Ecco il documento di forte critica delle associazioni ambientaliste alla nuova SEN

E in particolare “sulle gravi conseguenze derivanti dal perdurare di una politica disinvolta in materia di insediamento di centrali eoliche”.

Roma, 31 luglio 2017

Al Presidente del Consiglio dei Ministri Paolo Gentiloni
presidente@pec.governo.it
al Ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan
caposegreteria.ministro@mef.gov.it
al Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda
segreteria.ministro@mise.gov.it
al Ministro dell’Ambiente del Territorio e del Mare Gianluca Galletti
segreteria.ministro@pec.minambiente.it
al Ministro per i Beni e le Attività Culturali Dario Franceschini
segreteria.ministro@beniculturali.it
al Ministro delle Politiche Agricole e Forestali Maurizio Martina
ministro@pec.politicheagricole.gov.it
al Ministro per la Coesione Territoriale Claudio De Vincenti
segr.ministrodevincenti@governo.it
LORO SEDI
p.c. agli organi di informazione

OGGETTO: Osservazioni al documento sottoposto a consultazione pubblica “Strategia Energetica Nazionale” e relative implicazioni negative.

Si pongono con ogni urgenza all’attenzione degli On.li Presidente del Consiglio e Ministri in indirizzo le osservazioni di cui al documento in oggetto (di seguito SEN) allo scopo di richiamare una più rigorosa valutazione, in particolare sulle gravi conseguenze derivanti dal perdurare di una politica disinvolta in materia di insediamento di centrali eoliche.
E’ opportuno premettere che nel novembre 2012 queste stesse associazioni avevano trasmesso un argomentato documento al Governo Monti in occasione della prima versione della SEN. A posteriori, tale documento, che pure non ha avuto alcun riscontro istituzionale, si è rivelato preveggente e permane attualissimo per comprendere le dinamiche che continuano a lacerare ciò che rimane del Bel Paese. Abbiamo perciò scelto di riproporlo in gran parte, aggiornandone alcuni aspetti, come base di queste nostre rinnovate osservazioni alla nuova SEN, e confidando, questa volta, in una maggiore attenzione.

Com’è noto, le scriventi associazioni sono fautrici delle fonti energetiche rinnovabili (di seguito FER), ma ben conoscono i limiti delle fonti rinnovabili elettriche intermittenti, oltre alle conseguenze della colossale speculazione finanziaria e territoriale che caratterizza il loro sviluppo da anni ingovernato.
Forti di un pluriennale impegno contro gli eccessi speculativi delle rinnovabili elettriche – e dell’eolico in particolare – e le conseguenti distorsioni a danno dell’ambiente e del paesaggio italiano e a detrimento degli altri settori della “green economy”, dopo avere constatato nei fatti l’immancabile verificarsi di tutte le negatività previste e denunciate in questi ultimi anni, le sottoscritte associazioni devono stigmatizzare come il presente documento si traduca in una ostinata riproposizione delle politiche miopi fin qui perseguite.

Il Governo italiano intende persino andare oltre gli obblighi – già soffocanti – imposti dall’Unione Europea e, per di più, adottando politiche totalmente sbagliate.
La nuova SEN decide di privilegiare, nonostante le recenti dichiarazioni in senso opposto del Ministro Calenda, la produzione da rinnovabili (il 27% dei consumi complessivi, che peraltro è un obiettivo europeo NON vincolante per i singoli Stati dell’Unione) rispetto all’efficienza energetica. Il che equivale solo a cercare di addurre più acqua in un secchiello bucato !
Peggio ancora: favorisce le FER elettriche piuttosto che il ben più promettente settore “riscaldamento – raffrescamento”.

Formalmente, l’aggiornamento del percorso della SEN ha visto consultazioni circoscritte e opinabili nelle sedi istituzionali. Basti pensare che, delle circa 40 associazioni a cui è stato richiesto un parere, la stragrande maggioranza sono società di settore; rappresentative, pertanto, di interessi privati. L’impostazione di partenza è quindi gravata da un’analisi che mira esclusivamente all’ambito energetico senza alcuna valutazione multidisciplinare che abbracci aspetti ambientali, territoriali, sociali e di politica economica.

Addirittura, l’impostazione generale della nuova SEN rappresenta per molti aspetti un notevole passo indietro rispetto al documento del 2013. Sul piano formale, viene persino eliminata la priorità da attribuire all’efficienza energetica. Il documento appare anche contraddittorio con le dichiarazioni del Ministro dello Sviluppo Economico Calenda di qualche mese fa, quando esprimeva la sua determinazione a realizzare, per il tramite della nuova SEN, una consistente discontinuità con le speculazioni del passato. Di quella forte volontà non si trova però traccia nel testo, se si esclude la pia illusione di finanziare la transizione energetica fino al 2030 senza devastanti aggravi nei costi, affidandosi ad una inesistente market parity delle FER elettriche, ad innovazioni tecnologiche velleitarie ed altri artifici retorici.

Come impressione dominante, si rileva uno iato tra i fini da perseguire ed i mezzi per realizzarli, al punto che il testo in oggetto appare più una visione “mainstream” del futuro che un documento programmatico ad uso della politica nazionale. Così, mentre alcuni aspetti positivi della transizione energetica verso le rinnovabili elettriche vengono affrontati con un approccio fideistico, molti insormontabili ostacoli che gravano sul futuro energetico – e quindi economico – della Nazione (come ad esempio l’impossibilità del reperimento, nel medio termine, di imprenditori disposti a farsi carico della costruzione degli inevitabili impianti tradizionali programmabili in funzione di backup) vengono evitati.

Nella SEN – come in qualsiasi altro recente documento pubblico italiano su questa materia – si evita qualsiasi accenno ai principali aspetti negativi già manifestatisi nella transizione energetica affidata in gran parte alle rinnovabili elettriche. In particolare, nessuna Pubblica Amministrazione italiana ha voluto calcolare, in questi ultimi anni, gli effetti negativi sul clima del carbon leakage dovuto alla rilocalizzazione di tanti impianti industriali energivori italiani nei Paesi di nuova industrializzazione, che garantiscono minori costi energetici e, insieme, più allentati vincoli ambientali. Né si è preso atto dell’arretramento economico del nostro Paese e dell’impoverimento strutturale di cittadini e imprese indotto direttamente dalla deindustrializzazione e indirettamente dall’effetto demoltiplicativo sui consumi, conseguente alla discutibile decisione di occultare la tassazione che ha finanziato l’incentivazione alle FER nelle bollette elettriche degli utenti.

Oggi, il traguardo di produzione da rinnovabili entro il 2030 sul totale del fabbisogno energetico nazionale, elevato dall’Europa al 27%, viene suddiviso dalla SEN tra i vari comparti, tra cui quello elettrico, che dovrebbe contribuire con una percentuale abnorme del 48-50%.
E’ questo dato che, oltre a privilegiare lo strumento meno premiante nella lotta ai gas serra, genera le maggiori ripercussioni sul piano territoriale.
Si ha la sgradevole impressione che ben altri che la lotta al cambiamento climatico siano gli interessi da soddisfare in continuità con le aggressioni fino ad oggi perpetrate. La si ricava dalla ripartizione tra i vari settori dell’entità dello sforzo finanziario fin qui richiesto agli italiani. La produzione da rinnovabili elettriche nel 2016 è stata di 105 TWh (corrispondente a circa un terzo dei consumi elettrici lordi), ma la produzione incentivata è stata di “solo” 65,5 TWh, che rappresentano appena il 20% dei consumi (grande idro e geotermia non sono incentivati). Ebbene, la spesa addebitata in bolletta agli italiani per i soli incentivi alle FER elettriche equivalenti al 20% dei consumi nel 2016 è stata di 14,4 miliardi di euro. Dunque questa spesa, sommata ai costi indotti dall’uso di rinnovabili non programmabili (dispacciamento – che da solo rappresenta un onere nell’ordine dei miliardi di euro all’anno – nuove reti eccetera), lo scorso anno ha superato molto abbondantemente l’uno per cento (cioè 16 miliardi) del PIL, mentre alle FER non elettriche e agli altri settori della green economy non sono andate, in senso relativo, che poche trascurabili briciole. Per avere un paragone dell’entità dell’insensato sforzo, è utile ricordare che l’oggetto del contendere della disputa per la correzione dei conti pubblici nazionali tra Unione Europea e Governo italiano, che ha occupato negli ultimi mesi le prime pagine dei quotidiani italiani, riguardava la necessità della riduzione del deficit pubblico di 3,4 miliardi, pari allo 0,2% del PIL.

Le cause di un simile irrazionale comportamento vengono da lontano, e nessuno dei Governi degli ultimi 15 anni può dirsi estraneo. E’ appena il caso di ribadire che l’obiettivo finale della politica energetica dovrebbe essere la riduzione dei gas serra, indipendentemente dalle opzioni adottate che dovrebbero invece essere scelte tra le più coerenti e razionali possibili. Il Governo Monti, anziché dirottare le risorse verso opzioni alternative e bloccare definitivamente l’incentivazione al settore delle FER elettriche che ormai aveva raggiunto l’obiettivo vincolante del Piano di Azione Nazionale (PAN), ne aveva addirittura aumentato lo stanziamento annuo da 9 a 12,5 miliardi (di cui 6,7 al solo fotovoltaico). La spesa annua per gli incentivi al non fotovoltaico (5,8 miliardi annui) rispondeva all’esigenza di una elargizione agli altri settori FER almeno dello stesso ordine di grandezza del FV (per il quale gli incentivi sono stati bloccati) e che diventava paradossalmente il vero obiettivo da perseguire. A tal fine, in occasione della prima SEN, si era ritenuto opportuno, avendo già raggiunto il target obbligatorio del PAN, seguire la strada dell’innalzamento degli obiettivi stessi per le FER elettriche. In continuità e coerenza a tale logica distorta, tale tetto di spesa di 12,5 miliardi annui appare oggi, di nuovo, il vero obiettivo da perseguire, trasformando il mezzo in un fine, e rendendo di conseguenza obbligatorio e strumentale l’aumento spropositato ed irrazionale del target delle rinnovabili elettriche. A conferma di questa percezione, nella SEN viene stravolta la logica stessa alla base dei decreti di incentivazione degli ultimi anni, che avrebbe comportato un massimo della spesa attorno al 2020 per poi calare negli anni successivi al progressivo venir meno dei precedenti incentivi più generosi. Si è trasformata così tale somma di 12,5 miliardi, da tetto di spesa, in un credito rotativo perpetuo, da utilizzare come base per obiettivi energetici sempre crescenti, nella ineluttabile prospettiva di aumentare ancora a dismisura, in un vortice senza fine, l’onere in bolletta a carico della prossima generazione di italiani e per di più le offese al territorio nazionale (giacché non esiste nemmeno il vincolo a che tale spesa sia virtuosa e rispettosa delle risorse territoriali, individuando a monte tecnologie non invasive).

Lo sforzo finanziario titanico – e la relativa speculazione – pro rinnovabili elettriche degli ultimi anni è stato alla base dell’incremento del 20% del costo dell’energia in bolletta. Quegli incentivi, già garantiti, alle rinnovabili solo elettriche costeranno oltre 200 miliardi. Pari a 50 anni di intervento straordinario nel Mezzogiorno (fonte Nomisma). Un simile sforzo avrebbe ben meritato una ponderazione delle linee di intervento e degli obiettivi da perseguire secondo criteri di efficienza. Possiamo dedurre che, ad oggi, l’unico criterio ispiratore sia stato il soddisfacimento delle istanze di alcune lobbies. Senza contare che su questi risultati pesa la delocalizzazione all’estero di produzioni industriali energivore e relative – maggiori – emissioni.

Confermando le stesse priorità sostanziali del passato, e quindi gli stessi rapporti relativi di spesa, il documento in oggetto appare perciò essenzialmente una Strategia “Elettrica” (più che Energetica) Nazionale . Come novità, essa suggerisce solo una nuova ripartizione del maggior costo dell’elettricità tra le categorie di utenti, a danno di famiglie e piccole e medie imprese, rimandando di volta in volta ai Piani nazionali integrati per l’energia e il clima il reperimento degli inevitabili nuovi incentivi e sussidi per le FER elettriche.

L’incremento dall’odierno 33-34% al 48-50% potrà apparire poca cosa in termini numerici. E’ circa il 15% in più di elettricità derivante da fonte rinnovabile. Come accennato, è già assurdo privilegiare ancora il sussidio a fonti rinnovabili elettriche intermittenti e perciò non programmabili, con ciò che ne consegue per la loro gestione (enormi costi di dispacciamento per mantenere l’equilibrio del sistema, nuovi elettrodotti e impianti tradizionali sovvenzionati per mantenere riserve “calde”) trascurando il comparto termico – riscaldamento e raffreddamento – o i trasporti che rappresentano un pesantissimo fardello in termini di emissioni di gas climalteranti oltre che sociali. Ma se proprio tale dovesse essere, è necessario proiettare questo 15% in termini di potenziale effetto per i territori in rapporto alla tecnologia adottata per conseguirlo.

Abbiamo visto che l’emorragia finanziaria e gli sfregi territoriali di questi ultimi anni hanno avuto per oggetto solo il 20% dell’elettricità consumata. Ora, l’attuale sforzo non può essere pressoché raddoppiato senza alcuna preventiva valutazione territoriale, ambientale, paesaggistica ed economica. Un “Piano” dovrebbe essere sottoposto a Valutazione Ambientale Strategica e Valutazione di Incidenza secondo le vigenti leggi in materia. La denominazione di “Strategia” non deve servire a stralciare a priori un approccio valutativo più ampio sulle scelte perseguibili. L’aumento dell’obiettivo delle rinnovabili elettriche senza che sia posto alcun limite alle tecnologie, come l’eolico o il miniidro, che comportano consumo del territorio e danno al paesaggio e alla biodiversità, comporterà il sacrificio di ulteriori territori fra i più belli e delicati del nostro Paese nel tentativo di conseguire nel breve arco di pochi anni un incremento di 15 punti percentuali di contributo rinnovabile nel solo comparto elettrico che si tradurrà in appena il 4% di contributo sul fabbisogno energetico complessivo.
Si tratterebbe di una forzatura oggettivamente irrazionale e ingiustificabile se non con un ennesimo lucroso regalo a chi ha già occupato migliaia e migliaia di ettari con piantagioni eoliche o distese di pannelli fotovoltaici, consegnando e condannando l’Italia a ulteriori scempi su vasta scala e sottraendo valori territoriali che non potranno più costituire elemento di riscatto per quei territori.

E’ pesante la sensazione della pressione esercitata dalla lobby dell’eolico sugli estensori del documento. A titolo di mero esempio, a pagina 55 nel focus box “fonti rinnovabili consumo del suolo e tutela del paesaggio”, che appare un goffo assemblaggio delle tesi proposte in un recente convegno dell’associazione di categoria, si prospetta la revisione delle attuali linee guida ministeriali per l’inserimento paesaggistico degli impianti eolici (già del tutto insufficienti!), al fine di renderle compatibili con i nuovi aerogeneratori di taglia crescente, sia per i nuovi impianti che per il repowering di quelli esistenti.

In sostanza, con questa SEN si predispongono pesanti aggravi di spese in danno di famiglie, consumatori e imprese perseguendo risultati di contenimento delle emissioni modesti rispetto alle alternative percorribili.
Ciò è ancora più imperdonabile in un durissimo contesto economico e finanziario in base al quale dovrebbero essere tagliati gli sprechi e dovrebbero essere favorite politiche che compenetrino non solo la riduzione dei gas serra ma anche risvolti diffusi di carattere sociale, come il sostegno ai trasporti pubblici (colpiti invece dal taglio di risorse) o agli impianti solari e fotovoltaici sui tetti degli stabili condominiali o delle aziende agricole, con indirette integrazioni al reddito delle famiglie, o, ancora, il sostegno ai nostri ricercatori, dirottando una più dignitosa frazione del fiume di incentivi all’innovazione tecnologica di tutto il settore delle rinnovabili.
Invece, agli altri ambiti di intervento, ben più strategici, come l’efficienza energetica o le rinnovabili termiche, non sono dedicati altro che ragionamenti e riflessioni privi di progetti per un sostegno concreto, certo e continuativo. Tale deduzione è ancor più grave se si nota che in tali settori, meno impattanti, si concentrano le eccellenze dell’industria italiana. Si sceglie quindi di privilegiare il settore elettrico, il meno importante in termine di consumi (il calore è il settore in cui maggiori sono i consumi, seguito dai trasporti e, infine, dall’elettricità), dove gli interventi saranno meno efficienti e che ha già beneficiato di enormi incentivi. Di questo approccio perverso al problema è anche testimone, nell’ambito del settore dell’elettricità, la scarsa attenzione rivolta alla manutenzione e messa in sicurezza delle centrali idroelettriche esistenti (che offrono quasi metà del contributo rinnovabile elettrico), per le quali non sono previsti incentivi di sorta, e delle relative opere civili che permetterebbero, oltre ad un consistente recupero della produttività, anche una riduzione del rischio idrogeologico.

In sostanza la SEN cerca di giustificare un grandioso spreco di risorse invece di ottimizzarle.

Se le associazioni ambientaliste più avvedute e qui firmatarie fossero state ascoltate negli scorsi anni, l’Italia avrebbe potuto perseguire lo stesso obiettivo di crescita del contributo rinnovabile al settore elettrico oggi raggiunto, semplicemente promovendo il fotovoltaico sulle superfici urbanizzate, senza disseminare imponenti torri eoliche e senza bruciare enormi risorse finanziarie con la pessima logica del “tutto e subito” ma sfruttando al massimo la curva di riduzione dei costi e di crescita di rendimento della tecnologia fotovoltaica.
Oltre alle enormi superfici edificate, un capitolo a parte è rappresentato dalla grande opportunità di utilizzare anche il sistema infrastrutturale del nostro Paese che non può essere monouso (infatti già ospita normalmente una serie di sottoservizi) per la posa di pannelli fotovoltaici: parliamo delle barriere antirumore per le autostrade e per le linee dell’alta velocità. Sono chilometri di pannelli che non impattano sul territorio sostituendosi o appoggiandosi a strutture già esistenti e previste per legge.
Questo Governo dovrebbe prendere atto degli imperdonabili errori commessi in passato, e dell’umiliazione e della rabbia delle popolazioni locali, con l’alienazione di interi comprensori massicciamente colonizzati da pale e pannelli ed evitare di reiterare questi errori.

Le scriventi associazioni ritengono che la crescita degli obiettivi di riduzione dei gas serra debba essere perseguita con convinzione ma nella misura e nella proporzione temporale, adeguata alla capacità produttiva delle stesse rinnovabili, alla sostenibilità ambientale e in relazione alle opzioni permesse dal nostro territorio che rappresenta un bene limitato, prezioso e irrinunciabile.
Considerando la vocazione del territorio italiano, le associazioni qui firmatarie sono dell’avviso che una ulteriore crescita di contributo rinnovabile al comparto elettrico possa avvenire moderatamente e attraverso tecnologie come il fotovoltaico capaci di integrarsi nei tessuti già urbanizzati ma privi di significato storico e architettonico.
Non sarebbe “strategico” conferire a questi spazi una funzione plurima che contempli anche la produzione energetica oltre che il consumo per altro evitando nuovi elettrodotti per il trasporto dell’energia dalle campagne alle aree di consumo?

Occorre maturare la consapevolezza che il territorio, con i suoi celebrati paesaggi rurali, con la natura, con le ricchezze storico archeologiche, con i suoi equilibri agro-pastorali, rappresenta il bene più prezioso da salvaguardare per un’Italia che voglia riscattarsi e combattere il perdurante ristagno economico pur in presenza di una contingenza internazionale favorevole.
Alla luce della devastazione territoriale in essere e di quella sottesa alla SEN, tutte le affermazioni di esponenti governativi dove ci si preoccupa della preservazione paesaggistica e di ecosistema suonano come una beffa. Anzi, si pongono in contraddizione con l’esigenza di limitare e possibilmente arrestare il consumo di suolo, come pure annunciato anche dal presente Governo.

Più in generale, questo documento fa seguito ad alcuni recenti provvedimenti legislativi che suggeriscono una dicotomia tra la protezione “globale” dell’ambiente, da realizzare comunque e a tutti i costi secondo i dettami del COP21 di Parigi, e la protezione “locale” dell’ambiente, che al contrario può essere attenuata a piacimento e che, alla prima, è gerarchicamente subordinata.
Invece, si dovrebbe prima di tutto rafforzare il concetto che la pubblica utilità è principalmente quella ambientale esistente: è paradossale utilizzare lo strumento della pubblica utilità per gli impianti FER industriali in nome del presunto miglioramento ambientale globale, annullando scelte, da lungo tempo riconosciute e condivise, di valorizzazione dell’ambiente stesso. Non è ammissibile distruggere l’ambiente in nome dell’ambiente.

Deploriamo, infine, la scarsa considerazione espressa nella SEN a proposito di Ricerca e Innovazione. Se, nell’ultimo decennio, la ricerca avesse potuto disporre, anche solo parzialmente, delle risorse previste per eolico e fotovoltaico, già oggi saremmo assai più vicini alla decarbonizzazione dell’economia di quanto non possa prevedere la Strategia Energetica Nazionale.

In sintesi SI CHIEDE di fermare il disastro urbanistico, territoriale, ambientale, paesaggistico e non necessario, in atto con la corsa all’eolico (e ad alcune altre tecnologie impattanti come il cosiddetto mini-idro), e di dirottare più utilmente le risorse finanziarie verso serie politiche di efficienza e risparmio energetico, riscaldamento-raffrescamento, trasporti e soprattutto ricerca e innovazione. E’ possibile sostenere una eventuale, moderata crescita delle rinnovabili elettriche solo con il fotovoltaico sulle superfici edificate.

Sicuri che la presente sarà debitamente considerata, in fede
Italia Nostra, il Presidente Oreste Rutigliano
ALTURA, il Presidente Stefano Allavena
Amici della Terra, la Presidente Monica Tommasi
Comitato per la Bellezza, il Presidente Vittorio Emiliani
Federazione nazionale Pro Natura, il Presidente Mauro Furlani
LIPU, il Presidente Fulvio Mamone Capria
Mountain Wilderness, il Presidente onorario Franco Tessadri
Wilderness Italia, il Segretario generale Franco Zunino
CNP Comitato Nazionale Paesaggio, il Direttore Gianluigi Ciamarra

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