, si è dimostrata in gran parte un gigantesco inganno.
Infatti sono arrivati loro: gli investitori della turbo finanza, le multinazionali, gli amici degli amici e i compari dei compari, persino gli stessi petrolieri, che, per diversificare i propri investimenti, hanno installato pale e pannelli dappertutto… E tutti si sono detti: investiamo in grande, chiediamo incentivi altissimi con la scusa del buonismo ecologico e accaparriamoci i siti – spesso bellissimi e finora incontaminati – che graziosamente gli amministratori locali italiani ci concedono. Lì non dobbiamo dividere i profitti con nessuno, fatta salva una mancetta ai Comuni per le royalties e qualche briciola per i proprietari dei campi agricoli o dei pascoli di montagna in cui andremo ad insediare le nostre centrali rinnovabili. Ma, mi raccomando: tutte di dimensioni industriali, per ridurre i nostri costi fissi. E, soprattutto, senza rischiare quasi niente in proprio, affidandoci ad una leva finanziaria lunghissima che il sistema bancario italiano (si parla di prestiti al solo settore fotovoltaico di 40 miliardi: è possibile? nessuno ha mai controllato?), colpevolmente, ha assicurato per pura ingordigia, confidando in una inverosimile capacità del “sistema Italia” di reggere ad un onere di questa entità senza collassare.
Tutti i soldi disponibili nei prossimi vent’anni per preservare l’ambiente si sono subito esauriti, a vantaggio di pochi astuti privilegiati. Tutti i nostri sogni si sono subito spenti. In tante, troppe zone d’Italia è cominciato l’incubo di un iniquo sfregio paesaggistico apparentemente senza fine. Ora persino tra alcuni iniziali sostenitori di questi impianti comincia a sorgere il sospetto che l’Italia possa non farcela a sopportare un simile fardello tanto a lungo.
E dunque.
Che fare ora, per salvare il salvabile, se non tassare in modo congruo queste rendite puramente speculative utilizzando il conseguente gettito fiscale a vantaggio di altri settori della green economy, ben più promettenti, rimasti al palo? O vogliamo aspettare che decida il caso, quando il sistema delle FER elettriche industriali crollerà sotto il suo stesso peso? Il castigo per gli speculatori sarebbe comunque peggiore di quell’intervento governativo di imperio, ancorchè severissimo, che le attuali, drammatiche circostanze richiedono e che noi auspichiamo.
Oreste Rutigliano

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Un paladino storico della resistenza all’eolico selvaggio al vertice di Italia Nostra

Oreste Rutigliano è il nuovo Presidente nazionale della benemerita associazione che tutela il patrimonio storico e le bellezze naturali del nostro Paese.

rutigliano

Oreste Rutigliano, qui accanto a Vittorio Sgarbi, ad una delle innumerevoli manifestazioni contro un impianto eolico a cui ha partecipato negli ultimi quindici anni.

Con somma partecipazione porgiamo al neo Presidente le congratulazioni della Rete della Resistenza sui Crinali. Ecco di seguito il resoconto della bella notizia, nel comunicato stampa di Italia Nostra:

È Oreste Rutigliano il nuovo Presidente nazionale dell’Associazione Italia Nostra. La “crisi di governo” scoppiata nella seduta del Consiglio direttivo del 6 maggio 2017 è stata prontamente risolta in soli 20 giorni con una sola seduta del Consiglio direttivo nazionale che ieri, 28 maggio, ha preso atto delle dimissioni dell’ex Presidente Marco Parini e ha eletto i nuovi organismi statutari. Si sono così risolte divergenze di orientamento maturate all’interno del Consiglio direttivo nazionale su questioni amministrative e di mancata trasparenza in molte scelte. Nominati quindi i Vice Presidenti nelle persone dell’architetto Cesare Crova, la professoressa Maria Rosaria Iacono e l’avvocato Maria Paola Morittu.
Oreste Rutigliano guiderà l’Associazione fino alla scadenza naturale del Consiglio nazionale nel settembre 2018. Oreste Rutigliano milita in Italia Nostra dal 1971 e per 20 anni è stato Vice Presidente della sezione di Roma accanto all’allora Presidente Antonio Cederna. Si ritiene suo allievo e intende, come ha sempre inteso, ispirarsi ai rigorosi principi che Antonio Cederna seppe diffondere a vantaggio della tutela e della conservazione del paesaggio, dei Centri storici e dei beni culturali. Si è principalmente occupato di questioni urbanistiche, di aree protette metropolitane, del paesaggio delle aree interne e marginali, e in particolare di tutti i fattori di distruzione del paesaggio italiano.
Il programma per quanto riguarda l’organizzazione interna si ispirerà ai principi di massima trasparenza e austerità mentre intende rafforzare la capacità di comunicazione delle idee di Italia Nostra. All’ordine del giorno, tra le questioni da affrontare vi è prima fra tutte l’indebolimento progressivo delle funzioni di tutela del Ministero dei Beni culturali e la perdurante noncuranza di tutte le istituzioni verso il nostro paesaggio.

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La Sen e l’arte della manutenzione dell’idroelettrico

Presentata la bozza della nuova Strategia energetica nazionale (Sen). Un valore obiettivo abnorme proposto per le rinnovabili elettriche al 2030 (obiettivo che per l’Unione Europea non è neppure vincolante) ci fa temere un’ulteriore ondata di costi in bolletta e un diluvio di pale su tutti i crinali dell’Appennino. A meno che se non venga data la priorità negli investimenti, con un programma di manutenzione e ripotenziamento, al settore idroelettrico a bacino già esistente.

Anima mia, non aspirare alla decarbonizzazione integrale, ma esaurisci il campo del possibile. (Pitiche 2017)

E dunque mercoledì scorso è stata presentata l’attesa bozza della nuova Strategia energetica nazionale (Sen), che indica il percorso per ottemperare agli obiettivi europei al 2030. Con essa, tutti i nostri timori si sono concretizzati: il governo italiano intende persino andare oltre gli obblighi – già soffocanti – imposti dall’Unione Europea.
L’occasione della presentazione è stata l’audizione congiunta del ministro dello Sviluppo Calenda e di quello dell’Ambiente Galletti davanti alle commissioni riunite Ambiente e Attività Produttive della Camera.
La bozza, nonostante le apparenze del formato compatto e l’insistito ricorso a numeri ed a grafici, ci appare un ennesimo testo New Age, con il solito eccesso di sentenziosità Zen, chiaramente derivato dalla insopportabile retorica ecologista della Cop21 di Parigi, che tanta parte ha avuto, a causa della reazione di una opinione pubblica americana ormai esasperata dal politically correct, nella recente elezione di Trump. Non abbiamo dubbi che il testo definitivo della Sen, che vedrà la luce dopo una “consultazione pubblica” lunga 30 giorni (ma che immaginiamo nascosto in qualche cassetto ministeriale), soffrirà ancor di più di questi difetti, il principale dei quali appare la mancanza del quesito ineludibile: chi paga?
Le lobby, negli ultimi mesi già attivissime, si scateneranno nelle prossime quattro settimane per ottenere, a favore dei propri settori, quante più libbre possibili di carne dal corpo già martoriato dei consumatori italiani, ed i sommi ideologi della “corrente di pensiero elettrica” (la definizione ironica è dello stesso ministro Calenda) non ci risparmieranno nulla del loro armamentario retorico, per essere ben sicuri di affondare il sistema industriale ed arrecare quanti più sfregi possibili al territorio italiano.
Prima di iniziare è però opportuno chiarire una cosa, che dovrebbe contribuire a risollevare un po’ gli animi: la Sen non è esplicitamente prevista, almeno finora, in alcun atto con forza di legge. Questo significa non solo che la nuova Sen non sarà un nuovo Vangelo, ma che servirà tutt’al più alla politica e all’opinione pubblica per capire quali sono i rapporti di forza tra i vari “stakeholder” che ci stanno sbranando. Ciò precisato, cominciamo con le cattive notizie.
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Il ministro dello sviluppo Calenda: “La scelta fatta con le rinnovabili è stata una scelta dissennata”

Carlo Calenda ragiona sulla SEN: “Sbagliato trasformare l’investimento in rinnovabili in una pura speculazione finanziaria come è stata per molti anni con tassi di ritorno che non sono umani e che non hanno niente da vedere con la realtà”. “Rischio di avere approcci eccessivamente ideologici”. “Probabilmente gli investimenti predominanti saranno quelli sull’efficienza energetica rispetto alle rinnovabili”. “La Germania continua di fatto a impedire che si sviluppi una vera politica sull’abbandono del carbone”.

ministroCarlo Calenda sta studiando da premier. L’indipendenza di giudizio dimostrata dal ministro dello sviluppo economico (anche) nel suo contributo all’incontro “Going to G7 Energy”, organizzato a Roma dal Centro Studi Americani il 15 marzo scorso, conferma che l’uomo vuole e sa volare alto. Consapevole della “necessità impellente di aggiornare la Strategia Energetica Nazionale (SEN)”, il ministro dello sviluppo ha scelto, per il suo intervento, di trascurare quasi del tutto l’obiettivo dell’incontro (i temi geopolitici che saranno discussi al prossimo G7 Energia, che si svolgerà a Roma il 9 e 10 aprile prossimi) e di concentrare l’attenzione sulla nuova SEN, in fase di elaborazione presso il suo dicastero.
Ribadendo una forte carica di pragmatismo, da noi già rilevata in passato, anche in questa occasione ha picconato alcuni tabù “politicamente corretti” che, tanto per fare un esempio, il sedicente “rottamatore”, durante il precedente governo da lui presieduto, non aveva mai neppure osato sfiorare. Così facendo, Calenda si candida, al pari del suo collega di governo Marco Minniti, alla guida dell’esecutivo di “solidarietà nazionale” PD-Forza Italia che tutti ormai considerano inevitabile per la prossima legislatura.   
Riproponiamo qui di seguito, senza commento alcuno (ma non ci mancherà occasione di farlo nelle prossime settimane, essendo il testo definitivo della nuova SEN previsto per maggio), alcuni passaggi-chiave del discorso del ministro dello sviluppo ad uso e consumo di chi non intende ascoltare, come pure noi consigliamo, tutto il suo intervento, che conclude l’incontro di Roma e che nel filmato reso disponibile in rete inizia attorno al minuto 2h:13. Ci limitiamo ad osservare che Calenda giunge alle stesse, identiche conclusioni sulle quali in questi anni ha martellato, in splendida solitudine o quasi, la Rete della Resistenza sui Crinali.
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Il Deserto dei Vescovi: attese destinate all’eternità

Qualche elementare riflessione sulla giustizia amministrativa scaturita dalla interminabile vicenda del progetto dell’impianto eolico di Poggio Tre Vescovi.

Il paradosso è sempre in agguato. E non solo nelle storie di Dino Buzzati.
Lo stiamo vedendo nell’interminabile, tragicomica vicenda del progetto di impianto eolico del Poggio Tre Vescovi, a cavallo fra i territori delle regioni l’Emilia-Romagna e Toscana, fra le province di Arezzo, Rimini e Forlì-Cesena.
Proviamo a delineare tale vicenda con un linguaggio da enoteca di basso rango.
Anni fa, in sede di Conferenza dei Servizi Interregionale, non risultò possibile trovare un accordo fra i vari enti coinvolti nella valutazione del progetto. Alcuni di essi si pronunciarono a favore, altri invece non riuscivano proprio a trovare una compatibilità dell’impianto, sulla base e nell’ambito delle rispettive competenze. Il progetto dovette quindi essere rinviato alla valutazione del Consiglio dei Ministri. Che però neppure riuscì a comporre i dissensi fra i vari enti: chi aveva espresso contrarietà… continuava a esprimere contrarietà.
A quel livello il progetto venne bocciato (Delibera Cons. Min. 27/01/2012). Fine, direte voi.
Fine un piffero, ahinoi.
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La soap opera di Poggio Tre Vescovi

Riassunto dell’ultima puntata

“Abbiamo letto il verbale dell’ultima riunione svolta tra gli enti che devono decidere il destino di questo progetto eolico e ci chiediamo che cosa aspettino a chiudere una procedura che si sta trascinando oltre ogni ragionevole limite”. Lo afferma Anna Missiroli del Comitato cittadino Salviamo Poggio Tre Vescovi, che da anni si batte per fermare la realizzazione di un grande impianto eolico proposto dalla Geo Italia srl, derivata da una ditta tedesca, la Geo GmbH, per lo spartiacque tra Romagna, Montefeltro e Toscana (i Comuni interessati sono Casteldelci RN, Verghereto FC e Badia Tedalda AR). “Dall’inizio del 2011, quando la Geo presentò richiesta di autorizzazione, sono trascorsi sei anni e ancora non si è presa una decisione! Ormai sembra diventata una soap opera!”
L’originario progetto della Geo (36 aerogeneratori, alti 180 metri l’uno compresa l’elica, per una potenza prevista di complessivi 122,40 MW) venne in verità già bocciato nel gennaio 2012 dal Consiglio dei Ministri, che dovette per legge intervenire poiché gli enti chiamati a partecipare alla conferenza dei servizi non riuscivano a trovare un’intesa tra chi era favorevole (i comuni di Pieve Santo Stefano, Verghereto, Badia Tedalda, Casteldelci e le comunità montane Val Tiberina, Alta Val Marecchia e Appennino Cesenate) e chi contrario (il MIBACT-Ministero dei beni ambientali culturali e del turismo, le regioni Emilia Romagna e Toscana, le provincie di Forlì-Cesena e di Arezzo, il comune di Sestino). L’allora governo Monti stabilì di respingere il progetto, valutandolo incompatibile con il contesto paesaggistico.
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Elettricità senza furboni

In memoriam Ernesto Rossi (1897 – 1967)

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La scorsa settimana – non senza una certa sorpresa – abbiamo ricevuto un plico dattiloscritto a firma Ernesto Rossi, di cui giovedì prossimo ricorre il cinquantenario della morte.
Qualcosa ci induce a temere che si tratti di un apocrifo. Nondimeno, per le argomentazioni tutt’altro che banali su un tema a noi caro, lo sottoponiamo al giudizio dei nostri lettori.

 

 

 
L’industria elettrica è sempre stata, in Italia, un’industria politica: un’industria che ha fatto i suoi migliori affari nei gabinetti dei ministeri e nelle aule parlamentari. Da quando la sua nazionalizzazione divenne un punto programmatico del primo governo italiano di “centro-sinistra”, i baroni elettrici scoprirono tutte le loro batterie per sparare a zero contro quel governo: fecero sostenere le loro tesi, sui grandi giornali così detti indipendenti, dagli economisti più noti al grosso pubblico; fecero pubblicare due volumi pseudo-scientifici sotto l’etichetta dell’Istituto delle fonti d’energia di un’università privata da essi stessi finanziata; fecero diffondere in gran copia gli opuscoli di propaganda. Come si è visto recentemente nella campagna di sostegno alle rinnovabili elettriche, da allora le cose non sono cambiate molto: una nuova dimostrazione – mi sembra sia stata questa – del grado di asservimento ai “padroni del vapore” cui sono ormai giunti la nostra stampa e troppi nostri accademici.
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Il sistema elettrico italiano sull’orlo del baratro

L’Italia si è colpevolmente ritrovata priva del margine di riserva elettrica proprio in occasione della crisi indotta dall’arresto delle centrali nucleari francesi e proprio nei giorni più freddi dell’anno. Quanto siamo andati vicini al disastro? Quali sono state le responsabilità del Governo e quali invece quelle proprie di Terna, Gse, AEEG e degli altri soggetti istituzionali che non avevano dato l’allarme, provocato dall’eccesso di impianti FER non programmabili, a tempo debito?

“Secondo il ministro Calenda e l’a. d. di Terna Del Fante la situazione di overcapacity non è più così scontata”.
Così scriveva il Quotidiano Energia nell’ultimo capoverso dell’articolo comparso il 16 gennaio dal titolo “Free: Apertura centrale Genova ingiustificata”.
Fin qui niente di nuovo, se già il 14 gennaio, ad esempio, Jacopo Giliberto sul Sole nell’articolo “Allarme freddo, le centrali non chiudono” ci informava che “da tempo il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, dice che la sovraccapacità italiana di centrali è solamente apparente”.
D’altronde, la criticità di un sistema elettrico ridondante di potenziale non programmabile era nota da anni anche ad Assoelettrica, sebbene, in passato, sia sempre stata sottovalutata, se non addirittura negata, da Terna.
Ciò che appare davvero interessante compare invece nell’ultima riga del citato articolo di Quotidiano Energia:
“In base ai dati del Tso (acronimo di Transmission System Operator, in questo caso la Terna. Ndr) già a fine 2015 il margine/riserva si era ridotto a circa 6 GW (60 GW di domanda di punta contro 65,4 di potenza effettivamente disponibile)”.

Anche qui, ma solo per i cultori della materia, niente di nuovo.

Per i nostri fini, intanto, è utile definire che cosa si intende per “margine di riserva”. Per fare questo, e per evitare improvvisi cambiamenti nella definizione onde celare il misfatto perpetrato, leggiamo da un documento del Sole del 2011
che
“ll margine di riserva della generazione elettrica si riferisce alla capacità di produzione eccedente la richiesta di potenza, che può essere prontamente attivata in caso di necessità (emergenze per guasti improvvisi o per interruzioni in parte delle linee). Un margine considerato “sicuro” è comunque al di sopra del 7% del consumo di picco. Se inferiore scattano procedure di emergenza progressiva”.
Ovviamente i vocaboli “prontamente” e “sicuro” presenti nella definizione escludono a priori dal computo del margine di riserva tutto il pletorico potenziale eolico e fotovoltaico forsennatamente installato in questi ultimi anni, orgoglio e vanto della nostra sciagurata classe dirigente, ma rivelatosi del tutto inutile (specie nelle più afose serate estive) in tante situazioni di picco.
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Poggio Tre Vescovi: il discount dell’eolico

Si apprende da fonte giornalistica (!) di una ennesima ipotesi, presentata dalla Geo Italia negli inaccessibili meandri dei palazzi romani, di riduzione dell’impianto: questa volta a… 10 pale. E’ il riconoscimento implicito delle tesi del comitato e delle tante associazioni contrarie al ciclopico progetto di 36 pale, già respinto a suo tempo. Trattandosi di una proposta lecita ma evidentemente del tutto diversa da quella originale, per ripristinare una condizione di legittimità è però necessario considerarla in una rinnovata e distinta valutazione di impatto ambientale, da svolgersi nella sua sede propria.

Nel 2010, quando prese avvio l’iter autorizzativo dell’impianto eolico di Poggio Tre Vescovi (a cavallo tra i territori comunali di Verghereto FC, Casteldelci RN e Badia Tedalda AR), il progetto, presentato dalla Geo Italia, prevedeva l’installazione di 36 turbine. Nel 2012 quel progetto è stato bocciato dal Consiglio dei Ministri, ma la vicenda sembra ancora aperta.
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Lo sventramento del paesaggio appenninico

Antonio Cederna: “L’impegno ecologico si è concentrato sui temi dell’inquinamento. Troppi politici e amministratori considerano il territorio come merce da barattare, terra di nessuno, ovvero proprietà di chi riesce ad arraffarlo. Il mondo accademico è assorto nei propri pensieri, ossequioso verso il potere, incapace salvo eccezioni di azioni coraggiose. Gli uomini di cultura sono da sempre indifferenti ai problemi della vita associata, e considerano “anime belle” chi si batte per la difesa del paesaggio”.

Pubblichiamo oggi la terza ed ultima parte, dopo “I vandali sui crinali” e “Brandelli d’Italia? Di pale eoliche s’è cinta la testa“, del compendio dei testi di Antonio Cederna che abbiamo voluto riproporre ai nostri lettori, nel ventennale della sua scomparsa, per metterli in guardia dai troppi non disinteressati paladini della sua eredità culturale.

ced1I brani di Cederna di seguito riportati sono stati ricavati da una molteplicità di suoi articoli e sono tutti di suo pugno, tranne il titolo, evidentemente ispirato a “Lo sventramento del paesaggio”, contenuto nell’antologia “La distruzione della natura in Italia”, edita nel 1975 da Einaudi. La parte che ci appare più interessante è però ricavata dallo scritto “Territorio ambiente e dintorni”, tratto dal catalogo della mostra del 1987 “Il rovescio della città”, a cura del Comune di Bologna. In “Territorio ambiente e dintorni”, Cederna, con felice sintesi e implacabile giudizio, già trent’anni fa affermava quello che oggi sempre più italiani pensano ma non osano dire, e cioè che alla base di tutto (e non solo per ciò che riguarda la mancata tutela del territorio e del paesaggio patrio) in Italia esiste “una qualche radicata malformazione culturale” e che “le radici di questa arretratezza sono profonde e diffuse”, concludendo che “le principali componenti della nostra cultura non hanno dato buoni frutti”. Ogni discorso sui rimedi all’ormai decennale decadenza dell’Italia dovrebbe partire da questo forte assunto, derivandone altrettanto forti conclusioni.
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