Verso il baratro energetico

Eolico e fotovoltaico non sono alternativi ai sistemi tradizionali di generazione elettrica. Perseverando con una politica energetica di incentivazione a loro favorevole, il sistema elettrico italiano si troverà tra non molto al bivio tra il disastro e la ri-nazionalizzazione. Prezzi energetici di nuovo in aumento e pericolosi segnali da Roma circa una nuova Strategia Energetica Nazionale ancor più sbilanciata verso l’eolico.

Nello scorso luglio, a seguito dell’addebito nelle bollette elettriche di appena 300 milioni di costi di dispacciamento imprevisti, è scoppiato un putiferio tuttora in corso, come da noi recentemente riepilogato nel post “Il poco misterioso mistero dell’aumento delle bollette elettriche“.

“Appena 300 milioni” non deve essere inteso in senso ironico, se è vero che per quest’anno sono stati previsti dal GSE – senza che nessuno abbia obiettato alcunchè – addebiti di 14,4 miliardi (!) per i soli incentivi alla produzione del 20% dei consumi elettrici italiani dagli impianti “rinnovabili” di recente costruzione. La matematica e la congruenza dei numeri, evidentemente, in Italia stanno diventando un’opinione.
Tra l’altro, per fare luce (…) sulla questione dei 300 milioni per il dispacciamento, in Parlamento sono state presentate numerose interrogazioni al Governo, nessuna delle quali, purtroppo, ha focalizzato il vero problema della crescente grandinata di costi abbattutasi negli ultimi anni sulle bollette elettriche degli italiani, al di là della contingenza specifica.
In questa occasione (ripeto: in questa occasione), io non so se ci sia stato un abuso di una posizione dominante oppure se sia stato compiuto qualcos’altro contrario a leggi e regolamenti. Può essere possibile, se non altro vista la mole di leggi e regolamenti in materia. Anzi: una serie di coincidenze me lo fa apparire probabile. Ma non è questo il punto che ci interessa, e che dovrebbe soprattutto interessare alla politica.
Il nocciolo della questione è che le FER (fonti a energia rinnovabile) elettriche non programmabili (eolico e fotovoltaico in primis) sono certamente “rinnovabili”, ma non sono “alternative” alle fonti tradizionali, in quanto l’energia elettrica, oltre ad una certa misura, non si può accumulare per essere utilizzata al bisogno. Se il vento non soffia e se il sole non splende, senza fonti tradizionali pronte a subentrare a immediata richiesta a pale e pannelli, si rimane al buio, al freddo, magari chiusi in ascensore, e con traffico, fabbriche ed uffici bloccati, con i treni fermi, eccetera eccetera. Insomma: l’Apocalisse, qualora il flusso di elettricità rimanesse interrotto a lungo, come potrebbe accadere in una circostanza imprevista.
E dunque, il problema ineludibile è che quegli episodi denunciati di recente in Parlamento e sulla stampa sono e saranno sempre più frequenti con la distorsione del mercato introdotta dagli incentivi alle FER elettriche e con la distorsione del buon senso introdotta dall’obbligo per legge della priorità di dispacciamento alle FER non programmabili, senza la quale i gestori delle linee ad alta tensione tenderebbero a privilegiare le fonti tradizionali, marginalizzando la produzione da eolico e fotovoltaico, per evitare gli infiniti problemi di rete che una immissione di energia erratica inevitabilmente comporta.
Considerare eolico e fotovoltaico “alternativi” è un’assurdità.

In un ragionamento, se si parte da una premessa assurda, ogni conclusione diventa accettabile. Ex absurdo sequitur quodlibet: sarebbe perciò valido tutto e il contrario di tutto. E perciò, partendo dalla proclamazione della inesistente natura “alternativa” delle FER elettriche non programmabili, la politica italiana e gli organi preposti al controllo del sistema elettrico reagiscono agli effetti indesiderati, come questo degli “extra costi” di dispacciamento, introducendo ulteriore regolamentazione, destinata inevitabilmente a creare ulteriori distorsioni al mercato e al sistema elettrico. Tutto questo è inaccettabile, anche prescindendo dal costo enorme degli incentivi, senza i quali le FER elettriche di dimensioni industriali non avrebbero neppure ragione – economica – d’essere…
D’altronde abbiamo appena cominciato, con questi “extra costi” per il dispacciamento. Il bello verrà quando le attuali centrali termoelettriche verranno dismesse (è solo questione di tempo) e sarà necessario costruirne di nuove a spese dello Stato (o tramite incentivi come il capacity payment oppure ri-nazionalizzando il settore, che diventerebbe, a un certo punto, una soluzione più economica e più saggia, oltre che più seria), in misura tanto maggiore quanto maggiore sarà il potenziale elettrico non programmabile installato. Infatti, checchè ne dicano il Parlamento, il Governo, Renzi, il GSE, l’AEEG, i TAR, i consumatori e tutti gli altri osservatori di questa partita, anche la gente che lavora nel settore elettrico tradizionale fa investimenti per guadagnare, e non per fallire (come ha sperimentato sulla propria pelle la Sorgenia) per fare un favore all’eolico.
Proprio a questo proposito, Alberto Brambilla ha efficacemente scritto sul Foglio, nel suo articolo “Pericolosi paradossi verdi“, che “gli operatori tradizionali invocano anch’essi compensazioni per i soldi persi, con schemi di remunerazione della capacità produttiva. E se, come segnala l’Ispi, gli incentivi pubblici “verdi” si stanno mangiando il mercato, finiremo col dovere offrire una stampella di stato anche al gas, dopo averlo umiliato“.
Sappiamo che quello dei costi è uno dei due limiti non valicabili (il secondo è la capacità del sistema di trasmissione elettrica a reggere a stress sempre maggiori senza collassare) che condurranno questa follia delle rinnovabili ad una improvvisa conclusione.
A proposito di costi: proprio nelle settimane scorse il prezzo medio sul mercato all’ingrosso dell’energia elettrica (PUN) è risalito stabilmente da un minimo di 30 euro al MWh di inizio maggio a oltre 50 euro. Consideriamo, grosso modo, che 10 euro al MWh in più rappresentano (su quasi 300 TWh prodotti in Italia) quasi 3 miliardi di costi in più all’anno (quasi 2,5 al netto della corrispondente riduzione degli incentivi alle FER). Se l’effetto della riduzione dei prezzi dell’energia elettrica all’ingrosso, provocata essenzialmente dal crollo del prezzo del gas naturale di questi ultimi anni, fosse terminato, verrebbero a galla all’improvviso gli aumenti, finora compensati, dei sussidi concessi in quegli stessi anni e dei costi di dispacciamento. Perciò, in costanza degli attuali prezzi all’ingrosso, la bolletta elettrica nazionale (seppure al netto di minori incentivi alle FER, e a parità di ogni altra condizione) potrebbe in breve aumentare nell’ordine di un 10% rispetto a quella dell’ultimo trimestre.
Niente di non previsto dalla Rete della Resistenza sui Crinali: infatti sto solo riconducendo a sistema una serie di concetti elementari – e le loro interazioni – già descritti e stradescitti dettagliatamente in questa sede, a costo di essere prolisso e ridondante. Perchè ad essere brevi (e a trattare solo problemi lineari presi singolarmente, come se si potessero isolare da una realtà ultra complessa, interconnessa e spesso contro-intuitiva), come piace a troppi parlamentari improvvisati (soprattutto di questa legislatura) ed ai loro elettori, si combinano poi casini inestricabili come questo del dispacciamento.
Dalle sollecitazioni parlamentari ad ottenere chiarimenti sul presunto scandalo è comunque scaturita l’iniziativa del Presidente della Commissione Industria del Senato Mucchetti a procedere ad alcune audizioni, tra le quali quella di Assoelettrica, che ha prodotto un interessante documento di sintesi.
Però anche Assoelettrica non spiega (anzi: lo evita) il problema fondamentale: chi investirà in futuro in nuovi impianti termoelettrici (quando quelli esistenti, condannati a morte dalla priorità di dispacciamento concessa alle rinnovabili, saranno usurati oppure obsoleti), necessari esclusivamente come back up delle rinnovabili, sapendo fin dall’inizio di rimetterci? Immagino che Assoelettrica (evidentemente favorevole a questa politica che privilegia le FER) confidi in una futura munificenza pubblica per il settore termoelettrico di back up (sotto forma di capacity payment o altro ancora) almeno paragonabile a quella dimostrata per le rinnovabili. Questa munificenza dovrebbe essere però almeno tale da compensare i mancati ricavi di mercato fino a raggiungere (e superare, perchè nessuno lavoro senza prospettive di profitti avendo come massimo obiettivo il semplice pareggio) i costi di impianto: stiamo dunque parlando di cifre colossali, che andrebbero a duplicare le spese altrettanto colossali per incentivare le rinnovabili. In un futuro non lontano avremo dunque due settori elettrici da mantenere (uno rinnovabile non autosufficiente ed uno a idrocarburi fossili – si presume a gas – perfettamente autosufficiente ma subordinato al primo ed utilizzato di conseguenza solo come sua riserva “calda”), entrambi a carico dell’utente in bolletta, e ciascuno dei quali quasi completamente sottratto ad ogni logica di mercato. Imperverseranno perciò lobby e pesanti condizionamenti delle decisioni politiche (molto più di oggi, quando già non si scherza…). Nel lungo periodo ciascuno di questi due settori paralleli avrebbe – da solo – costi per la collettività maggiori di quello tradizionale sottoposto ai vincoli della domanda e dell’offerta su un libero mercato; costi che, ovviamente, dovrebbero essere sommati, fino a raggiungere livelli insostenibili per il pubblico dei consumatori.
Date queste premesse e la pervicacia nel volere installare sempre nuovo potenziale FER non programmabile (circostanze che lasciano prevedere che in futuro i costi fissi peseranno sempre più sulle bollette e che la componente di mercato peserà sempre meno, fino a diventare residuale) una semplice deduzione logica conduce ad attendersi in tempi relativamente brevi – di fronte alla insostenibilità economica del sistema e per evitare il baratro energetico – una inevitabile nuova nazionalizzazione del settore elettrico in Italia. Ed anche in altri Paesi europei, Germania compresa.
E’ probabile che oggi in Italia nessuno si ponga il problema per la ragione che il parco termoelettrico italiano (probabilmente il più efficiente del mondo, fatti i dovuti adeguamenti per poter comparare le diverse condizioni climatiche e i diversi comparti produttivi prevalenti) è mediamente molto giovane. Gran parte di esso risale alla fine degli anni 90, è stato impiantato con i contributi del CIP 6, va prevalentemente a gas (a cicli combinati) e i costi degli impianti non sono ancora ammortizzati. Nell’opinione comune degli esperti è anche molto dubbio che una repentina ripresa economica (?) possa porre il problema. Non a caso, l’amministratore delegato dell’Enel Starace, tanto per fare un esempio tra tanti, ha potuto annunciare la chiusura degli impianti più obsoleti.
E infatti il baratro energetico che attende l’Italia non si spalancherà dall’oggi al domani, perchè l’economia italiana, prima di arrivare ad un punto di non ritorno, sarà caratterizzata ancora per qualche anno dall’attuale grado di progressiva deindustrializzazione, rapida ma non esplosiva, considerata dalla politica, dai sindacati e dalle élites italiane, evidentemente, del tutto tollerabile, se non addirittura desiderabile. La deindustrializzazione d’Italia, a vantaggio dei nostri concorrenti esteri che applicano costi energetici enormemente più bassi, viene accompagnata da una parallela diminuzione dei consumi elettrici, che ritarda la percezione di questa ennesima emergenza. Tuttavia non va neppure esclusa l’eventualità dello scoppio anticipato di una crisi sistemica dell’offerta elettrica provocata dagli effetti della mancata manutenzione degli impianti tradizionali esistenti (termoelettrici ed idroelettrici), ed in particolare proprio quelli a gas a cicli combinati. Molto dipenderà poi dall’intensità dell’installazione di nuovo potenziale elettrico non programmabile. A questo riguardo, si stanno accumulando pericolosissimi segnali che fanno pensare ad una sua accelerazione a breve termine, sfruttando strumentalmente le conclusioni della Cop21 di Parigi per aumentare a dismisura proprio gli obiettivi nazionali di FER elettriche da inserire nella prossima Strategia Energetica Nazionale e per renderli vincolanti.
Dilapidare altre risorse in questo settore porterà anche a trascurare, oltre all’evidenza del fallimento di questa politica di riduzione delle emissioni clima alteranti globali, ogni altra soluzione alternativa, in genere ben più efficace. Ultima tra le istituzioni sovranazionali a criticare l’approccio europeo al problema tramite i sussidi, “inefficiente per la politica climatica e complesso da amministrare”, è stato il Fondo Monetario Internazionale.
In ogni caso, il baratro energetico (che comunque reputo sicuro) non è la prospettiva più immediata per fare deragliare il folle progetto della decarbonizzazione accelerata senza avere prima individuato delle vere alternative (sempre ammesso che si trovino…). Io continuo a ritenere più prossimo, in termini temporali, un black out elettrico di enormi proporzioni, non necessariamente generato in Italia. A rafforzare questo convincimento contribuisce il dato più significativo (non solo in questo senso) del citato documento di Assoelettrica, riportato a pag. 7, in cui si tratta della adeguatezza del sistema elettrico italiano, con particolare riferimento al margine di riserva alla punta di carico. Riproponiamo qui di seguito due di quelle osservazioni, la prima delle quali è ancora più grave se combinata alla seconda:
1) “Margine di riserva 2015 si attesta in area 19% (sostanzialmente intaccando il limite minimo di adeguatezza indicati dal TSO” (Trasmission System Operator. Cioè la Terna. Ndr).
E’ inoltre probabile che proprio all’evidente tentativo disperato di realizzare nel 2015 qualche risparmio nei costi di dispacciamento – rischiando il disastro – sia legato il “sacrificio” dell’idroelettrico che abbiamo osservato lo scorso anno.
2) “Di recente pubblicazione documento Terna rivede fortemente in rialzo la propria stima di domanda di potenza di picco per i prossimi anni”.
Vorrei infine fare presente che le stesse contraddizioni (di natura ideologica) che sta affrontando l’Italia sono proprie di tutti i Paesi dell’Unione Europea (e non solo, a dire il vero, in questo campo): di fronte alle stesse premesse irrazionali, ciascun Paese persegue inevitabilmente le stesse logiche perverse. Non è perciò detto che la crisi energetica esploda necessariamente da noi, anche se al momento siamo i più indiziati, a causa della presenza di una lobby delle rinnovabili elettriche con una forza (relativa) senza pari.
Ritornando a Francesco Starace, l’amministratore delegato Enel: quando tre mesi fa è stato intervistato da Teodoro Chiarelli della Stampa, ha affermato il mio stesso concetto, che io ho chiamato del “baratro energetico”. Questo è il passaggio – gravissimo – che rischia di perdersi nell’intervista:
… oggi abbiamo eccesso di capacità produttiva perché gli impianti sono stati realizzati quando il prezzo era alto. Oggi il mercato europeo delle costruzioni di centrali è sparito. Ma fra qualche anno un po’ di centrali attuali saranno diventate vecchie e verrà a mancare l’energia“.

La sua posizione si distingue dalla mia perchè:
a) Non considera le distorsioni di mercato indotte dalle rinnovabili non programmabili che sono state, sono e (secondo lui) saranno per l’Enel fonte di immensi profitti (anche se sarebbe meglio parlare di rendite parassitarie). La loro presenza sempre maggiore renderà più rapido – e di più difficile soluzione – il raggiungimento del momento del “salto nel baratro” (il suo “verrà a mancare l’energia…”).
b) Suggerisce una soluzione consolatoria, perchè di difficile percorribilità, costosissima e non sufficiente (il mercato europeo dell’energia), in presenza di un aumento previsto in tutta Europa degli investimenti in FER non programmabili. Le riserve ora esistenti (di back up) diminuiranno per tutti i Paesi dell’Unione, che sono obbligati a seguire tutti la stessa politica autolesionistica commettendo giocoforza gli stessi errori, secondo il più classico dei sistemi a retroazione positiva.
La situazione sarà ulteriormente aggravata dall’abbandono, specie da parte tedesca e francese, del programma nucleare e dalla dismissione progressiva degli impianti esistenti, in grado di funzionare in teoria 24 ore al giorno tutto l’anno. Già cominciano a giungere da Oltralpe i primi segnali infausti e già se ne intravedono le prime allarmanti conseguenze.
Senza nucleare, il sistema europeo delle dighe (in particolare quelle alpine) che in questi anni era stato, per l’esistenza delle centrali nucleari centroeuropee, considerato come una riserva strategica ed una colossale batteria di accumulo, dovrà quindi svolgere il ruolo di produttore di prima istanza, riducendo gli invasi destinati a riserva e limitando perciò ulteriormente la possibilità di affrontare una crisi (potenzialmente istantanea!) di carenza di energia elettrica a livello continentale.

Alberto Cuppini

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