Strategia Energetica Nazionale 2017 come Caporetto 1917

Un ulteriore colpo di acceleratore verso la deindustrializzazione, la miseria e la distruzione del paesaggio appenninico. Se la prossima SEN la facessimo scrivere direttamente ai lobbysti dell’eolico e del fotovoltaico, risparmieremmo tempo e denaro.

gentiloni_e_ministri

Riassunto.

Pubblicato, dopo la sceneggiata delle “pubbliche consultazioni” monopolizzate dai lobbysti, il testo definitivo della Strategia Energetica Nazionale, che si vanta di perseguire, nonostante l’ammissione dei costi esagerati già sostenuti ed i rischi per la sicurezza, “un obiettivo particolarmente ambizioso, superiore anche rispetto a quanto richiesto dai parametri europei”. L’obiettivo europeo al 2030 per la produzione di rinnovabili sui consumi del 27% (peraltro NON vincolante per i singoli Stati) è stato infatti portato al 28%, concentrando l’aumento nel settore delle rinnovabili elettriche, il cui obiettivo è stato aumentato, rispetto al già fantascientifico 48-50% proposto nel testo sottoposto a pubblica consultazione, al 55%, e riservando questo ulteriore aumento ai settori dell’eolico e del fotovoltaico. I nuovi aerogeneratori da installare entro il 2030 dovrebbero sfondare persino il tetto del massimo potenziale eolico onshore previsto (e preteso) dalla stessa associazione di categoria. Ricompaiono le ambiguità delle onlus pro-eolico ed i loro rapporti con business e politica. Lo strapotere dei lobbysti, gli eccessi di servilismo ministeriale e la figuraccia del Ministro Calenda. Le crescenti avversioni nell’Unione Europea verso queste politiche energetiche autolesionistiche hanno però provocato un ritardo imprevisto e provvidenziale, che rischia di rovinare i piani della combriccola: la trasmissione a Bruxelles del Piano Nazionale energia e clima, di cui “la SEN 2017 costituisce la base programmatica e politica”, slitta di almeno un anno, quando in Italia, dopo le elezioni, ci potrebbe essere un Governo avverso agli speculatori eolici. Le associazioni e i comitati contrari all’eolico industriale selvaggio, le cui preoccupazioni sono state volgarmente ignorate dal Governo Gentiloni, dimostreranno nei prossimi mesi di non essere agnelli sacrificali.

Le strane contraddizioni nella politica energetica dei Governi di centro-sinistra.

Nel 2007 l’allora Ministro dell’Ambiente (di un Governo di centro-sinistra) Pecoraro Scanio aveva supplicato l’Europa di concedere all’Italia la riduzione al 17% dell’obiettivo (vincolante) al 2020 per la produzione di energie rinnovabili sui consumi nazionali, rispetto al 20% richiesto, per evitare il tracollo del Paese di fronte ad uno sforzo così immane. Fortunatamente la supplica era stata accolta, limitando così gli enormi danni economici e territoriali che sarebbero derivati.

Nel 2017 l’attuale Ministro dell’Ambiente (di un Governo di centro-sinistra) Galletti, unitamente al Ministro dello Sviluppo Economico Calenda, sottoscrivendo la nuova Strategia Energetica Nazionale (SEN) che indica gli obiettivi energetici nazionali al 2030, hanno invece scelto, per quelle stesse fonti rinnovabili, (pag. 75) “un obiettivo particolarmente ambizioso, superiore anche rispetto a quanto richiesto dai parametri europei“.

L’obiettivo europeo al 2030 del 27% (peraltro NON vincolante per i singoli Stati) è stato infatti portato nel testo definitivo della SEN al 28%, concentrando l’aumento nel settore delle rinnovabili elettriche, il cui obiettivo è stato aumentato, rispetto al già fantascientifico 48-50% proposto nel testo della SEN sottoposta a pubblica consultazione, al 55%, e riservando questo ulteriore aumento ai settori dell’eolico e del fotovoltaico, energie ovviamente NON programmabili.

Una differenza del 5 – 7% è tutt’altro che trascurabile. Cerchiamo di spiegarne l’entità con una banale constatazione: quest’anno la produzione dell’intero settore eolico in Italia, con tutti i danni ambientali e paesaggistici che i 7.000 aerogeneratori esistenti hanno già arrecato, non supererà il 5% dei consumi elettrici nazionali.

L’evidente contraddizione nella linea politica dei Governi di centro-sinistra tra il 2007 e il 2017 farebbe pensare ad un imprevisto successo ottenuto dalle rinnovabili elettriche nei dieci anni intercorsi. Così si potrebbe intuire anche leggendo (pag. 113) che “in questo contesto l’Italia si muove da “prima della classe” (il grassetto è nel testo. Ndr), con una penetrazione delle rinnovabili sulla produzione elettrica nazionale di circa il 39%”.

Con le rinnovabili elettriche non programmabili un disastro epocale.

In realtà, come lasciato intendere nelle loro osservazioni da quegli ambientalisti che non hanno mai firmato i “protocolli d’intesa” con l’Anev (e che sono stati tenuti in non cale dal Governo), con le rinnovabili elettriche non programmabili è stato combinato un disastro epocale, che ha contribuito alla deindustrializzazione e all’impoverimento del Paese in quest’ultimo decennio di crescita economica mondiale senza precedenti nella storia, almeno in valori assoluti. Non solo sono già stati impegnati, a regime ed a danno della futura generazione di italiani, 230 miliardi (fonte Assoelettrica), equivalenti al 14% del PIL italiano corrente e ad oltre il 10% del mostruoso debito pubblico (esplicito) del Paese, per incentivare la produzione di appena il 20% dell’energia elettrica consumata in Italia, ma si è pure destabilizzato tutto il sistema elettrico, privilegiando, tramite la priorità di dispacciamento, le fonti non programmabili come eolico e fotovoltaico.

Ne leggiamo la conferma dalla stessa SEN (pag. 115 e 116), in questa incredibile ammissione:

La diminuzione della potenza termoelettrica disponibile ha ridotto il margine di riserva, secondo le analisi di Terna, dal 30% del 2012-2014 a circa il 10% nel 2016; tale margine, sebbene sufficiente in condizioni standard, ha dimostrato di poter diventare critico e presentare dei rischi per la sicurezza in condizioni climatiche estreme e di variabilità dell’import. Ciò anche in ragione del fatto che la sostituzione di capacità termica con capacità rinnovabile non programmabile risente ancora – in termini di contributo all’adeguatezza del sistema – della limitata disponibilità delle fonti rinnovabili in particolari momenti della giornata (es. le ore 19-20 dei giorni estivi, in cui l’apporto da fotovoltaico è estremamente ridotto, ma il consumo ancora sostenuto), nonché della loro variabilità. In condizioni di particolare stress pertanto (e.g., luglio 2015 in corrispondenza della punta di consumo; inverno 2016-2017 con il fermo imprevisto di 21 centrali nucleari in Francia per motivi di sicurezza; estate 2017 in previsioni di elevata temperatura e scarsa idraulicità/ventosità), il sistema elettrico ha conosciuto una riduzione del margine di riserva operativa, critica in particolare in alcune aree del Paese.

Nel 2016 non abbiamo quindi solo sperperato 14,4 miliardi di incentivi per incentivare appena 65,5 TWh su un consumo interno lordo di 321,8 TWh, spendendo quindi, considerando gli inevitabili costi ancillari dovuti alla natura erratica della produzione eolica e fotovoltaica, oltre l’uno per cento del PIL annuale, ma abbiamo anche più volte corso “rischi per la sicurezza”, ovvero black out dalla durata e dagli esiti imprevedibili.

La sceneggiata delle “pubbliche consultazioni”.

Non bisogna essere particolarmente maliziosi per capire perchè, nei mesi scorsi nell’ambito delle “pubbliche consultazioni” sulla SEN, tutti i miracolati percettori di questa manna dal cielo (e delle grosse briciole che dalla manna si staccano) abbiano preso la penna in mano e abbiano scritto, loro stessi o i loro mercenari, al Governo italiano, chiedendogli di “alzare l’asticella” delle rinnovabili elettriche persino oltre l’inverosimile.
Come temuto, la sceneggiata governativa delle “pubbliche consultazioni” ha ottenuto il risultato di concentrare il fuoco dei lobbysti, diffondendo l’impressione di un falso unanimismo, nel totale disinteresse della pubblica opinione e dei media. A conferma di ciò, la scorsa settimana, giornali e TV hanno, di fatto, ignorato la presentazione del testo definitivo della SEN.

Adesso c’è la prova provata: dalla lettura del testo definitivo della SEN risulta che, in buona sostanza, nessun altro “pubblico” suggerimento che comportasse un esborso di “pubbliche” risorse anche marginalmente equivalenti all’entità di quello che si renderà necessario per l’ulteriore aumento del già insostenibile aumento delle rinnovabili elettriche non programmabili previsto nella bozza della SEN è stato accolto dal Governo.

Nonostante tutti gli sforzi declamatori compiuti per dimostrare in modo elegante (ma non troppo sincero e con forzature oltre il limite del grottesco) gli indimostrabili vantaggi delle rinnovabili elettriche non programmabili, e lo sfoggio di tutto l’armamentario delle tecniche aziendalistiche delle Business School made in USA, il Governo dà l’impressione di volersi arrampicare sugli specchi e non convince nessuno che non fosse già convinto.

La nostra tesi che la Strategia Energetica Nazionale fosse in realtà una Strategia Elettrica Nazionale, a vantaggio di clientele ormai fin troppo chiaramente individuate e non del bene comune, si è ancor più rafforzata.
I nuovi insostenibili aumenti si aggiungono al già insostenibile sforzo per le FER elettriche non programmabili di questi ultimi anni. Tre indizi di “insostenibili aumenti” consecutivi fanno una prova: la bolla speculativa si sta auto alimentando.
Il Governo si è dimostrato, per la seconda volta in pochi mesi, uno zelante esecutore delle medesime pretese. E così, ora, la manna dal cielo dovrà essere raddoppiata.

Ricompaiono i rapporti incestuosi tra onlus, business e politica

Esultano i lobbysti, che con mala grazia fanno pubblicamente sapere che il Governo si è vieppiù piegato ad una loro ben precisa “richiesta” in questo settore.
Come riportato da Qualenergia nell’articolo “SEN: operatori e ambientalisti esprimono un giudizio positivo, ma con riserva“, il coordinamento FREE, di cui fa parte anche la onlus Legambiente, (il cui Presidente onorario Ermete Realacci è Presidente della Commissione Ambiente della Camera), ha comunicato: “la SEN conferma sostanzialmente il giudizio sul documento di consultazione, con un passo in avanti per il contributo delle rinnovabili, 28% invece che 27%, dovuto al passaggio delle rinnovabili elettriche dal 48-50% al 55%, come da noi richiesto nel corso della consultazione”.

La presenza del Presidente del Consiglio Gentiloni, per il quale Legambiente ha rappresentato il trampolino di lancio verso il Potere, al vernissage della nuova SEN non è stata certo casuale. Nel 2013 l’allora Presidente del Consiglio Monti si era ben guardato dall’essere presente alla presentazione al pubblico della prima SEN firmata dai suoi Ministri Passera e Clini, che appariva un pateracchio raffazzonato in extremis per compiacere una combutta di clientes.

Il doppio salto mortale rovesciato del Ministro Calenda.

Ma in questa poco edificante vicenda, più di ogni altra cosa, ci ha fatto cadere le braccia la puerile dichiarazione di Calenda, proprio in sede di presentazione della nuova SEN, secondo cui gli investimenti complessivi aggiuntivi previsti (previsti secondo quello che assicura lui, perchè nella SEN non c’è alcuna traccia di simili conteggi) e ammontanti a 175 miliardi riguarderebbero solo in misura minore le fonti rinnovabili (quindi tutte le rinnovabili, non solo quelle elettriche) per “appena” 35 miliardi complessivi.

Facendo qualche conteggio elementare scopriamo infatti che il solo aumento dall’attuale 32 – 35% (in condizioni di normale piovosità) al 55% della produzione elettrica da rinnovabili sui consumi previsto per il 2030 dovrà essere, in costanza dei consumi correnti, grosso modo equivalente alla attuale produzione elettrica da FER incentivata, cioè di 65,5 TWh. Appare stravagante credere che per finanziare tale incremento si possano spendere meno di 35 miliardi (ripetiamo: i 35 miliardi dovrebbero essere destinati a tutte le rinnovabili, compresi i settori riscaldamento/raffrescamento e i trasporti) se negli ultimi anni per incentivare la stessa quantità di energia elettrica ne sono stati impegnati 230. Delle due l’una: o

Ipotesi a) si tratta di una millanteria di Calenda, che ha comunicato senza basi concrete un numero a caso per dare l’impressione di favorire l’efficienza energetica, per la quale – al contrario – ha indicato una previsione di spesa per investimenti esageratamente alta (110 miliardi, senza peraltro specificare a che cosa dovrebbero servire e soprattutto a chi dovrebbero essere addebitati). Calenda lo avrebbe fatto per non smentire se stesso in tutte quelle dichiarazioni di ravvedimento virtuoso della politica energetica da lui spacciate negli ultimi mesi,

oppure

Ipotesi b) i 230 miliardi impegnati finora per le sole FER elettriche sono stati davvero, fuor di metafora, quel “furto dalle tasche degli italiani” di cui parlava il suo predecessore al MISE Corrado Passera (a quel tempo Passera aveva quantificato “solo” 170 miliardi). Se l’ordine di grandezza fosse quello che dichiara Calenda, ne sarebbero stati più che sufficienti una piccola frazione, a meno di non credere ai rivoluzionari – e inesistenti – progressi tecnologici nel frattempo intervenuti, almeno secondo la SEN. Confidando forse in un evento epifanico nel 2020, la stessa SEN riserva alle rinnovabili elettriche (pag. 17) “fino al 2020 promozione di nuovi investimenti tramite incentivi sulla produzione estendendo lo strumento delle aste competitive, adottando un approccio di neutralità tra tecnologie con strutture e livelli di costi affini per stimolare la concorrenza… Dal 2020 i meccanismi di supporto alle rinnovabili evolveranno verso la market parity“.
Ma, se fosse vera questa seconda ipotesi, il problema non sarebbe più solo politico: il furto è (o almeno dovrebbe essere) un reato penale.

Un eccesso di servilismo ministeriale.

In tutta questa esibizione di zelo dei burocrati ministeriali si è persino verificato un fantozziano episodio di eccesso di servilismo. Tutto l’ ulteriore incremento è stato concentrato su eolico e fotovoltaico, ignorando del tutto le enormi potenzialità inespresse dell’idroelettico a bacino già esistente, (si veda il grafico a barre a pagina 77, che nella sua capacità di sintesi è la pagina più importante di tutta la SEN,

prima

Incrementi previsti nel testo sottoposto a pubblica consultazione

e lo si confronti con quello a pagina 49 della bozza).

seconda

Incrementi previsti nel testo definitivo della SEN

Nel contempo si è pensato astutamente di ridurre, con un tocco di bacchetta magica per non allarmare ancor di più chi si preoccupa di tutela del paesaggio, le previsioni dei consumi al 2030 attorno ai 330 TWh (il dato lo si può ricavare per deduzione dal secondo grafico con una somma e una semplice proporzione, partendo dalla percentuale di rinnovabili al 55%), mentre, secondo la bozza che prevedeva una percentuale di rinnovabili al 48 – 50%, avrebbero dovuto sfiorare i 350 TWh (dato ottenibile dal primo grafico con lo stesso metodo deduttivo).
Il guaio è che, così facendo, il premuroso funzionario che ha corretto il grafico a barre, aumentando solo quelle dell’eolico onshore e del FV, ha seguito supinamente i desiderata dell’Anev portando la barra dell’eolico onshore all’esatto livello della massima produzione elettrica da eolico dall’Anev stessa indicata, cioè 36,4 TWh (vedi qui sotto il grafico Anev “Il potenziale eolico italiano” sullo scenario al 2030 come riportato da Qualenergia)
grafico

senza rendersi conto che questa produzione dovrebbe essere il frutto di 17.150 MW (per puro caso esattamente il doppio del potenziale eolico ora installato) di cui, però, 950 MW dovrebbero essere offshore. E dunque al 2030, secondo la SEN e se i dati dell’Anev fossero verosimili (…), i nuovi aerogeneratori da installare dovrebbero sfondare persino il tetto del massimo potenziale eolico onshore previsto (e preteso) dalla stessa associazione di categoria.
Ora l’Anev, inebriata dal trionfo, esige di passare subito alla cassa, reclamando dal Governo un decreto ministeriale per garantirsi fino al 2020 gli incentivi promessi, senza neppure attendere il Piano Nazionale energia e ambiente.
Con il testo definitivo della SEN, a maggior ragione, si confermano le trame dei lobbysti come denunciato nel nostro ultimo post, a cui rimandiamo, dove ancora si era fermi alla prima versione della SEN, e dove ancora non ci si immaginava che gli obiettivi già inverosimili per l’eolico sarebbero stati ulteriormente (e così spudoratamente) alzati.

Le crepe nell’Unione per l’Energia provocano un ritardo imprevisto e provvidenziale.

Per fortuna, in questi ultimi mesi, si è verificato un imprevisto che ha fatto saltare la strategia dei lobbysti e dei loro manutengoli. I tempi per chiudere il cerchio delle loro malefatte erano strettissimi già prima, ma adesso sono slittati di almeno un anno. E quel che è peggio (peggio per i lobbysti, si intende) è che l’imprevisto si è verificato in un ambito fuori dal controllo del Governo italiano: la stessa CE. La “Governance dell’Unione per l’Energia” non appare più tanto concorde come si voleva far credere, e tutti i tempi previsti con granitica certezza nella bozza della SEN a pag. 203 e 204, dove appariva sicuro che i chiodi alla bara del paesaggio italiano sarebbero stati piantati entro il primo gennaio 2018 con la trasmissione alla CE della prima versione del Piano Nazionale energia e clima, sono miseramente saltati.
Ecco come il testo definitivo della nuova SEN (pag. 259) illustra l’attuale situazione, in termini ottativi e modi condizionali che rendono manifesti imbarazzo e delusione del Governo per le difficoltà sopravvenute, allontanando sine die l’approdo sicuro atteso dai lobbysti:

“Sebbene il dibattito sulle proposte comunitarie sia in corso, sembra condivisa, nelle sue linee generali, la parte della proposta di regolamento che richiede a tutti gli Stati Membri di redigere dei Piani nazionali integrati per l’energia e il clima… In quest’ottica, la SEN 2017 costituisce la base programmatica e politica per la preparazione del Piano energia e clima, che dovrebbe essere trasmesso in bozza entro la fine del 2018 e in versione definitiva entro la fine del 2019”.

In materia di lotta ai cambiamenti climatici, evidentemente, nella stessa Unione Europea non c’è quell’unanimismo autoflagellatorio, anti-industriale e terzomondista che i lobbysti e il Governo italiano davano per scontato.
Il ritardo di almeno un anno per ottenere la grazia santificante di Bruxelles – che servirebbe a blindare gli obiettivi energetici proposti dal Governo e permetterebbe agli speculatori eolici di far credere ai gonzi che lo scempio del territorio nazionale, da essi stessi perpetrato, “ce lo impone l’Europa” – rischia di rovinare i piani della combriccola: l’anno prossimo si terranno infatti le elezioni politiche. Il pericolo (per i lobbysti) è di ritrovarsi con un altro Governo e di dovere ricominciare tutto daccapo.

Una SEN scritta sulla sabbia.

Si realizzerebbe dunque una delle condizioni ostative (“ogni Sen deve, dovrebbe, essere impermeabile al variare dei governi”) indicate dal Professor (ed ex Ministro) Alberto Clò nell’arguto articolo pubblicato sulla Staffetta Quotidiana il 24 giugno scorso sotto il significativo titolo “Sen 2017, una strategia scritta sulla sabbia”. Tale auspicata impermeabilità della SEN dovrebbe evitare, secondo Clò, di disperdere di nuovo tutti gli sforzi, come accaduto a “quanto era stato programmato come strategico solo quattro anni fa: nella SEN approvata l’8 marzo 2013 con decreto congiunto dei Ministri dello Sviluppo Economico (Corrado Passera) e dell’Ambiente (Corrado Clini). Una SEN, come si sa, nata defunta per l’incombente fine della legislatura”.
Riportiamo due passaggi di quell’articolo, invitando i nostri lettori a leggerlo integralmente dal sito web della Staffetta Quotidiana:

“… per gli estensori della nuova SEN quel che si intende per strategico segue più l’onda emotiva del politicamente gradito che le ragioni dell’economicamente razionale. La volubilità della nostra politica è tuttavia tale da non poter ritenere che la nuova SEN abbia una qualche chance in più di quella precedente… un pesante interrogativo incombe infatti su di essa: chi uscirà vincitore dalla prossima competizione elettorale la farà propria o dobbiamo attenderne una nuova come mestamente accaduto con la precedente SEN? Sinceramente propenderei per la seconda. Se così fosse: tanto rumore per nulla.”

Il Professor Clò trascurava però quanto denunciato dal nostro post, e cioè che “il fine ultimo della nuova SEN non è quello di fornire un autorevole atto di indirizzo politico in un settore vitale dell’economia nazionale, che certamente non può essere realizzato in extremis da un governo a fine legislatura, quanto piuttosto di essere il passe-partout per raggiungere obiettivi inverosimili in materia (soprattutto) di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili non programmabili… lo sviluppo della SEN 2017 è propedeutico alla preparazione del Piano Nazionale energia e clima, la cui prima versione dovrebbe essere trasmessa alla CE entro il primo gennaio 2018. Nel Piano Nazionale energia e clima verranno tradotti in cifre gli obiettivi italiani al 2030 illustrati nella Strategia Energetica ed in particolare quelli della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, che appaiono, per l’entità sproporzionata dei costi sottesi, il vero traguardo a cui si punta… Il successivo Piano Nazionale, se approvato (come sarà approvato) dalla CE, diventerebbe infatti vincolante per l’Italia e renderebbe tale installazione (che la bozza della SEN fa vagheggiare pressochè a costo zero), di fatto, obbligatoria. Si dovranno quindi costruire a tutti i costi impianti eolici dappertutto”.

Le associazioni e i comitati contrari alla speculazione eolica non sono agnelli sacrificali.

Il cerchio stava per chiudersi: per raggiungere i nuovi obiettivi al 2030, quando questi verranno presentati a Bruxelles e approvati, si dovranno alzare di nuovo gli incentivi, e i nostri “amici” si ripresenteranno in massa sulle nostre montagne a tormentarci con i loro mega progetti di mega pale eoliche, come accadeva fino alla riforma degli incentivi nel 2012. Questa volta avranno dalla loro anche una legislazione di tutela paesaggistica ed ambientale più permissiva.
Ma adesso, dopo questo scivolamento in avanti delle scadenze europee, prima di presentare il Piano Nazionale all’Europa si voterà per le elezioni politiche. Voteranno 40 milioni di italiani, e non i 14,4 miliardi di incentivi regalati lo scorso anno alle FER elettriche. Abbiamo motivo di ritenere che qualcuno, tra questi 40 milioni di italiani, non sia stato molto contento di quanto realizzato dai Governi di questa legislatura. Di sicuro possiamo garantire al Governo Gentiloni che, con questa SEN, il numero degli scontenti è aumentato. E nei prossimi mesi questi scontenti non rimarranno con le mani in mano.

Alberto Cuppini

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Varie. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...