La sera del dì di festa a Marrakech

Dopo gli eccessi della sgangherata retorica ambientalista che aveva accompagnato – e seguito – la COP21 di Parigi dello scorso dicembre, a Marrakech l’atmosfera al termine della COP22 era quella di una lunga festa appena finita e che forse non si ripeterà mai più.

“Un nuovo uragano di irragionevolezza rischia di abbattersi sul mondo in coincidenza con l’apertura — oggi a Marrakech — della Conferenza sui cambiamenti climatici”. Chi scriveva queste righe il 6 novembre scorso non era un ultras della lobby del carbone ma Paolo Mieli, sulle pagine del compassato Corriere della Sera – fin qui schierato a sostegno delle tesi mistiche della transizione energetica verso le rinnovabili – nell’articolo “I dati, i dubbi e gli eccessi sul cambiamento climatico“.

Il mutato atteggiamento del Corriere e di molta parte dell’informazione verso la Conferenza delle Parti (COP22) di Marrakech non era solo una reazione agli eccessi della sgangherata retorica ambientalista che aveva accompagnato – e seguito – la COP21 di Parigi dello scorso dicembre, ma il risultato di alcuni fatti inoppugnabili che sollecitavano un differente approccio al problema del cambiamento climatico.
Per suprema ironia del Fato, alcune repentine ed inattese transizioni politiche e tecniche che hanno indebolito gli argomenti degli “ecologisti global” (adesso bisogna chiamarli così) si sono verificate proprio alla vigilia, se non addirittura durante lo svolgimento degli stanchi rituali della COP22.
Sebbene l’atmosfera al termine del Concilio Ecumenico di Marrakech non fosse così lugubre come quella descritta da chi ritiene che la COP22 sia stata un “baraccone di ipocrisie“,
in cui “imprese e nazioni… pensano molto alle proprie tasche e assai poco alla cappa di anidride”, ciò nondimeno si poteva percepire con chiarezza, dai resoconti di tutta la stampa internazionale, un importante ed innegabile mutamento climatico, evidentemente intervenuto anche sotto i tendoni falsi-berberi tirati su per l’occasione nella fascinosa città marocchina.
Il clima era quello di una lunga festa appena finita e che forse non si ripeterà mai più.
Un grosso guaio per molti partecipanti, compresi i funzionari professionisti – e lautamente retribuiti – di alcune (poche) onlus ambientaliste italiane, sempre più invisi ai volontari delle medesime associazioni, lasciati sempre più in bolletta, che spesso vedono il proprio territorio compromesso dalle installazioni di inverosimili impianti elettrici a fonti rinnovabili sponsorizzati dalle loro stesse direzioni.
Molteplici sono le concause che hanno condotto ad un cambiamento di feeling così radicale nell’arco di pochi mesi dalla trionfale conclusione della COP parigina. Vediamo quelle più significative, elencate a caso, senza ordine cronologico nè di importanza.

Sono finiti i soldi da sperperare.
Leggiamo dall’articolo di Euronews del 18 novembre “Cop22: i risultati sono scarsi“:
“196 gli Stati che hanno preso parte alla Cop22. Ma i progressi fatti in Marocco sono stati pochi e niente affatto spettacolari. Ora l’obiettivo è quello di riuscire a mobilitare almeno 100 miliardi di dollari all’anno da versare ai Paesi più poveri per aiutarli a sviluppare fonti di energia meno inquinanti. Un’impresa che se da un lato appare titanica, dall’altro è totalmente insufficiente visto che, secondo le stime Onu, servirebbero dai 5 ai 7mila miliardi di dollari annui per raggiungere un modello di sviluppo sostenibile che sia in grado di aiutare i Paesi in difficoltà”.
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Brandelli d’Italia: di pale eoliche s’è cinta la testa!

Antonio Cederna: “Il tema è il malgoverno del territorio. Abbiamo assistito all’indiscriminata depredazione di un bene (il territorio appunto) considerato, anzichè patrimonio collettivo e risorsa per definizione limitata e non reintegrabile, terra di nessuno: ovvero terra di conquista per le truppe d’assalto della speculazione, grazie all’incoscienza, al cinismo, all’avidità delle forze politiche al potere. Hanno saputo ammantarsi di demagogia, corrompere le classi umili e farsele spesso alleate, conquistarle a modelli di sfruttamento del suolo che nulla hanno a che fare con gli interessi locali, e che procurano profitti solo agli imprenditori-colonizzatori. Tutta l’Italia va trattata come un parco, e alla rigorosa salvaguardia dei valori del suo territorio va rigorosamente subordinata ogni ipotesi di trasformazione e sviluppo: perchè non venga definitivamente distrutta l’identità culturale e l’integrità fisica del nostro Paese”.

ced3Dopo “I vandali sui crinali“, proponiamo, qui di seguito, la seconda delle tre parti del compendio dei testi di Antonio Cederna che ci siamo riproposti di sottoporre ai nostri lettori per metterli in guardia dai troppi (sedicenti) alfieri della sua eredità culturale. In particolare intendiamo smascherare chi utilizza tale eredità per “sdoganare” le FER elettriche industriali, ossia le distese infinite di pannelli fotovoltaici nei campi e sulle colline, il sequestro delle acque dei torrenti montani, gli impianti a bio-massa più ammorbanti e, soprattutto, le ciclopiche pale eoliche sui crinali.
A questo proposito teniamo a precisare con nettezza che non consideriamo affatto “compagni che sbagliano” – ma piuttosto nostri inconciliabili avversari e negatori del pensiero di Cederna – chi sostiene, per attaccare le Soprintendenze a suo avviso troppo rigorose o per altri fini, “il paesaggio eolico“, “la cui bellezza e fascino è ormai trasfusa in tecniche di progettazione oggetto di corsi universitari”. Cogliamo anzi l’occasione per affermare con orgoglio che sì, è proprio vero quanto i nostri avversari affermano: “l’opposizione all’eolico si basa su una vecchia concezione del paesaggio”; concezione trasmessaci, tra gli altri, proprio da Antonio Cederna con il rigore inflessibile che gli era proprio.
Dobbiamo purtroppo constatare, con amarezza, che simili enormità compaiono sul portale della “versione elettronica” della rivista promossa da Legambiente “QualEnergia”, “dedicata all’energia sostenibile”.
L’indefessa politica dei vertici di Legambiente di questi ultimi anni a favore dell’impiego massivo, ubiquo e per ciò stesso indiscriminato dell’eolico industriale “per la salvezza del Pianeta dal surriscaldamento climatico” si rivela in aperto contrasto con l’insegnamento di Cederna, che esplicitamente e ripetutamente, nella sua opera, esortava alla rinuncia a sollevarsi alle “sublimità pericolose” dell’Ecologia.
Questo approccio spurio di Legambiente al problema, sicuro indice di scarsa attenzione agli ammonimenti di Cederna oppure di lettura superficiale dei suoi lavori, appare particolarmente grave a causa dei costanti richiami dell’altrimenti benemerita associazione al magistero del grande ambientalista. Una sua rilettura più attenta forse non guasterebbe.
Ribadiamo che anche i brani di Cederna che seguono (estratti per lo più dal volume “Brandelli d’Italia”, un’antologia di suoi articoli pubblicata da Newton Compton nel 1991) sono stati, inevitabilmente, selezionati, accorciati ed accostati in modo arbitrario dai curatori di questo lavoro di sintesi.
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Verso il baratro energetico

Eolico e fotovoltaico non sono alternativi ai sistemi tradizionali di generazione elettrica. Perseverando con una politica energetica di incentivazione a loro favorevole, il sistema elettrico italiano si troverà tra non molto al bivio tra il disastro e la ri-nazionalizzazione. Prezzi energetici di nuovo in aumento e pericolosi segnali da Roma circa una nuova Strategia Energetica Nazionale ancor più sbilanciata verso l’eolico.

Nello scorso luglio, a seguito dell’addebito nelle bollette elettriche di appena 300 milioni di costi di dispacciamento imprevisti, è scoppiato un putiferio tuttora in corso, come da noi recentemente riepilogato nel post “Il poco misterioso mistero dell’aumento delle bollette elettriche“.

“Appena 300 milioni” non deve essere inteso in senso ironico, se è vero che per quest’anno sono stati previsti dal GSE – senza che nessuno abbia obiettato alcunchè – addebiti di 14,4 miliardi (!) per i soli incentivi alla produzione del 20% dei consumi elettrici italiani dagli impianti “rinnovabili” di recente costruzione. La matematica e la congruenza dei numeri, evidentemente, in Italia stanno diventando un’opinione.
Tra l’altro, per fare luce (…) sulla questione dei 300 milioni per il dispacciamento, in Parlamento sono state presentate numerose interrogazioni al Governo, nessuna delle quali, purtroppo, ha focalizzato il vero problema della crescente grandinata di costi abbattutasi negli ultimi anni sulle bollette elettriche degli italiani, al di là della contingenza specifica.
In questa occasione (ripeto: in questa occasione), io non so se ci sia stato un abuso di una posizione dominante oppure se sia stato compiuto qualcos’altro contrario a leggi e regolamenti. Può essere possibile, se non altro vista la mole di leggi e regolamenti in materia. Anzi: una serie di coincidenze me lo fa apparire probabile. Ma non è questo il punto che ci interessa, e che dovrebbe soprattutto interessare alla politica.
Il nocciolo della questione è che le FER (fonti a energia rinnovabile) elettriche non programmabili (eolico e fotovoltaico in primis) sono certamente “rinnovabili”, ma non sono “alternative” alle fonti tradizionali, in quanto l’energia elettrica, oltre ad una certa misura, non si può accumulare per essere utilizzata al bisogno. Se il vento non soffia e se il sole non splende, senza fonti tradizionali pronte a subentrare a immediata richiesta a pale e pannelli, si rimane al buio, al freddo, magari chiusi in ascensore, e con traffico, fabbriche ed uffici bloccati, con i treni fermi, eccetera eccetera. Insomma: l’Apocalisse, qualora il flusso di elettricità rimanesse interrotto a lungo, come potrebbe accadere in una circostanza imprevista.
E dunque, il problema ineludibile è che quegli episodi denunciati di recente in Parlamento e sulla stampa sono e saranno sempre più frequenti con la distorsione del mercato introdotta dagli incentivi alle FER elettriche e con la distorsione del buon senso introdotta dall’obbligo per legge della priorità di dispacciamento alle FER non programmabili, senza la quale i gestori delle linee ad alta tensione tenderebbero a privilegiare le fonti tradizionali, marginalizzando la produzione da eolico e fotovoltaico, per evitare gli infiniti problemi di rete che una immissione di energia erratica inevitabilmente comporta.
Considerare eolico e fotovoltaico “alternativi” è un’assurdità.
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I vandali sui crinali

Antonio Cederna: “Tra le persone civili e i vandali odierni nessun compromesso è possibile. Per ridicolizzarli e combatterli è utile conoscere i luoghi comuni ai quali essi fanno ricorso, quando vogliono mascherare le loro intenzioni e imbrogliare gli ingenui. Non crediamo mai una sola parola di questi Tartufi. Unica mira dei vandali è invece quella di realizzare immensi guadagni speculando. L’impudenza dei vandali è senza fine. Essi pretendono di apportare nuova bellezza”.

ced1Gli amici ed i discepoli di Antonio Cederna
erano da tempo abituati sia ai tributi postumi resi al grande polemista scomparso nel 1996, e divenuti ormai una ennesima forma di millanteria conformistica a costo zero, sia alle unanimi manifestazioni di devozione filiale a lui consacrate. Ne leggevano – divertiti – le lodi intessute persino da chi era stato oggetto dei suoi più sanguinari strali e da chi (ed erano molti) lo considerava, in vita, solo un insopportabile rompiscatole. Ma anche all’improntitudine c’è un limite. Questo limite è stato varcato in occasione del ventesimo anniversario della morte di Cederna, quando qualche “ambientalista del fare” (pare che adesso si debba dire così…) lo ha evocato come proprio padre nobile, per sostenere gli impianti ad “energie pulite” (per il volgo: i grandi impianti industriali ad energie rinnovabili per la produzione di elettricità ed in particolare gli impianti eolici sui crinali appenninici), per la cui realizzazione questi sedicenti epigoni di Cederna hanno dedicato “senza se e senza ma” il proprio impegno negli ultimi anni. Appare dunque opportuna una precisazione onde evitare pericolosi equivoci.
A tal fine, siccome concordiamo con chi ha scritto che “parafrasare Cederna è una sfida linguistica piuttosto frustrante, perchè si finisce piuttosto per ricopiarlo, arrendendosi all’evidenza che meglio di così quel fenomeno, evento, meccanismo, luogo, non poteva essere descritto o definito”, abbiamo preferito riproporre direttamente alcuni testi scritti da Cederna stesso, pur se – necessariamente – selezionati, accorciati ed accostati in modo arbitrario dai curatori di questo lavoro di disambiguazione. Solo i titoli sono nostre parafrasi. Lasciamo ai lettori il non arduo compito di dedurre quale sarebbe stata la reazione di Antonio Cederna verso il concreto rischio del coronamento di tutti gli Appennini, sul modello di quanto è già accaduto in Daunia ed altrove nel Sud (la speculazione territoriale più estesa dopo quella edilizia degli anni 60), con pale ciclopiche, che vent’anni fa non sarebbero state concepibili neppure nel peggiore dei suoi incubi.
Cominciamo oggi a proporre, qui di seguito, una breve silloge de “I vandali in casa”, opera di sessant’anni fa, che colpisce il lettore contemporaneo anche per l’indignazione, l’inflessibilità e l’asprezza dei toni, a cui in Italia non siamo più abituati dopo una generazione ingozzata di “molliccio” buonismo politicamente corretto e di melenso ecumenismo.
ced2 I vandali che ci interessano sono quei nostri contemporanei i quali, per turpe avidità di denaro, per ignoranza, volgarità d’animo o semplice bestialità, vanno riducendo in polvere le testimonianze del nostro passato. Le meraviglie artistiche e naturali del “Paese dell’arte” e del “giardino d’Europa” gemono sotto le zanne di questi ossessi: indegni dilapidatori di un patrimonio insigne, stiamo dando spettacolo al mondo.
Tra le persone civili e i vandali odierni nessun compromesso è possibile. Per ridicolizzarli e combatterli è utile conoscere i luoghi comuni ai quali essi fanno ricorso, quando vogliono mascherare le loro intenzioni e imbrogliare gli ingenui. Preliminare è sempre il pretesto igienico-moralistico. Il tenero cuore dei vandali è offeso; scopo dei loro amorevoli progetti sarebbe la bonifica, la salute dei cittadini. Non crediamo mai una sola parola di questi Tartufi. Unica mira dei vandali è invece quella di realizzare immensi guadagni speculando. L’impudenza dei vandali è senza fine. Essi pretendono di apportare nuova bellezza. Pretendono di incrementare la pubblica pietà. Genio dei vandali è la mezza verità, l’approssimazione, il generico e sommario argomentare, il molliccio buon senso. Forse che la storia non cammina? Ci si può opporre al suo fatale andare? Non ha i suoi diritti la vita? Si può “cristallizzare”, “imbalsamare”, ecc. un paesaggio o un complesso monumentale? E nella volgarità generale del gusto, nell’impreparazione dell’opinione pubblica, questo storicismo da mezze cartucce (per cui “tutto cambia”, “tutto è relativo”, ecc.) si alimenta e dilaga.
Viviamo ormai in una situazione paradossale: la distruzione senza rimedio, la volgare degradazione dei più straordinari complessi monumentali e naturali, la smisurata invasione del brutto, risultato dello spirito di violenza dei barbari speculatori, dell’abbietto conformismo degli organi responsabili, della pigrizia mentale delle classi colte, sono ormai considerate, dalla scettica opinione corrente come “realtà” a cui bisogna inchinarsi. Ogni passo sulla strada della rovina diventa pretesto e giustificazione e incentivo a una rovina più vasta. I bestioni trionfanti considerano come passatistico ingombro le testimonianze dell’arte e della storia, e giudicano trascurabili le ragioni dell’intelligenza, della cultura, della civiltà.
Dell’attività incessante e impunita dei vandali è certamente colpevole tutta la nostra cultura. La situazione in Italia si avvia a diventare disperata. Di fronte ad essa le persone che hanno qualche intelligenza si dividono in due schiere. I pigri si rendono conto con ritardo dei fatti, si ribellano e protestano, ma considerano le imprese dei vandali come isolate e saltuarie offese al buon gusto. Gli altri, più coscienti della gravità delle cose e delle loro cause, giudicano sterile prendere i vandali di petto, e preferiscono dedicarsi allo studio dei problemi di fondo, di struttura ecc., politici, economici, sociali. In entrambi i casi i vandali si avvantaggiano.
Di argomentazioni generose o garbate, di ragionamenti illuminati e logici, i vandali se ne infischiano: si illude chi crede di persuaderli politicamente, diplomaticamente, assennatamente. E’ necessario combatterli duramente, apertamente, giorno per giorno, senza perdere una sola occasione, con parzialità e passione e intransigenza, guardandoci bene dall’indulgere, dal giustificare, dal “capire le loro ragioni”. Occorre indagare, annotare pazientemente fatti e notizie, scempi, costruzioni distruzioni intenzioni follie progetti, preparare sistematicamente l’archivio per quella “Storia della rovina d’Italia”, di cui ogni giorno sentiamo la mancanza, e che sola potrebbe illuminare adeguatamente tutte le forme in cui si manifesta, o si nasconde, la monotona idiozia dei distruttori d’Italia.
I vandali trionfano anche per il silenzio delle persone ragionevoli, per l’assenza di una forte posizione moralistica: in attesa di tempi migliori, è bene servirsi dei mezzi a disposizione, quali la incessante campagna di stampa, la polemica acre e violenta, la protesta circostanziata e precisa, lo scandalo sonoro. Simulatori e ipocriti, i vandali tengono molto alla propria privata rispettabilità: giova schernirli e trattarli per quello che sono, malintenzionati cialtroni. Abituati a intimidire e corrompere, si trovano sconcertati di fronte all’inflessibile denuncia: la loro potenza è fatta di viltà altrui. Abituati a violare, impuniti, la legge e a spacciare per “esigenze tecniche” la loro avidità, non sanno che fare contro chi svela pubblicamente i loro raggiri. Sostenuti da una complicata rete di omertà, lo scandalo li può intimorire, scompigliare i loro piani, far rientrare i loro capricci. Occorre sfondare il sipario di complice riservatezza in cui operano, dilatare le loro colpe sul piano più ampio possibile, ridicolizzarli, screditarli, perseguitarli, processarli nelle intenzioni, mettendo in evidenza la sostanziale matta bestialità che li muove. Denuncia, protesta, polemica, scandalo, persecuzione metodica e intollerante: in un Paese di molli e di conformisti, la rivolta morale può essere almeno un elemento di varietà.

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Il poco misterioso mistero dell’aumento delle bollette elettriche

Una rassegna stampa sulla telenovela dell’aumento delle bollette a causa dei costi di dispacciamento, in forte – ed inevitabile – crescita per l’impossibilità di programmare la produzione elettrica da fotovoltaico e, soprattutto, da eolico. Dopo mesi di aspro conflitto istituzionale tra TAR della Lombardia e AEEG, con severi interventi censorii di Governo, Parlamento, Confindustria e associazioni dei consumatori, i cittadini utenti si ritrovano, com’è ormai consuetudine quando si tratta di FER elettriche, becchi e bastonati. Scherziamoci un po’ su, in attesa dell’enorme balzo della spesa per conseguire i nuovi obiettivi energetici per il 2030, per aumentare i quali (e renderli vincolanti) la lobby delle rinnovabili elettriche, proprio in questi giorni, a Roma è scatenata, senza che nessuno la contrasti. Sarà poi inutile piangere sul latte versato; e questa volta si piangerà davvero…

Contrordine compagni! Anzi: contro contrordine, in attesa di un possibile ulteriore contrordine con la sentenza “finale” promessa per il prossimo febbraio. E così, come si poteva facilmente prevedere, il TAR della Lombardia la scorsa settimana ha sbloccato i rincari della bolletta della luce – attribuiti da qualcuno a presunte speculazioni sul mercato del dispacciamento – che lo stesso TAR aveva bloccato, con grande clamore mediatico, in giugno. Nella sua ordinanza, però, il TAR ha invitato l’AEEG a predisporre subito i “rimborsi spettanti (ai clienti finali) in caso di esito favorevole della controversia”.

La vicenda non si può definire kafkiana solo perché il castello di Kafka non era allacciato alla rete Terna (o perlomeno il sistema elettrico dell’Impero austro ungarico non era alimentato da FER non programmabili) ed il suo processo non era stato sottoposto al vaglio del TAR del Lombardo Veneto.

Per carità di patria risparmiamo ai lettori di riportare il testo integrale dell’ultima ordinanza TAR, rinviando piuttosto gli interessati alla sintesi contenuta nell’articolo di Repubblica “Bollette: Tar, ok ad aumenti ma subito un piano per i rimborsi” che, nella sua seriosità, ne aumenta l’effetto grottesco. A chi invece non interessa lo stravagante periodare della Magistratura amministrativa, ma apprezza piuttosto uno stile giornalistico meno formale e più brioso, consigliamo, per provare a capirci qualcosa, la lettura dell’articolo del Corriere “Tar (per ora) sblocca i rialzi“, in cui il giornalista Lorenzo Salvia ammette, forse con un pizzico di ironia, che “la questione è complessa, non c’è dubbio” e che “gli stessi magistrati l’hanno definita una «misura cautelare atipica». Ed in effetti si tratta di una scelta un po’ complicata e senza precedenti”, concludendo che “forse ancora più apprezzabile sarebbe stata una decisione nel merito più veloce e definitiva”.

Analogo l’atteggiamento di Achille Perego, che a sua volta riconosce che “la storia è un po’ complicata” nell’articolo “Il Tar sblocca i rincari della luce” sul Quotidiano nazionale, che si conclude con la constatazione di Federconsumatori, secondo cui “siamo di fronte al solito pasticcio all’italiana”.
Le organizzazioni dei consumatori, appunto, dalla cui iniziativa del giugno scorso è scoppiato il bubbone dei costi di dispacciamento. Ci sarebbe da chiedersi perchè tali associazioni si siano attivate con tanto ritardo sui costi in bolletta elettrica imputabili alle FER non programmabili, e per una vicenda il cui importo è relativamente basso (“solo” 300 milioni), quando l’onere annuo complessivo per incentivare la produzione da FER ammonta ormai ad una cifra superiore all’ 1% del PIL, sebbene con tutti questi soldi sia incentivato appena il 20% dell’energia elettrica consumata in Italia.
Persino noi della Rete della Resistenza sui Crinali, all’inizio dello scorso anno, avevamo denunciato lo scandalo, evidente ormai da tempo, dei costi ancillari imputabili alle FER non programmabili, nell’articolo “Rapporto RSE: eolico fuori mercato, sistema elettrico troppo oneroso“, dove già nel sottotitolo scrivevamo che “i costi di dispacciamento aumentano di circa 500 milioni all’anno (e 100 milioni quelli delle nuove reti) per compensare l’improvviso incremento del potenziale non programmabile”. In questo nostro articolo, che invitiamo a rileggere per non ripeterci, il problema di questi extra-costi era trattato nelle osservazioni attinenti alle pagine 21, 27, 28 e 29 del rapporto RSE.

Difficile immaginare che, se era perfettamente noto a noi poveri comitati di cittadini contro l’eolico industriale selvaggio, il problema fosse sfuggito alle potentissime organizzazioni dei consumatori, che dispongono di autorevoli entrature e di ben altri mezzi di indagine rispetto ai nostri.

Maliziosamente si potrebbe pensare che l’innesco della reazione a catena sia stata la lettera aperta inviata dal coordinamento consorzi di Confindustria per denunciare pubblicamente, con i nomi dei presunti responsabili, i 300 milioni spesi in costi di dispacciamento nel solo mese di aprile scorso. Una Confindustria, bisogna riconoscere, diventata stranamente silenziosa sull’argomento dal 2013, dopo il principesco omaggio elargito dal governo Monti agli energivori  (anch’esso addebitato nelle bollette dei comuni mortali!) proprio per dare sollievo all’industria pesante dalle insopportabili spese causate dagli incentivi alle FER.

A maggior ragione appare strano che si sia reagito con tanta veemenza sul tema dei costi di dispacciamento (che rappresentano, almeno per il momento, un fardello sulle bollette elettriche di “pochi” miliardi all’anno) quando quest’anno è prevista, dallo stesso GSE, una spesa per incentivi alle rinnovabili elettriche di 14,4 miliardi, previsione che pure non considera gli aumenti, ormai certi, di tale spesa dovuta alla diminuzione dei costi dell’energia elettrica sul mercato all’ingrosso, come da noi denunciato nell’articolo “Il crollo del prezzo dell’energia fa saltare ogni previsione di contenimento degli incentivi alle FER entro il tetto massimo previsto dalla legge“.

Ad ogni modo: meglio tardi che mai; sperando che l’esperienza, anche in materia di FER, sia maestra di vita.
Riassumiamo ora brevemente, Continua a leggere

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A Ferragosto ci ha lasciati Mario Signorino, teorico dell’ecologia come buongoverno

Un altro nostro amico è mancato: una ben mesta notizia in un giorno di festa. Ma di Mario Signorino rimane il lascito ideale dei suoi scritti, ed in particolare – per gli argomenti attinenti all’attività della Rete della Resistenza sui Crinali – quelli pubblicati negli ultimi anni sull’Astrolabio, la newsletter dell’associazione ambientalista Amici della Terra Italia, facilmente reperibili in linea. Riteniamo che il modo migliore per commemorarlo sia di pubblicare, qui di seguito, un ampio stralcio del suo articolo del 2012 “Ecologia è buongoverno“, che forniva agli Amici della Terra, a cui esprimiamo le nostre condoglianze, un manifesto programmatico e, insieme, un grido di battaglia.

Più ancora delle pressioni prodotte dagli inquinatori, a minacciare l’ambiente sono le cattive politiche, sia di governo, sia di protesta.
Il movimento ambientalista è arretrato negli anni su posizioni settarie e controproducenti. Oggi si vedono “Verdi” di tutti i tipi tra coloro che a Napoli si battono contro la costruzione degli impianti che cancellerebbero la vergogna dei rifiuti nelle strade. Si vedono “Verdi” nella coalizione reazionaria che punta al mantenimento dell’attuale, fallimentare gestione del ciclo dell’acqua. Si vedono “Verdi” tra i barbari che distruggono i paesaggi con le torri eoliche e tra coloro che si oppongono con la violenza all’alta velocità ferroviaria. In sintesi: invece di concorrere alla soluzione dei problemi, questo ambientalismo settario finisce con l’aggravarli.
Si tratta di una pesante sconfitta. Ma – e qui sta il paradosso perverso – alla sconfitta politica si accompagna un’egemonia culturale: tanto che la sottocultura estremista, anticapitalistica, catastrofista guadagna spazi crescenti nella stessa classe dirigente. Imprenditori e manager, docenti di tutti i gradi scolastici, giornalisti, politici, preti e vescovi, magistrati, alti burocrati, sindacalisti: insomma, la classe dirigente che dovrebbe costituire la pietra angolare del buongoverno, è sempre più permeabile alle posizioni ambientaliste più infantili e conformiste. Così, inevitabilmente, la ricerca del consenso si risolve spesso, non nel miglioramento dell’informazione e delle scelte di governo, ma nel cedimento alla demagogia.
Tutte le criticità si scaricano sull’informazione. Molti giornalisti e ambientalisti la falsificano per “la buona causa”, la distorcono con i pregiudizi ideologici e le semplificazioni, ne minano la credibilità con gli allarmi esasperati.
Ed ecco l’altra grande “depressione” informativa: i governi in genere non motivano seriamente le loro scelte, non le sostengono con strategie, numeri, statistiche, analisi costi/benefici, valutazioni delle esternalità; non le sorreggono con corrette valutazioni scientifiche. Quando più e meglio dovrebbero parlare al pubblico, i governi diventano muti. E se nasce un conflitto, tutto si riduce a un sì o a un no. I “Verdi” dicono sempre di no, gli uomini d’ordine dicono sempre e comunque di sì. Pazzesco.
Alla sua nascita, l’ambientalismo poneva una grande sfida riformatrice; è diventato invece una piccola eresia anticapitalistica. (…) Bisogna individuare politiche adeguate ai processi di trasformazione che investono popoli, territori, istituzioni politiche ed economiche. Per questo, c’è bisogno di una “battaglia delle idee” coraggiosa.
Mario Signorino

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Alla Camera si pretendono spiegazioni dal Governo per il progetto eolico di Poggio Tre Vescovi

Una recentissima interpellanza dell’Onorevole Alessandro Pagano fa seguito ad una interrogazione rimasta senza risposta dell’Onorevole Tiziano Arlotti.

Mercoledì scorso l’Onorevole Alessandro Pagano, deputato della galassia del centro-destra ed originario della Sicilia (che ha perciò osservato – e subito – in prima persona l’invasione eolica), ha presentato al Governo una interpellanza sul mega-progetto eolico di Poggio Tre Vescovi, che si richiama integralmente alla interrogazione del 23 febbraio scorso, rimasta senza risposta, presentata dall’Onorevole Tiziano Arlotti, deputato romagnolo del PD.
Arlotti chiedeva allora quali fossero nel dettaglio le caratteristiche tecniche del progetto; quale lo stato del suo iter autorizzativo; se la società proponente Geo Italia srl avesse fornito nuova e adeguata documentazione sull’impatto del progetto dal punto di vista ambientale, idrogeologico e paesaggistico; quali fossero le misure di compensazione previste; e – infine – se il Governo non ritenesse opportuno assumere le iniziative di sua competenza per fermare il progetto, anche alla luce dei pareri negativi già precedentemente espressi dagli enti competenti e dei possibili impatti negativi sull’ambiente e sul paesaggio.
Infatti, in seguito alla nota sentenza del TAR, proprio presso la Presidenza del Consiglio dei ministri era stata aperta un’istruttoria di valutazione di impatto ambientale, tuttora in corso senza che – incredibilmente – ne siano state fissate delle scadenze, con appena una generica richiesta alla società proponente di riformulare il progetto a suo tempo bocciato.

Pagano, nelle premesse della sua recentissima interpellanza, ha integrato quanto già osservato da Arlotti aggiungendo che il progetto di Poggio Tre Vescovi, fra manufatti di servizio e posa in opera delle torri eoliche, interessa complessivamente tre comuni (fra comuni romagnoli e toscani) considerati luoghi di importanza strategica per il raccordo fra aree protette regionali, inter-regionali e comunitarie di primaria importanza e che – se realizzato – costituirebbe uno degli impianti eolici onshore più grandi d’Europa, capace di modificare, oltre al delicato ecosistema di crinale, la percezione del paesaggio dell’intero Montefeltro.

L’opera progettata dovrebbe infatti risiedere sul crinale appenninico fra la riserva naturale dell’Alpe della Luna, il parco inter-regionale del Sasso Simone e Simoncello, il parco nazionale delle foreste Casentinesi e una costellazione di altre importantissime riserve, aree di interesse comunitario (SIC) e zone di protezione speciale (ZPS), con potenziali rischi di crisi ambientali di tutta la regione e segnatamente di deflagrazione e frammentazione dei corridoi ecologici naturali, oltre che interessare zone ad elevato rischio sismico.

Proprio a questo proposito, prosegue Pagano, la documentazione fornita mette in luce che il territorio è caratterizzato da fenomeni erosivi di tipo franoso, con la nascita delle tipiche nicchie di distacco, che coinvolgono poi importanti volumi di materiale in movimento. L’area prescelta per la collocazione degli aerogeneratori eolici è così ampia che la costruzione degli impianti andrà ad incidere sul coefficiente d’erosione dei siti, in modo esteso e generalizzato, dal momento che dovranno essere effettuati su molteplici diramazioni tutti i lavori inerenti gli accessi per far giungere sul luogo i mezzi meccanici necessari. Se ciò non bastasse, esattamente sul fronte opposto di questa vallata, in comune di Casteldelci, si è verificato nel 2010 uno dei movimenti franosi più vasti degli ultimi 50 anni, a dimostrazione della precaria stabilità di queste litologie.
Pagano pretende perciò ora di sapere, come già domandato a suo tempo da Arlotti, se il Governo non ritenga opportuno assumere ogni iniziativa di sua competenza per fermare il progetto alla luce di tali criticità e dei pareri scientifici contrari alla sua realizzazione, dal momento che la Geo Italia ha presentato modifiche e proposte di variazione del progetto che appaiono insufficienti a ridurre il rilevante impatto ambientale.

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La crisi della natura protetta in Italia

Le recenti esternazioni del Ministro dell’Ambiente Galletti sono un segno ulteriore della sua evidente inadeguatezza a coprire il ruolo istituzionale assegnatogli; ma sono anche la dimostrazione dell’approssimazione con cui una parte della politica, al di là del caso specifico, gestisce la cosa pubblica, soprattutto quando si tratta di misurarsi con le sfide ambientali.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lettera aperta redatta dagli amici dell’associazione ambientalista Mountain Wilderness Italia, che fanno propri alcuni nostri timori sulla sorte delle aree naturali protette.

Al Presidente della Repubblica
Al Presidente del Consiglio dei Ministri
Ai Capigruppo di Camera e Senato
Ai Parlamentari delle Commissioni ambiente di Camera e Senato
Ai Presidenti delle Associazioni nazionali di protezione ambientale

LA CRISI DELLA NATURA PROTETTA IN ITALIA

Noi sottoscritti, componenti del Comitato Etico – Scientifico dell’associazione Mountain Wilderness Italia, a vario titolo impegnati nell’azione a difesa dei parchi nazionali e della natura, fortemente preoccupati per la situazione in cui versano le aree protette, sottoscriviamo il seguente documento:

1. I parchi e le altre aree naturali protette di terra e di mare, in qualsiasi parte del pianeta siano situati, rivestono un’importanza straordinaria: la loro gestione costituisce un indicatore fondamentale del livello di civiltà di un paese.
In Italia la vicenda quasi secolare delle aree protette e in particolare dei parchi nazionali ha costituito la parte più significativa della storia della conservazione della natura e nello stesso tempo ha impresso una spinta decisiva nella formazione e nella crescita della coscienza ambientale dei cittadini e in particolare dei giovani. E’ una vicenda che, per le sue peculiarità, si inserisce a pieno titolo in quel paesaggio e in quel patrimonio storico e artistico tutelati dall’art. 9 della nostra Costituzione e che ha trovato nei principi della legge quadro n. 394 del 1991 una sua adeguata sistemazione. Bastano a dimostrarlo i risultati raggiunti: la rapida estensione della superficie protetta, il progressivo aumento dei visitatori, la nascita di nuove importanti professionalità, il progresso della ricerca scientifica specifica anche interdisciplinare.
Questo patrimonio oggi è a rischio: dilagano equivoche interpretazioni del ruolo delle aree protette e si assiste ad una loro progressiva, strisciante marginalizzazione. Con la giustificazione della criticità della situazione economica generale si cerca di imporre ai Parchi Nazionali un modello aziendalistico, come se le aree protette dovessero autofinanziarsi per giustificare la loro esistenza e non invece operare, con competenze effettive e mezzi adeguati, perché siano le comunità locali a produrre ricchezza (anche culturale) per il proprio territorio sulla base di una nuova economia compatibile con la conservazione della natura e la dignità delle persone. Cavalcando il miraggio del made in Italy si tende a propagandare un’immagine delle aree protette in chiave prevalentemente mercantilistica con sfumature degne al massimo di una pro-loco. E’ un atteggiamento che trascura le loro peculiarità e priorità, tradendo nei fatti quel rapporto natura-persona che di esse è la vera anima. Con il pretesto della partecipazione (di per se stessa più che auspicabile, seppure nelle forme adeguate) si espelle la componente scientifica dagli organi gestori e al suo posto si inseriscono gli interessi corporativi, come quello degli agricoltori, e, in forme più o meno palesi, si rende sempre più localistica la gestione. Non è estranea a questa pericolosa deriva l’assenza quasi totale del ruolo propulsore che la legge assegna al Ministero competente. Tutto ciò risulta in aperta contraddizione non solo con uno dei principi fondamentali della legge quadro, ma anche con la convinzione che, di fronte agli attuali problemi sempre più complessi, la democrazia si dovrebbe realizzare ricercando la linea di composizione tra scienza e politica e tra istituzioni statali e istituzioni locali nel segno degli interessi generali e non di quelli di parte. La democrazia partecipata non esclude, anzi presuppone, un forte ruolo di indirizzo e di controllo centralizzati.
Di queste interpretazioni banalizzanti e “al ribasso” il recente intervento del Ministro dell’Ambiente a Trento – uno dei pochissimi da lui effettuati sui parchi – è lo specchio fedele. Secondo il Ministro è giusto che i parchi tutelino il territorio, ma oggi devono fare qualcosa di più e di diverso: devono diventare motore di sviluppo dell’economia locale poiché la biodiversità in essi contenuta costituisce un patrimonio economico ricchissimo che occorre sfruttare; il Parlamento, sostiene il Ministro, sta modificando la legge quadro, che è una legge di conservazione, ormai invecchiata e inadeguata al presente, proprio per permettere alle imprese che operano nel settore green di svilupparsi sfruttando il grande patrimonio naturale; ad esempio quello boschivo che non ci si può limitare a custodire come nel passato, ma che occorre appunto mettere economicamente a frutto. Quanto allo smembramento del Parco nazionale dello Stelvio, esso può, sempre secondo il Ministro, diventare un modello di questa nuova visione, proprio perché con la divisione in tre parti (Lombardia, Province di Trento e di Bolzano) gli enti locali acquistano maggiori responsabilità e maggiori spazi decisionali. Dimenticando però che nessun altro paese del mondo, fino ad ora, ha frazionato in questo modo i propri parchi nazionali.
Le esternazioni del Ministro sono purtroppo un segno ulteriore della sua evidente inadeguatezza a coprire il ruolo istituzionale assegnatogli; ma sono anche la dimostrazione dell’approssimazione con cui una parte della politica, al di là del caso specifico, gestisce la cosa pubblica, soprattutto quando si tratta di misurarsi con le sfide ambientali.
Occorre prenderne atto e trarne le conseguenze: è una richiesta che il comitato etico-scientifico di Mountain Wilderness Italia fa all’intero mondo della scienza e della cultura, alla società civile e a quella parte della politica che ha ancora a cuore le sorti di ciò che rimane del Bel Paese. In una parola a tutte le persone di buon senso.

2. La situazione, dunque, è molto grave: è necessario e urgente dare nuove prospettive – e una nuova centralità – alla politica per le aree protette. La Carta di Fontecchio – alla cui elaborazione e approvazione Mountain Wilderness ha contribuito in maniera determinante, in concorso con molte delle più importanti associazioni ambientaliste italiane – offre indicazioni fondamentali sul ruolo che esse devono svolgere partendo dalla considerazione che la natura non ha confini e che quindi può essere salvata solo se si cura il territorio nella sua unitarietà e nella sua complessità. In questo quadro i parchi, che sono le aree protette più complesse e importanti, debbono conservare, potenziandola, la loro funzione tradizionale di baluardo fondamentale di conservazione in quanto eccezionali serbatoi di biodiversità, ricchi di paesaggi, di testimonianze storiche e artistiche, di bellezza; e nello stesso tempo, debbono porsi come veri e propri modelli di uno sviluppo effettivamente sostenibile: modelli ricchi di sfaccettature, articolati, non interpretabili in senso esclusivamente economico perché basati su un intreccio virtuoso tra partecipazione democratica, conoscenza scientifica dei problemi, rapporto profondo tra le persone e la natura. Nell’interesse autentico dell’intera comunità nazionale e di quella internazionale.
Ma vi è un altro ruolo che oggi assume particolare rilevanza e che viene indicato nella Carta di Fontecchio: la natura, proprio perché non conosce barriere fisiche, è in grado di abbattere le barriere esistenziali, sociali, geopolitiche che dividono l’umanità; le aree protette, se viste come uno dei perni di una nuova visione dello sviluppo, sono in grado di dimostrare che è possibile salvaguardare, con i fondamentali valori della natura, sia i diritti delle persone, a partire dalla inclusione dei più deboli, sia i diritti dei popoli e perciò la pace tra le nazioni e la collaborazione tra gli stati.
Profondamente convinti di tutto questo, nell’immediato chiediamo al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio dei Ministri di prendere in seria considerazione l’opportunità di restituire rilevanza centrale al Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare, nominando un nuovo Ministro, in grado, per cultura, formazione e convinzioni profonde, di porsi come valido punto di riferimento nei confronti di quella parte della società civile in cui non si è ancora spenta la speranza di una auspicabile pace tra le attività umane e la natura. Una pace sottolineata con forza anche dal Sommo Pontefice Francesco, nell’Enciclica Laudato Sii.
Chiediamo al Parlamento di sospendere l’attuale pericolosa e angusta corsa alle modifiche della legge quadro e di avviare un processo riformatore coraggioso e trasparente, di ampio respiro, che miri alla conservazione della natura in tutte le sue possibili articolazioni. Un processo che non tema di confrontarsi con percorsi apparentemente utopici. Perché, come insegna la Carta di Fontecchio, utopico è solo ciò che non si ha il coraggio di affrontare.

Firmano come componenti del Comitato etico-scientifico di Mountain Wilderness Italia:

Prof. Luisella Battaglia: ordinario di Filosofia Morale e Bioetica, Università di Genova.

Prof. Pietro Bellasi: già docente di Sociologia dell’Arte, Università di Bologna.

Dr. Salvatore Bragantini: economista e editorialista del Corriere della Sera. Alpinista.

Prof. Remo Bodei: ordinario di Filosofia Teoretica, Università di Los Angeles e di Storia della Filosofia e Estetica, Normale di Pisa.

Prof. Luisa Bonesio: già prof. di Estetica e Geofilosofia del paesaggio, Università di Pavia.

Prof. Duccio Canestrini: docente di Sociologia e Antropologia del Turismo, Campus di Lucca, Università di Pisa. Probiviro dell’associazione italiana Turismo Responsabile.

Dr. Alberto Cuppini: esperto in energie rinnovabili.

Dr. Federica Corrado: presidente di CIPRA Italia. Ricercatrice in tecniche e pianificazione urbanistica, Politecnico di Torino.

Enrico (Erri) De Luca: romanziere, poeta, traduttore, saggista. Alpinista.

Fausto De Stefani: Alpinista, garante di Mountain Wilderness International. Presidente onorario di Mountain Wilderness Italia.

Kurt Diemberger: alpinista, scrittore, film maker. Presidente onorario e garante di Mountain Wilderness International.

Dr. Vittorio Emiliani: giornalista, saggista, presidente del Comitato italiano per la bellezza, medaglia d’oro ai benemeriti della cultura e dell’arte.

Dr. Massimo Frezzotti: dirigente ricerca ENEA, già responsabile dell’unità tecnica Antartide. Presidente del comitato glaciologico italiano; Alpinista.

Prof. Carlo A. Graziani: ordinario di Istituzioni di Diritto Privato, Università di Siena. Già presidente del Parco Naz. dei Sibillini.

Alessandro Gogna: alpinista, guida alpina, scrittore, giornalista. Garante di Mountain Wilderness International.

Prof.Cesare Lasen: già presidente del Parco Naz. delle Dolomiti Bellunesi; botanico e protezionista.

Prof. Sandro Lovari: ordinario di Etologia e gestione della Fauna, Università di Siena.

Prof. Paolo Maddalena: prof. di Diritto per il patrimonio culturale e ambientale. Università della Tuscia; magistrato. Già Giudice Costituzionale.

Dr. Mario Maffucci: già dirigente RAI. Giornalista. Esperto in comunicazione.

Prof. Ugo Mattei: ordinario di Diritto Civile, Università di Torino. Competenze in giurisprudenza, beni comuni e ambiente montano.

Franco Michieli: scrittore, pubblicista, alpinista. Garante di Mountain Wilderness International.

Prof. Carlo Alberto Pinelli: regista, scrittore. Docente di Cinematografia Documentaria, Università Suor Orsola Benincasa, Napoli. Garante di Mountain Wilderness International.

Prof. Stefano Rodotà: prof. Emerito di Diritto Civile, Università La Sapienza, Roma. Già garante per la privacy. Già membro del Parlamento. Strenuo difensore dei diritti comuni.

Prof. Italo Sciuto: docente di Filosofia Morale, Università di Verona.

Dr. Lodovico Sella, Presidente Fondazione Sella, Garante di Mountain Wilderness International.

Michele Serra. Giornalista, opinionista, scrittore.

Prof. Salvatore Settis: ordinario di Archeologia Classica, Normale di Pisa.

Dr. Stefano Sylos Labini: dirigente ENEA, geologo, esperto di energie rinnovabili e politiche economiche.

Prof. Francesco Tomatis: alpinista; ordinario di Filosofia Teoretica, Università di Salerno. Garante di Mountain Wilderness International.

Dr. Stefano Unterthiner: firma del National Geographic. Zoologo e fotografo.

 

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Cosa bolle nel pentolone ministeriale dei Parchi Nazionali?

Alcune recenti dichiarazioni programmatiche del ministro dell’Ambiente Galletti, obbedienti a logiche aziendalistiche di sfruttamento, inducono gli ambientalisti a pensare male. Forte delle sue recenti esperienze, invece, la Rete della Resistenza sui Crinali ne pensa malissimo.

Se è vero che il ministro dell’Ambiente ha detto che i parchi “devono diventare motore di sviluppo dell’economia locale (…) per permettere alle imprese (…) di svilupparsi sfruttando il grande patrimonio naturale, ad esempio quello boschivo che non ci si può limitare a custodire come nel passato, ma che occorre appunto sfruttare” sembra di capire che il ministro non sappia che gli unici boschi italiani che sono oggetto di mera “custodia” (essenzialmente per motivi di studio) sono quelli (pochissimi) compresi nelle Riserve Naturali Integrali: un esempio su tutti è Sasso Fratino, nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi.

Al di fuori di tali casi particolari, nessuno si sogna più di concepire il bosco come statico oggetto di contemplazione, per la semplice consapevolezza che il bosco ha una sua dinamica, essendo formato da organismi che hanno un loro ciclo vitale. Che cioè nascono, crescono, invecchiano e muoiono, di norma (e per fortuna) non tutti insieme. Non a caso, tornando al nostro esempio, nel territorio del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi c’è molto di più di Sasso Fratino, e molto altro: boschi gestiti, per esempio, cioè boschi che sono oggetto di quella tecnica, e insieme scienza, che è la selvicoltura, di cui l’Italia vanta scuole plurisecolari, in cui si sono messe a punto le procedure per perpetuare la “risorsa foresta”, traendone (e salvaguardando) i molteplici benefici che può dare.
Quindi il ministro sfonda una porta aperta.

A meno che…

A meno che ben altri siano gli intenti di sfruttamento delle aree protette italiane, e che ben altri siano i servigi che si chiedono loro. Servigi che per il momento sono taciuti.

Sappiamo bene quali affaristi hanno percorso le nostre montagne negli ultimi anni. Non erano imprenditori boschivi, non erano agricoltori, allevatori, foraggicoltori, apicoltori, ma personaggi che sui crinali vedono solo una risorsa di per sè scarsa, ma che viene pagata con sovrapprezzi scaricati sull’utenza, genera profitti siderali, e consente ricche elargizioni alla compiacenza di chi dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) tutelare la vocazione dei territori. E quindi tentano in tutti i modi, questi affaristi e i loro amici, di trasformare le montagne italiane in aree industriali, per piantarci torri – fondate su colossali blocchi di calcestruzzo – costruite in acciaio e vetroresina, alte fino a duecento metri, le cui eliche fanno strage di avifauna, e per le quali occorrono ovviamente nuovi elettrodotti e nuove strade, ben diverse e supplementari rispetto a quelle necessarie alle locali attività agrosilvopastorali.
In alcuni territori questi affaristi hanno incontrato un po’ di… resistenza. Hanno spesso tentato di scardinarla con il grimaldello dei dirigenti di qualche ben individuata associazione ambientalista, più di una volta sorpresi nella doppia (meglio sarebbe dire “ambigua”) funzione di arbitri e di giocatori; pur ben sapendo che i territori dei Parchi Nazionali erano, per loro, tabù.
Siamo sicuri che questi affaristi, con il pretesto delle energie “pulite” (anche l’integrità dei torrenti sarebbe a rischio!), non stiano puntando, adesso, a scardinare il concetto stesso di area naturale protetta?
Tempo fa qualcuno di noi aveva già colto, nella viva voce di chi amministrava un qualche Parco Nazionale, l’acquolina in bocca per la prospettiva di un qualche impianto eolico industriale che “sul passo Taldeitali starebbe tanto bene”…
Dopo, non si salverebbe più niente e nessuno, dentro i Parchi o, peggio, fuori. Perchè, per ricorrere alla metafora di uno dei nostri amici, se si fanno prostituire i figli migliori, neppure possiamo immaginare la fine che si riserva agli altri.

Tamerlano

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E’ la pioggia che va, e ritorna il termoelettrico

Nonostante un maggio di piogge torrenziali, nel sistema delle grandi dighe idroelettriche si è persa un’altra massa d’acqua davvero enorme, equivalente a 1,5 TWh di potenziale produzione elettrica rispetto al già deludentissimo maggio 2015. Cui prodest? Certamente al settore termoelettrico, ma anche al settore delle FER non programmabili, e soprattutto a quello dell’eolico industriale, che non si è lasciato sfuggire l’occasione del crollo della produzione idroelettrica degli ultimi 17 mesi per chiedere (ed incredibilmente farsi promettere) altri incentivi in misura abnorme per i prossimi 20 anni. I costi ed i problemi sistemici provocati dall’implementazione massiccia di FER elettriche non programmabili sono stati una causa primaria della crisi che ha colpito l’economia italiana, ma in particolare la produzione industriale e principalmente quella dei beni intermedi, ossia il settore a maggior consumo di energia. L’atteggiamento troppo compiacente da parte degli organi pubblici di supervisione.

Quanta pioggia questa primavera! E soprattutto: quanta pioggia in maggio. Pioggia su gli spogli ciliegi di Vignola, pioggia su i lungarni fiorentini, su gli stabilimenti balneari della costa romagnola, su gli aerogeneratori divini, su le colline pugliesi fulgenti di inutili pannelli fotovoltaici accolti, sulla pianura padana folta di impianti a biomasse aulenti. Insomma: pioggia pioggia pioggia da non poterne più, tanta pioggia dappertutto; tranne là dove quella massa d’acqua sarebbe stata davvero un dono dal cielo: sui bacini degli impianti idroelettrici.

Non è uno scherzo, anche se, come prima impressione, potrebbe sembrare la storiella della nuvola di Fantozzi alla rovescia. C’è la prova provata: il rapporto mensile di maggio sul sistema elettrico della Terna.

Nel contesto di una richiesta di energia elettrica che si conferma, come nei primi quattro mesi dell’anno, in flessione (vedi pag. 3), a testimonianza di una congiuntura economica di nuovo sofferente dopo il piccolo rimbalzo del PIL (e quello ancor minore dei consumi elettrici) dello scorso anno, si può osservare (a pag. 5) che la maggior flessione della produzione rispetto al maggio 2015, sia in termini assoluti (oltre un TWh in meno) che percentuali (-18,3%), si è riscontrata proprio nel settore idroelettrico.

Il fatto appare ancora più grave se si considera che anche il maggio 2015 era stato un mese orribile per l’idroelettrico rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (come si desume da pag. 5 del rapporto Terna del maggio 2015:  un altro TWh in meno).

In totale, paragonando i dati della produzione idroelettrica del piovosissimo maggio 2016 con quelli del maggio 2014, riscontriamo un disastroso meno 1.832 GWh (- 30,4%), di cui ha tratto massimo giovamento il settore termoelettrico, che ha prodotto 707 GWh in più per colmare il vuoto che si era creato.

Si potrà obiettare: forse, come nel 2015 (vedi pag. 22 del rapporto Terna di maggio 2015), si è ripetuta la scelta di privilegiare (chissà poi perchè?) il riempimento degli invasi delle dighe fin quasi ai massimi storici. Invece no: niente di tutto questo. L’obiezione non regge guardando la tavola di pag. 22 del rapporto Terna 2016: l’invaso dei serbatoi italiani non solo non è aumentato, ma è addirittura diminuito per una massa d’acqua equivalente ad altri 500 GWh ed oltre. Il coefficiente di invaso (le righe continue del grafico a pag. 23) in maggio ha così registrato il massimo gap negativo rispetto ai valori mensili del 2015. In totale, dopo un mese di piogge torrenziali si è dunque persa una massa d’acqua davvero enorme, equivalente a 1,5 TWh di potenziale produzione elettrica rispetto al già deludentissimo maggio 2015. Mistero!
Quali le possibili spiegazioni? Se ne possono dedurre alcune, pur in assenza di dati (almeno di dati resi pubblici) adeguati a dare risposte precise su dove sia finita tutta quell’acqua, ma nessuna di esse appare soddisfacente, almeno sulla base delle priorità strategiche che le pubbliche autorità si dovrebbero porre. Anzi: una simile pervicacia nel martoriare il settore idroelettrico, iniziata – ricordiamolo – nel gennaio del 2015, farebbe desiderare che si trattasse di pura negligenza e non di altro ben più grave.

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Per resistere a Poggio Tre Vescovi abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti. Contattateci!

Serve la collaborazione di tutti. Questa volta i tedeschi non si limitano, come accadeva di solito, a voler imporre i colossali aerogeneratori made in Germany, ma scendono in campo in prima persona perché ormai vogliono accaparrarsi direttamente gli incentivi garantiti dal Governo italiano. Il locale comitato di cittadini è costretto a lottare a mani nude contro gli interessi di una potente multinazionale tedesca in grado di dispiegare enormi risorse finanziarie nel condizionamento dell’opinione pubblica italiana tramite i mass media, le promesse di vietatissime royalties ai comuni e altre grossolane iniziative di marketing. Contro questa incombente minaccia, ecco dunque l’iniziativa di una campagna di volantinaggio mirata ad informare tutti i soggetti che potrebbero subire un pregiudizio dall’apocalittico impianto, che prevede pale di potenza inusitata. Si comincia dai proprietari di seconde case, tenuti finora all’oscuro dei rischi.

AVVISO ai proprietari di seconde case

il gruppo industriale tedesco GEO mbH ha proposto di costruire un gigantesco impianto eolico di fronte a casa vostra

lungo il crinale tra Monte Loggio e Poggio dei Tre Vescovi prevedono circa 30 turbine alte ciascuna 180 metri (esatto: 180 metri!!!!!) con profonde perforazioni nelle viscere
della montagna, aumento del rischio frane e alterazioni al ciclo dell’acqua.

torrepoggio

la foto mostra a destra la turbina montata a Balze lungo la strada per Pratieghi, alta 46 m, accanto a una turbina alta
160 m, cioè di 20 metri inferiore a quelle proposte da Geo.

Geo ha promesso denaro ai Comuni di
Badia Tedalda, Casteldelci e Verghereto,
posti di lavoro e grandi benefici per tutti

MA SARA’ VERO? CHI PUO’ GARANTIRLO?
E’ INVECE GARANTITO CHE
un impianto industriale come questo
provoca sempre

  • drastico deprezzamento degli immobili
  • crollo delle attività turistiche
  • gravi danni alla salute dovuti agli infrasuoni emessi dal movimento delle pale

A tutela della salute, in Baviera e in Polonia è obbligatoria una distanza di sicurezza di
almeno 1,8 km con turbine di questa altezza e tanto potenti, ma Balze, Macchiette, Senatello, Torricella, Pratieghi, Fresciano, Montebotolino…
e molti altri borghi e case sparse della zona SI TROVEREBBERO A DISTANZE BEN INFERIORI

stiamo cercando di evitare questa sciagura ma lottiamo contro gli interessi di una potente multinazionale tedesca
ABBIAMO BISOGNO DELL’AIUTO DI TUTTI
vi invitiamo a mettervi in contatto con noi

“Comitato cittadino Salviamo Poggio Tre Vescovi  Badia Tedalda, Casteldelci, Verghereto”

fumaiololibero@tiscali.it
tel. 333 4691 004

volantino seconde case 200616

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L’eolico a Scansano dopo dieci anni: dalle belle favole alla cruda realtà

Nel recente bilancio di previsione del Comune leggiamo l’implicita condanna di una scelta che avrebbe dovuto portare il benessere perpetuo alla popolazione locale. Il tempo è sempre galantuomo: ora gli amministrati dovranno pagare gli errori e le false promesse dei loro amministratori; e tenersi le pale che allontanano il turismo in cerca delle bellezze della Toscana rurale. Aerogeneratori dalle pale lunghe e bugie dalle gambe corte. Indovinate un po’ chi ci ha guadagnato. Un ennesimo monito alle centinaia di Comuni appenninici a cui è stato gettato il micidiale amo con l’esca dell’eolico salvifico. 

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Scansano: l’impianto eolico che incombe sul Castello di Montepò (XI secolo), posto al centro dei vigneti del Morellino.

Il Comune di Scansano (GR) è in bolletta.
Un buco da 700.000 euro affonda le casse comunali e nel bilancio di previsione 2016-2018
delibera bilancio Scansano la cosiddetta “spending review” – ossia il taglio delle spese correnti – la Giunta cerca disperatamente di turare la falla, per “evitare il dissesto finanziario dell’Ente”.
Le soluzioni sono allarmanti per la popolazione: chiusura del teatro al termine della stagione 2016; riduzione dei percorsi dello scuolabus e sospensione del servizio di accompagnamento sul trasporto per la scuola dell’infanzia; incremento di quasi il 65% delle tariffe per la refezione scolastica; incremento delle tariffe cimiteriali e introduzione di una tariffa sulla sepoltura; riduzione delle pulizie per gli uffici del Comune a solo uno o due giorni a settimana; Museo della Vite e del Vino aperto solo durante il periodo estivo con addetti del servizio civile regionale. E altre iniziative disperate di fare cassa, come l’installazione di autovelox.
Ciò che colpisce del deficit di bilancio è che questo Comune circa 10 anni fa salì alle cronache di tutta Italia per essere diventato sede di un discusso impianto eolico
di grandi dimensioniil prototipo per l’Italia centrale – da cui, stando alle dichiarazioni di politici ed amministratori, avrebbe tratto grandi benefici di sviluppo, progresso e turismo.
All’epoca della realizzazione l’assessore regionale Anna Rita Bramerini affermava con enfasi, che “… il parco eolico di Scansano rappresenta un esempio virtuoso, … con i suoi 20 megawatt è il più potente e produttivo del centro Italia.” (dal sito della Regione). E ciò avrebbe comportato sensibili ricadute per gli introiti dell’Amministrazione, oltre che posti di lavoro e folle di turisti.
Anche l’allora sindaco Morini dichiarava entrate rilevanti dall’impianto eolico (si assicuravano 120 mila euro all’anno) e dagli impianti fotovoltaici, voluti a spada tratta benché paesaggisticamente impattanti.

Ora c’è da domandarsi come mai la cruda realtà smentisca le rosee previsioni.

L’impianto non produce energia adeguata a sostenere i bilanci comunali? Le stime dell’epoca erano alquanto sovradimensionate? Lo sviluppo e i posti di lavoro sono evaporati come neve al sole? I turisti preferiscono le antichità di Sorano alle pale eoliche di Scansano?

Fatto sta che all’epoca ci fu una vera e propria mobilitazione di molte forze politiche ed istituzionali a favore dell’impianto, come il Presidente della Provincia, quello della Regione, Legambiente, e infine le pressioni sul Consiglio di Stato per la riapertura, mentre ad oggi il parco eolico dimostra infondate tutte le opportunità millantate e lascia in braghe di tela l’Amministrazione comunale, priva anche della copertura alle spalle da parte della tramontata Provincia.

Chi ci ha guadagnato in questo affare? Non di certo la popolazione, con posti di lavoro mai visti e il panorama del Castello di Montepò violato dai mostri eolici. E, a quanto risulta, tantomeno l’Amministrazione! Forse solo la società che gestisce l’impianto. Ne valeva la pena?

Ci auguriamo che adesso la popolazione di Scansano pretenda dai suoi amministratori almeno di chiarire che cosa si intende con la direttiva “definire la pratica relativa alla convenzione con la società proprietaria del parco eolico, valutando se preferibile sottoscrivere una nuova convenzione, come proposto dalla ditta, oppure attivarsi affinché siano rispettati gli impegni assunti con la convenzione vigente, al fine di stabilire i proventi effettivamente spettanti al Comune di Scansano”. Sembrerebbe che “gli impegni assunti” dai proprietari dell’impianto non siano stati rispettati e, allo stesso tempo, quegli stessi proprietari propongano… una nuova convenzione! Altrove ci si attenderebbe di conoscere tutti i numeri dell’impianto di questi dieci anni (Qual è stata la produzione reale? E quanto il gettito per le casse comunali? Quale differenza con le promesse? A quanto ammonta il contenzioso?) e la punizione dei responsabili di tutte le panzane che erano state raccontate.

Morale della favola: si auspica che la vicenda sia di monito per altre imprese simili, prive di valide analisi economiche; ma lasciamo le favole al mondo dei bambini!

Sennuccio del Bene
Comitato GEO – Ambiente & Territorio di Monterotondo Marittimo (GR)
https://grcoord.wordpress.com/geo-monterotondo/

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Passeggiata naturalistica dal Poggio Tre Vescovi a La Montagna, nel sito minacciato dall’eolico industriale

Giovedì 2 giugno dalle Balze di Verghereto, a 9 chilometri dall’uscita della E45. Ritrovo alle ore 9.30 presso la chiesa delle Balze. Un evento WWF Forlì-Cesena da condividere e divulgare.

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Lungo il crinale fra Poggio Tre Vescovi e Monte Loggio (fra Romagna e Toscana) si riscontra una ricca biodiversità, con specie e habitat di notevole interesse naturalistico, che andrebbero preservati e tutelati, ma che tuttavia permangono in uno stato di minaccia in seguito alla paventata realizzazione del progetto di Geo Italia del mega impianto eolico  “Tre Vescovi-Fresciano”, costituito da 27 aerogeneratori eolici (nell’ultima versione conosciuta del progetto) alti 180 metri.
Il WWF Forlì-Cesena guiderà i partecipanti interessati ad una passeggiata dimostrativa per osservare, riconoscere, documentare e salvaguardare gli aspetti naturali di questa zona.

Consigliabile un binocolo, abbigliamento escursionistico e zainetto con acqua e viveri per il pranzo al sacco.
Il trasferimento dalle Balze  al punto di inizio dell’escursione (strada per Pratieghi, presso il bivio per Colorio alle ore 9.50) avverrà con mezzi propri.

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I chilometri da percorrere a piedi non saranno tanti, forse una decina in tutto, perché perlopiù si potrà girovagare liberamente per identificare habitat e specie di Rete Natura 2000.

WWF Forlì-Cesena

 

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Il crollo del prezzo dell’energia elettrica fa saltare ogni previsione di contenimento degli incentivi alle FER entro il tetto massimo previsto dalla legge

In costanza dei prezzi dell’ultimo trimestre sul mercato elettrico all’ingrosso, lo sforamento dei limiti di spesa si verificherà all’inizio del 2017 anche senza gli ulteriori regali promessi agli eolici con l’incombente decreto del MISE. Ma già quest’anno il fabbisogno economico per la componente A3 della bolletta, dedicata agli incentivi alle rinnovabili, è previsto al massimo storico di 14,4 miliardi di euro: si sta realizzando esattamente quanto denunciato da 13 associazioni ambientaliste nel luglio scorso. L’ambiguo ruolo del GSE.

Proprio mentre in Italia ci si baloccava attorno al referendum – insulso ed inutile – delle trivelle, la realtà prendeva silenziosamente il sopravvento sulle fantasie di gran parte dell’ambientalismo italiano, che non ha perso l’occasione di far sfoggio ancora una volta della propria assoluta purezza ideologica anche a costo di andare incontro ad una sconfitta certa (consigliamo a questo proposito la lettura dell’articolo di Giovanni Ferraro sul Foglio del 20 aprile, dal titolo “Salviamo le energie rinnovabili dai rinnovabilisti e dai loro slogan“:

“La lobby verde ha perso il referendum, per sua fortuna”). Questa rigidità sulle questioni di principio, pur apprezzabile nei comportamenti individuali, in politica sconfina di frequente in atti di evidente autolesionismo a danno di tutto un movimento, come da noi peraltro già riscontrato, ad esempio, nel rigoroso adeguamento al karma dell’ “eolico senza se e senza ma” predicato dai vertici delle organizzazioni green più misticheggianti (che sono in genere anche quelle che svolgono la più intensa attività di lobby nei corridoi del potere a Roma e a Bruxelles).
Negli ultimi tre mesi, e nell’assoluta indifferenza dei media italiani (anche loro assorbiti nella appassionante disputa referendaria sulla dottrina dell’homooùsion tra trivelle in mare e Male Assoluto), è accaduto qualcosa, a livello geopolitico, che potrebbe rivelarsi epocale, a vantaggio (forse) dell’ambiente e per il contenimento della minaccia del riscaldamento globale nel medio periodo.
Tralasciamo tuttavia per il momento la geopolitica ed occupiamoci, qui ed ora, di alcune piccole miserie (relativamente piccole, ma dalle conseguenze incombenti) che riguardano il nostro orticello e che dei recenti sommovimenti geopolitici sono una flebile eco.

In febbraio il prezzo settimanale medio di acquisto dell’energia nella borsa elettrica (PUN) è improvvisamente crollato sotto i 40 euro al MWh e non è più risalito nei tre mesi successivi, collezionando anzi una serie consecutiva di record storici negativi, culminati nel minimo di 30.94 euro nella prima settimana di aprile. Ricordiamo che nel 2014 e nel 2015 il prezzo di acquisto medio dell’energia elettrica (che è alla base del calcolo degli incentivi per i certificati verdi) si era mantenuto costante attorno al valore di 52 euro per MWh, già relativamente basso (era a 75 euro nel 2012).

Facile immaginare le conseguenze sugli incentivi da pagare alle FER elettriche non fotovoltaiche (delle quali abbiamo intenzione di occuparci in questa sede), addebitati nella componente A3 delle bollette: tali incentivi sono per lo più calcolati partendo da una tariffa feed-in, cioè garantendo all’energia elettrica prodotta un ricavo fisso predeterminato. L’onere (pubblico) dell’incentivo si calcola quindi come differenza tra tale ricavo fisso ed un valore di mercato. Nel caso dei certificati verdi (o, per meglio dire, dell’incentivo equivalente che li ha sostituiti), ad esempio, questo valore di mercato è stato fissato proprio nel prezzo di acquisto medio dell’elettricità nell’anno precedente. Tale sistema di calcolo provoca un inevitabile sfasamento temporale di qualche mese tra le variazioni dei prezzi di mercato e le variazioni corrispondenti (ma di segno opposto) nell’entità degli incentivi. Morale della favola: se il prezzo medio in borsa del MWh elettrico, costante da ormai tre mesi a livelli di poco superiori ai 30 euro, sarà confermato per il resto dell’anno, il prossimo gennaio la spesa per incentivi alle FER non FV farà un balzo verso l’alto, schiantando il tetto massimo di spesa fissato dalla legge (5,8 miliardi all’anno), con buona pace di tutti gli sforzi dei lobbysti per dimostrare il contrario.
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Perché resistiamo

La nostra ferma opposizione all’invasione sregolata degli impianti eolici non rappresenta l’ossessione di un gruppo di irresponsabili poeti, patetici cultori di un estetismo di retroguardia, come i nostri detrattori amano dipingerci. Noi lottiamo per la sopravvivenza delle mille e mille forme visibili di un patrimonio culturale in cui vive la nostra identità di italiani“.
Così il regista Carlo Alberto Pinelli, presidente di Mountain Wilderness, conclude il suo articolo “L’energia eolica e il paesaggio massacrato“, scritto per il blog di BANFF.

La Rete della Resistenza sui Crinali ripropone di seguito la parte più significativa di quell’articolo, trascurando per una volta le pur validissime obiezioni di natura economica, finanziaria ed ingegneristica all’eolico industriale, perché le tesi culturali qui espresse da Pinelli rappresentano un autentico manifesto dello sfaccettato movimento avverso alla colossale speculazione eolica di questi ultimi anni. “E’ ormai tempo di concedere anche ai paesaggi naturali la stessa dignità universale che la società moderna ha finalmente imparato a concedere alle opere d’arte”.

Con questo mio testo intendo affrontare l’argomento delle energie rinnovabili prodotte dal vento, prendendo come punto di partenza – e anche come stella polare – la mia esperienza personale; una esperienza in cui credo si riflettano – al di là delle diversissime articolazioni individuali – le esperienze e i vissuti di tutti coloro per i quali il paesaggio non è soltanto qualcosa che si può ammirare affacciandosi da un belvedere ben protetto, magari raggiunto con una funivia, o fermando per qualche frettoloso minuto la propria auto ai margini del guard-rail di una strada carrozzabile.
Ho la pretesa di interpretare i sentimenti e le convinzioni di quella non marginale minoranza di abitanti del Pianeta che non si riconosce nella mentalità di chi riduce il paesaggio ad una gigantesca diapositiva a colori, collocata prudentemente sullo sfondo e destinata a suscitare di conseguenza solo effimere fibrillazioni estetiche. Il senso del paesaggio, per me e per tanti nostri simili, non si esaurisce nella scenografia del panorama, per quanto suggestiva essa possa apparire. Io appartengo alla schiera di quelli che i guard-rail li scavalcano, non soltanto metaforicamente e che la sera, quando si voltano a osservare un panorama, ripercorrono con lo sguardo e col cuore un paesaggio nel quale sono stati immersi per tutta la giornata e di cui conoscono ogni piega e ogni sfumatura, per averle interiorizzate, passo dopo passo, quinta dopo quinta, dislivello dopo dislivello.
Insomma uno sguardo partecipe, familiare, affettuoso come quello che si riserva a un amico, o al focolare della propria dimora materna.
Chi mi conosce immagina che i paesaggi ai quali istintivamente sto facendo riferimento siano principalmente quelli – immensi e selvaggi – che si possono ammirare dalla vetta di una montagna raggiunta dopo ore o settimane di sforzi, anche affrontando seri pericoli; paesaggi che rientrano nella categoria estetica ed etica del sublime di matrice romantica; e questo è in parte vero, non posso né voglio negarlo.
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La campana della guerra eolica in Alta Irpinia suona anche per te

Un monito ai sindaci-apprendisti stregoni dell’alto Appennino che vorrebbero ricalcare le orme dei loro colleghi meridionali. Troppe esperienze ormai insegnano che scoperchiare per trenta denari il vaso di Pandora dell’eolico selvaggio in casa propria non è una saggia decisione. Il vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia Claudio Fava celebra il ruolo dei comitati come irrinunciabili presidi del territorio. Fava: “L’eolico può costituire la porta d’accesso attraverso la quale far permeare meccanismi criminali nell’economia locale.

Allontaniamoci per un momento dalle grane sulle nostre montagne per presentare una rassegna stampa delle tristi vicende dell’eolico impazzito nell’Irpinia orientale.
Ringraziamo tutti i giornali da cui abbiamo tratto i brani che seguono (rinviando ai rispettivi siti web chi desidera approfondire le loro inchieste), ma in particolare elogiamo, per il costante impegno civile profuso, “Il Ciriaco” e “La nostra voce”. Un apprezzamento speciale va riservato ai giornalisti Emma Barbaro e Domenico Bonaventura per il coraggio – non solo intellettuale – che dimostrano. Non c’è molto da aggiungere alle loro parole: limiteremo perciò i nostri commenti al minimo indispensabile.
E dunque l’Alta Irpinia… Pochi la conoscono perchè, fino a poco tempo fa, compariva di rado nelle cronache. Ma l’Alta Irpinia, dopo l’invasione improvvisa dell’eolico, ha perso l’aurea di essere una delle poche zone del Sud dove la presenza della criminalità organizzata non appariva endemica. Come la Basilicata, del resto, ed anche in Basilicata gli amministratori locali si stanno ora impegnando al massimo nell’autorizzare quanto più eolico possibile, per essere sicuri di ottenere poi lo stesso discutibile risultato.
Alla fine, il numero e la gravità degli episodi criminali concentrati nei Comuni dell’Irpinia orientale ha spinto anche il Corriere del Mezzogiorno ad occuparsene, con l’articolo di Emma Barbaro dell’ 8 febbraio “Irpinia, minacce e attacchi all’eolico con kalashnikov e camion incendiati“.

In Irpinia d’Oriente si spara ai centri di connessione in rete che convogliano l’energia prodotta dagli aerogeneratori sulla rete elettrica nazionale, si piazzano ordigni rudimentali alle spalle di sottostazioni Enel, si incendiano mezzi e si dà fuoco a rotoballe di pertinenza di consiglieri comunali troppo attivi sul fronte del dissenso. Tredici attentati solo a partire dal mese di agosto.
Nel numero non viene conteggiata la morte di Donato Tartaglia, attivista del comitato No eolico selvaggio, derubricata a suicidio (ancorchè “anomalo”) ma che, soprattutto perchè verificatasi in un simile contesto, desta enormi perplessità.

Prosegue il Corriere del Mezzogiorno:
Una escalation incredibile per un territorio che della tranquillità ha fatto la propria coperta di Linus. Sullo sfondo, il dilagare indiscriminato dell’affaire eolico. Quasi 300 gli aerogeneratori già installati, 21 i progetti autorizzati dalla Regione Campania per l’ammontare complessivo di circa 400 nuove pale. Senza contare, ovviamente, il proliferare indisturbato del mini eolico.
In un clima di fibrillazione i comitati, saturi, scelgono di denunciare i fatti direttamente al prefetto di Avellino. Questi, per la fine del mese di ottobre, convoca il Comitato per l’Ordine Pubblico e la Sicurezza e aumenta i controlli sul territorio. Arriva persino l’Antimafia con Rosy Bindi che (…) conferma la sua preoccupazione rispetto agli avvenimenti dell’Irpinia d’Oriente. La risposta, tuttavia, non si lascia attendere.
Il 17 novembre scorso due ordigni artigianali vengono piazzati da ignoti a ridosso della sottostazione Enel sita a meno di 700 metri dal casello autostradale di Lacedonia. Uno esplode, ma non fa danni evidenti. L’altro, successivamente, viene disinnescato dagli artificieri. «Un clima da vero e proprio far west, la situazione sta sfuggendo di mano a chi ha il compito di presidiare il territorio – arringa il coordinamento dei comitati -. La questione sta assumendo carattere diffuso e continuo, lo Stato faccia qualcosa». E lo Stato, con Claudio Fava, risponde alla chiamata“.
Già il 16 gennaio, prima dell’avvento di Fava, i sindaci della zona – disperati – si erano riuniti in assemblea ad Aquilonia,
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Si sgretola il fronte dei tre Comuni favorevoli all’impianto di Poggio Tre Vescovi

Notizia bomba dalla assemblea di questo pomeriggio alle Balze di Verghereto (FC), a cui hanno partecipato oltre un centinaio di persone molto determinate ad essere bene informate e ad esprimere la propria opinione: l’Unione dei Comuni della Valmarecchia (di cui Casteldelci fa parte) si è espressa contro il “mega progetto GEO per le pale eoliche a Poggio Tre Vescovi”. La situazione di stallo alla Conferenza dei Servizi dell’ottobre 2011, che aveva richiesto l’attuale mediazione del Consiglio dei Ministri, era stata allora determinata dalle posizioni discordanti delle istituzioni coinvolte: da un lato si erano schierate le due Regioni interessate (Toscana ed Emilia-Romagna), il Ministero per i Beni Culturali e la Provincia di Arezzo, con i loro pareri negativi sul progetto. Dall’altro lato i tre Comuni direttamente interessati, cioè Badia Tedalda (AR), Casteldelci (RN) e Verghereto (FC), che sin dall’inizio avevano invece manifestato posizioni favorevoli. Oggi il fronte dei favorevoli appare ulteriormente assottigliato, sulla spinta di una pressione popolare che nel 2011 era mancata per carenza di informazioni.

Proponiamo di seguito il documento redatto dalla Giunta dell’Unione dei Comuni Valmarecchia:

Da tempo si richiede una nuova politica per la montagna. I protagonisti devono essere i suoi abitanti e i suoi amministratori che devono indicare, in un contesto di una autonomia non separata da fondovalle e costa, le idee forza per invertire la tendenza allo spopolamento. In questo contesto un investimento della GEO di 250 milioni di euro a Poggio Tre Vescovi per un parco eolico appena più piccolo di quello già bocciato NON CI CONVINCE. Anzi, chiediamo al Governo di assumersi la responsabilità di porre fine a questo procedimento, che di fatto impedisce ai soggetti imprenditoriali ed istituzionali locali di predisporre adeguati progetti di energia eolica appropriati per quel piccolo crinale e condiviso dalle popolazioni locali.
La montagna deve guardare in altre direzioni rispetto allo sfruttamento industriale del territorio. Gli strumenti per la progettazione e la realizzazione di interventi appropriati per l’alta valle ora ci sono, a cominciare dal GAL che porterà nelle valli del Marecchia e del Conca 9,5 milioni di euro. Poi occorrono provvedimenti per gli alleggerimenti burocratici e fiscali specie per i giovani, la BANDA LARGA, il mantenimento dei servizi essenziali e delle strutture di aggregazione e accoglienza, la cura e la protezione della biodiversità accompagnata ad una cultura della custodia del territorio, un potenziamento delle filiere corte e dei mercati locali.
Inoltre si deve pensare ad un paesaggio pulsante di vita e non ad un deserto verde o ad uno spazio solamente ludico, con il finanziamento delle unità amministrative locali in base ai bisogni della loro estensione territoriale e non in base al numero dei suoi abitanti, con una crescita intelligente e sostenibile basata sulla innovazione e sulla conoscenza della montagna, con importanti ricadute occupazionali.
Quindi le nostre contrarietà sul mega impianto eolico della GEO derivano dalla consapevolezza che LA MONTAGNA PUO’ RIPOPOLARSI SE E’ IN GRADO DI ATTINGERE ENERGIA IN SE STESSA, AUTONOMAMENTE E SENZA LASCIARSI ILLUDERE DA COLONIZZATORI LONTANI ED INAFFERRABILI, che non riusciamo ad immaginare come benefattori delle nostre montagne.

La Giunta dell’Unione dei Comuni Valmarecchia

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Sabato prossimo alle 15 assemblea pubblica alle Balze di Verghereto (FC) contro l’impianto di Poggio Tre Vescovi

Sfida dei residenti all’omertà che finora aveva protetto la riproposizione del mostro eolico nel Montefeltro di Piero della Francesca.

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La debacle dell’eolico in dicembre svela il bluff delle rinnovabili elettriche non programmabili

Lo scorso anno, per la prima volta in Italia, diminuzione della produzione da eolico rispetto all’anno precedente. Non è stato dunque neppure sufficiente, per mantenere la produzione eolica del 2014, l’aumento del costosissimo potenziale installato. I disastrosi risultati del 2015 della produzione elettrica da FER hanno rappresentato una condanna della politica perseguita a favore delle rinnovabili elettriche non programmabili (eolico e fotovoltaico) e della decisione, attuata dall’inizio dello scorso anno, di sacrificare l’idroelettrico, destinato a loro riserva. Colpevole crollo del rapporto annuale tra produzione da rinnovabili e consumi interni. In dicembre, gli effetti contemporanei della siccità, che si protraeva da novembre, di un periodo di totale mancanza di vento e di un picco di consumi verificatosi dopo il tramonto avrebbero fatto collassare un sistema di generazione elettrica basato esclusivamente sulle FER.

Proponiamo di seguito l’articolo dell’Astrolabio, che ringraziamo per l’autorizzazione, pubblicato sotto il titolo “La frittata perfetta“.

Dal rapporto mensile di Terna sul sistema elettrico del dicembre scorso si ricavano alcune interessanti osservazioni, che riguardano sia quanto accaduto durante il mese sia una prima sintesi provvisoria dei risultati dell’anno 2015, che rappresentano una condanna della politica perseguita a favore delle rinnovabili elettriche non programmabili (eolico e fotovoltaico) e della decisione di sacrificare l’idroelettrico, almeno nei primi dieci mesi dell’anno, destinandolo a loro riserva.
Il rapporto rivela un episodio fortemente significativo per il sistema elettrico italiano, avvenuto nel dicembre scorso, e cioè che gli effetti di un mutamento climatico eccezionale (sia pure di natura puramente contingente, ossia limitato a poche settimane) hanno rischiato di compromettere la stabilità del sistema stesso. L’intervento della struttura tradizionale di produzione di energia elettrica ha consentito che la cosa passasse inosservata. Ma è chiaro che gli effetti contemporanei della siccità, che si protraeva da novembre, di un periodo di totale mancanza di vento e di un picco di consumi verificatosi dopo il tramonto avrebbero rischiato di far collassare un sistema di produzione basato sulle FER.
Il crollo della produzione idroelettrica in dicembre rispetto allo stesso mese dello scorso anno è stato altissimo in valori assoluti (-2,1 TWh in un solo mese) ma ancora più impressionante in percentuale (-51%). Questo dato negativo, che si è ripetuto mese dopo mese dall’inizio del 2015 per ragioni non espressamente dichiarate dai produttori, questa volta è stato causato davvero dalla siccità. Ma il collasso della produzione idro, lo scorso mese, è stato accompagnato da un tracollo ancora peggiore in termini percentuali (-54% e cioè per oltre 0,8 TWh), della produzione da eolico. I quasi 3 GWh che sono venuti a mancare da queste due fonti, oltre tutto in presenza di una maggiore domanda di energia elettrica, sono stati compensati da un aumento della tanto deprecata produzione termoelettrica (+ 2,5 TWh, pari ad un +16%) e dall’aumento delle importazioni (0,5 TWh), che sappiamo essere in gran parte elettricità prodotta in Francia e Svizzera (e venduta a prezzi stracciati nelle ore notturne per i noti motivi)… dagli impianti nucleari.
Insomma: al primo concreto stormire di fronde di un annunciato mutamento climatico (in questo caso un piccolo mutamento meteorologico contingente, limitato al solo mese di dicembre), il sistema italiano della produzione da FER ha dimostrato la sua incapacità di affrontare l’emergenza, ed anzi si è dimostrato esso stesso un puro elemento di crisi, costringendo a ricorrere in modo massiccio alla produzione estera ed ai residui impianti termoelettrici nazionali. Che saranno in futuro sufficienti ad affrontare le crisi solo finché saranno funzionanti, visto che qualcuno chiede a gran voce la loro totale sostituzione con impianti FER.
Il rapporto Terna tratta anche il bilancio energetico elettrico dell’intero 2015 (bilancio parziale e provvisorio) confrontandolo col 2014. A parte un lieve aumento (+1,5%, cioè appena la metà della diminuzione del solo 2014) della richiesta di energia elettrica (che sappiamo imputabile probabilmente alle maggiori temperature registrate in estate), il dato più significativo è stato il crollo della produzione (quasi 15 TWh, cioè il 25% della produzione in meno!) del sistema idroelettrico, crollo di cui ho trattato diffusamente sul sito della Rete della Resistenza sui Crinali, denunciando come sia già in atto la riduzione a riserva del sistema delle grandi dighe dell’idroelettrico italiano per colmare il deficit di programmabilità di eolico e fotovoltaico (FV).
Nel rapporto è altresì interessante notare, per la prima volta in Italia, la diminuzione della produzione da eolico rispetto all’anno precedente (0,5 TWh in meno rispetto al 2014, pari ad un –3,3%). Non è stato dunque neppure sufficiente, per mantenere la produzione eolica del 2014, l’aumento del potenziale installato (che a fine ottobre veniva annunciato – da una fonte di parte – a +280 MW nei primi 10 mesi dell’anno). Ci si deve perciò attendere, per l’effetto combinato di questi due dati, una riduzione della produttività eolica nel 2015 nell’ordine del 7% (o superiore) rispetto al 2014. Questo riporterebbe le ore utili dell’eolico in Italia sulle 1600 ore all’anno, dopo i dati molto elevati degli ultimi due anni, più ventosi rispetto alla media precedente. Non è escluso neppure, come già sta avvenendo in Germania ed in Spagna, che questa diminuzione sia dovuta al prevedibilissimo effetto dell’usura a cui sono stati sottoposti gli impianti installati da più tempo, che hanno una presunta vita utile, prima di dovere sostituire parti importanti degli aerogeneratori, di appena 12 – 15 anni. I prossimi anni ci confermeranno se, anche per l’Italia come per Spagna e Germania, sia già in atto questo processo di rapido logorio delle componenti meccaniche delle macchine causato dalle loro stesse dimensioni e dalle condizioni estreme in cui operano. Esso rappresenterebbe una conferma dei timori che il sistema della produzione elettrica da eolico dovrà essere perpetuamente rifinanziato, anche solo per mantenere la produzione attuale, con gli stessi elevati incentivi correnti, per sostituire di frequente gli aerogeneratori, che permangono costosissimi ed inefficienti.
La contestuale diminuzione della produzione annua da idro (14,8 TWh) e da eolico (0,5 TWh) e l’aumento della richiesta di elettricità (4,7 TWh), per un gap enorme rispetto al 2014 di circa 20 TWh, è stata compensata nel 2015 dall’aumento della produzione termoelettrica (+13,8 TWh), delle importazioni (+4,1 TWh) e, parzialmente, dal FV (+ 2,8). L’erratica produzione da FER non programmabili ha anche permesso un incremento dell’export (sarebbe bello sapere a quali prezzi: immagino a prezzi vili e forse negativi) di 1,4 TWh. Insomma: dal triplice punto di vista della bilancia commerciale, della spesa per gli utenti in bolletta (che non ha avvertito la consistente diminuzione del prezzo del gas naturale, driver primario del mercato all’ingrosso dell’elettricità in Italia) e dell’emissione di gas clima alteranti, i nostri filo eolici hanno realizzato la “frittata perfetta”. Ora ci attendiamo che essi stessi utilizzino questi dati disastrosi, che hanno avvantaggiato soprattutto il settore termoelettrico, per chiedere spudoratamente ancora più incentivi per nuove pale.
Ma la vera condanna del sistema elettrico italiano basato sulle FER non programmabili, che dovrebbe convincere i decisori politici ad abbandonare questa politica e soprattutto a non puntare su eolico e FV per conseguire gli obiettivi europei al 2030, si ricava dal grafico a pag. 12

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Nuova ribalta per il mostro eolico di Poggio Tre Vescovi

Ricompare improvvisamente a Roma, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il progetto di uno degli impianti eolici onshore più grandi d’Europa, capace di modificare, oltre al delicato ecosistema di crinale, la percezione del paesaggio dell’intero Montefeltro. Un atto di dileggio proprio in occasione delle celebrazioni del sesto centenario della nascita di Piero della Francesca. Il faraonico progetto è stato presentato dalla Geo Italia, una minuscola società a responsabilità limitata del tutto priva degli enormi requisiti patrimoniali richiesti dalla legge come garanzia per partecipare alle eventuali aste competitive per aggiudicarsi gli incentivi pubblici e che addirittura risulta dal 2013 in… liquidazione volontaria!

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Ce lo aspettavamo. Il grande impianto eolico di Poggio Tre Vescovi, progettato per essere installato sul crinale appenninico tra Romagna e Toscana, non poteva finire in un cassetto dopo la favorevole sentenza del TAR del Lazio. Dopo alcune settimane di indagine per capire che cosa stava succedendo a Roma e di estenuanti richieste di accesso agli atti, cominciamo ad intuire qualcosa.
La vicenda cominciò nel 2010, con la domanda di verifica presentata dalla ditta proponente, la Geo Italia srl, alle due Regioni interessate, Toscana ed Emilia-Romagna. Il progetto era imponente. Prevedeva 36 aerogeneratori, ciascuno da 3,5 MW per una potenza complessiva pari a 126 MW, con torre di altezza al mozzo di m 145 e diametro del rotore di m 110. Allora sarebbe stato il più grande impianto onshore d’Italia, il secondo in Europa. Le 36 torri avrebbero occupato una fascia di quasi 5 km in una zona montana di grande valore ambientale e paesaggistico, ad alta vocazione turistica: 19 in Toscana, in Comune di Badia Tedalda, Provincia di Arezzo; le altre 17 in Romagna, tra il Comune di Casteldelci (13) allora appena passato alla Provincia di Rimini, e il Comune di Verghereto (4), in Provincia di Forlì-Cesena. Un elettrodotto avrebbe collegato l’impianto via Badia Tedalda fino a Sansepolcro (l’antica Borgo, la città di Piero della Francesca) in Val Tiberina.
Complessi furono i passaggi dell’iter burocratico, dato anche l’alto numero di istituzioni coinvolte, le quali durante la Conferenza dei Servizi dell’ottobre 2011 rimasero su posizioni discordanti. Da un lato si schierarono le due Regioni, il Ministero per i Beni Culturali e la Provincia di Arezzo, ribadendo il loro parere negativo sul progetto. Dall’altro lato i tre Comuni direttamente interessati, che sin dall’inizio avevano invece manifestato posizioni favorevoli. La situazione di stallo, come prevedeva la legge, a quel punto richiedeva la mediazione del Consiglio dei Ministri.

Nel gennaio 2012 la Presidenza del Consiglio dei Ministri confermava la bocciatura del progetto, riprendendo le ragioni delle amministrazioni contrarie: rilevanti gli impatti sul paesaggio, sulla vegetazione e la fauna, sull’assetto idrogeologico dei terreni interessati, sia durante la fase di cantiere che a fine lavori, carente la sostenibilità ambientale ed economica, insufficienti le misure di mitigazione e compensazione.
La Geo Italia fece immediato ricorso al TAR del Lazio, denunciando un vizio di forma: il Consiglio dei Ministri invece di favorire una mediazione tra le parti – sua unica prerogativa – aveva espresso un parere sul progetto, sostituendosi alle parti stesse. Nel febbraio 2015, e siamo ormai a ieri, il TAR ha accolto il ricorso della Geo Italia, che prontamente ha rimesso in gioco il suo progetto.
L’iter a questo punto non è ripartito da zero, ma dalla situazione di stallo raggiunta a fine 2011. Il Consiglio dei Ministri, obbligato dalla sentenza del TAR, nel novembre 2015 ha convocato tutte le istituzioni e parti interessate – Regioni, Province, Comuni, Autorità di bacino, Comunità montane, ARPA, AUSL, Soprintendenze, ENEL, TERNA… – per aprire un’istruttoria di VIA interregionale, chiedendo alla Geo Italia di riformulare il progetto.
La Geo Italia, nella successiva riunione del 18 dicembre, ha presentato modifiche e proposte di variazioni del tutto risibili: riduzione della movimentazione terre, riduzione del numero di aerogeneratori (da 36 a 34, oppure 31), riduzione dell’altezza al mozzo (da m 145 a 124, oppure 99). La Regione Toscana ha chiesto tempo per nuove valutazioni, avendo nel frattempo adottato un nuovo piano paesaggistico (PAER/PIT). Hanno chiesto tempo e nuova documentazione anche la Regione Emilia-Romagna e il MIBACT- Direzione Generale del Paesaggio.
Tra l’altro, dal dicembre 2013 (!) la Geo Italia risulta in liquidazione volontaria. Non a caso, nel 2012 era stato modificato, riducendolo e contingentandolo, tutto il sistema incentivante gli impianti eolici, con l’introduzione del sistema basato sulle aste competitive per gli impianti di potenza superiore a 5 MW. E’ perciò comprensibile il nostro sconcerto. Ma nel frattempo le Soprintendenze sono state depotenziate e gli equilibri del 2011 non sono più gli stessi. L’unica costante del faraonico progetto “a geometria variabile” è la promessa di altrettanto faraonici, inalterati e munifici “Compensi ambientali” (sulla cui dubbia legittimità sarà interessante discettare) destinati alle casse dei tre suddetti Comuni, che devono esprimere il proprio parere in sede di VIA.
Anche i sindaci dei tre Comuni interessati all’installazione delle torri sono cambiati, ma non sembra che rispetto ai loro predecessori abbiamo cambiato linea. All’ultima riunione a Roma quello di Casteldelci era assente, ma dalle sue dichiarazioni alla stampa non sembra sfavorevole. Era invece presente il sindaco di Verghereto. Non ha espresso dichiarazioni, ma dal programma con cui ha recentemente vinto le elezioni non si direbbe ostile all’eolico. Presente anche il sindaco di Badia Tedalda, che ha invocato la necessità di un patto d’onore (sic!) tra le amministrazioni coinvolte per mantenere un accordo sul progetto fino all’autorizzazione finale.

Se l’impianto verrà un giorno realizzato, la località che risulterà maggiormente penalizzata sarà le Balze di Verghereto, principale stazione di villeggiatura. Durante i mesi della fase di cantiere i villeggianti potranno godere di nuovi spettacoli pirotecnici, in particolare sul tracciato dell’Alta Via dei Parchi, di recente attrezzata con la nuova segnaletica (e con un grosso impegno finanziario) dalla regione Emilia-Romagna. A conclusione dei lavori lo scenario dell’ampio orizzonte a meridione e la vista sui verdi declivi di Poggio Tre Vescovi sarà allietata dal girellare di una trentina di eliche, visibili peraltro anche dalla riviera riminese. Il tonfo del mercato immobiliare si riverbererà di valle in valle.
Dalle Balze si spera arrivi qualche voce dissenziente. Noi intanto, grazie anche al coordinamento della Rete della Resistenza sui Crinali e al fondamentale contributo di Italia Nostra e WWF, ci stiamo attivando per diffondere l’allarme tra i residenti e per dare voce, anche attraverso i media, a coloro che si oppongono a questa iniziativa, che ogni volta ci convince sempre di meno.

Comitato Salviamo Poggio Tre Vescovi – Verghereto (FC)

Per informazioni: Fumaiololibero@Tiscali.it

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